Riceviamo e pubblichiamo la segnalazione di questa manifestazione che si terrà presso la stazione centrale di Milano il giorno sabato 5 settembre 2020.
Mese: Agosto 2020
Intervista pubblicata su SPUTNIKSERBIA Intervista a cura della redazione di “Sputnik” Serbia Da dove proviene l’idea del libro? Nella prefazione si sottolinea come l’Ortodossia sia un fattore geopolitico chiave negli eventi storici dei Balcani. L’idea del libro nasce innanzitutto dal desiderio di ritornare in Montenegro, un Paese che avevo già visitato nel 2000 e nel 2007, in periodi molto differenti della sua storia. Chiaramente le notizie delle imponenti manifestazioni contro l’approvazione della Legge sulla Libertà religiosa, è stata una spinta ulteriore a tornarci e a verificare direttamente la situazione. L’Ortodossia è alla base di quanto sta succedendo in Montenegro, perché se non fosse per la fede cristiana dei manifestanti il provvedimento adottato dal Governo di Podgorica sarebbe passato sotto silenzio. Come ho cercato di spiegare nel libro, l’identità ortodossa dei serbi è la chiave per decifrare il possibile cambiamento geopolitico nei Balcani, il loro nazionalismo rappresenta ancora oggi (dopo le guerre degli anni Novanta) l’unico fattore di ostacolo alla completa sottomissione della regione alla NATO e costituisce un richiamo importante per le aspirazioni geostrategiche della Russia. Da dove nasce l’interesse di un italiano per la sofferenza e l’ingiustizia serba? Come giudichi l’Ortodossia e la posizione dei serbi che, come hai scritto, agli occhi degli altri sono sempre dalla parte dei “perdenti”? Il mio interesse nasce per pura curiosità, durante un viaggio compiuto nel 1995 durante gli ultimi mesi della guerra in Jugoslavia. La visione dall’Italia, quella conculcata dai media mainstream, era a senso unico, si credeva che i serbi (perlopiù comunisti ma con sfumature naziste), non volessero concedere l’indipendenza alle altre nazioni e si prodigassero in massacri vari. La realtà che ho riscontrato sul terreno era molto diversa, proprio in quei giorni centinaia di migliaia di serbi venivano costretti a fuggire dalle Krajine sotto la spinta dell’avanzata militare croato-musulmana agevolata dai bombardamenti della NATO. Solo la decisa resistenza serba in Bosnia, inoltre, impedì che l’attuale capitale della Republika Srpska, Banja Luka, finisse sotto il controllo dell’entità croato-bosniaca. Ho deciso così di ricostruire attraverso alcune ricerche (dalle quali sono scaturiti i miei libri precedenti) le ragioni dei serbi, i quali alla fine sono coloro che hanno pagato più a caro prezzo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Ma “perdenti” lo sono solo apparentemente, agli occhi della razionalità occidentale; nella visione serba, ripetendo il sacrificio di Re Lazar e dei suoi soldati sul Campo dei Merli, durante i secoli di esilio e sofferenza, il “popolo celeste” ripete la Passione di Cristo e si eleva alla Gloria universale. Come commenti la controversa Legge montenegrina e cosa pensi del vigore del popolo serbo nella difesa dei suoi Santi? La Legge sulla libertà religiosa approvata dal Governo di Podgorica lo scorso 26 dicembre tra violente contestazioni sia fuori che dentro il Parlamento, viola sia la stessa Costituzione montenegrina sia il diritto internazionale. Nel primo caso, l’art. 14 paragrafo 1 stabilisce che le comunità religiose siano separate dallo Stato, mentre il paragrafo 2 prevede che le comunità religiose siano libere nell’esercizio delle loro funzioni. Nel secondo...
