18 Luglio 2026

Mese: Novembre 2022

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di Mike Whitney ARTICOLO PUBBLICATO IN LINGUA INGLESE SU THE UNZ REVIEW Questo articolo incisivo e attentamente studiato da Mike Whitney analizza il cambiamento nell’agenda militare russa. Fino a poco tempo fa, la Russia aveva ampiamente preso di mira l’infrastruttura militare e strategica dell’Ucraina (aviazione, marina, forze di terra); il cambiamento nella strategia di Mosca ora consiste nel prendere di mira la rete energetica civile ucraina, i trasporti e le infrastrutture di comunicazione con attacchi che hanno portato a devastanti conseguenze sociali per il popolo ucraino.  “ Le diffuse interruzioni nella fornitura di corrente sono accompagnate da temperature gelide che porteranno inevitabilmente a una crisi umanitaria senza precedenti. Milioni di ucraini saranno costretti a fuggire oltre il confine in cerca di rifugio in Europa”. Pur dando la colpa alle ambizioni geopolitiche della NATO e al rifiuto di Washington di impegnarsi in negoziati di dialogo e di pace, il Cremlino ha comunque una profonda responsabilità in questa svolta di eventi. Secondo Mike Whitney:  “L’obiettivo dell’operazione russa è minare la capacità dell’Ucraina di fare la guerra. Gli attacchi alla rete elettrica ucraina, ai centri ferroviari, ai distributori di carburante, ai ponti e ai centri di comando e controllo sono semplicemente la Fase 1 di un’operazione in 2 fasi progettata per sconfiggere il nemico e portare la guerra alla fine rapida”. Come reagiranno USA-NATO e il Deep State?  In questa fase non è chiaro se questa opzione strategica adottata dal Cremlino si tradurrà nella “ fine della guerra ”. Ho i miei dubbi.  Come risponderanno US-NATO? Più specificamente come risponderanno gli appaltatori della difesa, Wall Street e l’establishment finanziario. La guerra fa bene agli affari. La guerra è guidata dal profitto. Chi sono gli attori principali? Chi sono coloro che prendono le decisioni?  Gli errori sono un fattore determinante della storia, in particolare quando il presidente degli Stati Uniti è un politico delegato incapace di formulare la politica estera degli Stati Uniti, ignorando i pericoli sottostanti incluso l’uso di armi nucleari, rispondendo, inoltre, a potenti interessi finanziari e all’industria delle armi.   Sulla scia della guerra fredda, il Pentagono è stato regolarmente coinvolto nella conduzione di giochi di guerra e simulazioni della terza guerra mondiale.  La risposta all’agenda militare di Mosca: un processo di escalation militare e di guerra economica che potrebbe portarci in uno scenario della terza guerra mondiale.  Questa opzione è attualmente sul tavolo del Pentagono. L’uso preventivo di armi nucleari supportato da un programma di armi nucleari da 1,3 trilioni di dollari “è sul tavolo”.  Nel giugno 2016 sotto l’amministrazione Obama, i migliori militari insieme agli amministratori delegati dell’industria delle armi hanno discusso circa il dispiegamento di armi nucleari contro Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Quella discussione prendeva il nome di Forum del Giorno del Giudizio. L’attenzione si concentrava sulla costruzione di un consenso (all’interno delle forze armate, dei laboratori scientifici, dell’industria nucleare, ecc. ) a favore della guerra nucleare preventiva contro i quattro paesi sopra indicati.  Tale dispiegamento contro questi quattro paesi è stato contemplato dal Pentagono per almeno 20 anni:  Nel 2006, il Pentagono ha lanciato una...
