7 Agosto 2026

Mese: Luglio 2015

africa_low
(Sudafrica, 2 Giugno) Secondo il nuovo rapporto Oxfam rilasciato in data odierna [2 giugno, ndt], intitolato: “Africa: l’ascesa per pochi”(1), 11 miliardi di dollari sono stati sottratti all’Africa nell’arco dell’anno 2010, grazie all’utilizzo di uno tra i tanti trucchi usati dalle multinazionali per ridurre le imposte. Tale cifra, è sei volte l’equivalente dell’importo che sarebbe necessario a colmare il vuoto di fondi nel sistema sanitario di Sierra Leone, Liberia, Guinea, Guinea Bissau, tutti Stati in cui è presente l’ebola. Le scoperte dell’Oxfam arrivano in corrispondenza dell’imminente partecipazione dei leader politici ed economici al 25° World Economic Forum Africa, che si terrà in Sudafrica. Il tema principale dell’incontro sarà come assicurare l’ascesa economica dell’Africa e conseguire uno sviluppo sostenibile. E’ necessaria una riforma del sistema di tassazione globale, affinché l’Africa possa pretendere i fondi che le spettano – tra l’altro, è necessaria per affrontare l’estrema povertà e disuguaglianza – e diviene realmente determinante se il continente deve continuare la sua crescita economica. L’Oxfam ha richiesto a tutti i governi, la presenza dei capi di Stato e dei ministri delle finanze in vista della Financing for Development Conference che si terrà a luglio in Etiopia. La conferenza di Addis Abeba stabilirà le modalità con cui il mondo finanzierà lo sviluppo per i prossimi vent’anni; questa è un’opportunità per i governi, affinché inizino a elaborare un sistema globale di tassazione più democratico ed equo. Winnie Byanyima, direttore esecutivo internazionale dell’Oxfam, ha dichiarato: “L’Africa sta subendo un’emorragia di miliardi di dollari, a causa dei trucchi usati dalle multinazionali per imbrogliare i governi africani, lasciandoli senza le entrate dovute, dal momento che non pagano la loro giusta quota di tasse. Se le entrate delle tasse fossero investite in educazione ed assistenza sanitaria, le società e le economie prospererebbero ulteriormente in tutto il continente”. Nel 2010, l’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, le compagnie multinazionali hanno evitato di pagare tasse per un ammontare di 40 miliardi di dollari statunitensi, grazie ad una pratica chiamata trade mispricing – nella quale una compagnia stabilisce prezzi artificiali per i beni e servizi venduti tra le proprie sussidiarie, al fine di evitare la tassazione. Con le corporate tax rates che hanno una media pari al 28% in Africa, ciò equivale a 11 miliardi di dollari statunitensi come entrate sotto forma di tasse. Il trade mispricing è solo uno dei trucchi che le multinazionali usano per non pagare la loro quota giusta di tassazioni. Secondo l’UNCTAD, i paesi in via di sviluppo nella loro totalità, perdono, secondo una stima, 100 miliardi di dollari l’anno attraverso un altro set di schemi che permettono di evitare i pagamenti, coinvolgendo i paradisi fiscali. Le compagnie fanno una dura attività di lobbying per avere agevolazioni fiscali come ricompensa per basare e mantenere le loro attività nelle nazioni africane. Le agevolazioni fiscali fornite alle sei più grandi compagnie di estrazione mineraria in Sierra Leone, raggiungono il 59% del budget totale della nazione o equivalgono a 8 volte il budget sanitario statale. Byanyima ha...
