21 Ottobre 2026

Balcani

A cura di Vera Shcherbakova per Tass Gli Stati Uniti sono interessati a minare la situazione nei Balcani per indebolire l’Europa in generale, mentre si sta conducendo una guerra ibrida contro la Serbia in Kosovo per la sua posizione rispetto alla Federazione Russa. Questa opinione è stata espressa sabato in un’intervista al corrispondente TASS al Vicepresidente del Centro Studi “Eurasia-Mediterraneo” Stefano Vernole. “La NATO ha svolto un ruolo molto negativo [in Kosovo], soprattutto all’inizio promuovendo la pulizia etnica contro i serbi in Kosovo. Naturalmente, gli Stati Uniti traggono vantaggio dall’instabilità in Europa, poiché ciò indebolisce la grande potenza economica che è e consente di attrarre investimenti negli Stati Uniti, dove il clima sembra essere più stabile“, ha affermato. La comunanza tra le situazioni in Kosovo e nel Donbass, secondo Vernole, si vede nei doppi standard a cui ricorre l’Occidente. “Il referendum albanese del 2008 sull’indipendenza del Kosovo è stato riconosciuto, ma il referendum del 2014 sull’indipendenza di parte dei territori ucraini non è stato riconosciuto da nessuno, a questo si possono aggiungere Ossezia del Sud, Abkhazia, Transnistria. Tutto ciò ha portato solo a un spaccatura geopolitica ancora maggiore tra i Paesi occidentali e l’Eurasia (Russia e Cina)“, ha affermato. ricordando anche che un certo numero di Paesi europei non ha riconosciuto il Kosovo. Inoltre, Vernole ha citato l’opinione di esperti secondo cui gli eventi in Kosovo e la nuova escalation possono essere attribuiti a una “guerra ibrida” contro la Serbia, in cui la NATO persegue l’ovvio obiettivo di attaccare uno degli alleati della Russia. “Fin dall’inizio del NMD in Ucraina, la Serbia ha mantenuto la sua storica amicizia con Mosca, rifiutando di accettare sanzioni anti-russe. È per questo motivo che il Paese è diventato il bersaglio dell’imperialismo americano, che, attraverso le operazioni della NATO in Jugoslavia, ha creato un avamposto anti-serbo in Kosovo“, ha citato una delle recenti pubblicazioni del suo Centro Studi. La situazione nei comuni serbi nel nord del Kosovo e Metohija è peggiorata il 26 maggio, quando le forze speciali della polizia del Kosovo hanno occupato edifici amministrativi nei comuni di Zvecan, Zubin Potok e Leposavić. Le forze di sicurezza hanno cercato di garantire che i capi dei comuni che hanno vinto le elezioni, boicottate dalla popolazione serba, assumano l’incarico. Il 29 maggio, la Forza NATO per il Kosovo (KFOR) ha isolato gli edifici amministrativi, che hanno dato inizio alle proteste dei residenti locali, sfociate in seguito in scontri. Come ha detto in precedenza il presidente serbo Aleksandar Vucic, 52 serbi si sono rivolti all’ospedale di Kosovska Mitrovica per chiedere aiuto, tre dei quali sono rimasti gravemente feriti. Il ministro della Difesa serbo Milos Vucevic ha sottolineato il 29 maggio che l’esercito del Paese è stato messo in massima allerta a causa della situazione in Kosovo e Metohija, e le sue unità sono schierate lungo la linea amministrativa con la provincia autonoma serba.
