di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/31/nuova-fase-della-guerra-ibrida-contro-la-serbia/ Dopo gli episodi dello dicembre, l’offensiva ibrida contro la Serbia si è nuovamente intensificata per mezzo del Kosovo, creazione della NATO, con il chiaro obiettivo di attaccare uno dei principali alleati della Russia. Dall’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina, la Serbia ha sempre mantenuto una posizione in linea con la storica amicizia che unisce Belgrado a Mosca. Il governo del presidente Aleksandar Vučić si è categoricamente rifiutato di prendere parte a qualsiasi tipo di sanzione antirussa, e proprio per questo il suo Paese è entrato nel mirino dell’imperialismo statunitense, che attraverso le guerre NATO nella ex Jugoslavia ha creato un avamposto antiserbo e atislavo in Kosovo. Già nello scorso dicembre, erano partite le prime provocazioni da parte kosovara, sempre con il sostegno delle forze dell’alleanza atlantica. Sin da allora, avevamo sottolineato come le mosse contro la Serbia avessero la duplice funzione di punire lo stesso governo di Belgrado, reo di non essersi allineato ai dettami di Washington, ma anche di aprire un nuovo fronte contro la Russia, visto che Mosca ha sempre ricoperto il ruolo di “fratello maggiore” del popolo serbo (ricordiamo il precedente più celebre che portò allo scoppio della prima guerra mondiale). Marija Zacharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha sottolineato come la NATO, che si erge a difensore dei diritti umani, rappresenti in realtà una fonte di destabilizzazione nella regione balcanica, dove guida la forza di sicurezza internazionale denominata KFOR (Kosovo Force). “Non solo i peacekeeper della NATO hanno mostrato la loro mancanza di professionalità, ma sono anche diventati una fonte di violenza non necessaria e un fattore di escalation“, ha attaccato Zacharova. “Coloro che dovrebbero proteggere la maggioranza serba locale dall’arbitrarietà dei kosovari hanno finito per schierarsi con le aspirazioni xenofobe di Priština e sono diventati sostanzialmente complici del terrore – assumendo il ruolo di sicurezza personale dell’autonominato governo degli albanesi del Kosovo che si sono rintanati negli edifici amministrativi“, ha detto la rappresentante diplomatica. Zacharova fa in particolare riferimento agli episodi dello scorso 26 maggio, quando la polizia del Kosovo ha sequestrato edifici amministrativi nei comuni di Zvečan, Zubin Potok e Leposavić, in cui vive una numerosa popolazione serba. Il 29 maggio, le forze di sicurezza internazionali guidate dalla NATO hanno chiuso l’accesso agli edifici amministrativi dove si erano radunati i manifestanti serbi, fino ad arrivare allo scontro, con un bilancio di almeno 52 feriti, secondo quanto riportato da fonti ufficiali serbe. Va notato che gli scontri sono iniziati proprio nello stesso giorno in cui il presidente serbo Aleksandar Vučić ha ribadito il rifiuto del suo governo di applicare qualsiasi sanzione contro la Russia. Con chiaro riferimento al modo ossequioso con il quale altri Paesi obbediscono supinamente agli ordini di Washington, Vučić ha affermato che il governo serbo non prende ordini da ambasciatori o governi di altri Paesi. Il presidente ha poi affermato che la Serbia persegue la propria politica estera indipendente, e che spetta solamente al governo di Belgrado decidere se imporre sanzioni o meno. In quegli stessi giorni era presenta a Belgrado anche il...
