Dopo lo Scudo di Achille, un nuovo pacchetto militare americano da 4 miliardi trasforma la Grecia nella punta avanzata del blocco occidentale nel Mediterraneo orientale. L’Italia ha tutto da perdere a seguirla.
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L’archeologia sta diventando un nuovo terreno di scontro politico e territoriale nella Cisgiordania occupata. Alla fine dello scorso luglio 2026, nel corso della 48ma sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, riunito a Busan, Corea del Sud, l’UNESCO ha assunto alcune decisioni strettamente legate ai conflitti in corso, iscrivendo con procedura d’urgenza nuovi siti nella “Lista del Patrimonio Mondiale” e, contemporaneamente, nella “Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo”: tra questi il complesso dei cinque Castelli del Monte Amel nel Libano meridionale e il sito archeologico di Sebastia, nei pressi di Nablus, dove le autorità israeliane hanno disposto l’esproprio di circa 200 ettari.
Secondo Giulio Chinappi, il prolungamento della guerra contro l’Iran deriva dagli errori di calcolo di Stati Uniti e Israele sulla capacità di resistenza iraniana: superiorità militare e pressione economica non sono riuscite a tradursi nella resa politica di Teheran.
In un contesto di tensioni crescenti con la Turchia[1], la Grecia sta aumentando la spesa militare per modernizzare il proprio esercito (circa il 3,5% del PIL) e nei mesi scorsi ha acquistato un sistema difensivo multistrato, cioè anti-missile, anti-aereo e anti-drone da Israele, denominato “Scudo di Achille”, per 3 miliardi di dollari (l’agenzia “Reuters” ha stimato un costo complessivo pari a 4 miliardi di dollari), oltre a diversi tipi di droni e di aerei da trasporto militare Embraer C-390. Radar israeliani e missili delle aziende statali Rafael e IAI costituiscono il nucleo del sistema che dovrebbe essere operativo nel giro di 3 anni, mentre le aziende greche ne produrranno almeno il 25%.
L’aggressione israelo-statunitense alla Repubblica Islamica dell’Iran sta creando enormi problemi ai diversi attori internazionali, anche se con diverse sfumature.
Questa settimana il mondo si è svegliato di fronte a una realtà geopolitica che sarebbe sembrata inverosimile solo un anno fa. Il Pakistan, un Paese impegnato contemporaneamente nella guerra in Afghanistan, nella gestione di un’economia fragile e nel destreggiarsi tra una delle linee di faglia settarie più esplosive del mondo islamico, si è posto al centro del più importante sforzo diplomatico del decennio.
L’Amministrazione “neocons” Trump, presentata in Europa dai suoi agenti infiltrati come “isolazionista”, ha finalmente e definitivamente gettato la maschera imbarcandosi in un conflitto senza via d’uscita contro l’Iran.
Dai nuovi file del Dipartimento di Giustizia statunitense al rapporto privilegiato con Ehud Barak, fino alle vecchie ombre attorno a Robert Maxwell, la pista israeliana nel caso Epstein merita rigore documentale, non complottismo, ma solleva interrogativi politici e morali devastanti.
L’affondamento della fregata iraniana IRIS Dena al largo dello Sri Lanka, attribuito a un sottomarino statunitense, trasferisce l’escalation USA-Israele contro l’Iran fino all’Oceano Indiano. Tra timori di spillover regionale e critiche interne, l’India è accusata di un imbarazzante silenzio.