La Quarta Rivoluzione Industriale tra oligopolio occidentale e strategia cinese della sovranità tecnologica Di Pietro Cutuli Introduzione: una divergenza nella filosofia tecnologica L’approccio cinese all’intelligenza artificiale rappresenta una rottura significativa rispetto al modello occidentale. Se gli Stati Uniti puntano su massicci investimenti di capitale, potenza computazionale brute-force ed ecosistemi chiusi, la Cina sta tracciando una rotta diversa, fondata sulla pianificazione strategica di lungo termine tipica della sua economia pianificata socialista. Questo sistema consente di ottimizzare l’efficienza, l’accessibilità e la sostenibilità materiale delle tecnologie AI, anziché inseguire semplicemente la massima potenza di calcolo. La divergenza è filosofica prima ancora che tecnica. L’Occidente, guidato da attori privati come OpenAI, Google e Nvidia, persegue una logica di profitto immediato e di accumulo di vantaggio competitivo attraverso modelli proprietari chiusi. La Cina, invece, coordina pubblico e privato in un’ottica di sviluppo sociale integrato: l’IA non è fine a sé stessa, ma strumento per ridurre le disuguaglianze, potenziare la produttività nazionale e costruire una società più equa. La crisi del silicio occidentale: quando il mercato diventa cartello De-democratizzazione del silicio Comincia tutto con un annuncio che passa in sordina. Micron — uno dei tre pilastri del dominio mondiale sulla memoria DRAM — chiude il brand Crucial, sinonimo di SSD e RAM accessibili per l’utente finale. Il silicio che alimentava Crucial viene requisito per un altro scopo: i data center dell’intelligenza artificiale. E mentre ciò accadeva, Micron incassava ~$6,4 miliardi dal CHIPS Act, fondi pubblici destinati a ‘salvare la sovranità tecnologica americana’. Ma il Robin Hood al contrario ha anche una porta girevole: Micron ha speso oltre $4 milioni all’anno in lobbying (amministrazioni Biden e Trump), donato $1 milione per l’inaugurazione presidenziale, e fondi per la sala da ballo della Casa Bianca. Lo Stato preleva dalle tasse, trasferisce a Micron, e Micron re-investe in protezioni politiche. I cittadini pagano due volte. L’informatica sta smettendo di essere un bene che si possiede per diventare un servizio da cui si dipende. Il calcolo non avviene più sulla vostra scrivania, ma in hangar refrigerati nel Nebraska o in Virginia, mentre voi ricevete solo il risultato finale su uno schermo. Siete diventati affittuari perpetui del cloud. Scarsità strutturale indotta L’intelligenza artificiale non è solo GPU. È anche — e soprattutto — storage. Enormi quantitativi di memoria NAND per archiviare modelli, dataset e pesi di reti neurali. Vera Rubin, l’architettura Nvidia del 2026, richiede oltre un petabyte di SSD per sistema. Per dare un’idea, un petabyte sono un milione di gigabyte. E se moltiplicate questo per le migliaia di sistemi che i grandi provider cloud stanno installando, scoprite che solo Vera Rubin assorbirà oltre il 9,3% dell’intera domanda mondiale di NAND entro il 2027 (stima Citi: 2,8% nel 2026, 9,3% nel 2027). Non il 9,3% di un settore, non il 9,3% di una nicchia: il 9,3% di tutto il silicio di memoria prodotto sul pianeta, mangiato da un’architettura di una sola azienda. Una domanda simile, improvvisa e vorace, avrebbe dovuto mandare in tilt i mercati, spingere la produzione, generare una...
Analisi
Tra le imponenti ciminiere e le fabbriche che caratterizzano il panorama industriale cinese, è in corso una rivoluzione silenziosa. Per decenni, infatti, il Paese ha lottato con gli elevati costi – ambientali ed economici – della sua incessante crescita e ascesa, ma ora, a Pechino, si sta affermando una nuova visione. Negli ultimi anni, la Cina ha intrapreso una “lunga marcia” verso un’economia a basse emissioni di carbonio, cercando di conciliare il proprio fabbisogno energetico con le esigenze urgenti di un clima che cambia. Ma come è iniziato questo viaggio e quali sfide ci attendono? Per rispondere a queste domande, è necessario prima esplorare la complessa storia e il contesto della transizione energetica della Cina.
