Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? Gli antefatti Quei Balcani, che secondo il cancelliere Otto von Bismarck nel 1878 non valevano le ossa di un granatiere di Pomerania, si trasformarono nel giro di alcuni anni nella polveriera d’Europa. Entro la fine del XIX secolo, infatti, si era reso sempre più precario il cosiddetto “giogo turco” che da secoli aveva pur garantito la stabilità della regione balcanica, travolta in questa fase storica dall’ondata dei nazionalismi e dei movimenti che si battevano per l’indipendenza. Iniziò la Grecia, proseguirono Serbia e Romania, il Montenegro di fatto non era mai stato soggiogato e infine giunse la Bulgaria: grazie all’interessato coinvolgimento di potenze straniere, Russia ed Impero austro-ungarico in primis, a inizio Novecento l’Impero Ottomano teneva ancora sotto controllo in Europa Kosovo e Albania (il cui lealismo frenava la nascita di una coscienza nazionale), la turbolenta Macedonia (nella quale imperversavano indipendentisti e comitađi filobulgari, filoserbi e filogreci) e quella che ancor oggi è la cosiddetta Turchia europea. I piccoli Stati che erano sorti contestualmente all’arretramento turco avevano ancora rivendicazioni territoriali da soddisfare e si erano perciò legati alle Grandi Potenze per ottenere sostegno e finanziamenti al fine di coronare i propri progetti espansionistici. Il Regno di Serbia aveva visto nel corso dell’Ottocento avvicendarsi sul trono le famiglie degli Obrenovi e dei Karađeorđević, oscillando tra posizioni di vicinanza alla Russia ed all’Austria, finché il colpo di stato del 1903 depose cruentamente Alessandro I Obrenovi e portò sul trono Pietro Karađeorđević, assertore di una politica estera legata allo Zar e finalizzata al completamento dell’unità nazionale dei serbi. L’annessione della Bosnia-Erzegovina all’impero asburgico nel 1908 segnò un duro colpo per questi progetti, che si rifacevano alla načertanije ideata nella seconda metà dall’Ottocento dal “Cavour serbo” Ilija Garašanin: si trattava di un progetto di unificazione nazionale, sul modello di quanto compiuto dal Regno del Piemonte nella penisola italica, che la classe dirigente di Belgrado declinava in maniera sempre più ampia, rivolgendosi non solo ai serbi, ma, con il gradimento zarista, a tutti i popoli slavi sudditi di Vienna, al fine di costituire un grande stato jugoslavo. Il piccolo Regno del Montenegro aveva sostanzialmente mantenuto sempre la sua indipendenza, presentandosi sovente come l’avanguardia del popolo serbo ed ora si trovava di fronte ad un dilemma identitario. Grazie ad un’accorta politica matrimoniale re Nikola Petrović Njegoš aveva legato la sua dinastia ad alcune tra le principali case regnanti europee (Romanov, Savoia e Karađeorđević), tuttavia a corte e nella classe dirigente di Cetinje si diffondeva sempre di più un sentimento filoserbo che auspicava la fusione dei due regni. Sul trono di Grecia sedeva il re degli elleni, il quale pertanto rappresentava non solo lo Stato greco, ma anche tutti quei connazionali ancora sottoposti a dominazione straniera, in Macedonia come sulle coste dell’Asia Minore passando per le isole egee. Tale scelta si basava sulla megale idea, il grande progetto di riunire tutte le comunità elleniche, promosso per primo da Ioannis Kolettis ed ora cavallo...
