On 7 August, Pakistan, Saudi Arabia and Turkey signed a historic agreement in Mecca aimed at strengthening defence cooperation against common threats. The “Mecca Pact”, a term coined for the deal by various analysts, builds upon a previous bilateral treaty between Riyadh and Islamabad, stipulating that an attack on any of these nations is an attack on all and underscoring the Islamic world’s ambition to reduce security dependence on foreign actors.
Area Golfo Persico
Il 7 agosto, Pakistan, Arabia Saudita e Turchia hanno firmato alla Mecca uno storico accordo volto a rafforzare la cooperazione in materia di difesa contro le minacce comuni. Il "Patto della Mecca", termine coniato da diversi analisti per definire l'accordo, si basa su un precedente trattato bilaterale tra Riyadh e Islamabad, che stabilisce che un attacco a una qualsiasi di queste nazioni è un attacco a tutte, sottolineando l'ambizione del mondo islamico di ridurre la dipendenza della propria sicurezza da attori stranieri.
Oltre la «NATO sunnita»: l’alleanza della Mecca e la crisi dell’ordine statunitense in Medio Oriente
Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno formalizzato un patto di difesa collettiva che alcuni media occidentali hanno già ribattezzato «NATO sunnita». L’accordo segna però soprattutto la ricerca di un’autonomia strategica regionale, in un Medio Oriente profondamente trasformato dalla crisi dell’egemonia statunitense.
Il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz e la capacità degli Houthi di condizionare Bāb al-Mandab trasformano il conflitto in una contesa sulle arterie dell’economia mondiale, mostrando i limiti della superiorità militare statunitense e israeliana.
Amid constant instability in the Middle East, there is no other Gulf state that has attempted to alter regional power balances as much as the United Arab Emirates. By employing an array of policies, ranging from active intervention in neighbouring civil wars to fostering diplomatic ties with former adversaries, Abu Dhabi seeks to radically transform the region, install friendly governments in fragile countries and enhance its position as a global financial hub. However, 2026 has been a disastrous year for the Emirati authorities so far, due to the setbacks for pro-UAE forces in Yemen and Sudan and the financial implications of the war in Iran.
Nel contesto della costante instabilità in Medio Oriente, nessun altro Stato del Golfo ha tentato di alterare gli equilibri di potere regionali quanto gli Emirati Arabi Uniti. Attraverso una serie di politiche, che vanno dall’intervento attivo nelle guerre civili dei Paesi vicini al rafforzamento dei legami diplomatici con ex avversari, Abu Dhabi cerca di trasformare radicalmente la regione, insediare governi amici in Paesi fragili e consolidare la propria posizione di centro finanziario globale.
Dall’Arabia Saudita agli Emirati, dall’Oman all’Iraq, il Medio Oriente cerca di riadattarsi per salvaguardare la sua economia e il suo ruolo di cerniera logistica tra Europa e Asia.
L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC non decreta la scomparsa formale del cartello petrolifero, ma ne indebolisce la funzione storica: coordinare l’offerta, disciplinare i produttori e preservare l’influenza strategica dei Paesi esportatori in una fase di transizione energetica e tensioni geopolitiche.
L’insediamento di Ali al-Zaidi il 14 maggio chiude formalmente lo stallo istituzionale iracheno, ma apre una fase ancora più complessa: Baghdad deve governare una crisi interna irrisolta, le pressioni statunitensi sulle milizie e l’impatto economico del blocco di Hormuz.
Gli USA, così come hanno fatto con il conflitto in Ucraina e la distruzione del Nord Stream, puntano ora a diventare i principali esportatori di petrolio verso Europa e in parte Asia dopo esserlo già di GNL.