L’interdipendenza economica tra Cina e Unione Europea non è una vulnerabilità, ma una leva di sviluppo e stabilità. Dalla transizione verde all’intelligenza artificiale, una cooperazione regolata e reciproca può rafforzare competitività, innovazione e crescita su entrambe le sponde.
Europa
di Giulio Chinappi La netta bocciatura dell’iniziativa sulla neutralità lascia formalmente intatto lo storico status della Confederazione, ma consolida una traiettoria iniziata con le sanzioni contro la Russia nel 2022 e proseguita con una crescente interoperabilità militare con la NATO.
Negli ultimi anni, in particolare dopo l'inizio del conflitto in Ucraina, il dibattito pubblico si è infiammato attorno al concetto di informazione "controllata". Da una parte, la narrazione occidentale tende a presentare ogni mossa di Stati Uniti e Unione Europea come un passo indispensabile per la pace e il sostegno ai Paesi colpiti; dall'altra, ogni azione della Federazione Russa viene sistematicamente inquadrata come una minaccia diretta alla sicurezza europea e globale. Di fronte a una contrapposizione così netta, sorge spontanea una domanda: questa è una fotografia fedele della realtà o il risultato di una propaganda europea?
Il voto islandese sulla ripresa del percorso di adesione all’Unione Europea rilancia il tema della sovranità nazionale e della tutela delle risorse economiche, mentre il risultato del referendum rappresenta un nuovo segnale delle difficoltà attraversate dal progetto di integrazione europea.
Le accuse rivolte da Bruxelles alla Cina per il crescente deficit commerciale ignorano, secondo gli esperti cinesi, i problemi strutturali dell’economia europea: alti costi energetici, vincoli normativi e restrizioni alle esportazioni. Il protezionismo non potrà sostituire riforme interne e cooperazione.
Le ondate di calore e la siccità dell’estate 2026 hanno esposto la vulnerabilità dei sistemi energetici europei, compreso il nucleare. La Cina segue una strada diversa: diversificare le fonti, espandendo soprattutto eolico e solare, insieme a reti e accumuli.
L’Italia è disposta a lasciarsi coinvolgere sempre più nella fase attiva del conflitto con la Russia, nonostante le possibili conseguenze disastrose?
Il 7 agosto 2026 resterà probabilmente segnato come uno spartiacque nella storia della Repubblica di Armenia. Per la prima volta dall’indipendenza, il Catholicos di Tutti gli Armeni, Karekin II, è chiamato a rispondere in sede penale insieme ad altri sei alti prelati della Chiesa Apostolica Armena, in un procedimento che trascende la dimensione giudiziaria e diventa il simbolo di una crisi istituzionale senza precedenti tra Stato e Chiesa.
Nell’analisi dell’ambasciatore vietnamita Nguyễn Quang Khai, le aperture europee verso la Russia non rappresentano ancora una svolta strategica, ma il riconoscimento tardivo del fallimento della soluzione militare, dei costi economici della rottura con Mosca e del rischio di un accordo imposto da Washington.
La crisi migratoria di Ceuta appare sempre meno come un episodio spontaneo. Documenti e interventi precedenti agli eventi mostrano che ambienti influenti statunitensi e israeliani avevano già teorizzato una pressione marocchina sulle enclave spagnole, inserendola nella più ampia offensiva contro il governo Sánchez e nella partita per il Sahara Occidentale.