15 Settembre 2026
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Il 7 agosto, Pakistan, Arabia Saudita e Turchia hanno firmato alla Mecca uno storico accordo volto a rafforzare la cooperazione in materia di difesa contro le minacce comuni. Il "Patto della Mecca", termine coniato da diversi analisti per definire l'accordo, si basa su un precedente trattato bilaterale tra Riyadh e Islamabad, che stabilisce che un attacco a una qualsiasi di queste nazioni è un attacco a tutte, sottolineando l'ambizione del mondo islamico di ridurre la dipendenza della propria sicurezza da attori stranieri.

di Petros Devrikis

Il 7 agosto, Pakistan, Arabia Saudita e Turchia hanno firmato alla Mecca uno storico accordo volto a rafforzare la cooperazione in materia di difesa contro le minacce comuni. Il “Patto della Mecca”, termine coniato da diversi analisti per definire l’accordo, si basa su un precedente trattato bilaterale tra Riyadh e Islamabad, che stabilisce che un attacco a una qualsiasi di queste nazioni è un attacco a tutte, sottolineando l’ambizione del mondo islamico di ridurre la dipendenza della propria sicurezza da attori stranieri.

I tre Stati membri mirano a modellare il blocco sul modello della NATO, conducendo esercitazioni militari congiunte, istituendo strutture istituzionali e accogliendo nuovi Paesi che condividono simili preoccupazioni in materia di difesa.

I recenti sviluppi regionali indicano che il Patto della Mecca non è nato dal nulla. La guerra tra Iran e Stati Uniti ha rivelato significative vulnerabilità nella capacità di deterrenza degli Stati del Golfo, nonostante la loro attiva collaborazione in materia di sicurezza con Washington. La preferenza americana per Israele ha esposto gli Stati arabi agli attacchi iraniani e ha messo in discussione il loro status di rifugio sicuro in una regione instabile, con gravi ripercussioni sul settore energetico. Inoltre, ogni Paese ha le proprie specifiche preoccupazioni in materia di sicurezza. L’Arabia Saudita vuole porre fine agli attacchi contro i suoi impianti e infrastrutture petrolifere da parte degli Houthi, sostenuti dall’Iran. La Turchia è preoccupata per l’agenda egemonica di Israele nel Levante e per i suoi continui attacchi a Gaza, in Libano e in Siria. Infine, la principale minaccia per il Pakistan rimane l’India, soprattutto a causa della situazione politica del Kashmir e del conflitto previsto per il 2025. Ad alimentare ulteriormente le tensioni, la sospensione unilaterale da parte di Nuova Delhi del Trattato sulle acque dell’Indo ha suscitato l’indignazione di Islamabad, che dipende dal sistema fluviale per l’agricoltura e la produzione di energia.

L’alleanza unisce tre Stati con capacità uniche e complementari. L’Arabia Saudita rappresenta una potenza finanziaria con una fiorente industria petrolifera e ambiziose aspettative, come dimostra il piano Vision 2030 del regno. Uno dei principi cardine del piano è la localizzazione della spesa per la difesa, un obiettivo facilitato dalla creazione del patto grazie alla possibilità di formare joint venture e collaborare con imprese alleate del settore degli armamenti. La Turchia è uno Stato membro della NATO che vanta un’industria bellica nazionale orientata all’esportazione e una politica interventista attiva, essendo intervenuta nei conflitti in Siria, Libia e Somalia. Il Pakistan, invece, è uno Stato dotato di armi nucleari e con forze armate esperte, che mira a rafforzare il suo rapporto strategico con la Cina con ulteriori garanzie di sicurezza.

Attualmente non esiste una tabella di marcia ufficiale su come un altro Stato possa aderire al patto. L’Egitto avrebbe espresso interesse ad aderire, con il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan che ha descritto il Cairo come un “partner naturale”. Tuttavia, al-Sisi sta attualmente valutando l’allineamento del blocco con il più ampio contesto geopolitico del Paese.

