Di Dario Tagliamacco
In Bolivia è scoppiata la protesta contro il Governo eletto nei mesi scorsi. Dall’inizio di maggio i lavoratori stanno occupando le strade del Paese per dimostrare il proprio dissenso.
La crisi sociale e politica in Bolivia con il passare dei giorni è sempre più grave, le proteste contro il governo neoliberista guidato da Rodrigo Paz si estendono in tutto il Paese. La situazione boliviana è una polveriera, infatti sarebbero almeno 4 le persone morte durante le manifestazioni, centinaia quelle arrestate e alcuni uffici pubblici come le banche hanno deciso di chiudere.
Il 21 maggio, mentre una grande marcia si stava dirigendo verso La Paz, il Governo ha espulso l’ambasciatrice colombiana, accusata di «ingerenze negli affari interni», dopo che il presidente colombiano, Gustavo Petro, ha definito le proteste una «insurrezione popolare», aumentando così la tensione con il Paese vicino. I blocchi stradali hanno causato dei problemi ai rifornimenti e infatti è stato necessario organizzare un ponte aereo con l’Argentina per inviare prodotti alimentari verso la Bolivia.
Le motivazioni delle proteste vanno dalla richiesta di aumenti salariali alla carenza del carburante, i contadini e i popoli nativi si oppongono alle riforme agrarie che favorirebbero i grandi proprietari terrieri. I problemi del carburante sono di vecchia data, conseguenza di mancati investimenti nello sviluppo delle competenze interne in seguito alla nazionalizzazione operata da Evo Morales, un aspetto che insieme al calo degli investimenti stranieri ha portato ad una diminuzione delle estrazioni.
La crisi sociale che attraversa la Bolivia nelle ultime settimane è il risultato di rotture storiche e ferite politiche riaperte dopo la crisi del 2019. L’esclusione delle organizzazioni sociali dalle decisioni e le politiche economiche di cui beneficiano le classi agiate, come l’eliminazione della tassa sui grandi patrimoni, hanno fatto riapparire un problema che in Bolivia esisteva nel passato, ovvero il colonialismo interno.
Sarebbe la vecchia logica oligarchica secondo la quale il Paese dovrebbe essere governato da un piccolo gruppo di persone capaci perché i settori indigeni e popolari non sanno come funziona uno Stato. La Bolivia è ritornata a una situazione dove non governa chi assomiglia alla maggioranza del Paese ma chi storicamente ha inteso la politica come uno spazio ereditario e un circolo chiuso.
Oggi il blocco in atto nella nazione, sostenuto dal settore contadino e dalla Centrale Operaia Boliviana, insieme a lavoratori di vari settori, rappresenta l’incapacità politica di risolvere i problemi delle classi popolari. Secondo la percezione delle persone che stanno protestando, il Governo di Paz non ha compreso la natura delle manifestazioni in atto e sta amministrando i territori come se le organizzazioni popolari fossero attori secondari e non come una struttura per la stabilità politica costruita a partire del 2006.
Dopo l’elezione di Evo Morales, le organizzazioni sociali hanno smesso di essere un elemento di pressione e si sono trasformate in attori di governo. La stabilità politica dell’epoca di Morales non era solamente collegata alla leadership presidenziale ma anche a un meccanismo di governo territoriale nel quale i sindacati, le comunità e i settori popolari erano parte della struttura dello Stato.
Oggi invece, la Bolivia è uno Stato che parla in nome della nazione però governa contro la maggioranza del blocco popolare e che ha tradito le promesse elettorali, le quali assicuravano che i contadini avrebbero continuato a fare parte del potere politico. Di fronte all’incapacità di risolvere la crisi, il Governo ha cominciato a parlare di nemico interno, pertanto l’Esecutivo ha scelto di stigmatizzare e non negoziare con chi in passato era stato parte della conduzione politica del Paese.
I ministri delle Opere Pubbliche e della Presidenza, Mauricio Zamora e José Luis Lupo nei loro discorsi hanno attaccato il blocco popolare dicendo che è una minaccia per la Bolivia, i settori conservatori boliviani hanno descritto le proteste sociali usando categorie quali “terroristi o invasori”.
Il Governo ha anche accusato l’ex presidente Evo Morales di essere il responsabile dell’attuale conflitto. Ovviamente, anche all’interno del movimento popolare si ha coscienza che la crisi va oltre qualunque problema di leadership, infatti l’ex presidente dal 2024 ha ridotto la sua capacità di mobilizzazione fuori dai suoi bastioni politici prima per la pressione del governo Arce e poi per le minacce dell’attuale Esecutivo. Tuttavia per il Governo in carica la sua figura continua ad essere funzionale per la creazione di un capo espiatorio.
