15 Giugno 2026

Spazio Post-Sovietico

Di Alessandro Fanetti “Non vi è progresso senza conflitto: questa è la legge che la civiltà ha seguito fino ai nostri giorni.” – Karl Marx  Il 2026 si sta configurando come uno degli anni più densi di tensioni geopolitiche dalla fine della Guerra Fredda. Il confronto tra un ordine internazionale unipolare, emerso dopo il crollo dell’URSS (1989–1991), e una crescente spinta multipolare, sostenuta da potenze emergenti, attraversa ormai tutti i continenti. Non si tratta più di una contrapposizione “teorica”: è uno scontro concreto che si manifesta in una serie di “punti caldi” globali, dove le grandi potenze sono coinvolte direttamente o indirettamente sotto tutti i punti vista. Con il rischio sempre maggiore che questi vari conflitti diventino un tutt’uno, portando i vari poli più attivi e potenti in questo scontro unipolarismo – multipolarismo a fronteggiarsi anche militarmente senza “intermediazioni”. America Latina e il caso Venezuela: laboratorio geopolitico L’America Latina è tornata al centro della competizione globale, con il Venezuela che ne rappresenta oggi il caso più emblematico insieme a Cuba. Nel gennaio 2026 un’operazione militare statunitense, fuori da ogni norma internazionale, ha portato al sequestro del Presidente Maduro e di sua moglie a Caracas (con il martirio anche di 32 cubani che li difendevano), ufficialmente venduto come lotta al narcotraffico (anche se poi l’accusa è miseramente caduta anche negli uffici giudiziari di New York). “Scopiazzando” Sallustio che nel 54 A.C. scrisse “Invettiva contro Cicerone e gli spacciatori di onestà”, si potrebbe scrivere un pamphlet intitolato “Invettiva contro il mancato premio Nobel per la Pace e gli (altri) spacciatori di onestà”. L’evento ha suscitato generali reazioni internazionali indignate, con Russia, Cuba e Cina in primis (ma anche altri attori) che lo hanno definito come una palese violazione della sovranità nazionale e del diritto internazionale. Dopo la cattura, il potere è passato alla Vicepresidente Delcy Rodríguez, con il nuovo esecutivo che ha avviato un processo di ristrutturazione interna (rilascio di vari prigionieri, tentativi di apertura economica, riorganizzazione del potere e allontanamento di figure chiave legate al precedente assetto). Tra i cambiamenti più rilevanti vi è stata anche la rimozione del Ministro della Difesa Vladimir Padrino López dopo più di dieci anni di fedele e leale servizio, figura centrale del sistema chavista. Questa mossa segnala un tentativo di consolidamento del potere da parte della nuova leadership e di ridefinizione degli equilibri tra politica e forze armate. Anche se ancora oggi nella gestione politica più in “basso” il Chavismo è lontano dall’essere stato “rimodellato” o addirittura cancellato. Cuba: resistenza sotto pressione Cuba rappresenta un altro nodo fondamentale della regione. L’isola continua a vivere una situazione economica estremamente difficile, aggravata dalle sanzioni e dalle restrizioni statunitensi, peggiorate con l’Amministrazione Trump. La carenza di energia e carburante, con le conseguenti difficoltà sociali, sono elementi strutturali di questa crisi. Nonostante ciò, il sistema politico cubano resiste e anche il famoso poeta cubano Silvio Rodrìguez ha lanciato un appello alla resistenza “esigendo un fucile AKM” per contribuire alla difesa di Cuba in caso di aggressione (nonostante la...
L'Ambasciata della Repubblica di Belarus nella Repubblica Italiana ha preso atto con preoccupazione della dichiarazione congiunta del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana, Antonio Tajani, e del Ministro per lo Sport e i Giovani della Repubblica Italiana, Andrea Abodi, relativa al disaccordo del Governo Italiano con le decisioni del Comitato Paralimpico Internazionale sul pieno ripristino dell'adesione dei comitati paralimpici di Bielorussia e Russia, nonché sulla partecipazione di atleti e delegazioni nazionali bielorusse e russe ai Giochi Olimpici di Milano con l'esposizione dei simboli nazionali, incluso l'inno.
Alla fine di novembre Vladimir Putin ha compiuto una visita di Stato in Kirghizistan che ha rilanciato l’alleanza strategica con Sadır Japarov. Accordi su sicurezza, pagamenti in valute nazionali ed energia, cooperazione umanitaria e universitaria. Sullo sfondo, le elezioni legislative anticipate del 30 novembre.