Mese: Maggio 2023
A cura di Gokhan Kurtaran FONTE ARTICOLO: https://www.aa.com.tr/en/turkiye/turkiye-obvious-nation-for-expanded-brics-says-leading-economist/2896122# L’economista britannico Jim O’Neill ha affermato che la Turchia ha affrontato le complicazioni del sistema incentrato sugli Stati Uniti e del nuovo ordine mondiale. La Turchia sarebbe un’aggiunta ovvia a un gruppo BRICS allargato; così l’economista Jim O’Neill, colui che ha coniato l’acronimo che sta per Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, tutte economie emergenti. Parlando con l’agenzia di stampa Anadolu, O’Neill ha affermato che numerosi paesi stanno facendo domanda per entrare a far parte dei BRICS. Egli vede questo fenomeno come un’iniziativa simbolica del mondo emergente a dimostrazione della loro insoddisfazione per la governance globale e lo status quo stabilito dal dominio statunitense dopo la seconda guerra mondiale. O’Neill, che è stato anche presidente del rinomato think tank londinese Chatham House dal 1999 al 2021, aveva precedentemente incluso la Turchia all’interno del MINT (Messico, Indonesia, Nigeria, Turchia), gruppo che rappresenta le economie emergenti. Ha detto, inoltre, che la Turchia ha affrontato le complicazioni del sistema incentrato sugli Stati Uniti e del nuovo ordine mondiale, suggerendo che Ankara potrebbe entrare a far parte di un gruppo BRICS che desidera l’espansione. “In molti modi la Turchia deve farlo a causa della sua geografia unica. Ma anche, forse, nel modo in cui i leader turchi moderni hanno pensato di poter vedere i vantaggi del sistema occidentale così come i vantaggi di un sistema diverso“, ha affermato. Guerra Russia-Ucraina O’Neill ha espresso la convinzione che i paesi all’interno della formazione BRICS – dove si sente il peso economico della Cina – avrebbero “un grande desiderio” che Turchia facesse parte dell’espansione del gruppo. “La Turchia è un paese piuttosto unico in questo senso. È l’unico paese che sembra essere uno dei principali paesi che è stato in grado di svolgere una sorta di ruolo di mediazione per essere considerato credibile sia dall’Ucraina che dalla Russia“, ha detto. O’Neill ha, inoltre, affermato che l’economia russa ha ottenuto risultati migliori rispetto alle previsioni precedenti di circa un anno fa, aggiungendo che le sanzioni occidentali non hanno avuto un impatto reale sulla Russia. Avendo precedentemente ricoperto il ruolo di capo economista di Goldman Sachs per molti anni, O’Neill ha osservato come le banche centrali nelle economie avanzate stiano compiendo sforzi per contenere gli alti livelli di inflazione, cercando di rallentare l’economia; le recenti dichiarazioni della Federal Reserve (Fed) indicano che se l’inflazione continua a diminuire, la stretta monetaria potrebbe finire; O’Neill ha aggiunto che, in futuro, tali azioni da parte della banca centrale statunitense potrebbero avere un impatto positivo sulle economie emergenti. Discutendo delle prospettive economiche nel Regno Unito, O’Neill ha sottolineato che il paese ha attraversato un periodo difficile dal referendum sull’uscita dalla UE tenutosi nel 2016, affrontando le conseguenze di quella che definisce una “decisione folle” in termini intellettuali e politici. O’Neill ha sottolineato che la posizione commerciale del Regno Unito è peggiorata e, nonostante la necessità di lavoratori qualificati, a livello politico ci sono preoccupazioni significative per quanto riguarda l’immigrazione mentre la capacità di...
di Timur Fomenko FONTE ARTICOLO: https://nexusnewsfeed.com/article/geopolitics/the-g7-is-an-outdated-tool-of-the-us-neo-empire/ Washington ha cooptato sia i vincitori che i perdenti della seconda guerra mondiale nella difesa del dominio occidentale in tutto il mondo. Il vertice delle nazioni del G7 si è svolto a Hiroshima, in Giappone, nell’ultimo fine settimana. Hiroshima è significativa per alcuni motivi. Prima di tutto, Hiroshima è nota al mondo come il luogo che gli Stati Uniti hanno bombardato, insieme a Nagasaki, alla fine della seconda guerra mondiale; bombardamento che ha portato alla resa dell’Impero del Giappone e alla trasformazione di quel paese in uno stato cliente degli americani. In secondo luogo, in linea con il doppio sforzo di contenimento americano contro Cina e Russia, il Giappone sta lavorando per rimilitarizzarsi. Pertanto, mentre il Giappone è il presidente del G7 quest’anno, l’evento è stato un avallo di obiettivi geopolitici incentrati sugli Stati Uniti che hanno preso di mira entrambi i paesi. Tuttavia, cosa si potrebbe dire del G7 stesso? Fondato nel 1975 come organizzazione dell’era della Guerra Fredda e incorporando brevemente le aspirazioni dell’Occidente per la Russia