Mese: Luglio 2015
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? 1389: battaglia di Kosovo Polje ovvero “della Piana dei Merli”. Questo evento bellico fu l’inizio palese di un espansionismo turco pianificato nei Balcani, che dovrà confrontarsi con entità nazionali e trans-nazionali come le province del Sangiaccato e della Rumelia. Per quanto già precedentemente sotto l’influenza culturale islamica, si hanno fonti certe a partire dal IX secolo in merito a musulmani bosniaci che iniziano ad essere reclutati come pretoriani nei sultanati andalusi svolgendo un ruolo simile a quello dei turchi a Baghdad. Si può parlare di una presenza musulmana in area balcanica, in particolare bosniaca, anche dal punto di vista della gestione amministrativa e del controllo diretto di uno stato islamico sul territorio solo dalla seconda metà del XV secolo, in seguito all’invasione almeno inizialmente più militare che culturale da parte dell’Impero Ottomano e la capitolazione del Regno di Bosnia (1463) ad opera del sultano condottiero Maometto II che da poco più di un decennio aveva consolidato la sua egemonia su Costantinopoli. La nota ricchezza mineraria dei Balcani e il loro ruolo geografico di accesso all’Europa meridionale attirarono gli imperatori turchi. Nonostante l’inesorabile ridimensionamento del peso internazionale dell’Impero, l’area balcanica interessata dalla dominazione islamica conobbe un periodo di crescita culturale ed economica e di relativa pace, alcuni centri urbani come Sarajevo e Mostar registrarono uno sviluppo urbanistico e demografico piuttosto rilevanti. In epoca coeva al Rinascimento italiano assistiamo ad un momento di espansione militare turca seguito da una fioritura artistico culturale. Quest’ultima, tuttavia, fu caratterizzata anche e soprattutto dai prodromi del disfacimento dell’egemonia militare nel Mediterraneo orientale e nei Balcani, in favore della rivale commerciale Venezia, iniziati fondamentalmente nell’ultimo periodo crociato e riconoscibili nell’evento storico apicale della sconfitta nella battaglia navale di Lepanto (1571), nel fallimentare secondo assedio di Vienna del 1683, che provocò ripetute invasioni austriache nei Balcani tra il 1688 e il 1697, il conseguente trattato di Carlowitz (1699) e la pace di Passarowitz (1718), i quali contribuirono a porre la Bosnia sempre più sotto il controllo austriaco. Non possono sfuggire ad una corretta analisi la capacità da parte delle autorità ottomane di sfruttare gruppi minoritari cristiani, soprattutto contadini, come mercenari e gli attriti dovuti non a discriminazioni religiose a sfavore dei cristiani stessi, ma meramente sociopolitiche. L’aristocrazia terriera non gradiva le condizioni sfavorevoli imposte dal governo di Costantinopoli, per esempio propenso a rimodernare il sistema fiscale, alcuni aspetti del diritto patrimoniale e ad eliminare la servitù della gleba: tali propositi riformistici sarebbero diventati alcuni tra i fattori decisivi per l’alleanza tra regni cristiani e nobili serbo-bosniaci al fine di ostacolare il potere turco nei Balcani. Senza omettere il fatto che i musulmani di Bosnia si sono sempre considerati una elite rispetto ai turchi, poiché convinti di essersi convertiti all’Islam prima di loro o per lo meno prima della loro venuta. Va inoltre ricordato che almeno fino al XVII secolo le carriere militare e diplomatico-politica hanno visto un sorprendente protagonismo di esponenti del...
Il nuovo Libro Bianco sullo sviluppo del Tibet Nel mese di Aprile 2015 l’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato della Cina ha rilasciato un nuovo Libro Bianco sulla questione tibetana e sugli sviluppi dello Xizang (Regione Autonoma del Tibet). Ritengo che sia opportuno riassumerne i punti principali per permettere al pubblico di lingua italiana di conoscerne, almeno grossolanamente, la tesi e i contenuti. Il Libro è composto da cinque capitoli. Il primo capitolo afferma che la fine del vecchio sistema in Tibet è stato il risultato di uno sviluppo storico inevitabile. Trovo molto interessante il fatto che viene affermato che i monasteri non erano più «posti di purezza dove studiare il Buddhismo e venerare il Buddha», ma autentiche fortezze dove i governatori locali organizzavano le proprie attività amministrative che, spesso, implicavano lo sfruttamento della popolazione. Tra queste attività c’erano anche l’esercizio della giustizia (molti monasteri avevano addirittura prigioni interne con strumenti di tortura di cui facevano largo uso) e la creazione di forze armate. Questa affermazione è interessante perché mostra comunque un certo rispetto attribuito al Buddhismo autentico che, però, a causa del sistema politico e sociale tibetano mostrava chiari segni di degenerazione spirituale. I monaci contavano un quarto della popolazione maschile, una quantità ben superiore al numero di chierici dell’Europa Medievale. Il potere religioso aveva un’assoluta supremazia mentre il potere politico lo proteggeva; i due, combinati, proteggevano gli interessi