18 Luglio 2026
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Intervista a Demostenes Floros (analista geopolitico ed economico): “Senza una politica energetica nazionale e il controllo delle nostre aziende saremo travolti dalla deindustrializzazione. La Cina si è già mossa, l'Occidente rischia il declino”.

a cura di Filippo Pederzini

Intervista a Demostenes Floros (analista geopolitico ed economico): Senza una politica energetica nazionale e il controllo delle nostre aziende saremo travolti dalla deindustrializzazione. La Cina si è già mossa, l’Occidente rischia il declino.

L’escalation in Medio Oriente ci mette di fronte allo spettro dell’ottava crisi energetica globale in ottant’anni, ma questa volta il contesto è radicalmente mutato. Con il baricentro della manifattura mondiale ormai saldamente spostato in Asia, l’Europa e l’Italia si scoprono drammaticamente vulnerabili rispetto ad altre realtà come la Cina, che ha già blindato le proprie riserve strategiche di greggio. In questa intervista Demostenes Floros, analista geopolitico ed economico e docente, traccia una lucida panoramica sugli scenari a breve, medio e lungo termine. Dal pericolo della stagflazione estiva causato dai nodi dello stretto di Hormuz, fino alla nascita di sistemi di pagamento alternativi allo SWIFT guidati dai Paesi BRICS, Floros analizza l’impatto sui mercati energetici cercando di guardare oltre: per evitare una deindustrializzazione irreversibile e contrastare il caro-energia, l’Europa e l’Italia debbono abbandonare gli approcci superficiali e ritrovare il pragmatismo geopolitico, e per quello che riguarda il nostro Paese, riprendere il controllo pubblico di asset strategici come Eni ed Enel.

1. Impatto a breve termine (prossimi mesi) sui mercati energetici globali

Lescalation tra Iran e USA ha già fatto salire il prezzo del petrolio. Così come la situazione in chiaro scuro (forse più scuro) per quello che riguarda il gas. Quali potrebbero essere le conseguenze immediate dai qui a fine anno, per Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni come Cina, India e Italia ma pure Paesi UE e che genere di prospettive si profilano su borse, mercati ed indotti produttivi?

In primo luogo, quando si parla di energia, per breve termine si intende un arco temporale di 3 mesi. Per cui, tenuto conto che il conflitto in Medio Oriente è iniziato il 28 febbraio,questo arco di tempo, appunto, di tre mesi si è chiuso con la fine di maggio. In realtà, i principali istituti di ricerca a livello globale stanno avanzando tre tipi di scenario, in base a tre archi temporali differenti tra loro, e cioè:

  1. 3 mesi, per l’appunto, il breve termine;
  2. Un medio termine verso settembre-ottobre del 2026;
  3. Da ultimo, l’ipotesi più grave, e cioè quella di una crisi di un anno.

Ovviamente il termine di riferimento è la chiusura dello stretto di Hormuz, per cui ci sono diverse stime che vengono avanzate anche da parte di Confindustria in Italia, fino al Fondo Monetario Internazionale, passando attraverso l’Oxford Energy Institute for Energy Studies, i quali individuano in base alla chiusura dello stretto di Hormuz (se a 3 mesi, a 6-9 mesi oppure 12 mesi), dei dati ovviamente diversi rispetto al rallentamento dell’economia e all’aumento dell’inflazione.

Ora, ovviamente non ha senso ripetere questi dati, che tra l’altro sono anche pubblici. Nel complesso, però, possiamo evidenziare che, come facilmente intuibile, più lo stretto rimarrà chiuso, più il rallentamento dell’economia, finanche la recessione, si faranno ovviamente più intensi, così come lo stesso incremento del tasso di inflazione.

L’aspetto più preoccupante, a mio avviso — e questo si potrà verificare nell’ipotesi in cui lo stretto di Hormuz non riapra nel giro delle prossime settimaneè quella di una situazione economica caratterizzata, per l’appunto, da recessione e nel contempo alta inflazione, fenomeno che gli economisti definiscono come di stagflazione. Questa rappresenterebbe il contesto più grave.