post-sovietica, il gruppo professa di rappresentare i paesi industriali più avanzati del mondo, ma chiunque potrebbe dire che questa è una categoria obsoleta. Paesi come la Cina e l’India, infatti, con economie più grandi della maggior parte dei membri del G7, non fanno parte del gruppo. Piuttosto, il carattere e l’agenda del G7 sono distintamente ideologici mentre l’obiettivo è quello di preservare a tutti i costi un concetto di mondo dominato dall’Occidente. Non dovrebbe passare inosservato che il G7 è un’effettiva aggregazione di ex imperi che un tempo dominavano incontrastati il mondo, ora tenuti sotto le ali e la servitù degli Stati Uniti. Sorprendentemente, tutte e tre le potenze dell’Asse della seconda guerra mondiale, sconfitte dagli alleati, fanno parte di questo raggruppamento. Sebbene i rispettivi regimi orientati al fascismo di Germania, Italia e Giappone siano stati giustamente distrutti, dopo la guerra, questi paesi sono stati tutti ricostruiti come stati clienti americani e i loro rispettivi interessi sono stati messi nelle mani di Washington. Allo stesso modo, gli imperi alleati, che emersero vittoriosi, tra cui Francia, Gran Bretagna e il suo dominio imperiale, il Canada, scoprirono che la guerra aveva gravemente esaurito sia le loro risorse che la forza nazionale al punto che non potevano più continuare a porsi sulla scacchiera internazionale come le superpotenze globali che erano state. Di conseguenza, hanno ceduto il loro testimone di leadership agli Stati Uniti e da allora hanno fatto affidamento sull’esempio di Washington per garantire i loro interessi in tutto il mondo. In ogni caso, tutti questi paesi detenevano posizioni di privilegio derivanti dalle loro rispettive epoche imperiali. Avendo colonizzato la maggior parte del globo e avendo il Giappone occupato militarmente gran parte dell’Asia, questi paesi si erano arricchiti enormemente. La favolosa ricchezza della Gran Bretagna, per esempio, è adattata direttamente allo sfruttamento dell’Africa e dell’India. Gli imperi coloniali erano di carattere strettamente commerciale, l’ideologia usata come forza giustificante per l’aggressione, sostenendo, al contempo, i loro interessi economici...
Di Hauke Ritz, multipolar-magazin.de | Traduzione di oval.media FONTE ARTCOLO: La Guerra contro il mondo multipolare – Come Don Chisciotte Politici di spicco suggeriscono che si potrebbe rischiare una continua escalation della guerra in Ucraina perché una vittoria russa sarebbe peggiore di una terza guerra mondiale. A cosa è dovuta questa enorme volontà di escalation? Perché sembra non esistere un piano B? Per quale motivo l’élite politica degli Stati Uniti e quella della Germania hanno legato il proprio destino all’imposizione di un ordine mondiale a guida occidentale? Non si può ignorare che il mondo occidentale sia in preda a una sorta di frenesia bellica nei confronti della Russia. Ogni escalation sembra portare quasi automaticamente alla successiva. Non appena è stata decisa la consegna di carri armati all’Ucraina, si è parlato della consegna di jet da combattimento. Un drone spia americano era appena stato abbattuto vicino al confine russo dal passaggio ravvicinato di un caccia russo, quando la Corte penale internazionale dell’Aia ha pubblicato un mandato di arresto per Vladimir Putin. Criminalizzando il presidente russo, l’Occidente ha deliberatamente distrutto il percorso verso una soluzione negoziale e ha portato l’escalation a un nuovo livello. Ma come se il livello così raggiunto non fosse abbastanza alto, la Gran Bretagna ha annunciato la consegna di munizioni all’uranio, considerate armi “convenzionali” che lasciano una contaminazione radioattiva sul luogo dell’esplosione. La risposta di Mosca non si è fatta attendere ed è consistita nella decisione di posizionare armi nucleari tattiche in Bielorussia a stretto giro. La rinuncia al controllo dell‘escalation Da dove deriva questa disposizione quasi automatica all’escalation da parte dei politici al potere oggi? È un fenomeno di decadenza? Qualcosa di analogo si verifica quando l’adattamento allo Zeitgeist (lo spirito del tempo) è diventato più importante dell’adattamento alla realtà. Oppure la disponibilità all’escalation può essere spiegata razionalmente? È forse l’espressione di un certo obiettivo politico che è stato minacciato ma che non può essere abbandonato dalla classe politica al potere e che quindi sembra raggiungibile solo attraverso un azzardo? Una dichiarazione molto significativa, rilasciata dal Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg il 18 febbraio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, fa pensare a quest’ultima ipotesi: Stoltenberg ha ammesso nel suo discorso