Di Alessandro Fanetti
L’inguardabile incriminazione di Raúl Castro e le illegali mire USA su L’Avana.
“Non accarezzate se avete le mani sporche di ipocrisia.”
Rita Godino
L’incriminazione del novantaquattrenne Raúl Castro viene presentata dall’élite USA come un atto di giustizia internazionale, ma per chiunque abbia anche solo un briciolo di buon senso appare invece come l’ennesima operazione politica costruita per portare alle estreme conseguenze la pressione contro Cuba. Colpire simbolicamente uno dei protagonisti storici della Rivoluzione cubana significa infatti tentare di delegittimare un’esperienza politica che, nonostante decenni di isolamento, sanzioni e aggressioni economiche, continua a rappresentare un esempio di indipendenza patriottica e di modello di società differente nel continente latinoamericano (e oltre). Dietro la retorica dei “diritti umani” e della “esportazione della democrazia”, si intravede ancora una volta la volontà storica di Washington di riportare L’Avana sotto la propria influenza, come accadeva ai tempi della dittatura filo-statunitense di Fulgencio Batista.
La vittoria rivoluzionaria del 1959 infatti non fu soltanto la caduta di un regime corrotto e repressivo, ma la ribellione di un popolo contro un sistema di subordinazione economica e politica agli interessi stranieri. Prima della rivoluzione, Cuba era sostanzialmente una piattaforma economica e turistica controllata da interessi statunitensi, con immense disuguaglianze sociali, povertà diffusa nelle campagne e una repressione feroce contro oppositori e sindacalisti. La guerriglia guidata da Fidel Castro, Ernesto “Che” Guevara, Camilo Cienfuegos e dallo stesso Raúl Castro riuscì a trasformare quel malcontento in un processo rivoluzionario che conquistò il sostegno di vasti settori popolari.
Da allora Cuba ha dovuto affrontare invasioni, terrorismo, attentati, campagne mediatiche e soprattutto il “bloqueo” imposto dagli Stati Uniti. Un embargo (e molto di più) che la quasi totalità della comunità internazionale condanna ogni anno alle Nazioni Unite; una misura illegale e contraria ai principi fondamentali del diritto internazionale (ma anche più “semplicemente” morale). L’assedio economico è stato accompagnato da continui tentativi di destabilizzazione interna, dalla Baia dei Porci fino alle operazioni clandestine della CIA durante la Guerra Fredda. Eppure il governo cubano è sopravvissuto al crollo dell’URSS, al “periodo especial” degli anni Novanta e a decenni di pressioni esterne.
Le conseguenze del blocco, portato al massimo livello proprio negli ultimi mesi, sono devastanti: carenza di medicinali, difficoltà nell’approvvigionamento energetico, ostacoli all’importazione di tecnologie e beni essenziali, isolamento finanziario. La popolazione cubana vive sofferenze enormi attraverso una forma di guerra economica permanente tacciata da alcuni di “genocidio silenzioso”. Ospedali privi di attrezzature necessarie, blackout frequenti, salari insufficienti e difficoltà alimentari colpiscono milioni di persone. Tuttavia, nonostante queste condizioni, l’isola ha continuato a difendere alcuni pilastri sociali come la sanità e l’istruzione pubblica, spesso indicati come risultati storici della rivoluzione e che sono messi a dura prova proprio da questa tremenda situazione imposta.
Eppure, nonostante tutto, il popolo cubano continua a resistere contro tutto. A tal proposito, milioni di cittadini hanno sottoscritto l’appello alla mobilitazione contro qualsiasi ipotesi di invasione straniera e la loro disponibilità ad imbracciare il fucile per difesa; tra loro anche il grande cantautore Silvio Rodríguez, ormai ottantenne, simbolo culturale di una Cuba che non intende arrendersi alla logica della sottomissione.
La resistenza cubana non è soltanto militare o politica, ma anche culturale e identitaria: l’idea di indipendenza nazionale e di Patria socialista continua a essere percepita da molti cittadini come un valore irrinunciabile, nonostante le enormi difficoltà quotidiane.
