Dall’Arabia Saudita agli Emirati, dall’Oman all’Iraq, il Medio Oriente cerca di riadattarsi per salvaguardare la sua economia e il suo ruolo di cerniera logistica tra Europa e Asia.
Area Golfo Persico
L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC non decreta la scomparsa formale del cartello petrolifero, ma ne indebolisce la funzione storica: coordinare l’offerta, disciplinare i produttori e preservare l’influenza strategica dei Paesi esportatori in una fase di transizione energetica e tensioni geopolitiche.
L’insediamento di Ali al-Zaidi il 14 maggio chiude formalmente lo stallo istituzionale iracheno, ma apre una fase ancora più complessa: Baghdad deve governare una crisi interna irrisolta, le pressioni statunitensi sulle milizie e l’impatto economico del blocco di Hormuz.
Gli USA, così come hanno fatto con il conflitto in Ucraina e la distruzione del Nord Stream, puntano ora a diventare i principali esportatori di petrolio verso Europa e in parte Asia dopo esserlo già di GNL.
L’Arabia Saudita non ha rotto con Washington, ma ha smesso di comportarsi come un alleato subordinato. Tra BRICS, Cina, Iran, yuan energetico e guerra contro Teheran, Riyadh cerca di trasformarsi da pilastro dell’ordine statunitense a potenza autonoma del mondo multipolare.
L’elezione del nuovo presidente Nizar Amedi l’11 aprile ha sbloccato solo formalmente la crisi istituzionale irachena. Baghdad resta stretta tra pressioni statunitensi, relazioni con l’Iran, guerra regionale e un sistema politico incapace di trasformare il voto in reale sovranità nazionale.
Nel pieno dell’escalation militare contro l’Iran e dell’aggravarsi dell’instabilità regionale, Cina e Pakistan rilanciano una piattaforma diplomatica comune fondata su cessate il fuoco, sicurezza della navigazione, tutela dei civili e centralità della Carta delle Nazioni Unite.
Di Alessandro Fanetti “Non vi è progresso senza conflitto: questa è la legge che la civiltà ha seguito fino ai nostri giorni.” – Karl Marx Il 2026 si sta configurando come uno degli anni più densi di tensioni geopolitiche dalla fine della Guerra Fredda. Il confronto tra un ordine internazionale unipolare, emerso dopo il crollo dell’URSS (1989–1991), e una crescente spinta multipolare, sostenuta da potenze emergenti, attraversa ormai tutti i continenti. Non si tratta più di una contrapposizione “teorica”: è uno scontro concreto che si manifesta in una serie di “punti caldi” globali, dove le grandi potenze sono coinvolte direttamente o indirettamente sotto tutti i punti vista. Con il rischio sempre maggiore che questi vari conflitti diventino un tutt’uno, portando i vari poli più attivi e potenti in questo scontro unipolarismo – multipolarismo a fronteggiarsi anche militarmente senza “intermediazioni”. America Latina e il caso Venezuela: laboratorio geopolitico L’America Latina è tornata al centro della competizione globale, con il Venezuela che ne rappresenta oggi il caso più emblematico insieme a Cuba. Nel gennaio 2026 un’operazione militare statunitense, fuori da ogni norma internazionale, ha portato al sequestro del Presidente Maduro e di sua moglie a Caracas (con il martirio anche di 32 cubani che li difendevano), ufficialmente venduto come lotta al narcotraffico (anche se poi l’accusa è miseramente caduta anche negli uffici giudiziari di New York). “Scopiazzando” Sallustio che nel 54 A.C. scrisse “Invettiva contro Cicerone e gli spacciatori di onestà”, si potrebbe scrivere un pamphlet intitolato “Invettiva contro il mancato premio Nobel per la Pace e gli (altri) spacciatori di onestà”. L’evento ha suscitato generali reazioni internazionali indignate, con Russia, Cuba e Cina in primis (ma anche altri attori) che lo hanno definito come una palese violazione della sovranità nazionale e del diritto internazionale. Dopo la cattura, il potere è passato alla Vicepresidente Delcy Rodríguez, con il nuovo esecutivo che ha avviato un processo di ristrutturazione interna (rilascio di vari prigionieri, tentativi di apertura economica, riorganizzazione del potere e allontanamento di figure chiave legate al precedente assetto). Tra i cambiamenti più rilevanti vi è stata anche la rimozione del Ministro della Difesa Vladimir Padrino López dopo più di dieci anni di fedele e leale servizio, figura centrale del sistema chavista. Questa mossa segnala un tentativo di consolidamento del potere da parte della nuova leadership e di ridefinizione degli equilibri tra politica e forze armate. Anche se ancora oggi nella gestione politica più in “basso” il Chavismo è lontano dall’essere stato “rimodellato” o addirittura cancellato. Cuba: resistenza sotto pressione Cuba rappresenta un altro nodo fondamentale della regione. L’isola continua a vivere una situazione economica estremamente difficile, aggravata dalle sanzioni e dalle restrizioni statunitensi, peggiorate con l’Amministrazione Trump. La carenza di energia e carburante, con le conseguenti difficoltà sociali, sono elementi strutturali di questa crisi. Nonostante ciò, il sistema politico cubano resiste e anche il famoso poeta cubano Silvio Rodrìguez ha lanciato un appello alla resistenza “esigendo un fucile AKM” per contribuire alla difesa di Cuba in caso di aggressione (nonostante la...
Mentre i principali snodi energetici del pianeta si trasformano in zone di guerra, l'Europa si scopre vulnerabile come mai prima d'ora. Abbiamo analizzato lo scenario con Alessandro Volpi. docente di Storia contemporanea e Storia del movimento operaio e sindacale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa. Storico attento alle dinamiche dei mercati finanziari e alla loro evoluzione contemporanea, Volpi è autore di numerosi saggi che indagano le trasformazioni del capitalismo e i processi di finanziarizzazione dell'economia. La sua analisi si distingue per la capacità di connettere i mutamenti geopolitici globali con le ripercussioni concrete sui sistemi produttivi locali, offrendo una prospettiva critica sull'attuale architettura economica internazionale.
Il primo vertice trilaterale ASEAN-Cina-GCC è stato una celebrazione de facto dello spirito della Nuova Via della Seta.