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di Kit Claremberg e Tom Secker ARTICOLO PUBBLICATO SU NUOVA RESISTENZA – ITALIA Una pletora di file di intelligence inviati dalle forze di pace canadesi espongono operazioni segrete della CIA, spedizioni illegali di armi, combattenti jihadisti importati, potenziali operazioni false flag e atrocità inscenate. Un mito consolidato sulla guerra in Bosnia è che i separatisti serbi, incoraggiati e diretti da Slobodan Milosevic e dai suoi scagnozzi a Belgrado, abbiano cercato di impadronirsi con la forza dei territori croati e bosniaci per creare una “Grande Serbia” irredentista. Ad ogni turno, hanno epurato i musulmani nativi come parte di un genocidio deliberato e concertato, rifiutandosi di impegnarsi in negoziati di pace costruttivi. Questa narrazione è stata sostenuta in modo aggressivo dai media mainstream all’epoca ed è stata ulteriormente legittimata dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) creato dalle Nazioni Unite dopo la fine del conflitto. Da allora è diventato un assioma e un fatto indiscutibile nella mente occidentale, rafforzando la sensazione che il negoziato equivalga invariabilmente alla pacificazione, una mentalità che ha permesso ai falchi della guerra della NATO di giustificare numerosi interventi militari negli anni successivi. Tuttavia, l’enorme volume di cablogrammi di intelligence inviati dalle forze di mantenimento della pace canadesi in Bosnia al quartier generale della difesa nazionale di Ottawa, pubblicato per la prima volta da Canada Declassified all’inizio del 2022, espone questa storia come una cinica farsa. I documenti offrono un’impareggiabile visione in tempo reale del corso della guerra mentre si svolgeva, con la prospettiva di una pace che si trasformava rapidamente in uno spargimento di sangue che alla fine portò alla morte straziante della Jugoslavia multireligiosa e multietnica. I soldati canadesi facevano parte di una più ampia Forza di protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR) inviata nell’ex Jugoslavia nel 1992 nella vana speranza che le tensioni non si trasformassero in una guerra in piena regola e che tutte le parti potessero raggiungere una soluzione pacifica. Rimasero fino all’amara fine: il momento ormai lontano in cui la loro missione si trasformò in un miserabile fallimento mortale. L’analisi sempre più cupa della realtà sul campo da parte delle forze di pace fornisce uno sguardo sincero alla storia della guerra, che è stata in gran parte nascosta al pubblico. Questa è una storia di operazioni segrete della CIA, provocazioni letteralmente esplosive, spedizioni illegali di armi, combattenti jihadisti importati, potenziali operazioni sotto falsa bandiera e atrocità inscenate. Il testo completo dell’UNPROFOR canadese può essere letto qui. Gli estratti principali dei file menzionati in questo articolo possono essere trovati qui. “Interferenza esterna nel processo di pace” È un fatto poco noto ma riconosciuto che gli Stati Uniti hanno gettato le basi per la guerra in Bosnia sabotando l’accordo di pace negoziato dalla Comunità Europea all’inizio del 1992. Sotto i suoi auspici, il paese doveva essere una confederazione divisa in tre regioni semi-autonome lungo linee etniche. Sebbene questo fosse tutt’altro che ideale, ciascuna parte generalmente otteneva ciò che voleva, in particolare l’autogoverno, e almeno godeva del risultato, preferibilmente un conflitto in piena regola. Tuttavia, il 28 marzo 1992, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Jugoslavia Warren...
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di Giulio Chinappi ARTICOLO PUBBLICATO SUL BLOG DELL’AUTORE Le provocazioni della NATO rischiano di creare un nuovo fronte bellico in Europa, esacerbando le tensioni fra la Serbia e il governo dell’autoproclamato Kosovo. La Serbia è (ri)entrata ufficialmente a far parte della lista dei cattivi di Washington. Lo si evince dagli attacchi mediatici che Belgrado sta subendo negli ultimi giorni, come non accadeva dai tempi dei bombardamenti del 1999. La vera colpa della Serbia è quella di essere uno dei pochi Paesi europei a non essersi genuflesso al diktat delle sanzioni antirusse. Nonostante le forti pressioni provenienti da NATO e Unione Europea, il governo serbo ha continuato coerentemente a perseguire il proprio interesse nazionale, piuttosto che seguire pedissequamente gli ordini provenienti dalla sponda occidentale dell’Oceano Atlantico. Tale posizione è stata ribadita dal presidente Aleksandar Vučić la settimana scorsa. Nell’intervista rilasciata all’agenzia stampa russa TASS, Vučić ha ricordato che il suo Paese ha subito le sanzioni criminali