Lo stesso schema di pressione è stato applicato al Venezuela, con la fase “finale” della questione che ha visto il sequestro di Nicolás Maduro nel gennaio scorso. Ma nel frattempo il Paese di Simón Bolívar e Hugo Chávez continua a subire un pesante controllo economico e geopolitico, in particolar modo sulle proprie esportazioni strategiche, mentre la popolazione continua a vivere condizioni difficilissime con inflazione alle stelle, emigrazione di massa, crisi infrastrutturale e scarsità di beni essenziali che hanno trasformato la vita quotidiana in una lotta continua.
In questo quadro, i “Colectivos chavistas” tentano di mantenere forme di organizzazione popolare e di resistenza interna, pur fra mille contraddizioni e difficoltà.
Tutto questo richiama inevitabilmente la Dottrina Monroe del 1823, ossia quella concezione imperialista secondo cui l’America Latina dovrebbe restare il “cortile di casa” degli Stati Uniti. Oggi qualcuno la definisce “Dottrina Donroe”, ma la sostanza non cambia: impedire l’autonomia politica, economica e strategica dei popoli latinoamericani e caraibici. Una visione che entra in aperto contrasto con il diritto internazionale e con il principio di autodeterminazione dei popoli sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Eppure, nell’attuale scenario globale, sembra prevalere sempre più la legge della forza, una sorta di giungla internazionale.
Anche altri paesi stanno vivendo dinamiche simili, con l’Iran che continua a resistere alle pressioni e alle minacce di potenze militari fortissime come Stati Uniti e Israele, in un contesto regionale sempre più instabile. Le guerre in Medio Oriente, le sanzioni economiche e la militarizzazione crescente mostrano come l’ordine internazionale imposto dopo la Guerra Fredda stia entrando in una fase di crisi profonda. Molti governi del Sud globale guardano con crescente interesse a nuove alleanze economiche e strategiche alternative all’egemonia occidentale (BRICS+, CELAC, etc.).
Sembra chiaro che il mondo stia attraversando una fase di transizione storica ma certamente ancora non scontata e foriera di pericoli sostanziali: l’unipolarismo nato dopo il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS (1989 – 1991) da un lato e l’emergere di un sistema multipolare (sostenuto da grandi potenze come Russia e Cina, così come da attori regionali come l’Iran) dall’altro. In questo quadro assume particolare importanza la recente dichiarazione congiunta firmata in Cina da Mosca e Pechino, nella quale viene ribadita la necessità di un ordine internazionale multipolare fondato sul superamento dell’egemonia di una sola parte.[1]
Il grande intellettuale italiano Antonio Gramsci descriveva momenti simili con queste parole: “Il vecchio mondo sta morendo e quello nuovo tarda a comparire. É in questo chiaroscuro che nascono i mostri”. L’impressione è che il sistema internazionale costruito dopo la Guerra Fredda stia mostrando tutte le proprie contraddizioni e che non sia davvero più sostenibile per i popoli del mondo: concentrazione della ricchezza, dominio del grande capitale finanziario transnazionale e apolide, subordinazione della politica agli interessi economici globali, erosione dei diritti sociali e della sovranità popolare.
Per molti popoli del Sud globale il multipolarismo rappresenta dunque non soltanto una ridefinizione geopolitica, ma anche la speranza di sottrarsi a un ordine mondiale percepito come profondamente ingiusto. Una transizione difficile, piena di conflitti e rischi, ma che potrebbe aprire la strada a rapporti internazionali più equilibrati e meno dominati da un unico centro di potere. Cuba, con tutte le sue contraddizioni e le sue sofferenze, rappresenta certamente un simbolo di resistenza contro l’idea che il destino dei popoli debba essere deciso esclusivamente dal grande potere economico – finanziario globale.
[1] http://kremlin.ru/supplement/6486.