di Andrea Cantelmo La Jugoslavia ha sempre segnato un unicum tra i Paesi satellite dell’Unione Sovietica. Lo Stato balcanico, a differenza degli altri, sin da subito ha cercato di trovare una propria determinazione sotto la forte spinta di Tito, anche mettendosi in competizione con Mosca. Il modello jugoslavo era considerato pericoloso e addirittura, sotto alcuni aspetti, non pienamente socialista. D’altro canto, i sovietici erano visti come soverchiatori. Ciò che segnò una rottura profonda tra i due Paesi fu il rifiuto di Belgrado per la costruzione di una federazione con la Bulgaria. A seguito di numerosi moniti posti da Stalin, il 28 giugno 1948 il Partito Comunista Jugoslavo (PCJ) venne espulso dal Cominform. Ovviamente, tale situazione non lasciò inerte il Governo degli Stati Uniti che intravedeva l’occasione per indebolire il blocco sovietico, per la prima volta sfidato apertamente da uno dei suoi Stati satellite. Così Washington ideò la “strategia del cuneo” che prevedeva l’utilizzo della figura di Tito per fomentare gli umori nazionalisti in Europa orientale, ma il suo successo fu, in fin dei conti, alquanto limitato. Gli USA decisero quindi di essere più accomodanti con la Jugoslavia, col proposito di invogliarla ad entrare nella propria sfera d’influenza. Infatti gli Stati Uniti accettarono la richiesta jugoslava di usufruire degli aiuti del Piano Marshall. Questo nuovo atteggiamento preoccupava l’Italia per quanto riguardava la questione di Trieste, poiché temeva che se fosse stata avanzata una pretesa da parte jugoslava, essa sarebbe stata soddisfatta a discapito degli interessi italiani. Questo timore si rivelò infondato poiché, il 5 ottobre 1954, con il Memorandum di Londra la Zona A passò in mano italiana e la Zona B andò alla Jugoslavia. Tuttavia, nonostante i grandi sforzi profusi, gli Stati Uniti non riuscirono nel tentativo di far entrare la Jugoslavia nell’orbita statunitense. Essa aveva intrapreso una terza via, che non prevedeva l’ingresso nella Nato né tantomeno un’adesione al Patto di Varsavia che però fu creato solo nel 1955. Essa diede vita nel 1953 al Patto Balcanico con Grecia e Turchia, e insieme a Egitto, India e Brasile, fondò il Movimento dei Non Allineati nel 1956. I primi contatti tra Jugoslavia, Grecia e Turchia si possono far risalire già all’indomani dello “scisma jugoslavo” e, con maggiore assiduità, a partire dal 1950. Sia il Governo turco che quello greco guidato da Plastiras, iniziarono a guardare con grande interesse a Belgrado, malgrado ci fossero ancora problemi in sospeso, con la speranza di trovare una soluzione ad essi proprio attraverso un accordo regionale. L’atteggiamento che avrebbe preso Belgrado diveniva centrale nelle valutazioni greche e turche, ma la disponibilità di Tito era ancora un’incognita. Il Presidente jugoslavo era allora propenso ad allacciare solo rapporti economici e culturali e non militari con Atene e Ankara. Il leader del Pcj sembrava soprattutto interessato ad assicurarsi la continuità di rifornimenti americani. Alcuni personaggi politici dell’epoca, come il ministro italiano Martino, ritenevano improbabile che la Jugoslavia stringesse una simile alleanza regionale, dato che non l’aveva fatto quando la minaccia del Cominform era più pericolosa e concreta....