Sabato 29 agosto 2020 alle ore 16.00 presso Chiesa di Santa Corona – Contrà Santa Corona 6 – Vicenza, nell’ambito delle Giornate della cultura serba in Italia, Unione dei Serbi in Italia organizza la promozione di “La difesa della fede ortodossa in Montenegro” (Anteo Edizioni), il nuovo libro di Stefano Vernole . A causa del numero limitato di posti è necessaria la prenotazione al numero di telefono 3295737683. Ingresso gratuito. La promozione è organizzata in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri – Direzione per la Cooperazione con la Diaspora e i Serbi nella Regione, il Comune di Vicenza, il Consolato Generale della Repubblica di Serbia in Trieste e l’Associazione umanitaria “Koreni” di Verona.
Andrea Turi ha intervistato Leonid Savin, analista geopolitico, caporedattore di Geopolitica.ru, fondatore e caporedattore del Journal of Eurasian Affairs, capo dell’amministrazione del “movimento eurasiatico” internazionale, autore del libro La nuova arte della guerra (Idrovolante Edizioni). La seguente intervista è servita per la redazione dell’articolo L’Asia nel mondo postpandemico pubblicata sul sito della rivista Eurasia. Andrea Turi interviewed Leonid Savin, geopolitical analyst, editor-in-chief of Geopolitica.ru, founder and editor-in-chief of the Journal of Eurasian Affairs, head of the administration of the international “Eurasian movement”, author of various books. The following interview was used for the drafting of the article Asia in the post-pandemic world published on the Eurasia magazine website. Mr. Savin thank you for your willingness to participate in this sort of round table on the future of Asia in the international scenario after the pandemic emergency. We will mainly deal with the Russian Federation with you. First, however, I ask you: what world do you imagine after the CoronaVirus? From geopolitical point of view current pandemic of COVID-19 is just one more element in the frame of the reconfiguration of the world order. And it seems very effective if to speak about economies, trade chains, industrial sector, etc. Many are aware about the new horizons of the international system and collapse of liberalism. Unfortunately we see just now that few oligarchs (mostly in the US) have rise of the wealth during the lock-down when whole nations over the globe have suffered of the decrease. Should we recognize it as clear pattern of globalization? Probably yes. And plutocracy will survive so we can’t speak about end of the capitalism or neoliberal hegemony after coronavirus. Anyway I hope that during this crisis some business groups and national entities in many countries who are followers of the idea sovereign powers have experienced well and started (or will start) necessary actions. In other hand after restrictions and efforts of the governments of different countries there will be more suspicious atmosphere both inside the countries and for outsiders. Lets remember how France grabbed sanitary masks sent as transit via this country. Local communes, especially those effected by pandemic or/and state control will try to regain own rights and freedoms. Not forget about followers of religions who see the coronavirus pandemic as certain sign. These efforts will lead to new international nets of solidarity as well new type of borders inside our minds. Another important lesson is rise of counter-consumerism. Many people understood that they were engaged and framed by contemporary capitalist system but human is something more than just user of services and eater of products (in all senses). Lets see how it will be developed. Let’s talk about Russian Federation. How will Russia emerge from this emergency instead? I mean on the economic, social, political and for what concerns its international image. I think and sure that Russia started to deal with pandemic in late term. But better later than never. Regime of lock-down manifested some vulnerabilities of the health care system as well as...