di tre classi: quella degli ufficiali locali, quella degli aristocratici e quella dei Lama di alto rango. In questo sistema teocratico, la religione veniva usata tramite una sorta di terrorismo spirituale come metodo di sfruttamento del popolo; gli schiavi, infatti, non si ribellavano per paura del karma e credevano che la loro condizione fosse giusta a causa dei misfatti delle proprie vite precedenti. Fino alla Liberazione Pacifica il Tibet non ha avuto alcuna scuola, essendo gli unici luoghi di apprendimento i monasteri; l’analfabetismo arrivava al 95%; non esistevano strade; non c’era alcuna forma di moderna pratica medica e l’aspettativa di vita media era di 35 anni e mezzo. Coloro che hanno visitato il Tibet, sia cinesi che stranieri, rimanevano stupiti dall’arretratezza del posto. Lhasa, ad esempio, appariva «squallida e lercia oltre ogni descrizione […]. Non una singola casa sembrava pulita o curata. Le strade dopo la pioggia non sono altro che pozze d’acqua stagnante frequentate da porci e cani che cercano rifiuti» (Edmund Candler). A cominciare dal diciannovesimo secolo si sono diffuse campagne per l’eliminazione della schiavitù in molti Paesi, tra cui Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti. Tuttavia, a metà del ventesimo secolo, periodo in cui la schiavitù era quasi scomparsa da questo mondo, continuava ad essere praticata nel Tibet cinese, ostacolando il progresso sociale della Cina e offendendo la dignità umana. Il quattordicesimo Dalai Lama e i suoi seguaci, invece di riconoscere la crudeltà del sistema teocratico, hanno agito contro questo trend storico, sperando di far risorgere il vecchio sistema in Tibet in futuro. Nei loro documenti è possibile trovare delle dichiarazioni rilevanti a tale proposito. Ad...
L’obiettivo della Banca dei BRICS non è solo quello esibire il potere politico e finanziario dei paesi emergenti. La ragione per cui è stata creata, è molto importante. Nel loro summit annuale tenutosi in Russia in questa settimana di luglio, i leader dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) annunceranno la formazione della più nuova e grande banca per lo sviluppo multilaterale a livello globale – la Nuova Banca per lo Sviluppo (NDB) che disporrà di 100 miliardi di dollari come capitale iniziale come fondo per lo sviluppo di infrastrutture e di progetti per lo sviluppo sostenibile, sia nei loro Stati che anche al di fuori. Ovviamente la NDB non dovrà diventare una nuova Banca Mondiale che finanzi gli stessi tipi di progetti, negli stessi Stati, usando gli stessi strumenti e la stessa forma mentis. Allo stesso tempo il suo obiettivo non deve semplicemente essere quello di simbolizzare il desiderio degli Stati emergenti di mettere in mostra il loro potere politico e finanziario. La ragione della creazione dell’ente deve essere estremamente concreta. La NDB dovrebbe basarsi su obiettivi completamente nuovi, che devono esser portati avanti con nuove strategie. Sarebbe facile per la NDB cadere nel solco del percorso già tracciato dalla Banca Mondiale, dal momento che si trovano nello stesso ambito. La NDB dovrà opporre resistenza a partire dal suo primo giorno di vita. Propongo in questa sede 3 obiettivi centrali per la NDB, che personalmente considero rilevanti a livello globale: la NDB dovrà raggiungere entro il 2050 tre “zeri”: zero povertà, zero disoccupazione, e zero emissioni di CO2. La NDB potrebbe pubblicare ogni anno un report in cui indicare i passi in avanti fatti dai BRICS per portare avanti questi obiettivi. La NDB dovrebbe essere in grado di perseguire questi obiettivi grazie a 4 strategie: la prima strategia sarebbe quella dar sfogo al potere creativo e all’impegno delle nuove generazioni. Se i BRICS riuscissero a mobilitare le forze dei giovani, sarebbe molto più facile conseguire gli obiettivi. La seconda sarebbe quella di focalizzarsi sulle innovazioni tecnologiche per risolvere i problemi dell’uomo. La tecnologia, oggi è nelle sole mani dei businessman e dei signori della guerra. La tecnologia, dovrebbe diventare prerogativa di persone socialmente impegnate, oggi totalmente invisibili. La combinazione gioventù-tecnologia creerebbe una forza irremovibile. Tutto ciò, ci porta alla terza strategia, ossia costruire un vero social business per mobilitare il potere creativo finalizzato a risolvere problemi di vecchia data a livello sociale, economico e ambientale. Il social business è una nuova varietà di business scollegata dalle logiche del profitto. Si tratta di un business basato su obiettivi e su compagnie senza dividendi, unicamente focalizzate nella risoluzione di problematiche umane. Dopo che la compagnia ne ha tratto profitto, l’investitore recupera il capitale investito, ma non ne ha, a cose avvenute, profitto di alcun tipo. Profitti addizionali vengono tratti solo dall’espansione e dal miglioramento del business. Gli affari fatti nella maniera tradizionale non sono in grado di risolvere le problematiche sociali. Attori terzi come lo Stato e le organizzazioni caritatevoli...