open-balkan
di Andrea Cantelmo Il progetto Open Balkan, varato il 29 luglio 2021 da Serbia, Macedonia del Nord e Albania non sta raggiungendo gli obiettivi prefissati e sta attirando su di sé alcune aspre critiche, in particolare dai potenziali membri (Montenegro, Kosovo e Bosnia). Lo scopo principale dell’iniziativa, fondata durante la pandemia, era intrecciare maggiormente i Paesi a livello economico e culturale, anche al fine di velocizzarne il processo di adesione all’Unione Europea. A tal proposito, la Serbia però ha visto una brusca frenata per l’ingresso nell’Ue, a causa delle posizioni del presidente Aleksandr Vucic considerate dai vertici europei troppo vicine a Putin; Bruxelles ha in pratica legato l’eventuale accesso del Paese ad un allineamento al solco tracciato dalla Commissione europea in merito alle sanzioni nei confronti della Russia. In più, le tensioni sulla questione delle targhe con il Kosovo hanno ulteriormente raffreddato i rapporti tra Bruxelles e Belgrado. Oltre a non aver fornito una piattaforma per migliorare e rendere più rapido il percorso per l’integrazione nell’Ue, Open Balkan ha subito delle pesanti critiche anche riguardo il suo funzionamento proprio da esponenti dei Governi degli Stati candidati ad entrare a far parte del progetto. L’ultima, in ordine di tempo, è arrivata dalla ministra dimissionaria agli Affari europei del Montenegro, Jovana Marovic, che ha accusato l’iniziativa di “mancanze strutturali sotto il punto di vista strategico e istituzionale, poiché non chiarisce come arrivare agli obiettivi prefissati e non garantisce posizioni di equità agli Stati partecipanti”. In più, nell’analisi di Marovic viene sostenuto che Open Balkan possa far allontanare Podgorica da Bruxelles, in considerazione anche della risoluzione del Parlamento europeo che ha espresso forti riserve sull’iniziativa regionale. Inoltre, secondo l’ormai ex Ministra agli Affari Europei, il progetto potrebbe rappresentare lo strumento con cui Vucic intende accrescere il suo ruolo nei Balcani, conquistando una posizione sempre più centrale. Anche gli altri due Paesi candidati, Kosovo e Bosnia Erzegovina, non sembrano attratti dall’iniziativa e a più riprese – attraverso diversi esponenti politici – hanno specificato che intendono dare priorità al processo per diventare membri dell’Unione europea, area politica che secondo i loro leader potrebbe apportare grandi benefici alle rispettive economie. Gli iniziali accenni di interesse alla creazione di un’area economica comune tra questi sei Paesi nasce nei primi anni ’90 del secolo scorso, ma solo nel 2018 vi sarebbero state le prime concrete intenzioni di dar vita ad un progetto del genere. Nel 2019 con due riunioni a Ocrida (Macedonia del Nord) e Durazzo (Albania) sono state poste le basi dell’accordo che verrà firmato il 29 luglio 2021 da Aleksandr Vucic, Edi Rama e Zoran Zaev a Skopje. Sin da subito però Kosovo, Montenegro e Bosnia avevano mostrato titubanze sull’effettiva utilità di Open Balkan, poiché consideravano il progetto una sovrastruttura poco utile allo scopo di raggiungere gli obiettivi imposti dall’Ue. Dunque, a poco più di un anno di attività effettiva, Open Balkan è rimasto privo della metà dei potenziali candidati e non sembra avere un piano chiaro su come avvicinare i Paesi all’ingresso nell’Unione europea,...
Tsai Ing-wen
a cura di Giulio Chinappi ARTICOLO PUBBLICATO SUL BLOG DELL’AUTORE Le elezioni locali sull’isola di Taiwan hanno rappresentato una dura sconfitta per il governo filo-occidentale di Tsai Ing-wen, costringendola a rassegnare le dimissioni. Il 26 novembre si sono tenute le elezioni locali sull’isola di Taiwan, ritenute particolarmente importanti dagli osservatori internazionali a causa delle tensioni tra il governo filo-occidentale di Tsai Ing-wen e la Repubblica Popolare Cinese, fomentate come al solito dalle ingerenze di Washington. Gli elettori dell’isola hanno dimostrato di non gradire le politiche dell’attuale governo, completamente asservite ai dettami provenienti dagli Stati Uniti e orientate a creare una spaccatura sempre più profonda nei confronti della terraferma. Il Partito Progressista Democratico (Mínzhǔ Jìnbù Dǎng) di Tsai Ing-wen ha dunque subito una pesante sconfitta per mano del Kuomintang, il Partito Nazionalista Cinese. Di particolare valore simbolico la vittoria del Kuomintang nella capitale Taipei, che ora sarà governata da Chiang Wan-an, pronipote dello storico leader nazionalista cinese, Chiang Kai-shek. Nel complesso, il Kuomintang ha sconfitto il PPD per tredici contee a cinque, con il partito di