di Luca Rossi Le elezioni dello scorso 9 Agosto che hanno confermato per la sesta volta Aleksandr Lukashenko come Presidente della Repubblica Bielorussa, dal punto di vista politico non hanno offerto alcuna novità di rilievo, se non il rafforzamento ulteriore del consenso popolare nei confronti del “Padre della Nazione” (Bat’ka in russo). Differentemente dall’Ucraina, la quale storicamente ha vissuto e vive tutt’ora una divisione etno-religiosa imponente, che si è concretizzata in un conflitto politico-militare dagli esiti incerti (Donbass), la “Russia Bianca”, dopo il disfacimento dell’URSS, ha dato garanzia di continuità in termini politici ed economici col passato sovietico, mantenendo saldi i rapporti con tutte le Repubbliche della CSI (Federazione Russa in primis) e sfruttando appieno la propria posizione strategica (tra il blocco ex sovietico e l’Unione Europea). Soprattutto nel confronto-scontro tra la Russia ed i Paesi dell’Alleanza Atlantica ha offerto la possibilità per diversi operatori economici di effettuare scambi commerciali aggirando sanzioni e contro-sanzioni, anche in virtù del mercato comune tra Russia, Bielorussia, Kazakhstan, Armenia e Kirghizistan nel quadro dell’Unione Economia Eurasiatica (UEE). Tale status, tuttavia, non perdurerà all’infinito, poiché il processo di integrazione dei sistemi politici, economici e sociali tra la Repubblica di Bielorussia e la Federazione Russa probabilmente culminerà e cesserà con l’unificazione definitiva dei due Paesi. Un percorso che gli analisti e decisori politici dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica intendono ostacolare, se non bloccare, per sottrarre (dopo l’Ucraina) Minsk al controllo russo, ed integrarla nel cordone sanitario che va dal Mar Baltico al Mar Nero, ricalcando il progetto di Józef Piłsudski: “Intermarium” (1). Il danno per Mosca sarebbe notevole, oltre a costituire un freno al processo di integrazione eurasiatica, quindi anche per Pechino. Basti pensare al transito di oleodotti e gasdotti destinati all’Europa, all’importanza dello snodo ferroviario della capitale bielorussa sul collegamento con la Repubblica Popolare Cinese nel quadro dell’iniziativa Belt and Road ed ai progetti connessi, come Great Stone (2), il Parco Industriale Cina-Bielorussia destinato allo sviluppo di settori quali elettronica, biomedicina, chimica, ingegneria e nuovi materiali. La stabilità politica è da sempre garanzia fondamentale nei rapporti politici e commerciali tra le nazioni ed in tal senso Aleksandr Grigorevich ha compiuto un lavoro eccellente. Ha affrontato brillantemente diversi tentativi di destabilizzazione del Paese (2010 e 2015), un grave attentato alla metropolitana di Minsk (2011) ed infine la riproposizione dello scenario ucraino in questi ultimi giorni, l’ennesima “Rivoluzione Colorata” quale forma di aggressione mascherata del campo occidentale. La più insidiosa, perché coinvolge le masse popolari facendo leva principalmente sugli istinti di ribellione giovanile con il supporto dei social network e dei servizi di messaggistica istantanea od operando direttamente sul campo attraverso agenti sotto copertura di organizzazioni straniere e con l’ausilio degli immancabili Contractors. Tuttavia, anche la meno dispendiosa, perché coinvolge anche aziende private e non impiega eserciti ed armamenti (3). Il piano, ben congeniato, è ufficialmente iniziato con una operazione d’intelligence di alto livello, messa in atto dalla SBU ucraina (4), come rivelato dal giornalista investigativo russo della Komsomol’skaja Pravda Aleksandr Kots (5). Tale operazione ha previsto...
Articolo originale pubblicato al seguente indirizzo https://popularresistance.org/human-rights-fraud-from-ukraine-to-nicaragua/ Current Western Human Rights Industry Practice Has Nothing To Do With Establishing The Truth. Increasingly in recent years, US and allied elites have sought to legitimize illegal aggression by exploiting human rights motifs in their attempts to recolonize the majority world. In any given crisis, human rights NGOs funded by the US and allied corporate elites and governments deploy sensationalist false claims, for example of police murdering peaceful protestors, so as to create a cognitive limbo of doubt and suspicion aimed at disabling opposition to the West’s recolonization campaigns. Over the medium and long term, the steady drip of false accusations against countries resisting recolonization, like Syria and Iran, or Cuba, Venezuela and Nicaragua, creates false memories, corrupting and distorting the historical record and obscuring the West’s crimes against those and so many other countries in the majority world. Western ruling elites have corrupted human rights organizations and institutions at practically every level using corporate grantmaking and government funding. The practical results of this corruption mirror corporate techniques of control fraud and strategic avoidance of regulation. Economics writers like Michael Hudson and William Black, among others, have explained how corrupt US and allied corporations have exploited these fraudulent abuses for decades. Control fraud is essentially no different from ancient practices like debasing coins, adulterating food products, or selling defective goods as fit for use. They all fool