Balcani
Intervista pubblicata su SPUTNIKSERBIA Intervista a cura della redazione di “Sputnik” Serbia Da dove proviene l’idea del libro? Nella prefazione si sottolinea come l’Ortodossia sia un fattore geopolitico chiave negli eventi storici dei Balcani. L’idea del libro nasce innanzitutto dal desiderio di ritornare in Montenegro, un Paese che avevo già visitato nel 2000 e nel 2007, in periodi molto differenti della sua storia. Chiaramente le notizie delle imponenti manifestazioni contro l’approvazione della Legge sulla Libertà religiosa, è stata una spinta ulteriore a tornarci e a verificare direttamente la situazione. L’Ortodossia è alla base di quanto sta succedendo in Montenegro, perché se non fosse per la fede cristiana dei manifestanti il provvedimento adottato dal Governo di Podgorica sarebbe passato sotto silenzio. Come ho cercato di spiegare nel libro, l’identità ortodossa dei serbi è la chiave per decifrare il possibile cambiamento geopolitico nei Balcani, il loro nazionalismo rappresenta ancora oggi (dopo le guerre degli anni Novanta) l’unico fattore di ostacolo alla completa sottomissione della regione alla NATO e costituisce un richiamo importante per le aspirazioni geostrategiche della Russia. Da dove nasce l’interesse di un italiano per la sofferenza e l’ingiustizia serba? Come giudichi l’Ortodossia e la posizione dei serbi che, come hai scritto, agli occhi degli altri sono sempre dalla parte dei “perdenti”? Il mio interesse nasce per pura curiosità, durante un viaggio compiuto nel 1995 durante gli ultimi mesi della guerra in Jugoslavia. La visione dall’Italia, quella conculcata dai media mainstream, era a senso unico, si credeva che i serbi (perlopiù comunisti ma con sfumature naziste), non volessero concedere l’indipendenza alle altre nazioni e si prodigassero in massacri vari. La realtà che ho riscontrato sul terreno era molto diversa, proprio in quei giorni centinaia di migliaia di serbi venivano costretti a fuggire dalle Krajine sotto la spinta dell’avanzata militare croato-musulmana agevolata dai bombardamenti della NATO. Solo la decisa resistenza serba in Bosnia, inoltre, impedì che l’attuale capitale della Republika Srpska, Banja Luka, finisse sotto il controllo dell’entità croato-bosniaca. Ho deciso così di ricostruire attraverso alcune ricerche (dalle quali sono scaturiti i miei libri precedenti) le ragioni dei serbi, i quali alla fine sono coloro che hanno pagato più a caro prezzo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Ma “perdenti” lo sono solo apparentemente, agli occhi della razionalità occidentale; nella visione serba, ripetendo il sacrificio di Re Lazar e dei suoi soldati sul Campo dei Merli, durante i secoli di esilio e sofferenza, il “popolo celeste” ripete la Passione di Cristo e si eleva alla Gloria universale. Come commenti la controversa Legge montenegrina e cosa pensi del vigore del popolo serbo nella difesa dei suoi Santi? La Legge sulla libertà religiosa approvata dal Governo di Podgorica lo scorso 26 dicembre tra violente contestazioni sia fuori che dentro il Parlamento, viola sia la stessa Costituzione montenegrina sia il diritto internazionale. Nel primo caso, l’art. 14 paragrafo 1 stabilisce che le comunità religiose siano separate dallo Stato, mentre il paragrafo 2 prevede che le comunità religiose siano libere nell’esercizio delle loro funzioni. Nel secondo...