A cura di CMG e China Radio International “La modernizzazione cinese si lega a doppio filo al grande sogno di rinascimento della nazione cinese, quindi con questa si tende ad ottenere uno sviluppo armonioso del Paese sia in senso materiale che in senso spirituale, cioè si cerca di trovare un’armonia fra le varie componenti dell’economia cinese con l’azione politiche, ma soprattutto con il popolo.”
FONTE ARTICOLO: https://mea.gov.in/bilateral-documents.htm?dtl/36751/New+Delhi+Declaration+of+the+Council+of+Heads+of+State+of+Shanghai+Cooperation+Organization Leaders of the Shanghai Cooperation Organization Member States (hereinafter referred to as “the SCO” or “the Organization”) held the meeting of the Council of Heads of State of SCO in the video conference format on 4 July 2023 and declare the following: Today, the world is undergoing unprecedented transformations and is entering a new era of rapid technological development that requires an increase in the effectiveness of global institutions. These fundamental processes are accompanied by stronger multi-polarity, increased interconnectedness, interdependence and an accelerated pace of digitization. At the same time, threats and challenges are becoming more and more complex, destructive and dangerous, existing conflicts are aggravating and new conflicts are emerging. The growing technological and digital divide, continued turbulence in global financial markets, global reduction in investment flows, instability of supply chains, increased protectionist measures and other barriers to international trade, consequences of the global climate change and COVID-19 pandemic are adding to the volatility and uncertainty in the global economy and creating additional challenges for economic growth, maintaining social well-being, ensuring food and energy security, as well as the implementation of the 2030 Agenda for Sustainable Development. To this end, new approaches are required to promote a more equitable and effective international cooperation. Based on the proximity of assessments of the current regional and international agenda, the Member States confirm their commitment to formation of a more representative, democratic, just and multipolar world order based on the universally recognized principles of international law, multilateralism, equal, joint, indivisible, comprehensive and sustainable security, cultural and civilizational diversity, mutually beneficial and equal cooperation of states with a central coordinating role of the UN. The Member States reaffirm that the SCO is not directed against other states and international organizations and is open to broad cooperation with them in accordance with the goals and principles of the UN Charter, SCO Charter and international law, based on consideration of mutual interests and common approaches to solving regional and global problems. The Member States, in accordance with the principles of the SCO Charter, pursue a policy that excludes bloc, ideological and confrontational approaches to address the problems of international and regional development, countering traditional and non- traditional security challenges and threats. Taking into account the views of the Member States, they reaffirm the relevance of initiatives to promote cooperation in building of a new- type international relations in the spirit of mutual respect, justice, equality and mutually beneficial cooperation, as well as formation of a common vision of the idea of creating a community of the common destiny of humanity. The Member States advocate respect for the right of peoples to an independent and democratic choice of the paths of their political and socio-economic development, emphasize that the principles of mutual respect for sovereignty, independence, territorial integrity of states, equality, mutual benefit, non-interference in internal affairs and non-use of force or threats to use force, are the basis of sustainable development of international relations. They reaffirm their commitment to peaceful settlement...