imposte dell’Occidente dal 1992 al 2001, e che quindi la Serbia rifiuta l’approccio delle sanzioni e resta determinata a prendere le decisioni di politica estera in piena autonomia. Per punire la Serbia, la NATO ha deciso di utilizzare la stessa arma della provocazione, precedentemente utilizzata contro Russia e Cina, utilizzando a tal scopo il governo dell’autoproclamato Kosovo, non riconosciuto come legittimo dalla metà della comunità internazionale. L’invasione militare dell’enclave serba di Mitrovica rappresenta infatti un atto di grande provocazione nei confronti di Belgrado, al punto che non si può escludere la possibilità dell’esplosione di un conflitto armato nel futuro prossimo. Ricordiamo che l’operazione militare lanciata dal Kosovo verso Mitrovica e le altre regioni a maggioranza serba viola gli Accordi di Bruxelles, secondo i quali le forze armate del Kosovo non possono entrare nelle aree a maggioranza serba del Kosovo settentrionale, senza il permesso dei leader dei quattro comuni serbi. “Priština sta costantemente e sistematicamente aumentando la sua presenza nel nord del Kosovo. La situazione è esplosiva. La campagna di intimidazione e molestia nei confronti della popolazione serba continua. L’obiettivo è impadronirsi del territorio. E lo stanno facendo sotto l’occhio passivo dell’Occidente e persino con il suo sostegno“, ha denunciato Aleksandr Bocan-Charčenko, ambasciatore russo a Belgrado, descrivendo alla perfezione la situazione odierna. Il presidente Aleksandar Vučić ha risposto a tali provocazioni chiedendo alle Nazioni Unite la possibilità di far entrare un contingente militare della Repubblica di Serbia nel Kosovo settentrionale. Il primo ministro serbo, Ana Brnabić, ha a sua volta sottolineato che il governo kosovaro di Albin Kurti non sta rispettando gli accordi internazionali, violando apertamente gli Accordi di Bruxelles, gli Accordi di Washington e le risoluzioni delle Nazioni Unite che dovrebbero regolare i rapporti tra Serbia e Kosovo. Secondo il primo ministro serbo, Kurti vede come una minaccia “i nostri continui appelli alla pace e alla stabilità, al dialogo aperto e onesto, al rispetto e alla piena attuazione di tutti gli accordi raggiunti nel dialogo tra Belgrado e Priština“. Brnabić ha sottolineato come le azioni provocatorie di Kurti e l’inerzia dell’Unione Europea stiano rischiando di provocare una nuova guerra tra serbi e albanesi. Miloš Vučević, ministro della...
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di Andrea Cantelmo Il progetto Open Balkan, varato il 29 luglio 2021 da Serbia, Macedonia del Nord e Albania non sta raggiungendo gli obiettivi prefissati e sta attirando su di sé alcune aspre critiche, in particolare dai potenziali membri (Montenegro, Kosovo e Bosnia). Lo scopo principale dell’iniziativa, fondata durante la pandemia, era intrecciare maggiormente i Paesi a livello economico e culturale, anche al fine di velocizzarne il processo di adesione all’Unione Europea. A tal proposito, la Serbia però ha visto una brusca frenata per l’ingresso nell’Ue, a causa delle posizioni del presidente Aleksandr Vucic considerate dai vertici europei troppo vicine a Putin; Bruxelles ha in pratica legato l’eventuale accesso del Paese ad un allineamento al solco tracciato dalla Commissione europea in merito alle sanzioni nei confronti della Russia. In più, le tensioni sulla questione delle targhe con il Kosovo hanno ulteriormente raffreddato i rapporti tra Bruxelles e Belgrado. Oltre a non aver fornito una piattaforma per migliorare e rendere più rapido il percorso per l’integrazione nell’Ue, Open Balkan ha subito delle pesanti critiche anche riguardo il suo funzionamento proprio da esponenti dei Governi degli Stati candidati ad entrare a far parte del progetto. L’ultima, in ordine di tempo, è arrivata dalla ministra dimissionaria agli Affari europei del Montenegro, Jovana Marovic, che ha accusato l’iniziativa di “mancanze strutturali sotto il punto di vista strategico e istituzionale, poiché non chiarisce come arrivare agli obiettivi prefissati e non garantisce posizioni di equità agli Stati partecipanti”. In più, nell’analisi di Marovic viene sostenuto che Open Balkan possa far allontanare Podgorica da Bruxelles, in considerazione anche della risoluzione del Parlamento europeo che ha espresso forti riserve sull’iniziativa regionale. Inoltre, secondo l’ormai ex Ministra agli Affari Europei, il progetto potrebbe rappresentare lo strumento con cui Vucic intende accrescere il suo ruolo nei Balcani, conquistando una posizione sempre più centrale. Anche gli altri due Paesi candidati, Kosovo e Bosnia Erzegovina, non sembrano attratti dall’iniziativa e a più