In uscita per i tipi di Anteo Edizioni il nuovo libro di Stefano Vernole, responsabile relazioni esterne del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, dal titolo La difesa della fede ortodossa in Montenegro. Questa la presentazione del volume: L’Ortodossia rimane oggi un fattore geopolitico di primaria importanza nelle vicende storiche dei Balcani. Una delle ragioni che condussero al conflitto degli anni Novanta nella ex Jugoslavia e al primo intervento militare della NATO in Europa è proprio il legame identitario tra due nazioni cristiano-ortodosse, la Serbia e la Russia. Si bombardò Belgrado per mandare un avvertimento a Mosca, l’allargamento dell’Alleanza Atlantica verso oriente non doveva essere fermato. Pur stremato da decenni di lotte che lo hanno visto quasi sempre dalla parte dei “perdenti”, il popolo serbo trovò ancora nel 2008 la forza di rialzarsi per protestare contro l’autoproclamazione d’indipendenza del Kosovo e Metohija, la sua “patria interiore” temporaneamente occupata dalle forze straniere. A quasi tutti gli osservatori quello sembrò l’ultimo moto di ribellione, capace comunque di determinare un significativo cambiamento nella Costituzione della Serbia: giuridicamente la “Terra dei Merli” continuava a rimanere parte integrante della nazione. Ecco così spiegata la sorpresa, il silenzio mediatico e l’incomprensione di quanto sta accadendo nel 2020 in Montenegro; centinaia di migliaia di persone, ogni settimana nelle serate di giovedì e di domenica, marciano compatte nelle strade di Podgorica e delle principali città del Paese, per la riaffermazione di un principio essenziale: “I luoghi sacri non devono essere toccati”. Motivo scatenante della protesta, la “Legge sulla libertà religiosa e lo statuto delle comunità religiose” voluta a tutti i costi dal padre-padrone del Montenegro, Milo Djukanovic, che sfugge alle maglie della giustizia internazionale ormai da 20 anni grazie alla protezione dei suoi burattinai atlantici. Un passo falso che non solo mette a rischio la tenuta del suo regime personalistico ma che potrebbe innescare dinamiche di cambiamento geopolitiche ben più ampie in tutta la regione, se solo si pensa che contemporaneamente alla crisi del Crna Gora assistiamo alla volontà emancipatrice della Repubblica Serba di Bosnia e alla ridefinizione strategica della Macedonia. La conferma, ancora una volta, che “i Balcani producono più storia di quanta ne possano contenere”. Il libro è acquistabile qui.
Dopo l’approvazione lo scorso 27 dicembre della controversa “legge sulla libertà religiosa”, con l’arresto di 18 deputati dell’opposizione, tutto il Montenegro è scosso da imponenti e quotidiane manifestazioni pacifiche che trovano il loro apice nelle processioni serali del giovedì e della domenica al grido “Ne damo Svetinje” (“Non cederemo i luoghi sacri”). Il giorno successivo all’approvazione della legge e in previsione delle inevitabili proteste, il Governo di Podgorica ha annunciato un importante accordo militare con quello di Tel Aviv per l’acquisto di armi telecomandate dal valore di circa 31 milioni di euro. L’impresa israeliana Elbit System, che si avvale della tecnologia del Remote Control Weapon Stations (RCWS), è andata così ad integrare i nuovi veicoli militari acquistati nel 2019 dal Montenegro e prodotti dall’impresa statunitense Oshkosh. La firma del contratto era in realtà stata siglata già lo scorso 15 dicembre dal dirigente del Ministero della Difesa israeliano, Yaur Jykasm e dal Ministro della Difesa montenegrino Pedrag Boskovic, i quali avevano sottolineato come questo accordo fosse solo il prodromo per l’instaurazione di più profonde relazioni tra i due Paesi, a partire dall’addestramento delle Forze Armate montenegrine in Israele (1). Si tratta di un’intesa che punta ad arruolare il Montenegro tra le nazioni che riconoscono Gerusalemme capitale d’Israele (nel dicembre 2017 il rappresentante di Podgorica alle Nazioni Unite aveva votato una risoluzione di condanna del riconoscimento effettuato dagli Stati Uniti) e in linea con l’adesione del Paese balcanico alla NATO (pur non appartenendoci ufficialmente, Israele collabora attivamente con l’Alleanza Atlantica). Poche