FONTE ARTICOLO: https://www.investigaction.net/fr/lettre-ouverte-dexperts-a-biden-et-au-congres-les-etats-unis-doivent-oeuvrer-pour-la-paix-dans-le-monde/ Negli Stati Uniti, importanti ed ex esperti di sicurezza nazionale stanno inviando una lettera aperta al presidente Biden e ai membri del Congresso : chiedono di fare di tutto il possibile per porre fine alla guerra in Ucraina attraverso la diplomazia. Senza perdonare l’invasione russa, non esitano a denunciare le azioni della NATO e dei trafficanti di armi che hanno contribuito a destabilizzare l’Europa. Saranno ascoltati? La guerra tra Russia e Ucraina è stata un vero disastro. Centinaia di migliaia di persone sono state uccise o ferite, milioni di persone sono state sfollate, la distruzione ambientale ed economica è stata incalcolabile. E la devastazione a venire potrebbe essere esponenzialmente maggiore, con le potenze nucleari sempre più vicine alla guerra aperta. Deploriamo la violenza, i crimini di guerra, gli attacchi missilistici indiscriminati, il terrorismo e altre atrocità che fanno parte di questa guerra. La soluzione a questa violenza scioccante non sono più armi o più guerre, con loro la garanzia di più morte e distruzione. Come americani ed esperti di sicurezza nazionale, esortiamo il presidente Biden e il Congresso a usare tutto il loro potere per porre rapidamente fine alla guerra tra Russia e Ucraina attraverso la diplomazia, tenendo conto in particolare dei gravi pericoli di un’escalation militare che potrebbe diventare incontrollabile. Sessant’anni fa, il presidente John F. Kennedy ha fatto un’osservazione cruciale per la nostra sopravvivenza oggi: “Pur difendendo i propri interessi vitali, le potenze nucleari devono evitare scontri che portano un avversario a scegliere tra una ritirata umiliante o una guerra nucleare. L’adozione di questo tipo di azioni nell’era nucleare sarebbe solo la prova del fallimento della nostra politica – o del desiderio di morte collettiva per tutto il mondo”. La causa immediata di questa disastrosa guerra ucraina è l’invasione russa. Tuttavia, i piani e le azioni per estendere la NATO ai confini della Russia hanno sollevato timori per la Russia. I leader russi hanno sostenuto questo punto di vista per 30 anni. Il fallimento della diplomazia ha portato alla guerra. Oggi la diplomazia è essenziale per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina prima che il conflitto distrugga l’Ucraina e metta in pericolo l’umanità. Il potenziale per la pace L’attuale ansia geopolitica della Russia è alimentata dai ricordi delle invasioni di Carlo XII, di Napoleone, del Kaiser tedesco e di Hitler. Le truppe americane facevano parte di una forza di invasione alleata che intervenne senza successo contro la parte vincente della guerra civile russa del dopoguerra. La Russia vede l’allargamento della NATO e la sua presenza ai suoi confini come una minaccia diretta; gli Stati Uniti e la NATO lo vedono solo come un’attenta preparazione. In diplomazia, devi cercare di analizzare le cose con una forma di empatia strategica, cercando di capire i tuoi avversari. Questa non è debolezza, è saggezza. Respingiamo l’idea che i diplomatici, in cerca di pace, debbano scegliere da che parte stare (in questo caso Russia o Ucraina). Favorendo la diplomazia, stiamo scegliendo di stare dal lato della ragione,...
di M. K. Bhadrakumarha FONTE ARTICOLO: https://www.investigaction.net/fr/pourquoi-la-declaration-du-g7-fait-limpasse-sur-la-tant-attendue-contre-offensive-ukrainienne Molto attesa, la controffensiva ucraina brilla per la sua assenza nella dichiarazione finale dell’ultima riunione del G7 che si è tenuta a Hiroshima. Poco prima, un articolo di Politico aveva messo in luce il piano di alti funzionari statunitensi di congelare il conflitto in Ucraina. L’ex diplomatico indiano, M.K. Bhadrakumar ne analizza le ragioni. Pubblicata dopo l’incontro al vertice di Hiroshima, la dichiarazione di 2.700 parole dei leader del G7 sull’Ucraina ha tralasciato la questione ardente del momento: la controffensiva contro le forze russe. Un silenzio assordante, mentre circolano voci sulla scomparsa del comandante in capo delle forze armate ucraine. È significativo che lo stesso presidente Vlodimir Zelensky scompaia da Kiev per visitare le capitali del mondo – Helsinki, L’Aia, Roma, Vaticano, Berlino, Parigi, Londra, Jeddah e Hiroshima. Sembra esserci qualcosa di marcio nel regno di Danimarca. Alla fine del vertice del G7, il leader del gruppo