Quest’anno scadono gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, e la comunità globale è pronta a mettere a punto dei nuovi obiettivi di sviluppo a settembre, al summit delle Nazioni Unite a New York. La terza conferenza internazionale sul finanziamento per lo sviluppo, tenutasi ad Addis Abeba la settimana scorsa, ha posto le basi per ulteriori dialoghi su come porre fine alla povertà estrema e perseguire gli altri obiettivi dopo quelli del Millennio. La terza conferenza internazionale sul finanziamento per lo sviluppo (FfD3) è iniziata il 13 luglio 2015 nella capitale dell’Etiopia, Addis Abeba, ed è finita il 16 luglio 2015. La conferenza globale, la prima nel continente africano, ha attratto quasi 5000 delegati da tutto il mondo. I delegati comprendevano capi di Stato, ministri delle finanze, degli affari esteri, e della cooperazione allo sviluppo, rappresentanti delle organizzazioni della società civile e il settore commerciale. Questo dimostra come gli Obiettivi di sviluppo sostenibile del post 2015 vengano presi seriamente. La scelta di Addis Abeba come sede per questa conferenza internazionale è ben giustificata: la capitale dell’Etiopia è una città molto sicura ed è la sede di grandi organizzazioni internazionali come l’Unione africana (UA) e la Commissione economica per l’Africa (UNECA, dall’acronimo inglese di United Nations Economic Commission for Africa). Ha un’ottima infrastruttura e può essere presa a modello di come i finanziamenti utilizzati in modo mirato possano stimolare investimenti massicci e lo sviluppo urbano. Rappresenta anche il fulcro e il punto d’incontro per il Corno d’Africa allargato, all’interno dei grandi blocchi regionali della Comunità dell’Africa orientale (anche se l’Etiopia non è ancora membro) e del Mercato comune dell’Africa orientale e meridionale (COMESA, dall’acronimo inglese di Common Market for Eastern and Southern Africa). Tutti i grandi hotel internazionali di Addis sono stati inondati di attività per gli eventi collaterali diffusi nella città: il Radison Blue Hotel, l’Hilton Hotel, il Jupiter Hotel, l’Hotel Intercontinental, e così via. Qual è l’obiettivo principale del FfD3? Le risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (68/204 e 68/279), che specificano i termini di riferimento della conferenza, hanno identificato tre principali aree su cui concentrarsi: 1. Valutare il progresso fatto dall’implementazione del Consenso di Monterrey e della Dichiarazione di Doha, identificando gli ostacoli e le limitazioni trovati nel raggiungimento dei traguardi e degli obiettivi accordati, così come azioni ed iniziative per superare queste limitazioni; 2. Indirizzare questioni nuove ed emergenti incluse nel contesto dei recenti impegni multilaterali per promuovere la cooperazione internazionale allo sviluppo; l’attuale panorama di cooperazione allo sviluppo in evoluzione; la connessione tra tutte le fonti di finanziamento allo sviluppo; le sinergie tra gli obiettivi di finanziamento lungo le tre dimensioni di sviluppo sostenibile; la necessità di supportare il programma di sviluppo delle Nazioni Unite oltre il 2015. 3. Rinvigorire e rafforzare il processo di finanziamento per lo sviluppo. Nel settembre del 2015 le Nazioni Unite terranno un summit per concordarsi sugli obiettivi di sviluppo sostenibile come séguito al programma del post 2015. La linea guida è quella di chiamare la comunità globale a combattere la...