Uno studio analitico sul Fronte Orientale della Seconda Guerra Mondiale (e molto altro) I giorni dell’acciaio di Giambattista Cadoppi è un’opera che riesce a coniugare una approfondita analisi storica e un’intensa capacità narrativa, offrendo un affresco chiaro e potente della Vittoria dell’Armata Rossa nella Seconda guerra mondiale. Cadoppi però non si limita a ripercorrere le tappe militari del conflitto, in quanto costruisce anche un racconto che mostra l’enorme sforzo umano, politico e morale che sorresse quella Vittoria. E non ultimo, smonta le tante “bufale” costruite ad arte su quegli eventi (e sui loro più famosi protagonisti) negli anni successivi; così come sviluppa salti temporali e collegamenti preziosi per cercare di disfarsi delle tante falsità che ancora oggi vengono portate avanti da una certa élite interessata ad una riscrittura della Storia. Lo stile dell’autore è chiaro e incisivo, capace di mostrare le atmosfere cupe dell’Europa (e del mondo) in guerra, senza però scadere nel sensazionalismo. Inoltre, le pagine dedicate alla resistenza sovietica, alla mobilitazione multietnica di massa e alla capacità del popolo russo di trasformare il sacrificio in forza collettiva risultano realmente decisive per addentrarsi nello spirito che ha permeato quei popoli, nonostante tutte le avversità presenti. Cadoppi offre uno sguardo partecipe, con un animo certamente non freddo e distaccato, ma mai acritico e attento alla complessità delle dinamiche sia interne allo Stato sovietico (con il ruolo dei suoi leader) che nelle relazioni con gli altri Paesi. Uno dei maggiori punti di forza del libro è dunque certamente quello di raccontare nel minimo dettaglio tutti gli eventi che hanno portato alla Vittoria dell’Armata Rossa, con in più però una spiegazione del “pre e post” apertura del Fronte Orientale, dove quindi le questioni militari fondano le proprie radici su un determinato contesto e comportano poi cambiamenti epocali negli equilibri globali successivi (in Europa e non solo). Già apprezzato da riviste come Marx XXI, “I giorni dell’acciaio” di Cadoppi si materializza come un testo avvincente, capace di parlare sia agli appassionati di storia e geopolitica che ai lettori in cerca di un libro certamente non breve ma denso, documentato e, per certi versi, anche profondamente umano. Link all’acquisto:
Lunedì 24 novembre, Stefano Vernole, Vicepresidente del Centro Studi Eurasia Mediterraneo e Stefano Bonilauri, direttore di Anteo Edizioni, hanno partecipato a Belgrado al convegno “La Moldavia e gli Slavi”, organizzato dall’Istituto per gli Studi Politici della capitale serba (https://www.ipsa.org/profile/institute-political-studies). Vernole e Bonilauri sono intervenuti con una relazione storica e geopolitica sull’attuale situazione della Chiesa Cristiano Ortodossa in Moldavia. La Chiesa nello spazio post-sovietico è l’unica istituzione storica che esiste da tempo immemorabile. Tutto il resto è recente. È sia la radice evidente dello Stato stesso, sia forse l’unica istituzione che il popolo rispetta veramente. I cristiani ortodossi rappresentano la netta maggioranza della popolazione in Moldavia, esercitando una grande influenza sulla vita sociale dei suoi cittadini (siano essi russi, ucraini, moldavi o altri) e sono divisi in due comunità in competizione tra loro. La Chiesa Ortodossa Moldava (MOC), nota anche come Metropolia di Chișinău e di Tutta la Moldavia, è una metropoli autonoma affiliata alla Chiesa Ortodossa Russa (Patriarcato di Mosca) e comprende circa il 91,4% di tutti i cristiani moldavi (censimento del 2019: oltre 1.200 parrocchie, 6 diocesi, oltre 50 monasteri); la più piccola Chiesa Ortodossa Bessarabica (BOC) (3,7% nel 2019), nota anche come Metropolia di Bessarabia, è subordinata alla Chiesa Ortodossa Romena. La Chiesa ortodossa di Moldavia, concentrata sulla preservazione delle tradizioni moldave e dell’identità nazionale e storicamente legata alla Chiesa ortodossa russa, rappresenta un chiaro problema per l’attuale governo di Chisinau. La Chiesa ortodossa moldava è vista da ampie fasce della popolazione come una delle istituzioni a sostegno della sovranità del Paese: la chiave per preservare l’indipendenza della Repubblica. Sullo sfondo della pratica illecita del Patriarcato di Costantinopoli di creare strutture ecclesiastiche parallele sul territorio di un’altra Chiesa ortodossa (ad esempio, Estonia e Ucraina), è emersa un’altra grave linea di divisione nell’Ortodossia mondiale. Al convegno hanno partecipato altresì, studiosi e professori universitari serbi e provenienti da altri Paesi Europei come Moldavia, Bielorussia, Bulgaria ed Ungheria. Prima del convegno, Vernole e Bonilauri hanno discusso con la direzione dell’Istituto per gli Studi Politici di Belgrado sulle possibilità di collaborazione tra il prestigioso Centro studi serbo, il CeSEM e Anteo Edizioni, valutando l’opportunità di siglare a breve un memorandum di lavoro congiunto.