che, continuando a sostenere l’Ucraina, c’era il rischio di un’escalation militare tra la NATO e la Russia che non poteva più essere controllata. Tuttavia, ha fatto seguito a questa ammissione chiarendo immediatamente che non esistono soluzioni prive di rischi e “che il rischio più grande di tutti sarebbe una vittoria russa”. In un certo senso, Stoltenberg ha legittimato il rischio di un’escalation militare tra le due superpotenze nucleari. In altre parole, si potrebbe tranquillamente rischiare l’escalation perché una vittoria russa in Ucraina sarebbe potenzialmente peggiore di una terza guerra mondiale. Ora, si potrebbe liquidare la dichiarazione di Stoltenberg come irrazionale se non fosse in linea con altre dichiarazioni allarmanti di politici, militari e persone che gravitano in questi mondi. Si consideri, ad esempio, l’osservazione fiduciosa di Rob Bauer, Presidente del Comitato militare della NATO, che si è detto sicuro che Putin non...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/30/il-mek-braccio-armato-dellimperialismo-contro-la-repubblica-islamica-delliran/ In questo articolo riassumiamo la controversa storia del MEK, passato dall’essere un movimento che combinava Islam e marxismo fino a diventare un’organizzazione terroristica al servizio degli scopi dell’imperialismo statunitense. Mojahedin-e-Khalq, meglio nota con l’acronimo MEK, è un’organizzazione politica che ha come scopo dichiarato il rovesciamento della Repubblica Islamica dell’Iran per instaurare un nuovo governo. Quest’organizzazione, che il governo iraniano considera come terroristica, ha però una storia molto complessa, che ha inizio nel 1965, quando un gruppo di militanti di estrema sinistra fondo il MEK per rovesciare la monarchia dello scià Reza Pahlavi. Nei primissimi anni della sua esistenza, il MEK si caratterizzò per essere un’organizzazione che puntava a conciliare una visione progressista della religione musulmana con il marxismo, anche se il gruppo non si è mai autodefinito socialista né comunista. Secondo il MEK, infatti, l’Islam doveva opporsi al feudalesimo e al capitalismo, puntando alla socializzazione dei mezzi di produzione. Nel 1973, l’organizzazione si scinderà in due, con il gruppo dei militanti più orientati a sinistra che darà vita ad una nuova organizzazione, il MEK Marxista-Leninista. Sia il MEK che il MEK Marxista-Leninista prenderanno parte al rovesciamento della monarchia persiana nel 1979, ed espressero, almeno in un primo momento, anche il proprio sostegno all’occupazione dell’ambasciata statunitense a Tehrān. Tuttavia, ben presto emersero delle divergenze con il nuovo governo della Repubblica Islamica, ed in particolare con l’ayatollah Ruḥollāh Khomeynī, che non condivideva le interpretazioni dell’Islam sciita operate dagli esponenti del MEK. In questi anni il MEK ha sempre mantenuto una impostazione nazionalista e anti-imperialista, tanto che nel 1997 gli Stati Uniti inserirono il MEK nella lista delle organizzazioni terroristiche. Pur continuando la propria attività di opposizione nei confronti del governo iraniano, i militanti del MEK, in gran parte esiliati in Iraq, furono tra le vittime dell’invasione statunitense del Paese allora guidato da Ṣaddām Ḥusayn. Dal 2012, tuttavia, il MEK ha modificato la propria visione in politica estera, divenendo completamente assoggettato agli Stati Uniti, che hanno lavorato per attirare a sé l’organizzazione in funzione anti-iraniana nel corso dell’occupazione dell’Iraq. Non a caso, nel settembre del 2012, Washington ha ufficialmente eliminato il nome del MEK dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Nello stesso anno, l’emittente NBC ha riportato la notizia secondo la quale i militanti del MEK verrebbero addestrati dai servizi segreti israeliani al fine di assassinare gli scienziati del programma nucleare iraniano, fatto successivamente confermato dall’agente della CIA Robert Baer. Sempre nel 2012, il giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh, lo stesso che ha recentemente svelato il coinvolgimento degli Stati Uniti negli attentati ai gasdotti Nord Stream, ha rivelato che numerosi importanti esponenti della politica e dei servizi segreti degli Stati Uniti erano stati lautamente retribuiti per parlare in favore del MEK, compresi i direttori della CIA James Woosley e Porter Gross, l’ex direttore dell’FBI Louis Freeh, l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani e l’ex ambasciatore degli USA presso le Nazioni Unite John Bolton. Inoltre, Hersh ha denunciato che, tra il 2005 ed il 2009, militanti del MEK sarebbero stati addestrati in Nevada dal Joint Special Operations Command degli Stati Uniti, esercitazioni che però sarebbero terminate in...