governo che si trova ad amministrare solamente un quarto della popolazione dell’isola. Per il resto, in due contee sono stati eletti candidati indipendenti, mentre nella contea di Hsinchu si è imposto il Partito Popolare di Taiwan, fondato nel 2019. Secondo gli osservatori, il PPD ha subito la sconfitta più pesante negli ultimi trentasei anni, e questo risultato rappresenta una pesante bocciatura per il governo di Tsai Ing-wen: “L’opinione pubblica dell’isola ha affermato che il disperato tentativo del DPP di giocare la carta della ‘protezione di Taiwan dalla terraferma’ è fallito”, si legge in un editoriale della testata cinese Global Times. La sconfitta del partito di governo può essere considerata come un segnale dell’insoddisfazione generale nei confronti delle politiche applicate dal PPD negli ultimi anni, tra cui la caotica risposta al COVID-19 e l’incapacità di frenare l’aumento dei prezzi, ma soprattutto come una conseguenza delle politiche provocatorie messe in atto nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, come accaduto in occasione della visita di Nancy Pelosi, terza carica degli Stati Uniti d’America, sull’isola. Indipendentemente dalle proprie posizioni politiche, gli elettori taiwanesi devono aver percepito questo atteggiamento come foriero di tensioni se non di un vero e proprio conflitto lungo lo Stretto di Taiwan, preferendo invece una soluzione pacifica alla questione. La pesante sconfitta ha portato Tsai Ing-wen a rassegnare le dimissioni dalla presidenza del partito nella serata di sabato, riconoscendo, dunque, la sconfitta del partito come un fallimento delle proprie politiche. “La visita di Nancy Pelosi a Taiwan ha improvvisamente intensificato la situazione nello Stretto di Taiwan e le autorità del PPD hanno intensificato le loro attività di collusione affidandosi agli Stati Uniti per cercare ‘l’indipendenza’, spingendo gradualmente Taiwan sull’orlo di una feroce guerra”, accusa il Global Times. “Il PPD ha sempre utilizzato o creato deliberatamente un’atmosfera di tensione attraverso lo Stretto per il proprio interesse politico”, ma questa volta la tattica del pericolo proveniente dalla terraferma non ha portato i propri frutti. Salito al potere per la prima volta nel 2000, allora sotto la leadership di Chen Shui-bian, il...
Cop. W. GIUSTI
Un’ossessione percorre la storia della Russia e, da Dostoevskij a Vladimir Putin, attraversa i secoli per giungere fino a noi: l’ossessione circa l’eccezionalità della Russia. Un endocosmo, come lo avrebbe definito Fosco Maraini, che non è né Occidente né Oriente e che, proprio per questo, può congiungere i due mondi in nome di una sua peculiare forza morale e spirituale. Quali sono le idee, i miti, le suggestioni ideologiche e culturali che hanno alimentato nel tempo questa particolarissima Weltanschauung? Una domanda alla quale, in epoche non sospette, cercò di rispondere Wolfango Giusti (1901 – 1980). Slavista insigne, docente di lingua e letteratura russa prima a Trieste e poi a Roma nonché animatore tra i più fecondi dell’Istituto di Studi sull’Europa Orientale voluto da Giovanni Gentile, di lui torna oggi in libreria, a cura di Paolo Mathlouthi, “Il Panslavismo” ( Oaks Editrice), celebre saggio, apparso in prima edizione nel 1941, dedicato al controverso tema dell’unità dei popoli slavi. Strumento utilissimo per scandagliare nel profondo l’enigmatica mentalità russa e comprenderne le ragioni, specie alla luce del conflitto attualmente in atto. Buona lettura! PER ACQUISTARE IL LIBRO
di REDAZIONE CESEM Martedì 22 novembre S.E. Yerbolat Sembayev, Ambasciatore del Kazakistan in Italia, ha visitato il distretto ceramico modenese e reggiano. Il primo incontro è stato con Franco Manfredini, presidente dell’azienda Casalgrande Padana, dove l’Ambasciatore ha potuto visionare di persona lo stabilimento produttivo e controllare tutte le fasi di lavorazione del prodotto ceramico. Nell’occasione S.E. Yerbolat Sembayev ha spiegato quali sono le principali opportunità di investimento per le aziende italiane in Kazakistan, Paese in via di sviluppo, ricco di risorse ma alla ricerca di alta tecnologia. Nello scambio di doni tra le due delegazioni, va sottolineato che Casalgrande Padana ha preparato una piastrella con lo stemma della bandiera kazaka. Successivamente la delegazione si è spostata nella sede di Confindustria Ceramica Sassuolo – co-organizzatore della visita insieme a Stefano Vernole del CeSEM e all’assessore regionale Stefano Bargi – dove, oltre al direttore Armando Cafiero e al vicepresidente Emilio Mussini, figuravano diversi rappresentanti