astana
Il Kazakistan si sta trasformando da leader come importatore di investimenti a grande investitore nelle economie straniere. Il volume totale dei suoi investimenti ha raggiunto, approssimativamente, 30 miliardi di dollari, in gran parte depositati nelle nazioni confinanti e in quelle dell’Europa dell’Est, ma ora, il Kazakistan, sta rivolgendo il suo sguardo all’Africa. Il Kazakistan si sta adoperando per espandere la sua cooperazione con le nazioni africane a livello globale. Questo è quanto ha dichiarato il Ministro kazaco degli Affari Esteri Erlan Idrissov ad alcuni giornalisti africani che hanno partecipato al recente Astana Economic Forum (AEF) il 21 e il 22 di maggio. Mentre una cooperazione degna di nota tra la sua nazione e il continente africano non si è sviluppata per svariati motivi, inclusa la lontananza geografica di tali Stati, l’assenza di collegamenti diretti a livello di trasporti, la mancanza di un accesso al mare e di informazioni su di essi, le relazioni stanno comunque procedendo. I suoi punti, sono stati consolidati dall’apertura di ambasciate nella Repubblica del Sudafrica (SAR) e in Etiopia negli anni 2013-2014, in maniera tale da intensificare le relazioni bilaterali. “Il continente africano non è più lo stesso di prima. Ora tutto sta mutando”, ha commentato Idrissov. “Il nostro Stato intende incrementare ed ampliare la sua presenza attraverso centri sub-regionali del continente”. Nel 2013 il Kazakistan ha ricevuto lo status di osservatore presso l’Unione Africana (AU). Astana è anche una sostenitrice dell’interazione attiva tra l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) e l’AU, in merito alle questioni sulla risoluzione dei conflitti africani e sull’assicurare relazioni interetniche e dialogo interreligioso, eliminazione della povertà, dell’analfabetismo, come anche della lotta contro malattie e patologie varie. Il coinvolgimento kazaco nelle dinamiche regionali e globali, offre la possibilità di avere informazioni sotto molteplici sfaccettature e l’avvicinamento alla risoluzione dei problemi di sicurezza internazionale che hanno a che vedere con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UN). L’Africa ha importanti risorse naturali e un grande mercato per differenti beni industriali e agricoli. Secondo qualche autorevole centro di ricerca internazionale, nel XXI secolo, il continente africano occuperà una posizione di leader nei suoi tempi di sviluppo economico, e potrà così divenire il più importante partner commerciale e destinazione economica per gli affari kazachi. Gli esperti ritengono, che se gli attuali tempi di sviluppo rimangono costanti, entro il 2025, alcuni Stati africani raggiungeranno la condizione di uno Stato con una popolazione dal reddito nella media. “Gli affari si spostano dove c’è trasparenza. Per fare affari, ci sono ancora troppo poche informazioni sull’Africa”, ha dichiarato Idrissov. “La stessa cosa vale per gli Stati africani: non sanno molto sul Kazakistan”, ha aggiunto. La stabilità politica del Kazakistan e i risultati raggiunti nel campo dell’agricoltura, delle tecnologie e della finanza, comunque, possono assicurare una futura cooperazione di successo tra lo Stato ed il continente. Il Kazakistan si sta trasformando da leader come importatore di investimenti a grande investitore nelle economie straniere. Il volume totale dei suoi investimenti ha raggiunto, approssimativamente, 30 miliardi di dollari, in gran...
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Perché non possiamo più aspettare per studiare i BRICS? Più del 40% degli abitanti del pianeta vive nei BRICS, e un quinto della ricchezza mondiale viene generato da Brasile, Russia, India, Cina e Repubblica Sudafricana (O’ Neill 2011). Se si aggiunge che su un quarto delle terre emerse sventola la bandiera di uno dei BRICS, il quadro si fa davvero significativo, sia dal punto di vista numerico che da quello geografico. I BRICS sono molto di più di un semplice concetto (Chun, 2013), essi sono una realtà tangibile. E’ inoltre importante, quando si parla dei BRICS, considerare quanto rapidamente questi paesi stiano diventando attori di primo piano, e spesso veri protagonisti, in campi come l’economia, la geopolitica e le opportunità globali (Cooper e Farooq, 2013). Era il 2009 quando per la prima volta i BRIC (la “S” sarebbe stata aggiunta qualche anno più tardi) decisero di riunirsi formalmente all’interno di un Summit. Oggi sono passati cinque anni da quel giorno di Giugno a Yekaterinburg (Dichiarazione Congiunta