FONTE ARTICOLO: https://italian.cri.cn/2023/05/25/ARTIN7j2PkDklHpwYw0g9dxX230525.shtml?spm=C45821.PevNA4jhF5js.EpkAML7VXLgv.8 Riguardo alle affermazioni inerenti a Taiwan del presidente del Paraguay, in una conferenza stampa ordinaria convocata il 25 maggio la portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning ha sottolineato che sostenere il principio di una sola Cina rappresenta la giustizia internazionale, la volontà dei popoli e la tendenza dei tempi. La portavoce cinese ha sottolineato che nel mondo esiste una sola Cina e Taiwan ne è una parte inseparabile, il principio di una sola Cina rappresenta una regola delle relazioni internazionali universamente riconosciuta e un consenso della comunità internazionale, finora vi sono già 182 paesi che hanno allacciato le relazioni diplomatiche con la Cina sulla base di tale principio. Mao Ning ha concluso dicendo che “i paesi interessati sono chiamati a tenere conto della tendenza generale, a scegliere di stare dalla parte giusta della storia e di prendere la decisione giusta il prima possibile che sia in linea con gli interessi fondamentali e a lungo termine dei propri paesi”.
di Peter Ford FONTE ARTICOLO: https://21stcenturywire.com/2023/05/19/never-mind-who-lost-syria-who-the-hell-lost-saudi-arabia/ La Siria che torna nell’ovile della Lega Araba è un’immagine che la banda del “cambio di regime” di stanza a Washington non avrebbe mai voluto che il mondo vedesse. Più precisamente: mentre il Regno inizia ad essere rivolto verso est, l’impero degli Stati Uniti sta perdendo una delle sue più grandi risorse nel mantenere il suo impero globale. È difficile sopravvalutare il significato della riammissione della Siria nella Lega araba e della partecipazione del presidente Assad al vertice arabo di Jeddah. Il significato va ben oltre la Siria stessa. Andiamo dritti al punto: si tratta di un duro colpo per gli Stati Uniti e i suoi alleati e non c’è da stupirsi che i commenti dei think tank di Washington e delle pubblicazioni come il Financial Times siano così aspri in merito. Non è solo che l’odiato Assad stia uscendo dall’isolamento imposto dagli Stati Uniti e che al mondo viene ricordato il fallimento della politica statunitense in Siria. Ancora più importante, assolutamente sbalorditivo, è il fatto che un importante cliente statunitense, precedentemente completamente allineato alle posizioni di Washington, l’Arabia Saudita, abbia preso l’iniziativa nel farsi beffe del desiderio statunitense di mantenere isolata la Siria. Perché è stata proprio l’Arabia Saudita, fresca di mostrare il dito agli Stati Uniti, ad arrivare ad un accordo per ridurre la tensione con l’ Iran, per di più sponsorizzato dalla Cina con l’Iran, e, in seguito a spingere altri membri della Lega Araba ad accettare il ritorno della Siria. Ciò è avvenuto dopo che l’Arabia Saudita si è rifiutata di pompare più petrolio per aiutare Biden a tenere prezzi del gas più bassi negli Stati Uniti. Alcuni a Washington cercano di consolarsi con il pensiero che una maggiore influenza saudita a Damasco contribuirà a diminuire la presunta presa dell’Iran sulla Siria. Così, però, mancano il punto poiché con la pace tra l’Arabia Saudita e l’Iran, l’Arabia Saudita non ha motivo di temere l’influenza iraniana in Siria. Sembra che l’Arabia Saudita si sia resa conto del fatto che gli unici vincitori della tensione tra sé stessa e l’Iran sono stati gli Stati Uniti e Israele. Il momento del risveglio potrebbe effettivamente essere arrivato nel 2019 – ma all’epoca è passato inosservato – quando, secondo i rapporti, l’Iran ha diretto massicci attacchi di droni contro la raffineria di Abqaiq nella provincia orientale dell’Arabia Saudita, rimanendo impunito. L’Iran stava inviando un messaggio agli Stati Uniti: mettete il naso nelle nostre esportazioni di petrolio (cosa che la marina americana stava effettivamente facendo) e colpiremo il vostro rappresentante locale. Gli Stati Uniti hanno certamente recepito il messaggio: si sono tranquillamente ritirati. Ma anche il rappresentante locale, l’Arabia Saudita, ha ricevuto il messaggio. «Ehi, pensavo di pagare per avere protezione. E invece sono colpita per colpa vostra!”. Le conseguenze dell’assassinio di Khashoggi e la conseguente temporanea debolezza del principe Mohammed Bin Salman hanno probabilmente ritardato l’elaborazione della debacle navale del Golfo. Ma l’isolamento di Mohammed Bin Salman potrebbe aver aumentato i suoi sentimenti di...