Durante la fine del governo del Movimento per il Socialismo (MAS), si è prodotta una frattura importante all’interno delle sue forze, da una parte Luis Arce e dall’altra Evo Morales presidente eletto e poi deposto nel 2019. Dopo la defenestrazione, Evo Morales è stato soggetto a una persecuzione politica operata dalle forze della destra boliviana e dallo stesso Arce.
Durante l’epoca del governo di Luis Arce il confronto politico tra le forze che hanno dato vita alla rivoluzione boliviana ha avuto un impatto collaterale nel Governo e nell’intera società boliviana. Durante il periodo di Arce si sono verificati numerosi blocchi stradali e molte proteste per il carburante. Molte di queste manifestazioni erano orchestrate da Morales, il che era sintomatico per comprendere la frammentazione politica e il disaccordo sulle politiche governative che non rappresentavano le forze sociali della nazione.
In questo contesto caotico nel quale Evo Morales è stato deposto con un colpo di stato nel 2019, e al suo posto è salita al potere Jeanine Áñez, la Bolivia ha attraversato una grave crisi di rappresentanza e legittimità. Arce, divenuto presidente, ha intrapreso una battaglia legale contro Morales per impedirgli di partecipare alle elezioni.
Alle elezioni presidenziali del 2025 tutti i candidati della sinistra e del partito di governo non sono riusciti ad arrivare al secondo turno. Le forze sociali e i partiti che in passato si coalizzavano a sostegno del Movimento per il Socialismo si sono trasformati in una minoranza politica. Comunque i risultati delle elezioni sono stati influenzati anche da Evo Morales che ha chiesto di lasciare le schede bianche e nulle facendo così arrivare il tasso di astensione al 12%.
Rodrigo Paz, del Partito Democratico Cristiano ha ottenuto il 32,08% dei voti al primo turno, però l’elevato tasso di astensione per gli standard boliviani e l’alto numero di schede bianche e nulle, hanno rappresentato fino al 29% degli elettori, quindi il movimento astensionista di Morales è diventato la seconda forza politica nazionale. Probabilmente, dato che Morales gode ancora di una posizione importante, se ci fosse stata un’unità attorno alla sua figura avrebbe rappresentato un’opzione vincente. Attualmente è uno dei leader fondamentali della rivolta insieme agli altri attori dei movimenti popolari.
La crisi boliviana è strutturale in quanto si ripete ciclicamente dagli anni 90, ogni gruppo di opposizione di destra e sinistra ha sempre organizzato proteste e blocchi stradali che hanno portato la nazione quasi al collasso, esercitando pressione sul Governo. La situazione si è complicata negli ultimi anni a causa del problema della rappresentanza, mentre prima di Paz i governi di Arce e Áñez si sono dimostrati deboli.
L’attuale crisi ha delle cause che risalgono al primo Governo di Morales, infatti da quando è entrato in carica il deficit energetico si è aggravato. L’azienda petrolifera statale YPFB, Yacimientos Petroliferos Fiscales Bolivianos, non ha fatto gli investimenti per l’esplorazione di idrocarburi causando una carenza di combustibili liquidi. Attualmente la Bolivia importa quasi il 50% della benzina e il 90% del diesel. Negli anni scorsi questi carburanti venivano venduti a prezzi sovvenzionati.
La situazione della carenza dei combustibili è peggiorata durante l’amministrazione di Arce, il Governo ha continuato a mantenere i sussidi senza però apportare modifiche graduali. Per coprire gli elevati costi dei sussidi Arce ricorse alla finanziarizzazione inorganica del deficit fiscale, aggravando la svalutazione e l’inflazione.
L’amministrazione attuale ha implementato le politiche che hanno portato alle reazioni sociali. Sono stati eliminati i sussidi sui carburanti, causando l’aumento dei prezzi e immediate proteste nel settore dei trasporti. Il prezzo della benzina premium è passato da 3,74 a 6,96 bolivianos al litro, quello del gasolio invece da 3,72 a 9,80 bolivianos al litro.
Tra le misure adottate dal governo Paz c’era la riduzione del bilancio statale per mitigare il deficit fiscale, la cancellazione di alcuni programmi sociali e una reale riduzione del reddito per molte famiglie. Il Governo attuale boliviano ha sottovalutato le conseguenze delle sue politiche neoliberiste e ora si trova sotto assedio da parte dei blocchi popolari.
Rodrigo Paz sta mettendo a dura prova le istituzioni della Bolivia, la sua tattica politica si basa sul sostegno del settore imprenditoriale e sull’appoggio straniero per superare la crisi. Quello che è evidente è che per adesso non esistono meccanismi politici significativi per risolvere questa situazione attraverso il dialogo e la negoziazione.
Paz si è proposto di riformare il suo gabinetto per includere attori che erano rimasti esclusi dalla sua iniziale linea di governo che si è indebolito. La delegittimazione dell’Esecutivo è stata veloce ed è ormai evidente. Intanto la chiusura di alcune strade sta portando la popolazione verso carenze e privazioni, la Bolivia è vicino al baratro.