settimane dopo l’annuncio, la NATO ha infatti inviato la prima squadra di “guerra anti-ibrida” in Montenegro per rafforzarne le capacità, in previsione di un possibile attacco di hacker russi prima delle elezioni parlamentari dell’ottobre 2020 (2). Le processioni settimanali avallate dalla Chiesa Ortodossa serba per chiedere il ritiro della legge si sono però intensificate a febbraio, in particolare con l’appuntamento straordinario tenutosi l’ultimo sabato del mese, quando la polizia di Podgorica si è trovata costretta a bloccare i numerosi pullman arrivati nella capitale e provenienti anche dalla Serbia e dalla Repubblica Serba di Bosnia. Una vera e propria marea umana ha comunque manifestato ugualmente, suscitando l’ira del Presidente Milo Djukanovic, che ha apertamente accusato Belgrado e Mosca di voler destabilizzare il Paese e di tentare un golpe ai suoi danni. Non sono mancate ovviamente le reazioni; mentre il Metropolita di Cetinje Amfiloije e quello di Kiev Onofrij si sono limitati ad invitare il Governo di Podgorica a ritirare la legge, il premier serbo Ana Brnabic ha rivendicato il diritto dei serbi del Montenegro alla propria lingua e religione, a sua volta il portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha risposto in maniera tagliente, sottolineando come: “Nessuno potrebbe minare le proprie azioni più di sé stesso”, con un chiaro riferimento alla credibilità da statista di Djukanovic, coinvolto in più occasioni in affari di mafia e corruzione (3). E’ evidente come dopo il fallimento di tutti i tentativi di mediazione tra la Chiesa e il Governo di Podgorica, la situazione...
A Vicenza, sabato 26 gennaio 2019, alle ore 17.00 presso la Sala conferenze dei Chiostri di Santa Corona, Contrà Santa Corona 4, si terrà la conferenza dal titolo Kosovo, la nostra terra organizzata dal Consolato Onorario della Repubblica di Serbia per la Regione Veneto, in collaborazione con l’Unione dei Serbi in Italia e l’Istituto Studi delle Venezie. Nel corso dell’evento interverranno Loreta Baggio, Stefano Piloto, Stefano Vernole del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo e Francesco Lamendola.
La ex-Jugoslavia è stato l’unico paese alleato dell’U.R.S.S. , durante il corso della “guerra fredda”, che pur avendo avuto un’ importanza strategica fondamentale, sia riuscito a non farsi soggiogare in politica estera ed interna da Mosca, mantenendo di fatto, a differenza degli altri paesi del blocco socialista, una propria indipendenza. La ex-Jugoslavia, culturalmente interetnica, ma politicamente di fatto a guida serba, era riuscita a divenire un paese socialista cuscinetto tra i due blocchi, essendo formalmente alleata del blocco socialista difatti non rinunciava ad intrattenere contatti diplomatici-commerciali con l’Occidente. A causa della feroce guerra scoppiata agli inizi degli anni ’90 che ha coinvolto tutti i Balcani, lo Stato Jugoslavo ha visto la fine della sua integrità, venendo suddiviso in cinque nuove realtà statuali: Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Slovenia e Kosovo; diventate fin da subito preda di appetiti geopolitici al di là dell’Atlantico. Di questi nuovi soggetti politici internazionali i primi ad entrare a far parte dell’Alleanza Atlantica Occidentale furono la Croazia e la Slovenia. Con queste due nuove entità politiche, come successivamente è poi accaduto per il Kosovo, che nel maggio 2016 vede il proprio Presidente Hashim Thaçi di ritorno da un viaggio negli USA con il consenso per la creazione di un esercito kosovaro che avrebbe poi agito ben presto nell’ambito NATO, l’opera di assimilazione nella forza atlantista fu rapida e ben vista dagli stessi governi, in quanto sia Zagabria che Lubiana tanto quanto Pristina vedevano l’adesione alla NATO come una rivalsa nei confronti del vicino stato Serbo. Per quanto riguarda il Montenegro, invece, il 28 aprile scorso il Parlamento ha ratificato, dopo undici anni di intensi negoziati, il trattato di adesione alla NATO mentre per la Macedonia e la Bosnia invece si parla di “Dialogo intensificato” che altro non è che una serie di incontri che preparano la strada a quello che è un vero e proprio piano d’azione e partecipazione alla NATO e