di Acimac (produttori di macchine per ceramica di cui controllano il 50% del mercato mondiale, erano presenti per l’Associazione il ​​Presidente Paolo Lamberti e il Direttore Esecutivo Gian Paolo Crasta) e dell’ANCE (Associazione nazionale costruttori edili). Il Vice-Presidente dell’Emilia di ANCE, Ing. Sandro Grisendi, si è detto particolarmente soddisfatto, essendo il Kazakistan caratterizzato negli ultimi anni da un vero boom edilizio. L’Ambasciatore ha ricordato il record di scambi tra Italia e Kazakistan, 10 miliardi di dollari nel 2022, il 3° interscambio mondiale dopo quello con Russia e Cina, concordando sul fatto che le joint ventures siano il mezzo più appropriato per arricchire gli scambi reciproci. Il Kazakistan è un Paese particolarmente appetibile per gli investitori stranieri data la presenza di diverse zone economiche speciali in differenti settori, con enormi agevolazioni fiscali, prezzi energetici bassi e possibilità di accesso senza dazi doganali e con la massima libertà di movimento al mercato dell’Unione Economica Eurasiatica. Data la sua posizione strategica in Asia centrale, il Kazakistan intrattiene ottimi rapporti anche con la Turchia, uno dei maggiori attori nel settore delle infrastrutture. Confindustria Ceramica ha a sua volta ricordato le collaborazioni con le Università di Modena/Reggio Emilia e Bologna, il suo impegno per lo sviluppo sostenibile e il nuovo portale internet in cinque lingue, tra cui il russo. Il settore ceramico modenese esporta oltre l’80% del proprio prodotto all’estero e ha invitato una delegazione kazaka alla più importante fiera delle piastrelle che si tiene ogni anno a Bologna a fine settembre (il 2023 sarà il quarantesimo anniversario del Cersaie). Rispondendo alle domande dei vari imprenditori, l’Ambasciatore ha evidenziato che il Kazakistan presenta carenze nei materiali civili per l’edilizia e nelle costruzioni in ceramica, entrambi vengono importati principalmente dalla Spagna e dalla Cina ma in futuro si spera anche dall’Italia. A tal fine, il Kazakistan diversificherà le possibilità di raggiungere il Paese, ad esempio rafforzando il percorso transcaspico e aprendo il nuovo volo aereo diretto tra Milano e Almaty due volte alla settimana. Grisendi dell’ANCE ha ricordato le grandi competenze delle imprese italiane nella realizzazione di infrastrutture nel settore ferroviario e stradale,...
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO SUL SITO DELL’AUTORE Le elezioni del 20 novembre in Kazakistan hanno confermato Qasym-Jomart Toqaev alla presidenza, ma hanno anche segnato l’inizio di un nuovo corso politico per l’ex repubblica sovietica. Il 20 novembre, i cittadini del Kazakistan sono stati chiamati alle urne per eleggere il presidente. Come prevedibile, l’81,3% dei votanti ha optato per confermare Qasym-Jomart Toqaev, in carica dal marzo del 2019, alla guida del Paese. Ma queste elezioni hanno anche segnato la fine di un corso politico durato vent’anni, e l’adozione di un nuovo sistema per venire incontro alle richieste della popolazione dopo i tumulti dello scorso gennaio. L’inizio della nuova presidenza segnerà anche l’entrata in vigore del sistema previsto dalla nuova Costituzione, che limita i poteri del capo di Stato. “Attueremo la riforma costituzionale in modo coerente e chiaro. Stiamo passando a una nuova forma del sistema politico del Paese“, ha detto lo stesso presidente Toqaev. Il presidente ha successivamente annunciato nuove riforme economiche che permetteranno di migliorare gli standard di vita delle persone. Toqaev ha anche parlato del posizionamento geopolitico dell’ex repubblica sovietica, affermando di voler perseguire una politica estera multivettoriale. “Credo che data la nostra situazione geopolitica, dato che abbiamo oltre 500 miliardi di dollari coinvolti nella nostra economia, dato che ci sono aziende globali che operano nel nostro mercato, dobbiamo semplicemente perseguire una politica estera multivettoriale, come si dice ora“, ha affermato il presidente kazako. Secondo Toqaev, la politica estera del Kazakistan dovrebbe essere volta alla protezione degli interessi nazionali, al rafforzamento della cooperazione reciprocamente vantaggiosa con tutti gli Stati interessati, alla pace e alla sicurezza internazionale. Il presidente ha affermato che il Kazakistan dovrebbe incrementare gli scambi commerciali con la Russia, la Cina e gli altri Paesi dell’Asia centrale, al fine di sviluppare ulteriormente le relazioni alleate con la Russia, un partenariato strategico eterno con la Cina e una cooperazione globale con gli