Wagner, Evgeniy Prigozhin, ha annunciato che l’operazione russa per catturare il centro di comunicazione strategica di Bakhmut, nella regione del Donbass nell’Ucraina orientale, era terminata con successo dopo 224 giorni di combattimento, tanto i giorni necessari per superare la resistenza degli oltre 80.000 soldati ucraini qui dispiegati. È un momento doloroso per Zelensky. Lo scorso dicembre, prima che i deputati statunitensi si radunassero al Campidoglio, si vantava che «proprio come la battaglia di Saratoga (nel 1777, durante la guerra rivoluzionaria americana), la lotta per Bakhmut cambierà la traiettoria della nostra guerra per l’indipendenza e la libertà». Nel frattempo, per distogliere l’attenzione, si parla di un sottile cambiamento nella politica americana in merito alla fornitura, in un futuro indeterminato, di aerei da combattimento F-16 da destinare all’Ucraina. In realtà, nessuno può dire come sarà lo stato ucraino quando arriveranno gli aerei. Non sorprende, quindi, che l’amministrazione Biden sembri ancora titubante. L’F-16 è un prodotto di esportazione alla moda; cosa accadrebbe se i russi ne rovinassero la fama facendolo esplodere con le loro armi ad alta tecnologia? Per i russi, sembra che sia necessaria una vittoria totale per far capire agli americani e agli inglesi che Mosca non sta scherzando con i tre obiettivi posti alla base dell’operazione militare speciale – tre obiettivi che non sono negoziabili: la sicurezza della comunità etnica russa e il suo diritto a vivere in pace e dignità nei nuovi territori ; la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina; e un’Ucraina neutrale, sovrana e indipendente, liberata dalle grinfie degli Stati Uniti e non più un vicino ostile. Certo, l’ostilità senza precedenti degli Stati Uniti nei confronti della Russia ha solo rafforzato la determinazione di Mosca. Se l’alleanza anglosassone continua ad attraversare le fasi crescenti, l’operazione russa potrebbe estendersi all’intera regione ad est del fiume Dnepr. I russi sono impegnati in questa guerra a lungo termine e la palla è nel campo degli Stati Uniti. Ho in mente un discorso tenuto lo scorso luglio dal presidente Vladimir Putin davanti alla Duma. Ha detto: «Oggi sentiamo che vogliono sconfiggerci sul campo di battaglia. Cosa posso dire ? Lasciamoli...
Di Hauke Ritz, multipolar-magazin.de | Traduzione di oval.media FONTE ARTCOLO: La Guerra contro il mondo multipolare – Come Don Chisciotte Politici di spicco suggeriscono che si potrebbe rischiare una continua escalation della guerra in Ucraina perché una vittoria russa sarebbe peggiore di una terza guerra mondiale. A cosa è dovuta questa enorme volontà di escalation? Perché sembra non esistere un piano B? Per quale motivo l’élite politica degli Stati Uniti e quella della Germania hanno legato il proprio destino all’imposizione di un ordine mondiale a guida occidentale? Non si può ignorare che il mondo occidentale sia in preda a una sorta di frenesia bellica nei confronti della Russia. Ogni escalation sembra portare quasi automaticamente alla successiva. Non appena è stata decisa la consegna di carri armati all’Ucraina, si è parlato della consegna di jet da combattimento. Un drone spia americano era appena stato abbattuto vicino al confine russo dal passaggio ravvicinato di un caccia russo, quando la Corte penale internazionale dell’Aia ha pubblicato un mandato di arresto per Vladimir Putin. Criminalizzando il presidente russo, l’Occidente ha deliberatamente distrutto il percorso verso una soluzione negoziale e ha portato l’escalation a un nuovo livello. Ma come se il livello così raggiunto non fosse abbastanza alto, la Gran Bretagna ha annunciato la consegna di munizioni all’uranio, considerate armi “convenzionali” che lasciano una contaminazione radioattiva sul luogo dell’esplosione. La risposta di Mosca non si è fatta attendere ed è consistita nella decisione di posizionare armi nucleari tattiche in Bielorussia a stretto giro. La rinuncia al controllo dell‘escalation Da dove deriva questa disposizione quasi automatica all’escalation da parte dei politici al potere oggi? È un fenomeno di decadenza? Qualcosa di analogo si verifica quando l’adattamento allo Zeitgeist (lo spirito del tempo) è diventato più importante dell’adattamento alla realtà. Oppure la disponibilità all’escalation può essere spiegata razionalmente? È forse l’espressione di un certo obiettivo politico che è stato minacciato ma che non può essere abbandonato dalla classe politica