quindi la creazione a breve di un vero e proprio trattato di adesione. L’unico Stato ex-Jugoslavo che ad oggi è fuori dai giochi “atlantici” sembra essere la Serbia, che negli anni ha subito varie ed allettanti pressioni da Washington. Il governo di Belgrado erede e forte di quell’abilità diplomatica che nel corso della Guerra Fredda fece propendere Tito per la “Terza Via”, assieme ai non allineati Nasser e Nehru, a quasi vent’anni dalla fine delle guerre balcaniche, si riserva ancora oggi la volontà di valutare la propria adesione alla NATO, senza sentire su di sé alcuna pressione ma anzi obiettando qualsiasi ultimatum o ingerenza esterna. L’ultimo episodio si è avuto i primi di novembre, con il premier serbo Aleksandar Vucic che ha dichiarato quanto sia difficile che la Serbia accetti le richieste statunitensi per l’adesione all’Alleanza Atlantica, seguito poi dalle dichiarazioni del Ministro degli Esteri Ivica Dacic il quale ha fermamente respinto il richiamo fatto da Washington al Governo serbo, dove si invitava a scegliere rapidamente con quale parte schierarsi (la NATO o la Russia). Inoltre, lo stesso Dacic ha fermamente respinto la proposta...
Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo ha realizzato un focus sull’area balcanica dal titolo Balcani, la storia in movimento. Quali conseguenze per l’Europa?, contenente una serie di piccoli saggi che inquadrano l’attuale situazione nei Balcani alla luce delle ultime vicende e in chiave storica. Il volume è scaricabile gratuitamente cliccando sul link che segue iFOCUS del CeSEM – Balcani, la Storia in movimento. Quali conseguenze per l’Europa?
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? A Pogdorica sono giorni agitati. Dal 27 settembre, infatti, nella capitale del Montenegro centinaia di persone manifestano davanti al Parlamento per protestare contro il Governo Đukanovic accusato di corruzione, pratiche non democratiche e frodi elettorali. Le proteste sono state promosse dal Fronte Democratico, coalizione che raccoglie i principali partiti di opposizione, che ha chiamato i cittadini a scendere in strada ogni giorno, alle 18:30, fino a quando non si fossero ottenute le dimissioni dell’esecutivo e la formazione di un Governo ad interim con il solo scopo di organizzare le prime elezioni libere e democratiche della breve storia del Paese. Il Montenegro rappresenta un unicum nel panorama politico del Vecchio Continente visto che niente sulla scena politica è mai cambiato: Milo Đukanovic, 53 anni, è il centro del potere dai primi anni ’90 e nelle ultime elezioni politiche, 2012, è stato eletto premier per la settima volta negli ultimi vent’anni. Politico dal trascorso tutt’altro che cristallino (1), il giorno dell’indipendenza del Montenegro dalla Serbia, 21 maggio 2006, dichiarò alla popolazione che in questo Paese tra quattro anni non ci sarà alcun cittadino disoccupato. Ormai tutte le questioni politiche ed economiche più complesse sono state risolte e l’obiettivo che il Governo si pone per il prossimo periodo è quello di garantire ai propri concittadini uno standard di vita europeo (2). Dopo un periodo di vero e proprio boom durato tre anni, è arrivata una crisi che ancora non accenna a cedere il passo tanto da costringere Đukanovic a cambiare tono delle affermazioni quando, all’ultima elezione, ha detto che gli elettori sono consapevoli del peso della crisi che sta attraversando il Paese (3). I cittadini del Crna Gora, così in serbo-montenegrino, già nel febbraio del 2014, sull’onda delle proteste in Bosnia Erzegovina, avevano già manifestato contro il potere centrale nella speranza che il peso delle proteste di massa portasse ad un cambiamento nell’immediato o che questo si verificasse nel voto del 14 ottobre. Speranza disattesa dai risultati elettorali che l’opposizione vuole frutto di brogli conclamati. Nel mese di agosto, il parlamento montenegrino ha accolto la proposta di una risoluzione a favore dell’adesione alla NATO che sarebbe stata discussa in aula nel mese di settembre. Secondo quanto riferisce il quotidiano Pobjeda, la risoluzione è stata presentata da un gruppo di deputati del Partito democratico dei socialisti (Dps, leader della