Nell’80° anniversario dell’avvio del Processo di Tokyo, Rana Mitter sottolinea il ruolo della Cina nella giustizia internazionale del dopoguerra e invita a rileggere quel tribunale come fondamento della sovranità eguale e del diritto internazionale moderno.
Cina Mediatore Internazionale
In un contesto di tensioni inedite e crescenti rischi di conflitto su scala regionale, Pechino mantiene una linea di equilibrio scrupoloso: ribadire il rispetto della Carta Onu, condannare l’uso della forza e chiamare Stati Uniti e Israele alla responsabilità, proponendo soluzioni negoziali.
Disponibile per l'acquisto la copia cartacea di Cina: una potenza responsabile nell'attuale crisi geopolitica mondiale, un focus prodotto dal Centro Studi Eurasia e Mediterraneo.
Nell’ultimo giorno della conferenza del Dialogo Shangri-La (Singapore, 2-4 giugno 2023), il consigliere di Stato cinese e ministro della Difesa Li Shangfu ha tenuto un discorso sulla nuova iniziativa di sicurezza cinese, sottolineando che “un nuovo percorso verso la sicurezza prevede il dialogo piuttosto che il confronto, la partnership piuttosto che l’alleanza e il vantaggio per tutti rispetto al gioco a somma zero”[1].
Da quell’ormai lontano 2013, il progetto della Belt and Road Initiative (inizialmente noto come One Belt, One Road, “una cintura, una via”) ha preso sempre più forma e, in una decade, ha espanso i propri orizzonti e programmi con il fine di dar vita nuovamente all’antica via della seta; ma, mentre quest’ultima aveva anticamente l’obiettivo principale di connettere l’Est e l’Ovest così che le diverse civiltà sviluppatesi lungo questo asse commerciale potessero comunicare e prosperare con gli scambi reciproci, l’obiettivo della Nuova Via della Seta è quello di dotare la Cina di un supporto che le permetta di aprirsi al mondo esterno. Per poter fare ciò, la Cina ha puntato a facilitare la connettività e l’efficienza delle rotte commerciali, diminuendone i costi per il trasporto delle merci, nonché garantendo la sicurezza delle significative importazioni cinesi e dei flussi di esportazione. Nel 2013, il Presidente Xi Jinping introdusse questo progetto spiegando il doppio volto della Belt and Road Initiative, secondo la quale, con “Belt” si voleva intendere la Silk Road Economic Belt, vale a dire la “zona economica della via della seta”, riferita alle tratte terrestri, mentre per “Road”, il riferimento era alle rotte marittime, dunque alla 21st Century Maritime Silk Road, la “rotta marittima del 21esimo secolo”.
Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il confronto ideologico mondiale della Guerra Fredda terminò lasciando, di fatto, gli Stati Uniti come vincitori e apparentemente come unica grande potenza, egemone ed imperialista sullo scacchiere politico internazionale; in virtù del nuovo scenario internazionale e poiché l’interesse africano degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda era stato principalmente dettato dalle esigenze di dare una risposta al coinvolgimento dell’URSS nel continente, l’Africa perse inevitabilmente il suo posto nelle proiezioni strategiche statunitensi per l’era post-guerra fredda e, conseguentemente, finì ai margini rispetto al palcoscenico illuminato dalla Storia.
L’Italia è l’unico Paese europeo ad avere con la Cina una relazione culturale e storica, che risale a Marco Polo (Venezia, 1254-1324) e Matteo Ricci (Macerata, 1552 – Pechino, 1610) ed è proseguita anche a seguito dell’istituzione della Repubblica Popolare Cinese (1949), grazie a figure politiche di spicco come Pietro Nenni, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira ed Enrico Mattei. Nel 1952 Ferruccio Parri fondò il Centro studi per lo sviluppo delle relazioni economiche e culturali con la Cina.
Nell’ultimo giorno della conferenza del Dialogo Shangri-La (Singapore, 2-4 giugno 2023), il consigliere di Stato cinese e ministro della Difesa Li Shangfu ha tenuto un discorso sulla nuova iniziativa di sicurezza cinese, sottolineando che “un nuovo percorso verso la sicurezza prevede il dialogo piuttosto che il confronto, la partnership piuttosto che l’alleanza e il vantaggio per tutti rispetto al gioco a somma zero”[1].
Dal 1991, ogni anno l’Africa si conferma la prima meta intercontinentale del Ministro degli Esteri cinese. La tradizione ha resistito a tre ricambi di leadership, all’emarginazione diplomatica del post-Tian’anmen, alla crisi finanziaria del 2008 e persino al Covid-19. Primo partner commerciale del continente, secondo la China Africa Research Initiative (CARI) della John Hopkins University, negli ultimi venti anni la Cina ha rappresentato la prima fonte di finanziamenti infrastrutturali. Ha costruito ferrovie e autostrade, porti, stadi e scuole. L’arrivo di capitali cinesi ha creato 4.5 milioni di posti di lavoro per la popolazione locale. […] La corsa alle materie prime è il passato; la Cina ex fabbrica del mondo guarda al futuro. Sul lungo periodo, l’Africa si potrebbe dimostrare di importanza strategica non più solo per i metalli, i minerali ed il legname, ma anche e soprattutto per le sue caratteristiche: con una popolazione giovane e in crescita costante il continente possiede manodopera a basso costo e necessita di beni e servizi.
L’interpretazione occidentale alla Belt and Road Initiative ha spesso riflettuto una prospettiva geopolitica, focalizzata sulla presunta strategia di espansione dell’influenza cinese. Questo sguardo, predominante soprattutto tra gli accademici statunitensi ed europei, ha trascurato talvolta gli impatti positivi che la BRI ha avuto nei Paesi coinvolti, privilegiando la dimensione geopolitica a discapito degli sviluppi economici e infrastrutturali.