A cura di Giulio Chinappi Alberto Bradanini, ex ambasciatore italiano in Iran e in Cina, analizza il ruolo della Cina nel contesto globale, con particolare riferimento alla crisi ucraina. Queste e altre tematiche sono affrontate nel suo libro “Cina: dall’umanesimo di Nenni alle sfide di un mondo multipolare” (Anteo Edizioni, 2023). La recensione del libro Cina: dall’umanesimo di Nenni alle sfide di un mondo multipolare” (Anteo Edizioni, 2023)
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/27/ecuador-il-mezzo-golpe-di-lasso-apre-a-nuove-elezioni/ Il presidente di destra Guillermo Lasso ha dato vita ad un “mezzo golpe” in Ecuador, dissolvendo il parlamento che stava per destituirlo. Ad agosto le nuove elezioni potrebbero mettere ordine nel Paese. Nelle scorse settimane, il parlamento di Quito aveva dato il via ad un processo di impeachment contro il presidente Guillermo Lasso, che avrebbe potuto portare alla sua destituzione. In carica dal 2021, Lasso è un imprenditore e banchiere fedele al credo neoliberista e all’obbedienza nei confronti degli Stati Uniti, come ha dimostrato in questi due anni alla guida dell’Ecuador. A metterlo sul banco degli imputati, l’accusa di appropriazione indebita per aver saputo di presunte irregolarità nelle società statali. Mercoledì 17 maggio, si sarebbe dovuta tenere la sessione decisiva per il futuro di Lasso, in cui il parlamento avrebbe votato quasi sicuramente per la sua destituzione. Infatti, secondo i pareri raccolti dai media ecuadoregni, ben 92 deputati su 137 avrebbero espresso la loro intenzione di votare per l’impeachment del presidente. Secondo quanto dichiarato dalla deputata Viviana Veloz, tra i promotori della mozione di sfiducia, il contratto tra la società statale Flopec EP e Amazonas Tankers avrebbe causato danni allo Stato per oltre sei milioni di dollari. “Tutti questi fatti portano alla responsabilità politica del Presidente della Repubblica, siamo convinti che non solo conosceva e consentiva la corruzione, ma che ne faceva parte, violando le disposizioni dell’articolo 233 della Costituzione”, ha dichiarato Veloz. Non preparato ad accettare la fine della sua presidenza, nelle ore successive Lasso ha deciso lo scioglimento del parlamento unicamerale di Quito. Il presidente ha giustificato la sua decisione spiegando di applicare l’articolo 148 della Costituzione, la cosiddetta “morte incrociata” che gli conferisce il potere di sciogliere l’Assemblea nazionale e chiedere la convocazione di elezioni legislative e presidenziali a causa della “grave crisi politica e disordini interni” che, a suo modo di vedere, il Paese sudamericano starebbe attraversando. Tuttavia, le tempistiche di questa decisione appaiono quanto meno discutibili, visto che lo stesso Lasso era oggetto della mozione di sfiducia da parte dell’organo legislativo. Inoltre, questo significa che per i prossimi mesi, fino allo svolgimento di nuove elezioni, Lasso potrà governare attraverso decreti presidenziali, senza far approvare le leggi dal parlamento. In seguito alla decisione di Lasso, le forze dell’ordine hanno circondato l’edificio del parlamento impedendo l’ingresso a chiunque. Come da tradizione in molti Paesi sudamericani, infatti, le forze dell’esercito e della polizia si sono apertamente schierate a favore del presidente di destra e filostatunitense. I vertici militari hanno infatti avvertito che, in caso di atti violenti, agiranno “con fermezza per adempiere alla missione costituzionale di proteggere la vita, i diritti e le garanzie degli ecuadoregni“, un modo elegante per dire che sono pronti a reprimere qualsiasi forma di protesta. La mossa del presidente Lasso ha naturalmente provocato la reazione indignata dell’opposizione, a partire dal movimento della Revolución Ciudadana, che fa riferimento all’ex presidente Rafael Correa, costretto all’esilio per via della persecuzione giudiziaria alla quale è stato sottoposto. Ma anche il Frente Popular di Nelson Erazo e il Partido Social Cristiano (PSC) hanno presentato le proprie...