Dalla fine della guerra fredda ad oggi, l’Asia centrale è divenuta un’area di primaria importanza per gli equilibri globali e per questo è stata investita dall’attenzione delle grandi potenze. Gli attori regionali, in primis Russia e Cina, si sono trovati nella necessità di rispondere alle sfide lanciate dall’unica potenza mondiale rimasta sia per quanto riguarda gli interessi interni all’area sia nella sistemazione del proprio spazio geopolitico. L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS) è la principale e comune risposta messa in piedi dalle enormi potenze situate nella regione. Russia, Cina, Uzbekistan, Kazakistan, Tajikistan, Kirghizistan ne sono gli Stati membri e fondatori; Iran, India, Pakistan, Mongolia, Afganistan gli Stati osservatori; Bielorussia, Turchia e Sri Lanka i partner di dialogo. Soltanto elencando gli aderenti a tale Organizzazione si è in grado di capire il peso che potrebbe avere nel futuro delle relazioni internazionali e nel futuro degli assetti geopolitici. Con la fine del bipolarismo garantito dalla “guerra fredda” e il sopraggiunto dominio esercitato in ogni angolo del globo dagli Stati Uniti e dalle loro alleanze, potenze emergenti e dalle energie potenziali immani, hanno dovuto trovare un mezzo per poter far pesare le proprie richieste di multilateralismo negli affari internazionali, e di multipolarismo negli equilibri geopolitici. Attraverso nuovi concetti di relazioni interstatali e di sicurezza, basati su intese attente nel garantire soluzioni eque, le potenze euro-asiatiche, sono riuscite a consolidare le reciproche relazioni e a costituire un vero e proprio “polo” che farà (e sta già facendo) sentire il proprio peso nell’arena mondiale. Il processo di costituzione della OCS, su cui vogliamo concentrare l’attenzione con questo contributo, è esemplificativo sulla natura del rapporto ed è un esempio da seguire nelle questioni diplomatiche: nasce infatti dalla risoluzione definitiva delle dispute confinarie che contrapponevano la Cina e lo spazio russo. Questi accordi sorgono dalla necessità, naturale, di trovare un comune sviluppo dopo il crollo dell’URSS e la crescita esponenziale della potenza cinese. Risolte le varie dispute, in un crescendo di integrazione, l’Organizzazione di Shanghai passa a regolamentare i rapporti dei suoi membri in ogni campo possibile: dalle questioni interne dei vari Paesi con l’interesse di proteggerne la sovranità, alla collaborazione contro le nuove minacce rappresentate da terrorismo, estremismo e separatismo (le famigerate “forze maligne” contro le quali si scaglia l’OCS), passando per la cooperazione energetica in un’area ricchissima di gas, petrolio e fondamentale per l’allocazione mondiale di questi; la collaborazione si estende anche al campo militare confermando con questo che l’OCS, anche attraverso l’appoggio che continua a dare all’Iran (praticamente membro) sta tentando di creare un “polo” in grado di rendersi autonomo dall’egemonia statunitense sul mondo. La risoluzione delle dispute confinarie L’evoluzione geopolitica in Eurasia negli anni ottanta e oltre vede, com’è noto, numerosi cambiamenti di rotta rispetto allo status quo precedente. L’indebolimento dell’Unione Sovietica, accompagnato dal progredire della potenza cinese, creò un nuovo equilibrio fra le due potenze; queste – che da secoli tentavano di regolare i propri rapporti, soprattutto cercando di risolvere le dispute confinarie (talvolta causa di scontri armati) – si...
