18 Luglio 2026
VAPORGRAM_IMG_1780873877437.png

Di Giovanni Amicarella

Difficile parlare di Cina. O almeno, facile farlo in modo approssimativo, nel bene e nel male.

Di analisi sulla Cina eccessivamente critiche ci ha ben abituato la presenza fitta e pingue nella stampa “mainstream” di penne particolarmente affilate (e altrettanto ignoranti), con una precisa agenda politica. Di analisi poco profonde, a tratti infantili e speranzose, di una Cina scevra da difetti e criticità ci hanno abituato invece in parte certe branche “antisistema“.

Se c’è una cosa che accomuna l’opera di Fabio Massimo Parenti alle analisi internazionali del CeSEM, rappresentato per l’occasione dal vicepresidente Stefano Vernole, è proprio la capacità di dare strumenti di analisi critica, per formare coscienze critiche. Attraverso un’analisi che ha toccato dalla dimensione confuciana a quella di mercato, da quella geopolitica a quella etnica, il dialogo moderato da Fabio De Maio (Logos e Civiltà) ha contribuito a decostruire, a un pubblico numeroso e partecipativo, una serie di preconcetti.

Il libro nasce dopo alcune riflessioni dall’anno scorso, dopo che la Cina decide di non accettare più i diktat statunitensi, reagendo autonomamente contro l’imposizione dei dazi. Parenti ha così l’ispirazione, radicata anche nel suo interesse della storia cinese, di una Cina che non si fa più usare. Per l’appunto, non si USA.

Non si usa perché si è già fatta usare, anche troppo.

Il secolo di umiliazione, in cui le potenze occidentali e vicine ne hanno fatto il bello e cattivo tempo, ha lasciato un principio radicato. Invece di diventare bieco revanchismo, cosa che sarebbe potuta tranquillamente essere, la classe dirigente cinese l’ha saputo trasformare in un esempio pratico di cosa non fare. Per la Cina il punto focale è il mantenimento della stabilità.

Una stabilità interna, in cui l’ascolto della base e del malcontento (si veda il passaggio graduale verso le rinnovabili, o verso idee come quella della civiltà ecologica) che viene canalizzato in virtù di quello che, la vecchia Cina, avrebbe definito “mandato celeste“. Una capacità di agire nel giusto da parte del governante senza esercitare repressione. Un concetto, se vogliamo, abbastanza analogo alla nostra “pax deorum” di romana memoria.

Una stabilità esterna, su logica binaria: l’aiuto al mantenimento di stabilità di paesi del ‘siddetto terzo mondo con progetti di infrastrutture e sviluppo, una non ingerenza all’interno dei percorsi ideologici e sociali delle nazioni con cui collaborano (che rientra nella lettura delle comunità umane dal futuro condiviso).

L’uso della violenza per la risoluzione dei conflitti infatti, siano essi interni o esterni, è visto come un fallimento del governante. Valori che per la Cina non sono certamente una novità, derivando da autori decisamente stagionati: Lao Tsé, Sun Tzu, Confucio. Tutti hanno scritto a loro modo di guerra, con la priorità sempre di sfinire il nemico senza combatterlo direttamente, puntando poi a una pace.

Il Focus Cina a cura del centro studi è un documento che riassume in breve la necessità per l’Europa, continente e/o istituzione sovranazionale, di iniziare a guardare a Oriente per scambi commerciali e sinergia all’altezza delle proprie possibilità: un polo geopolitico isolato, perso nelle millemila questioni statunitensi (al punto da aver perso anche cognizione delle proprie necessità), che si trova a un bivio netto fra irrilevanza e autodeterminazione.

In contemporanea, la mostra curata dal collettivo culturale Artverkaro e con le immagini dell’associazione Habilian in merito alla strage di Minab, in Iran. Un’occasione, oltre a quella della presentazione, di potersi confrontare con mano con l’informazione oltre la propaganda imperialista. Riallacciandomi al tema del libro, su una concezione di diplomazia contro una concezione di rapporti internazionali basati sulla forza, o meglio sul terrore, ho avuto modo di ribadire a Press TV l’importanza di iniziative come queste. Del loro impatto sulla cittadinanza, del dibattito che suscitano (ho anche avuto modo di confrontarmi con un paio di persone che, inizialmente, non avevano molto a simpatia vedere quell’esposizione), della necessità del non far prevalere il silenzio e l’apatia. 

Avendo visto esempi tragicomici di gente che, seppur magari in buona fede, non riesce a evitare di rendere iniziative di confronto delle baracconate (in alcuni casi anche arrivando alle mani o quasi), non posso che fare un plauso all’equilibrio dimostrato da tutti i coinvolti. Qualcuno è tornato a casa cambiando idea, ponendosi delle domande. Questo era il nostro obiettivo.

Servizio di PressTV sulla mostra

 

Iscriviti alla nostra Newsletter
Enter your email to receive a weekly round-up of our best posts. Learn more!
icon