al potere e che quindi sembra raggiungibile solo attraverso un azzardo? Una dichiarazione molto significativa, rilasciata dal Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg il 18 febbraio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, fa pensare a quest’ultima ipotesi: Stoltenberg ha ammesso nel suo discorso che, continuando a sostenere l’Ucraina, c’era il rischio di un’escalation militare tra la NATO e la Russia che non poteva più essere controllata. Tuttavia, ha fatto seguito a questa ammissione chiarendo immediatamente che non esistono soluzioni prive di rischi e “che il rischio più grande di tutti sarebbe una vittoria russa”. In un certo senso, Stoltenberg ha legittimato il rischio di un’escalation militare tra le due superpotenze nucleari. In altre parole, si potrebbe tranquillamente rischiare l’escalation perché una vittoria russa in Ucraina sarebbe potenzialmente peggiore di una terza guerra mondiale. Ora, si potrebbe liquidare la dichiarazione di Stoltenberg come irrazionale se non fosse in linea con altre dichiarazioni allarmanti di politici, militari e persone che gravitano in questi mondi. Si consideri, ad esempio, l’osservazione fiduciosa di Rob Bauer, Presidente del Comitato militare della NATO, che si è detto sicuro che Putin non...
Il testo del comunicato è stato diffuso attraverso i vari canali social delle istituzioni cinesi in Italia. È stato riferito che il comunicato dei leader del #G7 di Hiroshima e altri documenti adottati al Vertice contengono commenti volti a enfatizzare le questioni legate alla Cina, tra cui commenti irresponsabili sulla situazione nello Stretto di Taiwan e accuse relative al Mar Cinese Orientale, Mar Cinese Meridionale, Hong Kong, Xinjiang, Tibet e al potere nucleare cinese, la professata opposizione del G7 a qualsiasi tentativo unilaterale di cambiare lo status quo e affermazioni sulla “coercizione economica” che alludono alla Cina. Di seguito il commento della Cina: Il G7 fa dichiarazioni altisonanti sulla “promozione di un mondo pacifico, stabile e prospero”, ma ciò che fa è ostacolare la pace internazionale, minare la stabilità regionale e frenare lo sviluppo di altri Paesi. Questo dimostra semplicemente quanto sia scarsa la credibilità internazionale del G7. Nonostante le serie preoccupazioni della Cina, il G7 ha usato le questioni che riguardano la Cina per diffamare e attaccare la Cina e interferire sfacciatamente negli affari interni del Paese. La Cina deplora con forza e si oppone fermamente a tutto ciò e ha presentato serie rimostranze al Giappone, ospite del vertice, e alle altre parti interessate. Taiwan è la Taiwan della Cina. Risolvere la questione di Taiwan è una questione che riguarda i cinesi, una questione che deve essere risolta dai cinesi. Il principio di una sola Cina è la solida ancora per la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan. Il G7 continua a sottolineare la pace tra le due sponde dello Stretto, ma non dice nulla sulla necessità di opporsi all'”indipendenza di Taiwan”. Ciò costituisce di fatto una connivenza e un sostegno alle forze “indipendentiste di Taiwan” e non potrà che avere un grave impatto sulla pace e sulla stabilità dello Stretto. Nessuno dovrebbe sottovalutare la determinazione, la risolutezza e la capacità del popolo cinese di salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale della Cina. Le questioni relative a Hong Kong, allo Xinjiang e al Tibet sono esclusivamente affari interni della Cina. La Cina si oppone fermamente all’interferenza di qualsiasi forza esterna in questi affari con il pretesto dei diritti umani. Il G7 deve smettere di puntare il dito contro la Cina per quanto riguarda Hong Kong, lo Xinjiang e il Tibet e guardare con attenzione alla propria storia e ai propri risultati in materia di diritti umani. La Cina è un fermo difensore e collaboratore dello Stato di diritto marittimo internazionale. Il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale sono rimasti complessivamente stabili. I Paesi interessati devono rispettare gli sforzi dei Paesi regionali per sostenere la pace e la stabilità e smettere di usare le questioni marittime per creare un cuneo tra i Paesi regionali e incitare il confronto tra blocchi. Per quanto riguarda la “coercizione economica”, le massicce sanzioni unilaterali e gli atti di “disaccoppiamento” interruzione delle catene industriali e di approvvigionamento fanno degli Stati Uniti il vero coercitore che politicizza e arma le relazioni...