dei leaders dei BRICS) ma i traguardi raggiunti da questa giovane creatura sono strabilianti. Il secondo Summit ha avuto luogo a Brasilia nel 2010 (Das, 2010) seguito da quello a Sanya (in Cina) nell’Aprile del 2011. Proprio nel 2011 la Repubblica Sudafricana decise di unirsi al gruppo. Questo momento segna l’inizio di una nuova era: il nome cambia da BRIC a BRICS, ma, cosa maggiormente rilevante, il network internazionale è completo. Altri paesi africani avrebbero potuto essere ammessi nel gruppo se l’unico criterio fosse stato la dimensione economica (ad esempio la Nigeria), ma ciò che è alla base dell’allargamento dei BRIC è la dimensione politica (Scaffardi, 2014), considerato che la nazione democratica della Repubblica Sudafricana rappresenta al meglio l’intero continente africano. Nonostante il cambio di nome, l’obiettivo principale resta invariato: rappresentare la voce di sempre maggior peso delle economie emergenti, in opposizione alle tradizionali istituzioni economiche, finanziarie e politiche. I Summit mantengono un’alternanza tra i paesi (a Nuova Delhi nel 2012, Durban nel 2013 e, da ultimo, a Fortaleza), ampliando il raggio della discussione e del dibattito. Insieme all’economia ed al commercio, l’attenzione dei Summit si sposta sui trasporti, la sanità, la sicurezza personale e alimentare, la tutela dell’ambiente, ed ogni “Dichiarazione Finale” è la dichiarazione di come i cinque paesi vogliano giocare un ruolo da protagonisti. La creazione della Nuova Banca per lo Sviluppo (nel 2014 al summit di Fortaleza), chiamata anche “la Banca dei BRICS”, con un capitale iniziale di 100 miliardi di dollari, insieme ad un fondo previdenziale, il BRICS Contingent Reserve Arrangement, dotati di un identico tetto che salvaguarda i bisogni dei cinque paesi sottoscriventi, è un chiaro segno della presenza e della forza del gruppo nell’arena internazionale. Le strette relazioni ed i progetti comuni tra i BRICS non sono confinati al livello economico e monetario, ed i processi di decision-making hanno subito una differenziazione. Comprendono la “collaborazione” fra i Capi di Stato o di Governo e gli stessi Summit; i secondi operano a livello interministeriale, occupandosi di aspetti...
srpska
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? Dal dramma della guerra in Bosnia alle incerte prospettive future, passando per un’attualità politica segnata dall’immobilismo e dalla corruzione. Passato, presente e futuro di un vero e proprio “Stato nello Stato”: la Republika Srpska. Difficilmente il concetto di “Stato nello Stato” calza più a pennello di quanto lo faccia in riferimento alla Republika Srprska. La Republika Srpska, da non confondersi con la Repubblica di Serbia (lo Stato con capitale Belgrado), è un’entità serbo-bosniaca all’interno dei confini della Bosnia-Erzegovina (l’altra entità è la Federazione di Bosnia-Erzegovina, composta da musulmani bosniaci e croati bosniaci). Occupa circa il 49% del territorio della Bosnia-Erzegovina (l’altro 51% appartiene alla Federazione di Bosnia-Erzegovina) e ospita circa il 40% della popolazione del Paese. La sua popolazione ammonta a 1.4 milioni di abitanti, di cui 1.1 milioni di serbi, e ha come capitale de iure Sarajevo, ma de facto Banja Luka (dove risiede il governo della Republika Srpska). La nascita della Republika Srpska avvenne in seguito allo smembramento della Jugoslavia, iniziato nel giugno del 1991, quando Slovenia e Croazia si staccarono dalla Federazione Jugoslava. Nel novembre del 1991 un referendum tenuto tra i serbi bosniaci, una delle tre etnie della Bosnia-Erzegovina, confermava con una grande maggioranza il loro desiderio di restare parte della Jugoslavia. Tale idea all’epoca era condivisa dalla maggioranza serba della popolazione della Bosnia-Erzegovina, ma non da una parte della popolazione cattolico-croata che si identificava con le aspirazioni d’indipendenza della Croazia, né dalla popolazione bosniaco-musulmana che mirava alla creazione di uno Stato unitario di Bosnia-Erzegovina, a maggioranza musulmana. I rappresentanti politici dei serbo-bosniaci si opposero fermamente all’idea di diventare parte della Bosnia-Erzegovina come Stato sovrano a maggioranza bosniaco-musulmana, rivendicando il diritto di separare i territori a maggioranza serba dalla Bosnia-Erzegovina sulla base del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il principale partito politico serbo della Bosnia-Erzegovina, il Partito Democratico Serbo, guidato da Radovan Karadzic organizzò allora la costituzione delle “province autonome serbe” e la fondazione di un parlamento che le rappresentasse. Così il 9 gennaio 1992 venne proclamata la “Repubblica del popolo serbo di Bosnia e Erzegovina” (Republika Srpska Bosne i Hercegovine). Questo non impedì che il 2 marzo 1992 si tenesse il referendum per l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina. Si recò alle urne poco più del 50% della popolazione, che sancì la vittoria del sì con il 92.7%. La scarsa affluenza alle urne fu dovuta al fatto che la comunità serbo-bosniaca, in minoranza rispetto alla controparte bosniaca e croata, boicottò il referendum astenendosi. Per impedire l’escalation di un probabilissimo conflitto tra le tre etnie presenti nella regione fu siglato l’Accordo di Lisbona, noto anche come il piano Carrington-Cutileiro, chiamato così per i suoi creatori Lord Carrington e Josè Cutileiro, risultato della conferenza organizzata dalla Comunità europea. Essa ha proposto la condivisione del potere a tutti i livelli amministrativi tra le etnie e la devolution dal governo centrale alle comunità etniche locali. Ciò prevedeva la divisione in zone etnicamente ben definite, cosa che all’inizio...
iran
E’ bene non illudersi; l’accordo di Vienna sul nucleare iraniano raggiunto il 14 luglio non rappresenta un testo con una valenza giuridica e vincolante per le parti (UE, Germania, Francia, Regno Unito, Russia, Cina, USA, Iran). Ora, “Joint Comprehensive Plan of Action” alla mano – così è stato denominato l’accordo formalmente – possiamo solo dare delle valutazioni momentanee, in attesa che il documento venga ratificato dai parlamenti nazionali, cosa non del tutto scontata visto che nel Congresso americano i repubblicani, vicini al governo israeliano, fortemente critici con l’approccio morbido di Obama nei confronti del nuovo Iran di Rohani, sono la forza di maggioranza e potrebbe esserci in extremis la bocciatura del JCPOA, facendo così naufragare gli sforzi della diplomazia di mezzo mondo. La saggezza quindi impone di attendere prima di parlare di un accordo storico e di grande vittoria per la comunità internazionale. Ciò non toglie che analizzando il testo dell’accordo, balzano all’occhio aspetti interessanti e lo stesso dicasi per le reazioni dei principali attori politici coinvolti a livello internazionale. Un ulteriore aspetto di interesse nella vicenda è poi la reazione delle varie forze politiche interne iraniane, che con diversi punti di vista e sensibilità seguono la vicenda. In primo luogo notiamo una contraddizione molto forte nel JCPOA rispetto a quelle che furono solo pochi mesi fa talune indicazioni della Guida iraniana sulle trattative: infatti, nel documento viennese si parla di un approccio graduale nell’applicazione dei punti nodali dell’accordo, quindi anche per ciò che concerne la rimozione delle sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran. “This JCPOA, reflecting a step-by-step approach, includes the reciprocal commitments as laid down in this document” (1), si legge nel documento, e ciò in palese contraddizione con l’opinione del Capo di Stato iraniano, l’ayatollah Khamenei, che aveva posto come condicio sine qua non l’eliminazione completa e immediata di tutte le sanzioni contro l’Iran. In pratica, o i diplomatici iraniani hanno agito in contraddizione con le indicazioni della Guida, e quindi è presumibile che il testo, una volta analizzato dalla Guida stessa, venga ritenuto inadeguato e quindi, attraverso il mancato procedimento di ratifica parlamentare – il Majles iraniano (Parlamento) è dominato da deputati vicini alla Guida – venga spedito al mittente, oppure in questi pochi mesi la Guida ha cambiato opinione e riterrebbe oggi anche una rimozione “step-by-step” delle sanzioni in linea con l’interesse nazionale del paese persiano, giudicata come razionale in considerazione dell’eventuale miglioramento graduale dell’economia iraniana, anche se pure tale considerazione sarebbe in contraddizione con quanto detto in precedenza dalla Guida, ovvero che i problemi economici dell’Iran devono essere risolti grazie alle risorse interne e non agli accordi internazionali. Questo secondo noi è un punto importante, per capire veramente cosa ha in mente la Guida, vero ago della bilancia della politica interna iraniana. Oltre a ciò non si sono fatte attendere le reazioni dei leader internazionali; fortemente critico, come era presumibile, il governo israeliano che ha definito il risultato giudicato positivo dai paesi coinvolti negli accordi di Vienna come una vittoria per l’Iran e...