SOMMARIO Il BRICS – una coalizione libera che in questo momento comprende Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa – è un’associazione formata con l’obiettivo generale di puntare ad una riforma della governance globale. L’iniziativa ha provocato un’ampia varietà di reazioni; dall’ottimismo per la sua abilità di incentivare il cambiamento sistematico, al forte scetticismo riguardante la capacità di cinque Stati completamente differenti di accordarsi su un programma comune e intraprendere impegni di lungo termine. In questa relazione, analizzeremo la Nuova banca per lo sviluppo dei BRICS, annunciata nel 2014 al sesto summit dei BRICS a Fortaleza, in Brasile. Più precisamente, esamineremo il significato di questo passaggio per l’istituzionalizzazione della coalizione dei BRICS alla luce di tre criteri: la creazione di una burocrazia coerente; il nuovo grado di radicamento sociale dell’istituzione; e la formazione di una piattaforma normativa. Sosteniamo che, almeno secondo i primi due criteri, il progetto della banca aiuti a rendere i BRICS più della somma delle sue parti, concedendo alla coalizione una rappresentanza collettiva che i suoi membri non possiedono individualmente. Tuttavia, la funzione della banca come piattaforma normativa è ancora incerta, e il contributo della Nuova banca per lo sviluppo (Nbs) per l’istituzionalizzazione dei BRICS è limitato all’ambito dello sviluppo internazionale. Nel 2014, i cinque capi di Stato dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno annunciato la creazione della Nuova banca per lo sviluppo, con l’obiettivo primario di aiutare a colmare il gap finanziario per l’infrastruttura e lo sviluppo sostenibile nel Sud globale. L’annuncio è stato accolto da diverse reazioni: da approvazioni entusiastiche del progetto come rifornimento di un’alternativa positiva alle esistenti istituzioni finanziarie di sviluppo, ad affermazioni altamente scettiche sul fatto che questi cinque Stati siano troppo disparati per concordare un programma comune; alla preoccupazione che la nuova banca possa rappresentare una seria minaccia alle norme di sviluppo occidentali. Nonostante questo dibattito in corso sul potenziale impatto nel campo dello sviluppo della Nuova banca di sviluppo (Nbs), c’è stata una discussione piuttosto scarsa di come l’iniziativa incida sui BRICS stessi. Cosa rappresenta la Nbs per l’istituzionalizzazione della coalizione dei BRICS? Le iniziative concrete aiuteranno ad attribuire alla coalizione dei BRICS un ruolo di maggior rappresentanza come attore collettivo, rendendola più della somma delle sue parti? Attingendo dai documenti ufficiali dei BRICS rilasciati finora, così come dalle interviste con esponenti governativi dei BRICS, analizzeremo l’iniziativa della Nbs da una prospettiva istituzionalista, che vede le organizzazioni come socialmente integrate all’interno di multipli e connessi livelli di interazione sociale. Più precisamente, considereremo la Nbs alla luce di tre fattori chiave rilevanti per il processo di istituzionalizzazione di un’iniziativa multilaterale: la creazione di una burocrazia coerente; il suo grado di radicamento sociale; e la formazione di una piattaforma normativa in grado di influenzare il processo regolamentare nello sviluppo globale. Tutti e tre i fattori sono necessari per un’istituzione sostenibile che sia dotata di legittimità e di efficacia. Siccome il progetto della Nbs è un obiettivo in continuo movimento, sosteniamo che siano stati fatti passi importanti verso...
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? La guerra in Ucraina riguarda indirettamente la questione dei Balcani. La situazione di queste nazioni dallo smantellamento della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia, è pertanto sempre preoccupante, in quanto le operazioni militari americano-occidentali non hanno apportato la pace e la prosperità come preteso da quanti volevano giustificarle ma guerra e povertà, al punto che gli antagonismi tra le etnie e le religioni sono sempre presenti e mantengono la regione instabile. I “conflitti congelati” della ex Jugoslavia sono altrettante bombe a scoppio ritardato innescate dagli occidentali e non chiedono che di esplodere. Alcuni si attivano per farlo. Se si consulta una carta, si vede che a causa della loro posizione geografica gli Stati e le entità derivanti dalla ex Jugoslavia, che siano la Serbia, la Macedonia e la Republika Srpska, alle quali si devono aggiungere al di fuori di quest’ultima l’Ungheria e la Grecia, formano una spina nelle retrovie delle postazioni avanzate della NATO come la Romania e la Bulgaria. Certamente l’Ungheria e la Grecia sono anch’esse paesi della NATO ma il Presidente della prima intrattiene delle buone relazioni con Vladimir Putin e la seconda, malgrado i problemi che oggi sono ben noti, è il solo paese della NATO a non aver partecipato ai bombardamenti della