riprese – attraverso diversi esponenti politici – hanno specificato che intendono dare priorità al processo per diventare membri dell’Unione europea, area politica che secondo i loro leader potrebbe apportare grandi benefici alle rispettive economie. Gli iniziali accenni di interesse alla creazione di un’area economica comune tra questi sei Paesi nasce nei primi anni ’90 del secolo scorso, ma solo nel 2018 vi sarebbero state le prime concrete intenzioni di dar vita ad un progetto del genere. Nel 2019 con due riunioni a Ocrida (Macedonia del Nord) e Durazzo (Albania) sono state poste le basi dell’accordo che verrà firmato il 29 luglio 2021 da Aleksandr Vucic, Edi Rama e Zoran Zaev a Skopje. Sin da subito però Kosovo, Montenegro e Bosnia avevano mostrato titubanze sull’effettiva utilità di Open Balkan, poiché consideravano il progetto una sovrastruttura poco utile allo scopo di raggiungere gli obiettivi imposti dall’Ue. Dunque, a poco più di un anno di attività effettiva, Open Balkan è rimasto privo della metà dei potenziali candidati e non sembra avere un piano chiaro su come avvicinare i Paesi all’ingresso nell’Unione europea,...
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di Andrew KorybkoARTICOLO ORIGINALE IN INGLESE La notizia Niente viaggio in Serbia per Serghei Lavrov. Il ministro degli Esteri russo aveva in programma un incontro a Belgrado con il presidente serbo Aleksandar Vučić, ma Bulgaria, Macedonia del Nord e Montenegro hanno chiuso il loro spazio aereo al volo sul quale doveva viaggiare. Per il Cremlino la decisione rappresenta «un’azione ostile» verso la Russia, mentre lo stesso Lavrov ha parlato di situazione «senza precedenti», aggiungendo che «dobbiamo ancora ricevere una spiegazione per la decisione» presa. Fonte: Il Mattino La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha confermato nella tarda serata di domenica che Bulgaria, Macedonia e Montenegro hanno chiuso il loro spazio aereo al volo programmato di Sergej Lavrov in Serbia dove era previsto un viaggio di due giorni per incontrare la leadership di questo paese amico di Mosca. Questo vergognoso sviluppo conferma che tutti e tre i Paesi in questione – Bulgaria, Macedonia e Montenegro – non sono, oggi, nient’altro che burattini occidentali guidati dagli Stati Uniti e, inoltre, rappresenta anche un’altra pietra miliare di quanto terribili siano diventati i legami russo-NATO dall’inizio dell’operazione militare speciale in corso in Ucraina. Nonostante durante il punto più alto della pandemia COVID-19, molto di quello che afferisce alla diplomazia sia stato condotto da remoto, se viene data loro la scelta, gli attori diplomatici preferiscono sempre gestire gli affari faccia a faccia; l’alto diplomatico russo probabilmente aveva pianificato di discutere con i serbi argomenti quali la cooperazione energetica, l’orgoglioso rifiuto di Belgrado di sanzionare la Russia nonostante le condanne pubblicamente espresse dalle Nazioni Unite sotto pressione straniera e altre questioni a questo correlate. Evidentemente, questo era inaccettabile per l’Occidente guidato dagli Stati Uniti; e quindi ecco spiegato il motivo per cui il viaggio di Lavrov in Serbia è stato ostacolato. La Serbia si trova in una posizione strategicamente svantaggiosa poiché è letteralmente circondata da paesi della NATO che, se lo desiderano, possono semplicemente tagliarla fuori dal mondo esterno. Questa leva viene sfruttata per esercitare la massima pressione sulla leadership di questo paese al fine di costringere Belgrado a prendere le distanze dalla Russia; pressione che finora ha avuto successo solo nel senso superficiale di farla votare talvolta contro Mosca alle Nazioni Unite. Ciò che è così ipocrita in questo ragionamento è che quegli stessi Paesi affermano falsamente che la Russia intende controllare la politica estera dell’Ucraina, eppure, in realtà, sono proprio loro che tentano, letteralmente, di controllare la Serbia. Questa posizione ostile allo stesso modo sia nei confronti della Russia che della Serbia non è emersa dal nulla, ma è stata preceduta da anni di guerra dell’informazione contro entrambi i Paesi. Mentre la maggior parte del mondo è ben consapevole delle narrazioni anti-russe che sono state propagate dalla fine di febbraio, alcuni potrebbero essersi dimenticati di quelle anti-serbe. Fondamentalmente queste affermano che la Serbia è una “Russia balcanica” che presumibilmente vuole conquistare la regione per pura sete di sangue e per questo progetto lo stesso Cremlino starebbe cospirando al fine di incoraggiare Belgrado a destabilizzare questa parte dell’Europa. Basti dire che non c’è alcuna verità in queste affermazioni che...