NuovoMondoBrics
Dopo aver svolto alcune settimane or sono un convegno dedicato all’ALBA ed alle dinamiche geopolitiche dell’America indio-latina, i rappresentanti del Movimento 5 Stelle in commissione Affari Esteri e Comunitari hanno organizzato venerdì 10 luglio un seminario dal titolo “Il mondo con i BRICS”, proprio in contemporanea con il vertice annuale di queste cinque potenze globali (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Il summit di Ufa, però, si è svolto nell’indifferenza quasi totale dei media e del governo, come denunciato nell’introduzione dell’evento dal vicepresidente della Commissione, l’On. Alessandro Di Battista, il quale ha colto l’occasione per preannunciare il prossimo incontro, da svolgersi dopo l’estate e dedicato proprio all’informazione, con la partecipazione di grossi nomi della cosiddetta “controinformazione”. Di Battista ha ribadito che il suo movimento “non è filoamericano né filorusso, ma filoitaliano” ed è quindi interessato a informare adeguatamente i cittadini, affinché si rendano conto delle prospettive che il BRICS può offrire all’Italia, che in questo momento versa in una condizione di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti d’America. L’aspetto più interessante riguarda ad esempio la nascente banca dei BRICS, che il premio Nobel per l’Economia Muhammad Yunus già auspica che possa compensare le mancanze ed i rigori del Fondo Monetario Internazionale. I parlamentari 5 Stelle, ha ricordato il deputato romano prima di presentare i relatori della sessione iniziale, hanno già presentato una mozione in cui chiedono che l’Italia interrompa le sanzioni nei confronti della Russia, per colpa delle quali è già andato in fumo il 20% dei proventi del tradizionalmente florido commercio italo-russo mentre gli USA hanno contemporaneamente incrementato del 15% i propri scambi con Mosca. Il consigliere politico dell’ambasciata brasiliana Leandro Zenni Estevão ha aperto i lavori ricordando come il vertice di Ufa sia la diretta prosecuzione dell’incontro di Fortaleza dell’anno scorso, durante il quale la presidenza di turno sudamericana aveva impresso un’accelerazione al consolidamento della collaborazione tra i cinque colossi del BRICS per giungere ad un mondo multipolare. La Nuova Banca di Sviluppo (i soci fondatori per statuto avranno sempre almeno il 55% del capitale ed hanno già versato 10 miliardi di dollari pro capite, in attesa di ulteriori contributi da parte di nuovi partner sino a giungere a quota 100) ed il Dispositivo di Riserva (forte di altri 100 miliardi di dollari, accantonati per garantire supporto agli Stati membri qualora si trovassero in difficoltà finanziarie) sono i primi strumenti concreti di questa cooperazione globale, che era inizata dopo che il fallimento di Lehman Brothers aveva messo a nudo le bolle finanziarie e speculative sulle quali si regge il sistema economico imperniato sugli Stati Uniti. Come in ambito politico il G-20 aveva guadagnato maggiore rappresentatività rispetto ai vertici G-7 e G-8, così si auspicava una riforma della governance finanziaria globale: le strutture FMI si sono tuttavia dimostrate refrattarie ad ogni cambiamento, obbligando i BRICS a compiere una scelta alternativa, che dimostra le loro capacità di intervento congiunto e la fiducia reciproca, testimoniata anche dall’incremento del 300% nei traffici intra-BRICS. La nuova banca, con sede a Shanghai, si...