people into accepting something that causes loss, hurt, and damage. In the United States, powerful corporations control US political and institutional life sufficiently to be able to co-opt justice and escape criminal prosecution. This reality crowds out honest, socially responsible business and financial practice. Parallel to control fraud by major financial institutions, other multinational corporations, for example, oil, mining, or information technology corporations, operate what various writers call a “veil of tiers” strategy misrepresenting their earnings so as to avoid tax or other regulation, and legal prosecution. More legitimately, in the field of insurance, the “veil of tiers” strategy spreads risks associated with potential litigation. The international human rights industry uses similar techniques to justify and cover-up Western attacks against the peoples of the majority world. The dependence of international human rights NGOs on corporate and government funding and on publicity via corporate media and public relations over time has generated the osmosis of corrupt corporate practice into the human rights industry. Writers like Cory Morningstar have analyzed exhaustively how this takeover by the corporate culture of the “non-profit industrial complex serves hegemony as a sophisticated fine-tuned symbiotic mechanism in a continuous state of flux and refinement. The ruling elite channel an immeasurable amount of resources and tools through these organizations to further strengthen, protect, and expand existing forms of power structures and global domination.” In a human rights context, control fraud takes the form of politically motivated, false, sensationalist accusations based on egregiously one-sided, often fact-free research, sometimes using fake pseudo-scientific reconstructions. Accountability for these false accusations is rendered negligible by means of a “veil of tiers” strategy starting at a...
economiasocialsabiasque.blogspot.com Como respuesta a las consecuencias de ese capitalismo naciente impulsado por la Revolución Industrial, el común busca salidas colectivas a sus problemas y constituye sus propias organizaciones para enfrentar esos problemas directamente y colocando a la gente como el eje central de ellas: Economía Social. Ella surge con dos fines: el inmediato de sus impulsores: enfrentar problemas comunes, y el segundo, de mayor trascendencia, sustentado en utopías y en propuestas políticas: sustituir el sistema capitalista por otro más justo. Efectivamente, el término con el que se denominó este conjunto de expresiones sería el de Economía Social. Defourny, al hablar de sus fuentes y remontarse a las utopías y al asociacionismo obrero del Siglo XIX afirma que el término surgió al final del primer tercio del Siglo XIX y señala que ya en 1830, Charles Dunoyer había publicado en París su Nuevo Tratado de Economía Social y que en esa misma década se impartió un Curso de Economía Social en la Universidad de Lovaina[i]; ambas actividades se insertan en la faceta de la ES como campo del conocimiento. Desde entonces y hasta finales de ese siglo, agrega Defourny, citando a A. Gueslin[ii], la ES no pretendió ser, ni más ni menos que otra forma de hacer política económica, “todos sus defensores estaban sensibilizados por el tremendo coste humano de la revolución industrial y reprochaban a la ciencia económica dominante el que ignorase la dimensión social”. 01.- DOS FACETAS: LA REALIDAD ORGANIZACIONAL Y LA ESCUELA DE LA ECONOMÍA SOCIAL. En paralelo a los procesos descritos, los planteamientos económicos y sociológicos sobre la ES como campo cognoscitivo, comenzaban a soportarse en fortalezas científicas. Surgieron varias corrientes interpretativas de los hechos sociales, escuelas del pensamiento o simplemente escuelas, que tuvieron sus impactos en el mundo económico y político, pensadores y políticos se adscribieron a una u otra. Fue así como, mientras las asociaciones, mutuales y cooperativas se constituían y eran respuestas objetivas y visibles al fracaso “filantrópico” del capitalismo, un sector de economistas concentraría esfuerzos en comprender los “particulares” procesos económicos de esas expresiones organizacionales que enfrentaban la lógica del capitalismo concediendo supremacía a las personas. Esa corriente de interpretación económica recibió el nombre de Escuela de Economía Social o simplemente Economía Social y se sumó a otras que también pretendían explicar el funcionamiento de la sociedad por su comprensión o para transformarla. Con el surgimiento de esta escuela se estaría ante dos dimensiones o facetas de la ES; las referidas a: 1.- Los ciudadanos actuando en sus propias asociaciones, mutuales y cooperativas para resolver directa y voluntariamente los problemas generados por el capitalismo no resueltos por la vía de “lo filantrópico”; ellos construirían la faceta práctica, real, visible, organizacional, de la ES. 2.- Los intérpretes de la ES, aquellos economistas o estudiosos de los fenómenos sociales que reflexionaban e intentaban explicar las reacciones de los ciudadanos ante los problemas mencionados; ellos conformarían la faceta teórica, la escuela interpretativa de la faceta real, el enfoque que integraría la problemática social al estudio de la economía. Pero...