© Sputnik https://sputnik.by/20251031/zarifullin-evraziystvo-postepenno-stanovitsya-ideologiey-soyuznogo-gosudarstva-1101296187.html Come l’idea dell’eurasiatismo ― una civiltà unica che unisce Occidente e Oriente e segue il proprio percorso di sviluppo – sta gradualmente diventando l’ideologia di Stato in Russia e attira altri paesi, riflette lo storico Pavel Zarifullin, direttore del Centro Lev Gumilev. “Senza teoria siamo morti!” ― diceva una volta Stalin, ma la teoria (come la fede) senza l’azione è morta. Una volta era piacevole sentire che l’idea eurasiatica basata sulla storia unificante degli Sciti era la chiave per molti risultati pratici. Sono passati due anni. Cosa si è riusciti a ottenere in questo periodo? Quali degli obiettivi prefissati sono stati raggiunti? A queste domande ha risposto Pavel Zarifullin, storico, scrittore e direttore del Centro Lev Gumilev, in un’intervista alla radio Sputnik Bielorussia. “In questo periodo è stata creata una gigantesca rete di nuovi Sciti, eurasiatici, in tutto il territorio dell’Eurasia sono comparsi nostri sostenitori, anche nell’Unione Europea, i nostri libri vengono pubblicati in Italia, in Germania, negli Stati Uniti. In altre parole, questa idea è entrata nel cuore della gente. Direi addirittura nei cuori di diversi popoli. Non ci siamo limitati a propagandare l’eurasiatismo, il gumilevismo, l’idea di un destino comune dei nostri popoli. Ma qualcosa in questo nostro brillante eurasianismo-scita ha interessato anche altre etnie, altri paesi, intellettuali di questi paesi. I più diversi: in Iran, in Afghanistan, in Italia, in Germania, negli Stati Uniti”, osserva l’interlocutore di Sputnik. Sono paesi completamente diversi, con concezioni del mondo diverse, eppure vedono nell’eurasiatismo una sorta di speranza per sé stessi, un’idea di giustizia, di futuro per il mondo nel suo complesso, osserva lo storico.“In questo periodo, in due anni, l’eurasiatismo sta gradualmente, con difficoltà, ma comunque diventando l’ideologia di Stato della Russia e dell’Unione di Russia e Bielorussia. Abbiamo presentato i 15 anni del centro Lev Gumilev nella città di Minsk, è venuto Sergej Jur’evič Glazev (segretario di Stato dell’Unione Russa-Bielorussa ― Sputnik), naturalmente ha esposto la sua dottrina economica… ma poi ha detto che senza ideologia tutta questa economia, tutte queste idee sono morte. E che abbiamo bisogno di Lev Gumilev e delle sue idee, abbiamo bisogno dell’eurasiatismo, anche per lo Stato Unito di Russia e Bielorussia”, afferma Zarifullin. È molto importante che l’ideologia si combini correttamente con la politica e l’economia, in questo caso si possono realizzare grandi cose, è convinto l’interlocutore di Sputnik. “L’eurasiatismo spiega perché dobbiamo vivere insieme sul territorio dell’ex Unione Sovietica, per così dire. Spiega perché siamo geograficamente legati, uniti da popoli diversi, dagli stessi sentieri, dallo stesso destino storico e così via. Ecco la geografia, e da essa non si può scappare, ma poi ci sono l’economia, la politica, la geopolitica, e quindi siamo condannati a stare insieme, anche con i nostri fratelli o non fratelli ucraini, perché abbiamo la stessa geografia e prima o poi saremo comunque insieme, questo è certo. Ma lo scifismo spiega la nostra unità dal punto di vista della storia comune, il che è molto interessante, e del destino storico comune”, spiega lo storico.