Serbia nel 1999 e dovrebbe anch’essa intrattenere buone relazioni con la Russia. C’è all’interno di quello che viene chiamato il Corridoio energetico n. 10, tra la puszta ungherese e il porto di Salonicco, una falla nel dispositivo euro-atlantico, un piccolo vuoto che l’Occidente cerca di colmare in tutti i modi e che domani dovrà destabilizzare o neutralizzare. Lo squartamento serbo Tra l’Est e l’Ovest. Tra la Russia e la “ZOA, Zona di Occupazione Americana”, secondo un’espressione ripresa da Henri Gobard (1). La Serbia è anch’essa allo stesso tempo libera e occupata. Libera perché il suo popolo slavo ortodosso si sente vicino ad una Russia di cui condivide la scrittura in cirillico e un rigetto maggioritario dell’Unione Europea e ancora di più della NATO. I sondaggi effettuati dopo i bombardamenti dell’Alleanza Atlantica lo mostrano senza possibilità di equivoci. Occupata perché la classe politica è in maggioranza collaborazionista, la stampa è interamente nelle mani e dalla parte dell’Occidente, le imprese e le ricchezze del sottosuolo sono state sgraffignate dalle società occidentali o dagli interessi delle petromonarchie arabe. Dopo la caduta di Slobodan Milosevic la democratizzazione e la libertà della stampa e del commercio si sono tradotte nella dominazione americano-occidentale sul “bestiame” politico, sui media scritti e audio-visivi così come sulle risorse. Generato da una scissione organizzata alle spalle dei Radicali da Washington e Londra, il principale partito al potere si è fatto eleggere su una piattaforma patriottica per tradire le sue promesse elettorali. Il Partito progressista serbo non è differente da quei puri artisti di centro destra che occupano la scena politica nei loro rispettivi paesi per applicare le parole d’ordine e le misure dettate da Washington e da Bruxelles....
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? La guerre d’Ukraine a un peu détourné des regards la question des Balkans. La situation des pays issus du démantèlement de la République Fédérative Socialiste de Yougoslavie, est pourtant toujours préoccupante, les opérations militaires américano-occidentales n’ayant pas apporté la paix et la prospérité comme prétendu pour els justifier mais la guerre et la pauvreté, alors que les antagonismes entre les ethnies et les religions sont toujours là et maintiennent l’instabilité. Les “conflits gelés” de l’ex Yougoslavie sont autant de bombes à retardement posées par les Occidentaux et qui ne demandent qu’à exploser. Certains s’y activent. Si l’on consulte une carte, on voit que par leur situation géographique les Etats et entité issus de l’ex Yougoslavie que sont la Serbie, la Macédoine et la Republika Srpska, à quoi l’on doit aujourd’hui ajouter en dehors de cette dernière la Hongrie et la Grèce, forment une épine dans le dos des postes avancés de l’Otan que sont la Roumanie et la Bulgarie. Certes la Hongrie et la Grèce sont eux aussi des pays de l’Otan mais le président de la première entretient de bonnes relations avec Vladimir Poutine et la deuxième, avec aujourd’hui les problèmes qu’on lui connait, le seul pays de l’Otan à ne pas avoir participé aux bombardements de la Serbie en 1999, devrait lui aussi entretenir de bonnes relations avec la Russie. Il y a dans ce que l’on a appelé le “Corridor N°10”, entre la puszta hongroise et le port de Thessalonique, une partie faible dans le dispositif euro-atlantique, un vide que l’Occident chercher par tous les moyens à combler et qu’il lui faut demain déstabiliser ou neutraliser. L’écartèlement serbe Entre l’Est et l’Ouest. Entre la Russie et la “ZOA, Zone d’Occupation Américaine”, selon une expression reprise à Henri Gobard (1). La Serbie est elle-même à la fois libre et occupée. Libre parce que son peuple slave orthodoxe se sent proche d’une Russie dont elle partage l’écriture en cyrillique et un rejet majoritaire de l’Union Européenne et encore plus de l’Organisation du Traité de l’Atlantique Nord. Les sondages effectués depuis les bombardements de l’OTAN le montrent sans équivoque. Occupée parce que la classe politique est majoritairement collaborationniste, que la presse est entièrement aux mains et du côté de l’Occident, enfin parce que les entreprises et les richesses du sous sol ont été rafflées par des sociétés occidentales ou des intérêts pétromonarchiques arabes. Après la chute de Slobodan Milosevic, la démocratisation et la liberté de la presse et du commerce se sont traduits par la main mise américano-ocidentale sur le cheptel politicien, les médias écrits et audio-visuels ainsi que les ressources. Issu d’une scission organisée sur le dos des Radicaux par Washington et Londres, le principal parti au pouvoir (2) s’est fait élire sur une thématique patriote pour trahir ses promesses électorales. Le Parti progressiste serbe n’est pas différent de ces pur artis dits de centre droit qui occupent la scène politique...