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Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? La vittoria dei “NO” al referendum tenutosi in Grecia lo scorso 5 luglio assume, in questo periodo di profondo cambiamento degli assetti geopolitici mondiali, un significato importante. Non è un caso che questo segnale di rottura con le direttive euro-atlantiche arrivi dallo stesso popolo greco che 16 anni fa, per protestare contro l’aggressione militare della NATO alla Federazione Jugoslava (Serbia-Montenegro), bloccò il paese per mezzo di un massiccio sciopero generale del pubblico impiego. Alcuni commentatori hanno sottolineato che si tratta naturalmente di una vittoria della “vera Europa”, essendo la Grecia la culla storica e culturale della nostra civiltà; altri, molto più sottilmente, hanno invece sottolineato che la scossa arriva proprio dal popolo “meno europeo” presente nei confini della UE, in quanto la sua spiritualità cristiano-ortodossa lo rende estremamente distante dalla mentalità calvinistico-protestante che alimenta la guida dell’Unione. I significati immediati e apparenti del voto greco sono diversi: il Sud povero che si ribella al Nord ricco, una “sinistra” patriottica che si contrappone ad una “destra” tecnocratica, l’Europa dei popoli che dice No all’Europa dei banchieri … La sua importanza appare ancora più evidente se ne valutiamo il significato geopolitico: se il rilancio europeista di Tsipras dovesse fallire, si capirebbe immediatamente la validità strategica della neo-costituita Banca dei Paesi Brics, la cui implementazione ha subito una decisa accelerazione proprio nelle ultime settimane. Sotto l’aspetto metapolitico, più che una riproposizione dell’antica contrapposizione socialismo-liberismo, la vittoria di Syriza e dei suoi alleati nazionalisti rilancia l’antagonismo tra i sostenitori di un’Europa atlantica e i promotori di un’Europa eurasiatica, con i primi usciti sonoramente sconfitti. Molte però sono le incognite che rimangono sul tavolo: 1) La Grecia, paradossalmente, svolgerebbe meglio la propria funzione se rimanesse nell’eurozona, così come auspicato dalla Cina (e probabilmente anche dalla Russia) ovviamente a condizioni diverse da quelle inizialmente proposte dalla Trojka. La prima bozza d’accordo tra Atene e Bruxelles sembrerebbe rafforzare questa sensazione. 2) Non solo la Grecia si trova in una posizione geografica strategica ma appartiene al contesto regionale balcanico, tutt’altro che normalizzato, non solo per le evidenti difficoltà economiche che lo pervadono. Se infatti analizziamo uno ad uno i paesi chiave dell’area, dobbiamo registrare una situazione di turbolenza su cui potrebbe abbattersi presto l’effetto domino del voto greco. Quanti, magari anche in buona fede, pensavano di trovare nell’adesione all’Unione Europea e alla NATO una via d’uscita ai problemi del passato, si sono ben presto ricreduti, come l’esodo di massa degli albanesi dal Kosovo e Metohija verso la Serbia e l’Ungheria dimostra. La stessa Serbia, alleata storica, geopolitica e religiosa della Grecia, non rimarrebbe indenne da un’eventuale uscita di Atene dall’euro, tanto più che gli umori anti-atlantici a Belgrado rimangono forti. Il ritorno in patria di Vojislav Seselj, che da diverse settimane mobilita le piazze attraverso un fiero nazionalismo filo-russo, potrebbe essere sfruttato dall’ipocrita Governo Vucic per virare in maniera più decisa verso Mosca. La stabilità della Serbia è determinante per quella di...
