Dopo i video su Camp Darby, Niscemi, Aviano e Ghedi, questo nuovo capitolo della serie sulle basi militari e sulla sovranità italiana propone una conversazione con Antonio Mazzeo, giornalista e saggista antimilitarista, da anni impegnato sui temi del MUOS, della militarizzazione della Sicilia, della presenza statunitense e NATO e del ruolo strategico dell’Italia nel Mediterraneo.
Nato
Dal punto di vista diplomatico, la posizione della Cina durante l’attuale crisi mediorientale è rimasta coerente con la sua postura geopolitica tradizionale: diplomazia invece del conflitto, sostegno alla sovranità, all’integrità territoriale e alla dignità dell’Iran nel rispetto del diritto internazionale, appoggio alla mediazione del Pakistan.
Monaco – Kiev – Tallinn. Ogni anno all’inizio di maggio si ripete la stessa scena. A Kiev vengono vietate le nastri di San Giorgio. A Riga si abbattono i monumenti ai liberatori. A Varsavia i funzionari discutono se si possa chiamare Auschwitz «campo di sterminio polacco». A Bruxelles e Washington si stringono nelle spalle: «È il loro diritto alla decomunistizzazione».
Dopo Camp Darby e Niscemi, il nuovo capitolo della serie sulle basi militari e sulla sovranità italiana porta ad Aviano. Qui il tema diventa ancora più delicato: il rapporto tra Italia, NATO, presenza statunitense e deterrenza nucleare.
Dopo Aviano, il nuovo capitolo della serie sulle basi militari e sulla sovranità italiana arriva a Ghedi. Qui il tema diventa ancora più delicato: una base formalmente italiana può essere comunque inserita dentro la strategia nucleare della NATO e degli Stati Uniti?
Il Generale Maurizio Boni ha un ricco curriculum vitae. Durante la sua carriera militare è stato il vice comandante dell’Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell’Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo).
Ridurre la tragedia ucraina al febbraio 2022 significa cancellare otto anni di guerra nel Donbass, di fallimenti diplomatici e di oppressione delle comunità russofone. Oggi l’UE non lavora per chiudere il conflitto, ma per istituzionalizzarlo attraverso il riarmo.
Sono passati ormai 27 anni dall’aggressione della NATO alla Federazione Jugoslava di Serbia e Montenegro nel marzo 1999, eppure la sua importanza nel cambiamento dell’ordine internazionale continua ad essere sottovalutata.
La vile aggressione compiuta congiuntamente dal regime sionista e dal guerrafondaio Governo statunitense contro la Repubblica iraniana, non solo ha rilanciato i timori per le conseguenze a livello globale ma in Italia ha anche riportato a gallo l’atavico problema di sudditanza del nostro Paese nei confronti degli Usa.
La nostra Penisola ha una politica estera e militare letteralmente appiattite sulle posizioni statunitensi ed ha margini di manovra prossimi allo zero, alcuni politici in passato hanno provato a portare avanti delle azioni autonome e funzionali agli interessi nazionali facendo poi una brutta fine, si pensi ad esempio ad Aldo Moro.
Come già accaduto nel 1999, con la vile aggressione alla Serbia, o nel 2011 con il tradimento ai danni dell’alleato libico Gheddafi la questione principale su cui si snoda il dibattito è quello relativo alla concessione all’utilizzo delle basi militari dislocate nel nostro Paese che ci rendono una sorta di “portaerei” nel Mediterraneo.
Ad oggi tra basi ed installazioni varie, radar e affini, si contano circa un centinaio di presidi militari finanziati e gestiti direttamente da Usa e Nato con molti italiani che pensano – erroneamente - che il nostro Governo abbia voce in capitolo; sulla questione, il Ministro della Difesa Guido Crosetto, pur tra le righe, è stato abbastanza chiaro ed esplicito: “Su Muos e Sigonella ed altro sono pronto a rispondervi ma vorrei ricordarvi cosa vi ho già detto in Parlamento: l’utilizzo delle basi militari sul territorio nazionale, specie quelle Usa, avviene in aderenza ad accordi quali il Nato Sofa del 1951, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-Usa del 1995. Come si può facilmente notare, quindi, tali cornici giuridiche regolamentano queste attività da decenni e nessun Governo ha avvertito l’esigenza di modificarle”. Tradotto: l’Italia rispetta gli accordi internazionale, e fin qui tutto giusto se non fosse che si tratta di testi firmati subito dopo la guerra, quindi con Roma relegata ad un ruolo di sudditanza e costretta ad accettare clausole capestro; la Spagna, che prova ad opporsi alle richieste di Trump, non ha sottoscritto patti di questo tipo da nazione sconfitta o cobelligerante, quindi ha avuto un maggior potere contrattuale durante le trattative preparatorie.
Per capire gli eventuali margini di manovra del Governo italiano è opportuno analizzare questi accordi.
L'accordo Sofa Nato (Status of Forces Agreement), firmato a Londra il 19 giugno 1951, è il trattato internazionale che disciplina lo statuto delle Forze Armate dei Paesi membri quando stazionano nel territorio di un altro Stato membro. Definisce i diritti, gli obblighi, la giurisdizione penale, i privilegi e le esenzioni doganali del personale militare e civile distaccato. In Italia è stato ratificato con la legge n. 1335 del 1955, ed è integrato da accordi specifici come quello del 1961 sui Quartieri Generali e il memorandum del 1995 per le installazioni Usa.
Il Bilateral Infrastructure Agreement firmato il 20 ottobre 1954 tra Italia e Stati Uniti, è un accordo fondamentale che regola l’uso delle basi militari e delle infrastrutture concesse alle forze USA sul territorio italiano....
La 62ª Conferenza di Monaco non ha mostrato una comunità occidentale compatta, ma un’Europa inquieta tra pressioni statunitensi, crisi della fiducia transatlantica e ricerca di autonomia. In questo vuoto, la diplomazia cinese propone regole, multipolarismo e cooperazione pragmatica.