Noi al momento non ci troviamo dinanzi a una situazione del genere. Ovviamente non la possiamo escludere; però, possiamo sicuramente indicare un rallentamento dell’economia che, per quanto riguarda l’Italia, ha già voluto dire una revisione al ribasso della crescita del prodotto interno lordo, che era già asfittica indipendentemente dalla crisi attuale, e purtroppo un aumento dell’inflazione che si registrerà, quand’anche Hormuz riaprisse completamente, già nei prossimi mesi.E questo ovviamente lo si registrerà nei mesi estivi quando, appunto, si andrà a fare la spesa.

È chiaro che le conseguenze sui vari Paesi cambiano in base a quella che è la dipendenza energetica di ognuno. Il nostro Paese, l’Italia, ha purtroppo una dipendenza energetica molto alta, attorno al 75-80%. Quella complessiva dell’Unione Europea,del 60% è alta se paragonata ad esempio con la dipendenza energetica della Cina, che si attesta attorno al 17%.

Un altro aspetto da evidenziare per quanto riguarda i Paesi dell’Asia è la grande differenza che sussiste tra la Cina da una parte, India ma soprattutto Giappone e Corea del Sud dall’altra. E la differenza consiste nel fatto che la Cina è l’unico Paese (non soltanto in Asia, ma probabilmente a livello globale tra quelli ovviamente che dipendono energeticamente dalle importazioni dall’estero) che si è cautelato, che si è preparato al meglio cominciando a stoccare petrolio, sin dal 1° gennaio 2025.

La Cina ha creato una riserva di quasi 1.200.000 barili di greggio al giorno per il 2025, che sono aumentati a 1.300.000 barili al giorno nei primi mesi del 2026, oltre a stoccare poco meno di 170 milioni di barili di greggio iraniano fuori dalle proprie coste, e quindi lontano dai rischi di Hormuz ben prima del 28 febbraio 2026. Per cui, perlomeno per un periodo di tempo tra i 3 e i 6 mesi, la Cina potrebbe non avere delle ripercussioni gravissime per quanto riguarda un completo taglio delle importazioni di greggio. È chiaro che se questa situazione, invece, si protraesse per un periodo di tempo più prolungato, questo sarebbe un problema anche per la Cina, che però non ha nel petrolio (che pure copre il 19% circa del proprio paniere energetico, dei consumi totali) comunque un Paese che potremmo definire petrolio-dipendente.”

2. Effetti a medio termine (1-3 anni) sulle catene del valore e sulle valute dei BRICS

Nel medio periodo, come potrebbe evolversi la strategia commerciale dei BRICS, in particolare Cina e Russia, di fronte ad eventuali sanzioni più dure contro l’Iran? C’è il rischio di una frammentazione dei sistemi di pagamento internazionali (verso alternative a SWIFT) e quali ripercussioni ci sarebbero sul valore delle valute locali?

“Ma, in merito all’evolversi della strategia commerciale, in particolar modo della Cina, nell’ipotesi in cui venissero implementate sanzioni più dure contro l’Iran… beh, per la verità, questa domanda è particolarmente attuale perché noi sappiamoche la Cina si è ufficialmente rifiutata di aderire alle sanzioni statunitensi contro il petrolio iraniano.

E questo, deve essere detto in maniera molto chiara, è un gesto di sfida epocale che la Cina ha lanciato e lancia nei confronti degli Stati Uniti, accusando gli Stati Uniti, tra l’altro, di muoversi apertamente al di fuori del diritto internazionale.

