L’escalation tra Iran e Israele del mese scorso, conclusasi con l’attacco israeliano ad Isfahan, il 19 aprile, ha ridefinito drasticamente l’equilibrio militare tra i due Paesi, mettendo in luce le capacità e i limiti strategici di entrambi. Per Teheran questo ha significato un ridimensionamento della minaccia proveniente da Israele e un’autoaffermazione quale potenza regionale dalle notevoli implicazioni rispetto a tutti gli Stati del Golfo. Va tenuto a mente, però, che la scelta dell’Iran di alzare la posta in gioco quasi fino al punto di non ritorno risponde a impostazioni ben radicate nella propria dottrina militare.
Dispacci Geopolitici
Il 24 febbraio 2022, le truppe russe hanno varcato il confine ucraino in più punti, affiancando l’offensiva terrestre con bombardamenti di artiglieria e di aviazione su importanti centri urbani ucraini, tra cui la stessa capitale, Kiev. L’operazione militare, giustificata da Mosca con la necessità di proteggere i propri cittadini – quelli delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk – nonché la popolazione russofona del Donbass, ha fatto irruzione nel continente europeo con proporzioni drammatiche. Qual è ad oggi il bilancio politico e militare del conflitto? E come sta procedendo la campagna militare del Cremlino?
Le relazioni tra Repubblica Popolare Cinese e Russia sono sempre state caratterizzate da una notevole complessità e hanno risentito dell’evoluzione del contesto internazionale, oltre che dai rispettivi rapporti con gli Stati Uniti. Da potenze quasi nemiche negli anni ‘60 e ‘70 e tra loro concorrenti in numerosi teatri della Guerra Fredda fino alla fine degli anni ‘80, Cina e Russia hanno iniziato ad intessere legami a mano a mano più stretti dopo la fine del confronto tra blocchi, per controbilanciare l’egemonia statunitense. Oggi, questo sodalizio, definito dagli stessi cinesi come “partnership senza limiti” o “partnership di conseguenza” – nel senso che essa è dovuta alle continue pressioni esercitate da Washington – si è espanso sotto molteplici aspetti ed abbraccia ambiti prima sconosciuti, come la cooperazione scientifica e nello spazio.
Si è concluso il 24 febbraio a Kiev, in occasione del secondo anniversario dell’aggressione russa contro l’Ucraina, il vertice dei G7. Si tratta della prima riunione dei Capi di Stato e di governo del forum, che quest’anno si radunerà in una serie di altri appuntamenti sotto la presidenza italiana. Il consesso di Kiev è terminato con una dichiarazione congiunta sull’impegno occidentale ad impedire che la Russia vinca la guerra. Inebriati dalla tracotante pretesa di rappresentare la totalità della comunità internazionale sul delicato tema del conflitto russo-ucraino, gli Stati G7 proclamano di voler affilare le spade, mentre Mosca ottiene successi strategici sul campo di battaglia e si organizza per un eventuale conflitto esteso con la NATO.
Il Consiglio dell’Unione Europea ha finalmente annunciato l’operazione navale europea Aspides nel Mar Rosso (EU NAVFOR Aspides). Rispondendo alla necessità di salvaguardare i propri interessi commerciali in un’area – quella che dallo stretto di Bab el-Mandeb prosegue fino al canale di Suez – in cui transita il 12% dell’interscambio globale, l’Unione sceglie di mettere in campo lo strumento militare a scopi difensivi. Con il suo centro di comando a Larissa, in Grecia, e sotto la guida italiana, la missione sarà pienamente effettiva nel giro di poche settimane.
Nel momento in cui la situazione al fronte si fa sempre più critica per Kiev – mentre scriviamo, i russi stanno sfiancando i soldati ucraini ad Avdeevka, avanzano a nord-est di Bakhmut e ottengono successi lungo tutto il confine dell’oblast di Donetsk – Rosstat, il servizio statistico federale russo, fa impallidire le previsioni degli analisti europei e americani sul tasso di crescita del PIL di Mosca, stimato al 3,6% per il 2023. Lo riportano allarmati gli stessi media occidentali, non capacitandosi di come l’economia russa non sia crollata sotto il peso delle sanzioni in questi due anni e affermando che la ragione di tale crescita sia in realtà un’artificiosa combinazione di più fattori: cioè l’elevata spesa pubblica per gli armamenti e l’aumento della spesa sociale legata agli eventi bellici, il tutto facilitato dai più alti livelli di prezzo per le materie prime russe. Ma è veramente così?
A differenza della più grave crisi del 1973, che vide uno scontro diretto tra le parti, quella iniziata il 7 ottobre 2023 è una guerra asimmetrica, cioè coinvolge simultaneamente attori statuali e non e si concretizza su diversi ambiti spaziali, distanti anche geograficamente tra loro – si pensi ai danni causati dalle scorrerie degli Houthi al traffico marittimo nel Mar Rosso. Dal punto di vista della diplomazia, è evidente che la maggior parte della comunità internazionale supporti in sede ONU un cessate il fuoco a Gaza. Tuttavia, questo non è nell’interesse di Israele, al contrario degli Stati Uniti, i quali loro malgrado rischiano di essere trascinati in una guerra di logoramento a media intensità che sta già mettendo a dura prova le loro truppe in Iraq.