maggioranza), dal capo del collegio del Partito social-democratico (Sdp, partner nella maggioranza) Borislav Banovic, dal presidente di Montenegro Positivo Darko Pajovic, dal deputato del Partito dei bosniaci musulmani Suljo Mustafic e dal rappresentante dei partiti albanesi Nik Djelosaj. Nel documento si legge che l’adesione alla Nato rappresenta un interesse dello Stato montenegrino e dell’intera società del paese (4); mercoledì 16 settembre, l’Assemblea del Montenegro ha approvato la risoluzione (5) che indica nell’Alleanza Atlantica il garante dell’integrità territoriale e della sovranità della repubblica montenegrina, oltre che via di sviluppo dello Stato di diritto e di democrazia: questo sarà un importante...
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? Risulta ancora oggi interessante ricordare la specificità del modello socialista jugoslavo che, sia pure ormai archiviato da un ventennio sullo “scaffale della storia”, per oltre quattro decenni del secolo scorso ha caratterizzato l’economia e l’inquadramento geopolitico di una importante nazione ai nostri confini. Rispetto al campo dei paesi socialisti del Novecento, la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia ha infatti detenuto il primato (meritevole o deplorevole, a seconda dei diversi e legittimi punti di vista) di essersi posta come prima “eresia” dei paesi del cosiddetto “socialismo reale”. Per comprendere le grandi e frequenti trasformazioni subite dal sistema economico jugoslavo basato sull’autogestione, e scoprirne le origini, è necessario risalire nel tempo almeno fino alla rottura con l’Unione Sovietica. Non è questa la sede per esaminare particolareggiatamente le circostanze che portarono alla decisione presa dal Cominform nel giugno del 1948; tuttavia dobbiamo accennare brevemente ad alcune cause dei contrasti che si erano venuti formando tra i due paesi. Tali cause si possono far risalire al 1937 durante l’esilio a Mosca dei comunisti jugoslavi, nel periodo delle cosiddette “purghe” staliniane. Da alcuni discorsi di Tito traspare una forte volontà autonomistica già radicata nel gruppo dirigente del PCJ negli anni precedenti la guerra di liberazione popolare, per quanto quest’ultima sia stata condotta in nome di un internazionalismo che riconosceva ancora la guida dell’Unione Sovietica e s’impegnava a difenderla, come unico paese socialista, contro gli attacchi dell’imperialismo. Tuttavia i primi veri dissensi nacquero durante la guerra di liberazione, si accentuarono durante l’entrata dell’Armata Rossa in territorio jugoslavo e, immediatamente dopo la guerra, in occasione dell’organizzazione della polizia segreta. Vennero poi le polemiche sulla federazione con la Bulgaria (possibile centro socialista balcanico alternativo a Mosca) , sull’autenticità della rivoluzione jugoslava e sul modello di costruzione del socialismo. Nel giugno del 1949 il Komunist, organo del Partito comunista jugoslavo per la teoria e la prassi marxista, pubblicò un articolo di Milentije Popovic, uno dei principali esponenti della direzione ideologica del paese, intitolato Dei rapporti economici tra i paesi socialisti, che forse ci permette di scoprire la ragione decisiva della rottura tra la Jugoslavia e i paesi cominformisti. L’articolo denuncia lo sfruttamento economico compiuto dall’Unione Sovietica e dagli altri paesi dell’Europa orientale a spese della Jugoslavia attraverso il commercio internazionale. Già nel novembre del I948, in un discorso tenuto a Lubiana, Tito aveva affermato che «i rapporti economici tra i paesi socialisti ancora oggi si fondano sui principi dello scambio capitalistico di merci», e su questa premessa Popovic basò la sua analisi, sostenendo che esisterebbe un tasso di profitto medio mondiale che, nello scambio internazionale, regola la distribuzione del profitto favorendo i paesi più sviluppati, i quali posseggono una composizione organica del capitale superiore alla media mondiale. Nei paesi arretrati il livello della produttività e dell’intensità del lavoro è inferiore a quello medio mondiale; e inoltre, poiché privi di una industria competitiva, essi sono costretti a entrare nel mercato internazionale mediante prodotti agricoli...