Per la verità, la Russia già da tempo — e cioè da quando è stata sottoposta alle sanzioni del G7 allargato, diciamo così, G7, Unione Europea e anche la stessa Norvegia — si è trovata già nella necessità di trovare sistemi di pagamento internazionali alternativi a quello dello Swift; ma, per la verità, si è trovata anche nella situazione di dover trovare alternative al dollaro in merito al pagamento del petrolio e, con ogni probabilità — e questo è uno degli aspetti a mio avviso più interessanti — anche a ragionare, perlomeno nel medio periodo, rispetto alla possibilità di trovare benchmark petroliferi di riferimento alternativi al Brent, che oggi è il benchmark principale nel mercato petrolifero globale e i prezzi dei vari greggi, per l’appunto, vengono dati rispetto a quello che è il Brent.

Ora, la Cina utilizza già — e non soltanto la Cina — sistemi di pagamento alternativi.Se non sbaglio infatti, il sistema che utilizzano i cinesi prende il nome di CIPS; e quindi, a mio avviso, più che un rischio della frammentazione dei sistemi di pagamento internazionali, la possibilità più concreta è che si affianchi al sistema attuale dello Swift — che fondamentalmente coinvolge e coinvolgerà sempre di più i paesi cosiddetti occidentali — un altro o altri sistemi di pagamento che coinvolgeranno in primo luogo altre economie, a partire da quella cinese e da altre economie asiatiche.”

3. Ripercussioni energetiche specifiche per l’Italia nel medio periodo.

L’Italia importa gas e petrolio da Paesi potenzialmente coinvolti nelle rotte alternative. Se l’instabilità si estendesse al Golfo Persico e al Canale di Suez, quali sarebbero i settori più esposti della nostra economia? E di quella europea? Può l’Italia riconvertire rapidamente i propri contratti energetici verso Algeria o Azerbaijan o i costi sarebbero proibitivi?

Come dicevamo in precedenza,la dipendenza energetica del nostro Paese è particolarmente significativa. Noi importiamo dal Medio Oriente il 13%-14% circa di greggio e prodotti petroliferi e questa è una percentuale che alcuni hanno letto, a mio avviso in maniera superficiale, come, appunto, una percentuale bassa e facilmente sostituibile.

Tanto per avere termini di paragone, noi fino al 2022, cioè prima del 24 febbraio 2022 e quindi dello stop dell’import, perlomeno ufficialmente, di greggio e prodotti petroliferi dalla Federazione Russa nonché di gas naturale, anche se con tutti i dubbi e tutte le contraddizioni che conosciamo, l’importazione dalla Federazione Russa era attorno al 10% dei nostri consumi (greggio e derivati).

Per cui per l’Italia le importazioni dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, è un ammontare non indifferente. I settori della nostra economia colpiti saranno bene o male tutti quanti, perché siamo un sistema che si fonda fondamentalmente sulla manifattura e sulle esportazioni, per cui le conseguenze sui costi dell’energia saranno dirette, ma le conseguenze saranno anche sul settore agricolo.Perché conosciamo bene quella che è la relazione tra l’andamento del costo del gas naturale, quindi dei fertilizzanti, dei beni primari da tavola e ovviamente questo comporterà quindi anche un rallentamento, difficoltà nel settore agricolo.

E qui non si tratta poi di convertire i nostri contratti energetici, bensì si tratta di capire se i nostri fornitori di gas naturale, nel caso dell’Algeria e dell’Azerbaigian in primo luogo a dir il vero dall’Azerbaigian importiamo anche greggio saranno capaci, semmai appunto ce ne fosse la necessità, di aumentare la loro capacità produttiva e di esportazione nei confronti del nostro Paese. Cosa non affatto scontata.

L’Algeria ad esempio avrebbe dovuto già produrre ed esportare una quantità di gas naturale, perlomeno questo era stato promesso nel lontano 2022, che oggi avrebbe dovuto raggiungere i 30 miliardi di metri cubi.Ma non è così: per difficoltà degli stessi algerinigran parte del gas naturale liquefatto che l’Italia importava, ed avrebbe continuato ad importare dal Qatar 6-7 miliardi di metri cubi annui, circa il 10% dei consumi totali verranno sostituiti da ulteriori forniture provenienti dagli Stati Uniti d’America che però, con ogni probabilità, avranno un prezzo ulteriormente superiore.Non soltanto però a quello che importavamo dal Qatar, ovviamente, ma a maggior ragione da quello che invece una volta importavamo dalla Federazione Russa.”