FONTE ARTICOLO: https://www.lacittafutura.it/recensioni/cina-dall%e2%80%99umanesimo-di-nenni-alle-sfide-di-un-mondo-multipolare In Cina: dall’umanesimo di Nenni alle sfide di un mondo multipolare l’ex diplomatico Alberto Bradanini analizza il ruolo della Cina nel mondo contemporaneo, spaziando su tutti i principali temi dell’attualità geopolitica. L’ex diplomatico Alberto Bradanini, già ambasciatore italiano in Iran e in Cina e attuale presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea, è uno dei massimi esperti italiani della Repubblica Popolare. Nella sua ultima opera, Cina: dall’umanesimo di Nenni alle sfide di un mondo multipolare (Anteo Edizioni, 2023), Bradanini analizza il ruolo di Pechino nel mondo contemporaneo, spaziando su tutti i principali temi dell’attualità geopolitica. La prima parte del libro è dedicata ai due viaggi che il leader socialista Pietro Nenni intraprese in Cina nel 1955 e nel 1971, ponendo le solide basi per il riconoscimento della Repubblica Popolare da parte dell’Italia e per la costruzione di solidi legami tra Roma e Pechino. Secondo Nenni, scrive Bradanini, “l’esperimento cinese aveva le caratteristiche per incarnare […] un modello alternativo di genesi socialista perfettibile” (p. 12), permettendo inoltre il superamento della logica bipolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Costretto dalle maglie di un’Italia occupata militarmente dagli Stati Uniti e pienamente inserita nel blocco atlantico, Nenni riuscì comunque a ricamare uno spazio di iniziativa alla diplomazia italiana, offrendo il suo contributo al riconoscimento internazionale della Repubblica Popolare e all’ingresso del governo di Pechino alle Nazioni Unite. Iscriviti alla newsletter del CeSE-M! [tnp_form id=”1″] I due viaggi di Nenni, dai quali emerge la lungimiranza del leader socialista nell’individuare il ruolo di primaria importanza che la Cina avrebbe giocato nel futuro dell’Asia e del mondo, ci portano poi alla secondo parte dell’opera, che offre ampie vedute su tutti i punti caldi dell’arena internazionale, al punto da far apparire il titolo del libro come limitato rispetto al contenuto dello stesso. Bradanini aiuta il lettore italiano, troppo spesso condizionato dalla propaganda massmediatica occidentale, a meglio comprendere le dimensioni dello sviluppo cinese, affermando che “la Repubblica Popolare è un gigante che brucia primati in ogni campo” (p. 82), come dimostrano i suoi successi in numerosi ambiti, grazie alla promozione di un modello adatto al contesto cinese, seppur non esente da aporie. Rispetto al modello economico occidentale, incentrato sul dominio di un’élite finanziaria, “creare posti di lavoro e mantenere un elevato tasso di crescita resta per la Cina la massima priorità” (p. 86), che ha permesso al Paese di raggiungere risultati straordinari come l’eliminazione della povertà assoluta. Secondo l’autore, “uno sguardo privo di pre-giudizi il confronto d’orizzonte con Stati Uniti ed Europa in tangibile crisi di valori e identità, e alle prese con inedite sfide economiche e sociali, è dalla parte della Cina” (p. 87). Dopo le questioni interne, il testo analizza invece i rapporti della Cina con il resto del mondo, e le posizioni cinesi sulle principali questioni internazionali, posizioni che fanno della Cina il rivale più temuto dall’impero statunitense, in quanto rischiano di mettere fine al progetto egemonico perseguito da Washington: “Sulla scena mondiale, la dirigenza cinese punta a costruire un multipolarismo anti-egemonico che sia insieme fondato su equilibrio e inclusione, una...