L’Egitto, per ragioni di interessi, non ha fretta di aderire a un trattato vincolante che potrebbe contrastare con le sue politiche. Rispetto agli altri membri del patto, ha relazioni più cordiali con Israele e una partnership strategica con la Grecia, incentrata sull’energia e sulla sicurezza marittima, in contrasto con le rivendicazioni di Ankara sulla zona economica esclusiva (ZEE). Altri potenziali candidati includono Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, con i primi due che risultano i più vulnerabili alla guerra contro l’Iran e quindi i più interessati a migliorare i propri meccanismi di deterrenza.

Sebbene l’accordo trilaterale offra determinate capacità e opportunità, presenta anche numerose sfide che ne metteranno alla prova l’efficacia e la resilienza. Tra i prematuri paragoni con la NATO, uno dei maggiori interrogativi riguarda la possibilità che il patto possa effettivamente assomigliare all’alleanza nordatlantica nella sua dottrina. In particolare, non è ancora chiaro come la clausola di “difesa reciproca” possa essere attuata in caso di attacco a uno dei membri. Le enormi distanze geografiche tra i membri e gli elevati costi logistici impediscono un massiccio dispiegamento di truppe all’estero, con gli Stati che riducono la propria presenza militare globale a basi estere o missioni di pace. Una possibile soluzione al problema potrebbe essere la creazione di forze congiunte di reazione rapida, dislocate in tutti e tre i paesi, al fine di rispondere tempestivamente a eventuali conflitti localizzati.

Un’altra sfida importante è rappresentata dalla reazione delle due principali potenze regionali: Iran e Israele. I funzionari di Tel Aviv sono stati allarmati dagli sviluppi alla Mecca e hanno sollecitato un miglioramento delle relazioni con Grecia, Cipro, India ed Emirati Arabi Uniti per compensare eventuali vantaggi. Nel frattempo, Teheran ha adottato una posizione più ambigua: il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ufficialmente accolto con favore la creazione del patto, in quanto segnalerebbe la necessità di unità tra i paesi musulmani. Tuttavia, i politici più intransigenti interpretano l’alleanza come un “accordo di carta”, come ad esempio Ibrahim Rezaei, membro del Comitato per la Sicurezza Nazionale, il quale ha affermato che non fornirà a Riyadh alcuna garanzia di sicurezza, analogamente alla presenza militare americana. Una delle principali preoccupazioni dell’Iran è che il patto possa ritorcersi contro il movimento Houthi in Yemen, causando un’ulteriore battuta d’arresto per il suo “Asse della Resistenza” dopo le intense guerre a Gaza e in Libano.

Un ultimo punto da considerare è il conflitto di interessi tra gli Stati membri. Ciò è evidente dalle diverse priorità geopolitiche di ogni paese e dalle loro varie relazioni con gli Stati Uniti e Israele. L’Arabia Saudita ha un partenariato strategico con Washington ed è disposta a normalizzare i rapporti con Tel Aviv se verrà istituito uno stato palestinese indipendente. La Turchia ha goduto di maggiore sostegno sotto l’amministrazione Trump, mentre la sua relazione, un tempo vivace, con Israele è stata interrotta in seguito alla guerra di Gaza. Infine, il Pakistan mantiene una relazione ambivalente con Washington, recentemente amplificata dal ruolo di Islamabad come mediatore nel conflitto con l’Iran, e non ha una tabella di marcia per il riconoscimento di Israele, a differenza dei suoi forti legami bilaterali con Teheran. Per sfruttare al meglio l’alleanza ed evitare conflitti interni, Riyadh, Ankara e Islamabad.

È necessario perseguire una strategia unitaria su una serie di questioni, che si tratti di appalti per la difesa, relazioni con paesi stranieri o mediazione nei conflitti.

In conclusione, il Patto della Mecca solleva diversi interrogativi sulla sua evoluzione istituzionale e sulla sua risposta alle sfide alla sicurezza regionale. Pur mirando a ridurre la dipendenza da fornitori di sicurezza stranieri, la sua efficacia dipende dalla capacità degli Stati membri di coordinare le strategie di difesa e di tradurre gli obiettivi condivisi in politiche concrete.

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