4. Scenario a lungo termine (5-10 anni): riconfigurazione degli equilibri globali

Guardando al lungo periodo, una crisi prolungata potrebbe accelerare la transizione energetica in Europa e in Cina o, al contrario, indurre una rincorsa ad accaparrarsi fonti fossili, ritardando questo genere di investimenti? E come cambierebbe il ruolo geopolitico di India e Turchia, potenziali mediatori o attori opportunistici?

Io non credo che questa crisi in Medio Oriente provocherà una accelerazione della transizione energetica in Europa. Al contrario invece potrebbe determinare una accelerazione per quanto riguarda la Cina. Cosa che potrebbe fare abbastanza sorridere vista la velocità con cui le rinnovabili sono incrementate nell’ultimo decennio in quel paese.

Ovviamente ci sarà comunqueuna corsa all’accaparramento delle fonti fossili e delle riserve. Ma per quanto riguarda la transizione energetica, bisogna tenere a mente che già da tempo anche nella stessa Europa ci si è reso conto, anche se spesso e volentieri non lo si vuol dire apertamente, che i tempi che lUnione Europea che si era data (2050), eranoeccessivamente troppo prossimi, visto l’ammontare dei costi della transizione energetica. Per questo, in Europa, da diverso tempo è maturata una riflessione rispetto alla necessità di rivedere alcuni obiettivi e il loro orizzonte temporale in particolar modo.

Questo però, non risolve quello che è il problema fondamentale che coinvolge l’UE, ma che invece non coinvolge o coinvolge molto di meno la Cina, e cioè il fatto che quest’ultima ha un’intera supply chain, un’intera catena del valore che parte appunto dai cosiddetti materiali di base e che quindi fa sì che quel paese possa, puntare ad un’ulteriore accelerazione dello sviluppo dalle fonti fossili. LEuropa non è dotata di materie prime, e questo è un grande problema sia per quanto riguarda lUE, sia per quanto riguarda anche gli stessi USA. Perché la questione non concerne soltanto il tema della transizione energetica, ma anche il settore militare, degli armamenti nello specifico.

Per cui se un’accelerazione della transizione energetica ci sarà, sarà solo ed esclusivamente in Cina. A quel punto lUnione Europea dovrà decidere cosa fare: se vorrà tentare una accelerazione della transizione energetica, allora non potrà che aprirsi ad una forte e stretta cooperazione con la Cina. E proprio in virtù dei limiti ai quali facevo riferimento in precedenza; limiti ai quali può invece rispondere la Cina venendo incontro alle esigenze dell’UE. Cosa che è più facile a dirsi che a farsi, visto che come ben sappiamo esistono tutta una serie di contraddizioni politiche non indifferenti.

Per quanto riguarda invece il ruolo geopolitico di India e Turchia, io credo che più che potenziali mediatori, se non in specifiche situazioni locali, regionali, credo che loro continueranno con questo atteggiamento opportunistico. Forse più la Turchia che l’India, nel senso penso che l’India stia già pagando e pagherà nei mesi a venire il proprio avvicinamento, anche ideologico, a Israele. Se la guerra in Medio Oriente, in particolar modo, prendesse una piega, come pare, non favorevole a Stati Uniti e Israele, l’avvicinamento dell’India di Modi a Israele di Netanyahu ovviamente ne subirà delle ripercussioni. Vorrei ricordare che è stato lo stesso presidente indiano Modi ad avanzare questo parallelo ideologico tra il proprio paese e Israele.

La Turchia invece continuerà facendo quello che ha sempre fatto e cioè, nonostante sia il secondo esercito all’interno della NATO, quando questo le converrà, appunto cercherà di implementare i propri interessi tenendo conto, appunto, del fatto che appartiene all’alleanza atlantica e quando sarà favorevole continuerà invece nell’intessere relazioni con la Federazione Russa.