di Maxime Vivas Vuoi suscitare un’ondata globale di indignazione contro un Paese? Sostieni che gli uomini vengono imprigionati e torturati su vasta scala lì, persino giustiziati di nascosto, che le donne vengono sterilizzate con la forza e che i bambini vengono torturati lì. Questo è ciò che la stampa mondiale ha appena fatto, sta facendo e continuerà a fare, fungendo da megafono per alcuni giornali americani, segretamente ispirati dalle industrie della Casa Bianca. Che non ci sia una parola di verità nella campagna anti-cinese contro gli uiguri non importa. Basta fingere, affermare. Le informazioni circolano, i giornali si leggono, i politici vengono coinvolti. È falso ma plausibile: la Cina insondabile, la Cina impenetrabile dietro le fessure dei loro occhi. Mi segui bene, tu che sei per la maggior parte normale, scusa: bianco? Bruno Le Maire e Clémentine Autain sono indignati e virtualmente lo fanno sapere. È tutta una bugia, ma il danno è fatto. Fu solo dopo la distruzione dell’Iraq e dopo centinaia di migliaia di morti innocenti che tutta la stampa ammise che le informazioni sugli incubatori scollegati in Kuwait dai soldati di Saddam Hussein furono inventate, che la fiala marchiata da Colin Powell alle Nazioni Unite conteneva la pipì o la sabbia del suo gatto dalla sua lettiera o polvere di perlimpina e non “Armi di Distruzione di Massa” che rischiavano di ottenere la meglio sugli Stati Uniti, la Gran Bretagna e (orrore!) sulla Francia. Ho scritto sopra che “non c’è una parola di verità nella campagna anti-cinese contro gli uiguri”. La prudenza vorrebbe che io mi esprimessi così: “Molte cose sono imprecise nella campagna anti-cinese sugli Uiguri”. Oppure: “Certo, i cinesi non sono bambini dal cuore d’oro, ma dovremmo prendere alla lettera gli articoli di “Liberation”?” O addirittura: “Il problema che il regime cinese chiama “le tre piaghe” (terrorismo, separatismo, fondamentalismo) è una realtà che non può essere negata, ma ciò giustifica una repressione di tale portata? “. Ma, tenete duro, io insisto: “Non c’è una parola di verità nella campagna anti-cinese contro gli uiguri”. No tre volte no, uno o due milioni di uiguri maschi (tre secondo “Radio Free Asia”) non sono internati, le donne non sono sterilizzate con la forza per estinguere il gruppo etnico, i bambini non vengono uccisi per la raccolta di organi venduti in Arabia Saudita, Pechino non è in guerra contro questa regione autonoma che, d’altra parte, è oggetto di tutte le sue attenzioni e di tutti i suoi favori. Ho scritto che “questa regione autonoma è al contrario oggetto di ogni attenzione, di tutti i favori di Pechino?” La prudenza vorrebbe che io mi esprimessi così: “Pechino gestisce le sue regioni con l’autorità naturale dei comunisti e lo Xinjiang non fa eccezione”, oppure: “Anche se Pechino ha messo lo Xinjiang sotto sorveglianza, degli sforzi finanziari innegabili sono stati consentiti per sviluppare questa regione, il punto di partenza della “Nuova via della Seta”. Ma, continuo a tenere duro, insisto: “Questa regione autonoma...