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di Giulio Chinappi Articolo Originale Il 7 maggio 1999, nell’ambito della guerra di aggressione perpetrata dalla NATO contro la Jugoslavia, le forze del Patto Atlantico bombardarono l’ambasciata cinese a Belgrado, uccidendo tre giornalisti del Paese asiatico. Nel maggio del 1999, eravamo nel pieno dell’operazione Allied Force, nome scelto per indicare la guerra d’aggressione perpetrata dalle potenze della NATO a guida statunitense nei confronti della Jugoslavia, al fine di provocare la caduta del presidente legittimo Slobodan Milošević e la perdita di parte del territorio nazionale attraverso la creazione di un Kosovo indipendente. Il 7 maggio, tuttavia, avvenne un grave episodio che coinvolse un Paese terzo, quando gli attacchi aerei colpirono l’ambasciata cinese a Belgrado, provocando la morte di tre giornalisti del Paese asiatico, Shao Yunhuan, Xu Xinghu e Zhu Ying. A 23 anni da quell’evento, alti rappresentanti di Cina e Serbia si sono riuniti per commemorare l’attacco terroristico perpetrato dalla NATO e le sue vittime. La delegazione diplomatica orientale è stata guidata da Tian Yishu, incaricato d’affari presso l’ambasciata cinese in Serbia, mentre per il governo serbo hanno partecipato, tra gli altri, il ministro degli Interni, Aleksandar Vulin, e il ministro dell’Occupazione e degli Affari Sociali, Darija Kisić Tepavčević. Tian ha affermato che il popolo cinese non dimenticherà mai le barbare atrocità commesse dalla NATO, né dimenticherà che la NATO ha bombardato il paese per 78 giorni consecutivi con il pretesto di “salvaguardare i diritti umani“. Vulin ha affermato che l’invasione della NATO nel 1999 ha rappresentato un crimine contro una nazione sovrana e il suo popolo e ha violato gravemente il diritto internazionale. “La Serbia non smetterà mai di chiedere alla NATO di assumersi la responsabilità dei suoi crimini e la Serbia sarà sempre un amico affidabile per la Cina“, ha osservato il ministro di Belgrado. L’episodio era stato ricordato anche in una conferenza stampa tenuta lo scorso 24 febbraio dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, il quale aveva affermato che “la NATO ha ancora un debito di sangue nei confronti del popolo cinese“. “Ironia della sorte, mentre le persone in Cina e Serbia commemorano la morte delle vittime delle barbare atrocità della NATO guidate dagli Stati Uniti 23 anni fa, la NATO non ha affievolito la sua agenda espansionistica né attenuato la sua aggressione, alimentando le fiamme sulla crisi ucraina e infangando la Cina con accuse diffamatorie“, commenta un articolo pubblicato dal Global Times. Dopo il bombardamento dell’ambasciata cinese, l’allora presidente Bill Clinton e il segretario di Stato alla Difesa William Cohen si affrettarono a scusarsi e a giustificare l’episodio come un incidente causato dall’utilizzo di una “mappa obsoleta“: “In parole povere, uno dei nostri aerei ha attaccato il bersaglio sbagliato perché le istruzioni di bombardamento erano basate su una mappa obsoleta“, furono le precise parole di Cohen. “Il nocciolo della spiegazione della CIA era difficile da credere per molti: l’esercito più avanzato del mondo aveva bombardato un altro Paese membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e uno dei più accesi oppositori della campagna aerea della NATO a causa di un errore di mappatura“, avrebbe commentato Kevin Ponniah in un articolo pubblicato dalla BBC nel ventennale dell’attacco....