Da questo punto di vista quanto accaduto rispetto agli Emirati Arabi Uniti è a mio avviso molto indicativo. Perché la gran parte della stampa ha letto l’uscita degli Emirati dall’OPEC come una vittoria degli Stati Uniti d’America, di Trump in particolar modo, e questo per un verso è sicuramente corretto ed è impossibile negarlo. Così come è impossibile negare che si tratti di un colpo alla stessa organizzazione dell’OPEC e in particolar modo all’Arabia Saudita. Detto ciò, però, non bisogna nemmeno dimenticarsi che gli emiratini sono membri dei BRICS e sono anche, seppur con delle specificità all’interno della Shanghai Cooperation Organization, e quindi… non ne sono membri ufficiali ma sono, appunto, partner della SCO guidata da Cina e da Federazione Russa.

E questo a mio modo di vedere vuol dire che gli emiratini si stanno muovendo come se fossimo già in un contesto multipolare dove loro giocheranno le loro carte su più tavoli. E questo da che cosa dipenderà? Dall’esito del conflitto militare sul campo in Medio Oriente e in Ucraina, cioè dall’esito di entrambi i conflitti. Se l’esito dei conflitti prenderà una via più vicina agli interessi in primo luogo degli Stati Uniti d’America e anche di Israele, più nel complesso del cosiddetto Occidente, seppur con tutte le contraddizioni interne del caso, allora gli emirati si muoveranno in una determinata direzione, potendo anche indirettamente ricattare gli Stati Uniti d’America con il tema della vendita del petrolio non in dollari ma, ad esempio, in altre valute come lo Yuan Renminbi. Questo è fondamentalmente il principale motivo per cui Trump è corso nel dare una linea di credito swap agli emirati. Se invece i due conflitti prendessero la via degli interessi dell’Iran, della Federazione Russa e quindi anche della stessa Cina, io credo che gli emirati rivedranno il proprio ruolo all’interno di questo contesto multipolare.

Forse il nostro Paese dovrebbe prendere esempio più che altro dal comportamento, dall’approccio, diciamo così, della Turchia e degli stessi Emirati Arabi Uniti. Casomai non in maniera opportunistica, ma in maniera aperta dicendo chiaramente come una politica estera più pragmatica data in primo luogo dalla collocazione geografica del nostro paese fa sì che, per l’appunto, il nostro paese debba mantenere aperti determinati canali, non da ultimo quello con la Federazione Russa.”

5. Lezioni dalle crisi passate e possibili misure di resilienza

Paragonando questa crisi allo shock petrolifero del 1979 o alle tensioni del 2019-2020, quali errori storici rischiano di ripetersi e quali strategie innovative (scorte strategiche, contratti a lungo termine, fonti rinnovabili, nucleare) potrebbero rendere Paesi come Cina, India e Italia meno vulnerabili nei prossimi decenni?

Si possono evidenziare due aspetti. Il primo: spesso e volentieri, anche nella situazione presente, si cerca di fare un parallelo con quelle che sono le precedenti crisi energetiche. Noi siamo all’ottava crisi energetica negli ultimi 80 anni, quindi fondamentalmente una crisi energetica ogni 10 anni. E quando si fanno, appunto, questi paralleli, giustamente si tende a confrontare quello che è stato lincremento dei prezzi delle fonti fossili per vedere, appunto, in quale contesto è incrementato maggiormente, quanto si è venuta a ridurre l’offerta e quindi la produzione, in primo luogo — e ovviamente l’offerta è data dalla somma tra produzione e scorte — e la durata della crisi.

