a cura di dr. Hossein Akhavan, per la Foundation of Dialogue and Solidarity of United Nations (FODASUN) di Teheran
Di seguito i punti essenziali dell’intervista.
Qual è la sua valutazione di questo Memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti? Ritiene che questo accordo possa davvero ridurre le tensioni nella regione?
Il Memorandum d’intesa firmato, se attuato, avrebbe rappresentato un grande successo diplomatico e politico per l’Iran, che avrebbe ottenuto condizioni significativamente migliori rispetto a quelle iniziali del conflitto. In particolare, le clausole economiche erano estremamente favorevoli; la graduale eliminazione delle sanzioni avrebbe permesso all’Iran di stabilizzare finalmente il Paese e di sfruttare appieno le sue vaste risorse energetiche. Inoltre, il Memorandum sanciva il pieno riconoscimento della sovranità iraniana e avrebbe favorito una significativa stabilizzazione dell’intera regione, ponendo fine a decenni di caos. Solo in una situazione di pace autentica è possibile risolvere le tensioni attuali e promuovere un contesto mediorientale aperto agli investimenti stranieri. Il Memorandum avrebbe potuto rappresentare il primo passo in questa direzione, ma purtroppo non è stato attuato.
Quali sono le principali preoccupazioni in Europa riguardo a questo Memorandum d’intesa? E quale ruolo dovrebbe svolgere l’Unione Europea dopo questo accordo?
In teoria, il Memorandum d’intesa sarebbe stato vantaggioso per l’Europa, in quanto avrebbe aperto nuove opportunità geoeconomiche in una regione ancora strategica per il flusso di merci e, sebbene da una posizione meno privilegiata rispetto agli Stati Uniti, le avrebbe permesso di riacquistare l’accesso a un mercato importante come quello iraniano. Le imprese italiane, in particolare, hanno perso miliardi di euro in passato a causa delle sanzioni occidentali e del blocco SWIFT. Da una prospettiva geopolitica, tuttavia, l’Europa non è un’entità autonoma finché rimane dipendente dalla NATO; senza una vera sovranità militare, l’UE continuerà a essere bersaglio delle strategie di Washington, che attualmente la vogliono in prima linea contro la Russia e distante dalla diplomazia mediorientale. Inoltre, se il conflitto in Medio Oriente dovesse continuare, l’Europa entrerà in una grave recessione economica e le sue opzioni si ridurranno ulteriormente.
Alla luce delle recenti dichiarazioni di Donald Trump, secondo cui il Memorandum d’intesa con l’Iran è terminato, come si dovrebbe interpretare questa affermazione? La considera una nuova guerra o un’escalation, oppure ritiene che ci sia ancora spazio per la diplomazia?
Purtroppo, l’Amministrazione Trump, come ogni altra presidenza statunitense, è inaffidabile. L’unico linguaggio che conosce è quello della forza, e questa è la ragione principale del rinnovato conflitto con l’Iran. Al suo interno coesistono due fazioni: una più pragmatica e meno incline alla guerra, e un’altra decisamente più fedele al tradizionale espansionismo militare statunitense. Soprattutto quest’ultima fazione porta con sé una carica ideologica messianica, molto simile a quella di Israele, ed è estremamente pericolosa. Quando Trump si è reso conto che, dal punto di vista della sua immagine internazionale – e quindi interna – la firma del Memorandum veniva percepita come una sconfitta, ha ceduto alle pressioni dell’ala neoconservatrice. Tuttavia, le capacità militari statunitensi sono limitate e le difficoltà incontrate potrebbero consentire la riapertura di un altro spazio diplomatico dopo l’estate. Trump ha bisogno almeno di un successo simbolico da poter rivendicare agli occhi dei media. La questione più pericolosa riguarda il coinvolgimento dei Paesi arabi nell’aggressione contro l’Iran; questo rappresenta un forte ostacolo alla normalizzazione, perché se non vogliono svincolarsi dalla dipendenza da Washington, l’Iran non avrà altra scelta che ricorrere al cambio di regime in quei Paesi che forniscono la logistica per l’aggressione, ad esempio in Bahrein.
Guardando al futuro, come percepisce gli sviluppi di questi conflitti? E cosa dovrebbe fare l’Iran in futuro?
Naturalmente, è difficile fare previsioni. La crisi dell’ordine mondiale scaturita dalla caduta del Muro di Berlino è ormai irreversibile, ma le sue conseguenze potrebbero essere molto amare per la popolazione. L’Iran ha dimostrato un impegno estremo nel resistere all’aggressione della “Coalizione Epstein”, e da questo punto di vista non c’è molto altro da aggiungere. Il futuro è piuttosto incerto, perché il Paese è inevitabilmente cambiato negli ultimi anni, e credo che si stia valutando anche una nuova forma di governo, che preservi la struttura istituzionale della Repubblica Islamica ma con riforme di vasta portata, come richiesto da una parte della popolazione. È fondamentale superare la crisi economica causata dalle sanzioni occidentali, e quindi l’Iran dovrà rafforzare sempre più i suoi legami con tutti quei Paesi, in particolare Cina e Russia, che possono contribuire alla sua prosperità. Vista la volontà di Washington di escludere Pechino dal format diplomatico, un buon mediatore potrà essere ancora il Pakistan. Tuttavia, se non dovesse aprirsi un nuovo spazio per le trattative, ci sarà una guerra totale fino alla vittoria completa di uno dei due contendenti: o gli Stati Uniti e Israele riusciranno ad abbattere la Repubblica Islamica oppure l’Iran otterrà la cacciata delle basi militari statunitensi nella regione e la caduta del Governo Netanyahu.