FONTE ARTICOLO: https://www.aljazeera.com/news/2023/5/19/analysis-how-important-is-syrias-return-to-the-arab-league Molti stati arabi hanno accettato che, in Siria, il governo di Bashar al-Assad sia sopravvissuto e, adesso, vogliono tornare alle normali relazioni. Il ritorno della Siria in seno alla Lega araba, con la presenza del presidente Bashar al-Assad all’ultimo vertice dell’organizzazione tenutosi in Arabia Saudita, riguarderà, principalmente, il simbolismo; Tuttavia, riflette un importante cambiamento nel modo in cui gli attori regionali vedono la realtà della sopravvivenza del governo di al-Assad in Siria; modi che sono in contrasto con l’Occidente. Più di 11 anni dopo che la Siria è stata sospesa dall’istituzione panaraba con una decisione seguita alla brutale repressione dei manifestanti dell’opposizione e della conseguente guerra scoppiata nel paese; il consenso emergente nelle capitali arabe oggi, a torto o a ragione, è che affrontare i problemi della Siria richieda impegno con Damasco. Comprendendo la crisi siriana come un problema arabo, gli stati arabi sono determinati a perseguire strategie arabe per superare gli impatti tossici e destabilizzanti di questo conflitto sulla regione. Secondo gli analisti, gli Stati arabi sperano che mitigando il conflitto, possano iniziare a invertire le reti associate al traffico di droga, le crisi dei rifugiati, l’indebolimento della sicurezza delle frontiere e il ruolo intensificato delle forze iraniane e delle milizie sostenute da Teheran in Siria. Secondo Aron Lund, un collega del Century International e analista del Medio Oriente, riconquistare l’appartenenza a pieno titolo alla Lega Araba segna una vittoria importante per il governo siriano, . “Il permesso di rientrare dimostra che la Siria si sta reintegrando nella regione e che altri leader arabi sono fiduciosi che Assad sia qui per restare. Quindi, è una vittoria politica per il governo di Damasco”, ha detto Lund ad Al Jazeera. “Di per sé, porta pochissimi cambiamenti concreti. La Siria ha un disperato bisogno di aiuti e investimenti. La Lega Araba non può fornire nulla di tutto ciò, ma ci sono stati del Golfo Arabo che possono farlo”. L’Arabia Saudita come un peso massimo regionale Uno spartiacque nella reintegrazione della Siria nell’ovile diplomatico del mondo arabo è arrivato all’inizio di quest’anno, quando l’Arabia Saudita ha iniziato a muoversi verso la riconciliazione con Damasco. Sia i terremoti del 6 febbraio che l’accordo diplomatico saudita-iraniano del 10 marzo hanno accelerato il movimento di Riyadh verso la rinormalizzazione delle relazioni con il regime di al-Assad. È giusto concludere che il ritorno della Siria nella Lega araba è diventato possibile solo dopo che l’Arabia Saudita ha cambiato posizione. Sebbene alcuni stati arabi come Qatar, Kuwait e Marocco non abbiano rinormalizzato i rapporti con Damasco e continuino a sostenere che il governo di al-Assad sia illegittimo, Riyadh ha usato la sua influenza di leader nel mondo arabo e islamico per convincerli a non ostacolare il ritorno della Siria alla Lega Araba. La mossa è pragmatica, con Riyad e altre capitali arabe che scelgono di trattare con Damasco in base a come percepiscono gli interessi nazionali dei loro paesi. Dal punto di vista di molti governi arabi, l’attuale strategia degli Stati Uniti e di...
