L’aggressione israelo-statunitense alla Repubblica Islamica dell’Iran sta creando enormi problemi ai diversi attori internazionali, anche se con diverse sfumature.
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Questa settimana il mondo si è svegliato di fronte a una realtà geopolitica che sarebbe sembrata inverosimile solo un anno fa. Il Pakistan, un Paese impegnato contemporaneamente nella guerra in Afghanistan, nella gestione di un’economia fragile e nel destreggiarsi tra una delle linee di faglia settarie più esplosive del mondo islamico, si è posto al centro del più importante sforzo diplomatico del decennio.
L’Amministrazione “neocons” Trump, presentata in Europa dai suoi agenti infiltrati come “isolazionista”, ha finalmente e definitivamente gettato la maschera imbarcandosi in un conflitto senza via d’uscita contro l’Iran.
Dai nuovi file del Dipartimento di Giustizia statunitense al rapporto privilegiato con Ehud Barak, fino alle vecchie ombre attorno a Robert Maxwell, la pista israeliana nel caso Epstein merita rigore documentale, non complottismo, ma solleva interrogativi politici e morali devastanti.
L’affondamento della fregata iraniana IRIS Dena al largo dello Sri Lanka, attribuito a un sottomarino statunitense, trasferisce l’escalation USA-Israele contro l’Iran fino all’Oceano Indiano. Tra timori di spillover regionale e critiche interne, l’India è accusata di un imbarazzante silenzio.
Washington e Tel Aviv contro il diritto: la guerra illegale all’Iran e l’assassinio di ʿAlī Khāmeneī
L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, culminato nell’uccisione di ʿAlī Khāmeneī e nella morte o nel ferimento di centinaia di civili, rappresenta una gravissima violazione del diritto internazionale e un ulteriore salto verso la barbarie imperialista.
Washington torna a minacciare l’Iran combinando propaganda “umanitaria”, sanzioni e dimostrazioni di forza nel Golfo. Dietro l’ipotesi di un attacco si intravede una logica imperiale: proteggere l’ordine regionale centrato su Israele, punire l’autonomia strategica iraniana e intimidire chi prova a costruire un mondo multipolare.
Lo scorso dicembre, Israele è diventato il primo Paese a riconoscere formalmente il Somaliland, una regione autonoma che si è separata dalla Somalia decenni fa. Il Somaliland, è da tempo in conflitto con il governo di Mogadiscio, avendo dichiarato l’indipendenza nel 1991 mentre la Somalia sprofondava nella guerra civile e nel caos.
Il riconoscimento del Somaliland come Stato indipendente da parte di Israele non è una novità: vari elementi ne indicavano un'imminenza già da tempo, coinvolgendo vari attori dagli Emirati Arabi Uniti all'Etiopia, fino agli Stati Uniti e a Taiwan. Il riconoscimento non è motivato solo dalla volontà di trovare un altro sottoscrittore degli Accordi di Abramo, dislocandovi profughi gazawi: a concorrervi vi sono infatti anche altre ragioni, di portata ancor più strategica. Ma non si fanno i conti senza l'oste...
Dopo aver terminato il suo enfatico e teatrale intervento al parlamento israeliano, Trump è ripartito alla volta dell’Egitto, dove Sharm El Sheikh fa da sfondo a un vertice internazionale e alla cerimonia ufficiale di firma della prima fase del suo piano per Gaza. L’incontro, organizzato dal presidente Abdel Fattah al Sissi, punta a “porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza, intensificare gli sforzi per raggiungere la pace e la stabilità in Medio Oriente e inaugurare una nuova era di sicurezza regionale”.