Stati fraterni dell’Asia centrale. Nonostante alcuni momenti di tensione dovuti soprattutto alla crisi ucraina, i rapporti tra Russia e Kazakistan restano ancora molto importanti, ed il presidente russo Vladimir Putin è stato come sempre tra i primi a chiamare il suo omologo kazako per congratularsi. Il leader russo ha sottolineato che “il partenariato strategico e le relazioni alleate tra i nostri Paesi, basate sulle buone tradizioni di amicizia, buon vicinato e rispetto reciproco, si stanno sviluppando in modo abbastanza positivo“. “Continueremo a lavorare insieme per potenziarli“, ha promesso Putin. Anche il presidente cinese Xi Jinping ha espresso le proprie congratulazioni nei confronti di Toqaev. Xi ha affermato di attribuire grande importanza allo sviluppo delle relazioni tra Cina e Kazakistan, che proprio quest’anno hanno celebrato i trent’anni dall’istituzione delle relazioni diplomatiche bilaterali. Il presidente cinese ha visitato l’ex repubblica sovietica nello scorso mese di settembre, ed in quell’occasione Xi e Toqaev hanno annunciato che Cina e Kazakistan lavoreranno per l’obiettivo e la visione di costruire una comunità con un futuro condiviso definito da un’amicizia duratura e da un alto grado di fiducia reciproca. Tornando alla giornata elettorale del 20 novembre, alcuni osservatori temevano che l’evento...
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di Manlio Dinucci ARTICOLO RIPRESO DA GLOBALRESEARCH.CA The original source of this article is ilmanifesto.itCopyright © Manlio Dinucci, ilmanifesto.it, 2021 Dieci anni fa, il 19 marzo 2011, le forze Usa/Nato iniziano il bombardamento aeronavale della Libia. La guerra viene diretta dagli Stati Uniti, prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettua 30 mila missioni, di cui 10 mila di attacco, con oltre 40 mila bombe e missili. L’Italia – con il consenso multipartisan del Parlamento (Pd in prima fila) – partecipa alla guerra con 7 basi aeree (Trapani, Gioia del Colle, Sigonella, Decimomannu, Aviano, Amendola e Pantelleria); con cacciabombardieri Tornado, Eurofighter e altri, con la portaerei Garibaldi e altre navi da guerra. Già prima dell’offensiva aeronavale, erano stati finanziati e armati in Libia settori tribali e gruppi islamici ostili al governo, e infiltrate forze speciali in particolare qatariane, per far divampare gli scontri armati all’interno del Paese. Viene demolito in tal modo quello Stato africano che, come documentava nel 2010 la Banca Mondiale, manteneva «alti livelli di crescita economica», con un aumento del pil del 7,5% annuo, e registrava «alti indicatori di sviluppo umano» tra cui l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e, per oltre il 40%, a quella universitaria. Nonostante le disparità, il tenore medio di vita era in Libia più alto che negli altri paesi africani. Vi trovavano lavoro circa due milioni di immigrati, per lo più africani. Lo Stato libico, che possedeva le maggiori riserve petrolifere dell’Africa più altre di gas naturale, lasciava limitati margini di profitto alle compagnie straniere. Grazie all’export energetico, la bilancia commerciale libica era in attivo di 27 miliardi di dollari annui. Con tali risorse lo Stato libico aveva investito all’estero circa 150 miliardi di dollari. Gli investimenti libici in Africa erano determinanti per il progetto dell’Unione Africana di creare tre organismi finanziari: il Fondo monetario africano, con sede a Yaoundé (Camerun); la Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria); la Banca africana di investimento, con sede a Tripoli. Tali organismi sarebbero serviti a creare un mercato comune e una moneta unica dell’Africa. Non è un caso che la guerra Nato per la demolizione dello Stato libico inizi nemmeno due mesi dopo il vertice dell’Unione Africana che, il 31 gennaio 2011, aveva dato il via alla creazione entro l’anno del Fondo monetario africano. Lo provano le email della segretaria di Stato dell’Amministrazione Obama, Hillary Clinton, portate alla luce successivamente da WikiLeaks: Stati uniti e Francia volevano eliminare Gheddafi prima che usasse le riserve auree della Libia per creare una moneta pan-africana alternativa al dollaro e al franco Cfa (moneta imposta dalla Francia a 14 ex colonie). Lo prova il fatto che, prima che nel 2011 entrino in azione i bombardieri, entrano in azione le banche: esse sequestrano i 150 miliardi di dollari investiti all’estero dallo Stato libico, di cui sparisce la maggior parte. Nella grande rapina si distingue la Goldman Sachs, la più potente banca d’affari statunitense, di cui Mario Draghi...
