L’archeologia sta diventando un nuovo terreno di scontro politico e territoriale nella Cisgiordania occupata. Alla fine dello scorso luglio 2026, nel corso della 48ma sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, riunito a Busan, Corea del Sud, l’UNESCO ha assunto alcune decisioni strettamente legate ai conflitti in corso, iscrivendo con procedura d’urgenza nuovi siti nella “Lista del Patrimonio Mondiale” e, contemporaneamente, nella “Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo”: tra questi il complesso dei cinque Castelli del Monte Amel nel Libano meridionale e il sito archeologico di Sebastia, nei pressi di Nablus, dove le autorità israeliane hanno disposto l’esproprio di circa 200 ettari.
Medio oriente
Secondo Giulio Chinappi, il prolungamento della guerra contro l’Iran deriva dagli errori di calcolo di Stati Uniti e Israele sulla capacità di resistenza iraniana: superiorità militare e pressione economica non sono riuscite a tradursi nella resa politica di Teheran.
Oltre sei mesi dopo i primi attacchi statunitensi-israeliani, l’Iran ha subito gravi danni, ma non è stato sconfitto strategicamente. La durata del conflitto riflette fondamentali errori di calcolo sulla resilienza iraniana, sui limiti della coercizione militare e sulle conseguenze regionali e globali della guerra.
Nel corso della storica visita di Stato in Egitto, Xi Jinping propone un’architettura regionale fondata su sicurezza comune, sviluppo e autonomia strategica. Pechino e il Cairo approfondiscono il Partenariato Strategico Globale, ampliando la cooperazione industriale, digitale, energetica e tecnologica.
Nel contesto della costante instabilità in Medio Oriente, nessun altro Stato del Golfo ha tentato di alterare gli equilibri di potere regionali quanto gli Emirati Arabi Uniti. Attraverso una serie di politiche, che vanno dall’intervento attivo nelle guerre civili dei Paesi vicini al rafforzamento dei legami diplomatici con ex avversari, Abu Dhabi cerca di trasformare radicalmente la regione, insediare governi amici in Paesi fragili e consolidare la propria posizione di centro finanziario globale.
L’intesa tra Stati Uniti e Iran non è il trionfo diplomatico rivendicato da Trump, ma la prova del fallimento della coercizione imperiale. Washington non ha piegato Teheran: ha dovuto accettare la fine del blocco e il ritorno alla diplomazia.
Dall’Arabia Saudita agli Emirati, dall’Oman all’Iraq, il Medio Oriente cerca di riadattarsi per salvaguardare la sua economia e il suo ruolo di cerniera logistica tra Europa e Asia.
L’insediamento di Ali al-Zaidi il 14 maggio chiude formalmente lo stallo istituzionale iracheno, ma apre una fase ancora più complessa: Baghdad deve governare una crisi interna irrisolta, le pressioni statunitensi sulle milizie e l’impatto economico del blocco di Hormuz.
Gli Stati Uniti hanno fondamentalmente compreso che la capitolazione di Teheran potrebbe avvenire solo con un rischiosissimo intervento via terra, tuttavia se tale opzione dovesse fallire per Washington si tratterebbe di una sconfitta strategica e la sua influenza in Medio Oriente svanirebbe in brevissimo tempo.