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L’Associazione di Studio, Ricerca ed Internazionalizzazione in Eurasia ed in Africa (ASRIE) in collaborazione con il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM) è lieta di mettere annunciare la pubblicazione del report Focus SICUREZZA LIBIA. Il report vede l’introduzione di Fabrizio Di Ernesto, giornalista esperto dell’area libica autore del libro “Petrolio, cammelli e finanza” in cui ha preso in esame l’ultimo secolo di relazioni italo – libiche e gli sviluppi politici ed economici interni del paese nord africano. A seguire una Cronologia degli eventi inerenti la Libia a partire dal XX secolo e poi le analisi a cura di Daniel Pescini, giornalista e blogger specializzato in Scienze delle Relazioni Internazionali e curatore del blog Geopolitica Italiana, Silvio Majorino, analista specializzato in Libia e geopolitica del Mediterraneo, Gaetano Mauro Potenza, Country Analyst e Security Manager collaboratore del CeSEM e di ASRIE, Pilar Buzzetti, Junior Analyst – Desk Mondo Arabo & Nord Africa della OSINT Unit di ASRIE, ed Antonio Lamanna, anch’egli Junior Analyst – Desk Mondo Arabo & Nord Africa dell’Associazione. E’ possibile leggere e consultare il report oppure scaricarlo in formato pdf direttamente dal link qui sotto riportato Scarica il Focus Sicurezza Libia
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Dopo il successo del Focus SICUREZZA LIBIA, il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM) torna a collaborare con l’Associazione di Studio, Ricerca ed Internazionalizzazione in Eurasia ed Africa (ASRIE) per la realizzazione del progetto “Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa?” il cui fine è quello di favorire la conoscenza della penisola balcanica dal punto di vista storico, politico, socio-culturale ed economico e comprendere gli attuali avvenimenti in ottica futura sia per l’Italia che per l’intera Europa. Il progetto, che vede la partecipazione di collaboratori, studiosi, ricercatori ed analisti geopolitici del Centro Studi e dell’Associazione, è aperto ai contributi delle persone che dimostrano interesse per l’area e per le tematiche affrontate e vedrà la raccolta di elaborati scritti (report, analisi, ricerche, documentari), audiovisivi e fotografici e la diffusione attraverso i canali ufficiali di CeSEM e ASRIE e dei relativi partner. Per maggiori informazioni è possibile contattare la Segreteria dell’Associazione all’indirizzo di posta elettronica cpeurasia@gmail.com, andreaturi83@gmail.com, svernole@yahoo.it. CeSEM e ASRIE
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Eventhough the world economy continues to maintain moderate, in the first 6 months of year 2015, Vietnam’s economy remained stable with some remarkable achievements: Domestic production improvements, positive growth trend, and stable macroeconomic balances. Growth rate of domestic products Total domestic product (GDP) in the first 6 months of 2015 increased by 6.28% compare with the same period of 2014 with the increase of 6.08% in the first quarter and 6.44% in the second quarter. This is the highest growth rate compared with the recent years (2013: 4.9%, 2014: 5.22%). In the total increase of 6.28%: the agriculture, forestry and fishing rose 2.36%, contributing 0.42 percent; industrial and construction areas increased 9.09% contributing 2.98 percent; service sector increased 5.90%, contributing 2.22 percent. In the area of ​​agriculture, forestry and fisheries: forestry sector reached 8.07% the highest growth compared with the same period of 2014, contributing 0.05 percent to the overall increase; agricultural sector increased 1.90%, contributing 0.27 percent; fisheries rose 3.30%, contributing 0.10 percent to the whole. Industrial sector rose 9.53% over the same period last year, in which the processing industry, manufacturing grew by 9.95%, contributing significantly to the whole economy (contributing 1.57%). The construction sector rose 6.60%, higher than the 6.11% of the same period in 2014. In the service sector: wholesale and retail increased by 8.35% over the same period of 2014; Lodging and food rose 2.90%; financial activities, banking and insurance increased by 5.85%; real estate business increased by 2.72% which is 2.51% higher than the same period of 2014. Regarding the structure of the economy, agriculture, forestry and fisheries accounted for 16.73%; industrial sector and construction accounted for 33.45%; service area accounted for 39.61%. In the first 6 months, there were 45,406 enterprises were established with a total registered capital is 282.4 trillion VietNam Dong (VND), increased by 21.7% in number and 22.3% in the amount of registered capital compared to the same period last year. Besides, there are 10,988 enterprises adjust the registered investment capital, with a total increase of 308.8 trillion VND. Thus, the total newly registered capital and registered add to the economy in the first 6 months of 2015 was 591.2 billion VietNam Dong. The number of enterprises have shut down before return to business operations in the first 6 months is 8,507, increases of 2.2% compare with the same period in 2014. The number of businesses enterprises complete the dissolution trading process, termination of production activities, in the first 6 months are 4,708, decreases of 0.9% compare with the same period of 2014, of which the majority are small enterprises, with registered capital of less than 10 billion VND. The businesses have difficulty forced to suspend operations in the first 6 months was 27.051 units, down 5.8% from the same period last year. The entry of enterprises into the market in the first 6 months of 2015 was a significant improvement over the same period last year. It is results of the business community efforts, the suitable solutions, effective...