Per cui da più parti si vedono diverse analisi, diverse ricerche che confrontano la situazione attuale rispetto a quelle degli anni ’70: dalla guerra del Kippur, al ’73, fino alla rivoluzione iraniana del 1979. Ora, io credo che ciò sia per un verso corretto e normale farlo, però dall’altro verso non bisogna dimenticare che noi stiamo vivendo un contesto completamente diverso. Non solo perché è finita la Guerra Fredda, ma perché — questo mi pare l’aspetto più interessante — se comunque negli anni ’70 e in conseguenza delle crisi degli anni ’70 non c’era alcun dubbio sul fatto che, in primo luogo, la manifattura, quindi il capitale produttivo, sarebbe stata comunque presente e avrebbe continuato a essere presente a produrre plusvalore tra le due sponde dell’Atlantico, noi oggi viviamo una situazione completamente diversa. Dove il centro della manifattura mondiale non è più lOccidente e le due sponde dell’Atlantico, bensì l’Asia e, in particolar modo all’interno dell’Asia, la Cina, che rappresenta il 28% della manifattura mondiale.

Per cui un parallelo tra la situazione attuale e le situazioni precedenti deve tener conto anche di questo aspetto di novità che nel passato, nelle sette crisi precedenti, non sussisteva. E questo perché lo dico? Perché le conseguenze da un punto di vista della deindustrializzazione dell’Occidente, in particolar modo dell’Unione Europea, a mio avviso rischiano di determinare dei rapporti di forza che inevitabilmente saranno, per quanto attiene la divisione internazionale della manifattura e quindi del lavoro, sempre più sfavorevoli all’Unione Europea e quindi anche all’Italia. Aspetto, questo del quale non si tiene adeguatamente conto.

Mentre per quanto riguarda quelle che potrebbero essere delle strategie per essere, meno vulnerabili nei prossimi decenni — mi riferisco in particolar modo al nostro Paese, visto che Paesi come la Cina hanno già pensato ad una situazione del genere, basti vedere come e a quale velocità si muovono le loro rinnovabili, più in generale il loro settore green — beh, io credo che non ci siano molte cose da inventare. Certo, le scorte strategiche, i contratti a lungo termine, le fonti rinnovabili evidentemente sono tutte cose positive e da perseguire. Però come? Questa è la vera domanda: come perseguire tutto ciò? Come poter implementare quindi una propria politica energetica che non può che essere in primo luogo nazionale, e poi solo in secondo luogo, e in maniera minoritaria, europea, nel senso di espressione dell’Unione Europea?

E per far ciò, il nostro Paese a mio avviso si deve dotare di una serie di strumenti che, ad esempio, durante la Prima Repubblica aveva e che oggi non ha più, a partire dalla necessità di far sì che, perlomeno per quanto riguarda Eni ed Enel, il controllo dello Stato debba necessariamente ritornare almeno al 50%. Cioè la possibilità che effettivamente i vari governi possano implementare una politica energetica avendone anche gli strumenti per poterla implementare. O se no il rischio è quello, sì, di inventarsi tanti piani, ma poi, stringi stringi, questi piani o sono vuoti o, anche se non sono vuoti, sono comunque molto difficili da perseguire, da implementare, perché non ci sono le leve. E allora tu puoi anche avere il 30% e la golden share di Eni, ma in realtà poi alla fine all’interno di Eni decidono quelli che sono gli azionisti principali di Eni, che fanno riferimento, guarda caso, a dei fondi sovrani statunitensi.

Per cui se non si pone di nuovo — e non può che farlo la politica e il nostro Parlamento — il tema degli strumenti necessari per poter implementare la politica energetica, a mio avviso il rischio è quello di ripetere gli stessi errori e, dinanzi alla prossima crisi energetica, in attesa di sapere quanto durerà quella presente, la situazione non potrà che essere ulteriormente peggiorata, più difficile, e un Paese, il nostro, con un processo di deindustrializzazione che rischia di aggravarsi ancor di più. Concludo con un dato: nel 2025 la nostra produzione industriale è calata del 6,1% rispetto al 2022. Mi pare un dato eloquente. È chiaro che le cause sono diverse, ma in particolar modo e in primo luogo la causa principale ha a che fare con l’energia e con il costo dell’energia.

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