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di Thierry Pairault, con il contributo di: Laure Deron (avvocato al foro di Parigi), Thierry Pairault (direttore emerito di ricerca al CNRS) e Paola Pasquali (docente alla Webster University in Ghana) Credi che non c’è malvagità di base, né orrori, né favola assurda, che non si faccia adottare ai fannulloni di una grande città facendolo bene. (Il Barbiere di Siviglia, Beaumarchais) Il 21 giugno il Journal de 20 heures di France 2 ha mandato in onda un servizio [1] in cui si spiegava che il Montenegro, un piccolo Paese fortemente indebitato, correva il rischio di “dovere cedere terreni alla Cina” perché non poteva rimborsare un prestito alla costruzione di un’autostrada. Gli autori espongono che la Cina potrebbe benissimo “annettersi presto, in maniera perfettamente legale”, il porto balcanico di Bar grazie a un “contratto incredibile”, già – precisano – “applicato dai cinesi in Sri Lanka o a Gibuti”. Il Paese, si apprende, ha accettato “clausole mai viste in Europa (…): il contratto prevede che se il Montenegro non potrà rimborsare la banca cinese, allora dovrà concedere dei terreni”. Tanto che si dice che lo Stato abbia chiesto all’Unione Europea di “aiutare a rimborsare i cinesi, prima che non si paghino in territorio”. Veramente? A sostegno delle sue affermazioni, il rapporto presenta una fotografia dell’articolo 8.1 del contratto (in inglese) così formulato: “he Borrower hereby irrevocably waives any immunity on the grounds of sovereign or otherwise (…)“, ma che dà, al riguardo, una traduzione francese dal falso significato: “Il debitore rinuncia irrevocabilmente alla sua immunità sul suo territorio sovrano”. Tuttavia, la frase on the grounds of non ha qui nulla a che fare con le terre montenegrine; è un’espressione idiomatica corrente che significa in ragione di, e che designa più precisamente, nel linguaggio giuridico, il fondamento di un diritto. La traduzione corretta è: “Il mutuatario rinuncia irrevocabilmente a qualsiasi immunità derivata dalla sua sovranità…”. Tale clausola prevede quindi una rinuncia a qualsiasi immunità che lo Stato del Montenegro potrebbe rivendicare sotto la propria sovranità, al fine di paralizzare il meccanismo di risoluzione delle controversie (e non di rimborsare il prestito). Questa clausola è presente nella maggior parte dei contratti commerciali, in particolare nel caso dei partenariati pubblico-privati ​​(come avviene per quasi tutti i progetti infrastrutturali) che prevedono contratti stipulati tra un soggetto privato, spesso straniero, e un’emanazione del potere pubblico di uno Stato. Prevede che le eventuali controversie siano sottoposte ad una procedura non giudiziale, affidata ad uno o più arbitri (generalmente scelti tra avvocati o periti tecnici) nominati dalle parti, che optano per tale soluzione arbitrale in ragione della loro discrezionalità (la procedura essendo confidenziale), la sua relativa rapidità e l’imparzialità del collegio così composto. La rinuncia all’immunità sovrana dalla giurisdizione e dall’esecuzione (privilegio per cui uno Stato potrebbe rifiutarsi di comparire) consente l’esecuzione dell’arbitrato. Nel diritto francese, il dibattito dottrinale sulla capacità dello Stato e dei suoi enti di promettere, per contratto, che accetteranno di rispondere dei propri impegni contrattuali davanti ai tribunali privati ​​è stato deciso dalla Corte...