Organizzazione delle Nazioni Unite Assemblea Generale 8 luglio 2015 69a sessione Punto all’Ordine del Giorno n. 106 Controllo Internazionale del Narcotraffico Lettera datata 19 giugno 2015, inviata dal Rappresentante Permanente dell’Uzbekistan presso le Nazioni Unite al Segretario Generale Ho l’onore di informarLa delle principali direttrici delle politiche anti-droga e del loro rafforzamento nella Repubblica dell’Uzbekistan nel corso del 2014. Apprezzerei se Lei potesse divulgare le informazioni allegate a questa mia come documento della 69a sessione dell’Assemblea Generale in relazione al punto all’ordine del giorno n. 106. Muazaffar Madrakhimov *********************************************************** Allegati alla lettera datata 19 giugno 2015, inviata dal Rappresentante Permanente dell’Uzbekistan presso le Nazioni Unite al Segretario Generale Le principali direttrici delle politiche anti-droga e il loro rafforzamento nella Repubblica dell’Uzbekistan nel corso del 2014 L’Uzbekistan ha messo insieme tutte le risorse sociali, economiche e politiche a disposizione dello Stato per affrontare la minaccia della droga. Il Paese sta adottando un approccio più equilibrato al controllo degli stupefacenti allo scopo di ridurre la domanda e di prevenire i traffici illeciti. La Commissione di Stato per la Lotta alla Droga ha approvato e sta migliorando un programma di misure integrate per prevenire l’abuso di droghe e il narcotraffico durante il periodo compreso tra il 2011 e il 2015. Il programma comprende attività indirizzate a rafforzare ulteriormente le capacità umane e logistiche degli uffici giudiziari, a modernizzare e sviluppare il servizio di trattamento per le droghe, a migliorare la cooperazione internazionale nel contrasto al traffico illegale di stupefacenti e a condurre operazioni mirate alla prevenzione del consumo di droga. 1. Combattere il narcotraffico Nel 2014, come risultato di precise misure finalizzate all’identificazione e alla soppressione dei canali del narcotraffico, così come delle operazioni generali di neutralizzazione del traffico di droga, gli uffici giudiziari uzbeki hanno identificato 6.698 casi di crimini legati alla droga (7.680 casi nel 2013), tra cui 3.062 casi di spaccio (3.772 nel 2013), 607 di contrabbando (623 nel 2013), 1.320 di coltivazione illegale di piante narcotiche (1.491 nel 2013) e 1.709 di altre tipologie di reato connesse alla droga (1.794 nel 2013). E’ stato sequestrato un totale di 2 tonnellate e 298 kg di sostanze stupefacenti (2 tonnellate e 326 kg nel 2013), di cui 106,5 kg di eroina (121,6 nel 2013), 881,9 kg di oppio (851,3 nel 2013), 802,9 kg di marijuana (873,5 nel 2013), 100 kg di hashish (143,3 nel 2013) e 406,3 kg di koknar (336,3 nel 2013). Gli sforzi della giustizia si sono concentrati sulla repressione e sull’eliminazione delle attività criminali delle organizzazioni narcotrafficanti interregionali che avevano strutturato canali per il contrabbando della droga attraverso i confini. Rigidi controlli alla frontiera e ispezioni dei veicoli hanno reso queste attività ancora più efficaci. L’operazione integrata in due fasi su vasta scala Black Poppy 2014 è stata pensata per individuare e reprimere la coltivazione di piante narcotiche, così come per combattere i reati connessi al narcotraffico. Le operazioni preventive e le indagini di polizia hanno identificato 1.225 casi di coltivazione illegale di piante narcotiche (1.223...