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? La guerra in Ucraina riguarda indirettamente la questione dei Balcani. La situazione di queste nazioni dallo smantellamento della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia, è pertanto sempre preoccupante, in quanto le operazioni militari americano-occidentali non hanno apportato la pace e la prosperità come preteso da quanti volevano giustificarle ma guerra e povertà, al punto che gli antagonismi tra le etnie e le religioni sono sempre presenti e mantengono la regione instabile. I “conflitti congelati” della ex Jugoslavia sono altrettante bombe a scoppio ritardato innescate dagli occidentali e non chiedono che di esplodere. Alcuni si attivano per farlo. Se si consulta una carta, si vede che a causa della loro posizione geografica gli Stati e le entità derivanti dalla ex Jugoslavia, che siano la Serbia, la Macedonia e la Republika Srpska, alle quali si devono aggiungere al di fuori di quest’ultima l’Ungheria e la Grecia, formano una spina nelle retrovie delle postazioni avanzate della NATO come la Romania e la Bulgaria. Certamente l’Ungheria e la Grecia sono anch’esse paesi della NATO ma il Presidente della prima intrattiene delle buone relazioni con Vladimir Putin e la seconda, malgrado i problemi che oggi sono ben noti, è il solo paese della NATO a non aver partecipato ai bombardamenti della Serbia nel 1999 e dovrebbe anch’essa intrattenere buone relazioni con la Russia. C’è all’interno di quello che viene chiamato il Corridoio energetico n. 10, tra la puszta ungherese e il porto di Salonicco, una falla nel dispositivo euro-atlantico, un piccolo vuoto che l’Occidente cerca di colmare in tutti i modi e che domani dovrà destabilizzare o neutralizzare. Lo squartamento serbo Tra l’Est e l’Ovest. Tra la Russia e la “ZOA, Zona di Occupazione Americana”, secondo un’espressione ripresa da Henri Gobard (1). La Serbia è anch’essa allo stesso tempo libera e occupata. Libera perché il suo popolo slavo ortodosso si sente vicino ad una Russia di cui condivide la scrittura in cirillico e un rigetto maggioritario dell’Unione Europea e ancora di più della NATO. I sondaggi effettuati dopo i bombardamenti dell’Alleanza Atlantica lo mostrano senza possibilità di equivoci. Occupata perché la classe politica è in maggioranza collaborazionista, la stampa è interamente nelle mani e dalla parte dell’Occidente, le imprese e le ricchezze del sottosuolo sono state sgraffignate dalle società occidentali o dagli interessi delle petromonarchie arabe. Dopo la caduta di Slobodan Milosevic la democratizzazione e la libertà della stampa e del commercio si sono tradotte nella dominazione americano-occidentale sul “bestiame” politico, sui media scritti e audio-visivi così come sulle risorse. Generato da una scissione organizzata alle spalle dei Radicali da Washington e Londra, il principale partito al potere si è fatto eleggere su una piattaforma patriottica per tradire le sue promesse elettorali. Il Partito progressista serbo non è differente da quei puri artisti di centro destra che occupano la scena politica nei loro rispettivi paesi per applicare le parole d’ordine e le misure dettate da Washington e da Bruxelles....