di Fabio Massimo Parenti FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/25/pressione-degli-stati-uniti-sullitalia-verso-labbandono-della-nuova-via-della-seta/ In nome della sua sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, il governo italiano potrebbe rinunciare alla partecipazione alla BRI, la Nuova Via della Seta cinese, a discapito della propria economia. Di seguito la traduzione dell’articolo di Fabio Massimo Parenti per il Global Times. Sia i media stranieri che quelli nazionali hanno parlato del dilemma dell’Italia riguardo al rinnovo dell’accordo sulla Belt and Road Initiative (BRI, nota in italiano come Nuova Via della Seta, ndt) proposta dalla Cina che il Paese ha firmato nel marzo 2019. Come riportato dal Financial Times, l’accordo quadriennale per partecipare alla BRI “contiene una disposizione insolita per il rinnovo automatico alla scadenza nel marzo 2024, a meno che Roma non notifichi formalmente a Pechino la sua intenzione di ritirarsi tre mesi prima“. Il premier italiano Giorgia Meloni, appoggiata da una coalizione di destra in Parlamento, ha definito la decisione di firmare l’accordo un “grosso errore” durante la scorsa campagna elettorale. Tuttavia, il suo approccio alla Cina ha iniziato a cambiare lo scorso dicembre, dopo il suo incontro con il presidente cinese Xi Jinping a margine del vertice del G20 a Bali. In circa un’ora di colloqui, Meloni e Xi sono giunti a una convergenza su diversi punti di discussione, a partire dal riequilibrio del commercio bilaterale: l’Italia ha bisogno di esportare più beni e servizi in Cina per consolidare la ripresa post-Covid e soddisfare la domanda del mercato interno cinese, prodotti di consumo sempre più di alta qualità, per soddisfare le esigenze della sua nascente classe media. Tuttavia, nonostante gli evidenti vantaggi derivanti dal rafforzamento delle relazioni economiche Cina-Italia (la BRI si è dimostrata un’iniziativa inclusiva, pragmatica e di successo), Roma sembra essere vittima della sua limitazione endemica di sovranità, a causa della sua dipendenza non scritta dagli Stati Uniti dalla fine della seconda guerra mondiale. In quanto unica vera potenza mediterranea in Europa, grazie alla sua posizione privilegiata, l’Italia è tradizionalmente sotto sorveglianza speciale. Pertanto, indipendentemente dai “colori” del governo, sacrificare gli interessi nazionali italiani sull’altare dei vincoli geopolitici, agendo sotto forma di ingerenze esterne, potrebbe essere un’opzione. Di conseguenza, non sorprende che, secondo Bloomberg, la Meloni avrebbe esposto la sua disponibilità a rompere l’accordo con la Cina durante un incontro con il presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Kevin McCarthy. Sotto il primo governo Conte (2018-19), composto dal Movimento Cinque Stelle populista di sinistra e dalla Lega sovranista di destra, l’Italia ha cercato di realizzare un insolito esperimento politico con l’obiettivo di risollevare l’economia italiana dopo sette anni di austerità finanziaria all’interno del quadro del patto di stabilità e crescita dell’UE. La volontà di quel governo era quella di ripristinare il potere contrattuale dell’Italia nei confronti delle istituzioni sovranazionali – UE e NATO. Come si è mosso? Guardare ai BRICS è stata un’opzione per diversificare i vettori del commercio estero e della politica estera dell’Italia. Così, la scelta di firmare l’accordo sulla BRI ha reso l’Italia l’unico Paese del G7 ad aderire al mega-piano cinese, il che fu aspramente criticato dagli alleati. Il secondo governo Conte (2019-21), sostenuto dal Movimento Cinque Stelle e dal...