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di Xin Ge ARTICOLO ORIGINALE Il 16 ottobre si è aperto a Pechino il 20° Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese (PCC). Oltre al tanto atteso progetto per lo sviluppo interno della Cina per i prossimi cinque anni e oltre, anche la politica estera della Cina e le sue risposte alle sfide globali sono state di grande importanza per il mondo. Come ha sottolineato Xi Jinping, segretario generale del Comitato centrale del PCC, nel suo rapporto al Congresso del Partito, la Cina lavora per migliorare il coordinamento e l’interazione positiva con altri grandi paesi al fine di costruire relazioni caratterizzate da coesistenza pacifica, stabilità complessiva e sviluppo equilibrato. Ciò che spicca come esempio degli sforzi della Cina per promuovere lo sviluppo globale è la Global Development Initiative (GDI) proposta da Xi un anno fa. Come ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin in una delle consuete conferenze stampa a Pechino il 19 ottobre 2022, dopo un anno il GDI dimostra che la Cina sta contribuendo con le sue soluzioni nell’ affrontare i deficit di governance globale e altre sfide globali, fungendo da acceleratore dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. Xi ha introdotto per la prima volta il GDI in un discorso virtuale all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 21 settembre 2021, in risposta alle battute d’arresto mondiali causate dalla pandemia di COVID-19. Come Xi ha promesso nella sua dichiarazione, “Dobbiamo rivitalizzare l’economia e perseguire uno sviluppo globale più solido, più verde ed equilibrato“. Essendo uno sforzo primario per aiutare ad accelerare lo slancio per l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, le aree prioritarie previste dal GDI includono la riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, i vaccini COVID-19, il finanziamento dello sviluppo, il cambiamento climatico e lo sviluppo verde, l’industrializzazione, l’economia digitale e connettività, pur attenendosi a sei principi di accompagnamento: un approccio incentrato sulle persone, lo sviluppo come priorità, vantaggi per tutti, sviluppo guidato dall’innovazione, armonia con la natura e approcci orientati all’azione. È evidente che l’iniziativa è impegnata a colmare il divario tra nord e sud del mondo e a sradicare la disuguaglianza tra i paesi. Il GDI è stato accolto calorosamente dalla comunità internazionale sin dal suo inizio. Più di 100 paesi e organizzazioni internazionali hanno espresso il loro sostegno all’iniziativa, mentre oltre 60 hanno aderito al Gruppo degli amici del GDI lanciato dalla Cina alle Nazioni Unite nel gennaio 2022. La Cina e questi partner internazionali hanno costruito insieme reti per la cooperazione multilaterale in settori quali l’agricoltura, l’istruzione, le politiche anti-COVID-19 e i cambiamenti climatici e, cosa più importante, due piattaforme di finanziamento: il Fondo per lo sviluppo globale e la cooperazione sud-sud e la terza fase del Fondo Fiduciario FAO Cina-ONU per la Cooperazione Sud-Sud. Solo un mese fa, il 21 settembre 2022, in occasione della riunione ministeriale dei gruppi di amici del GDI, tenutasi a margine della sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha...
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di Islamic Republic News Agency Teheran, IRNA – Gli Stati Uniti stanno affrontando l’impatto delle collaborazioni militari, di sicurezza e politiche tra Russia, Cina e Iran; collaborazioni che stanno accelerando la riduzione dei pilastri della politica interventista americana in Asia. Il quotidiano iraniano ha pubblicato lunedì un promemoria sull’espansione della cooperazione multilaterale tra Mosca, Pechino e Teheran, affermando che:Lo svolgimento di una delle più grandi esercitazioni navali nell’Oceano Indiano insieme alle decisioni prese dai leader di Teheran, Pechino e Mosca di firmare contratti per rafforzare i legami a tutto campo sono tra gli ultimi sviluppi che rendono instabile il potere egemonico degli Stati Uniti nella regione e indicano un cambio di equilibri di potere nell’arena internazionale. L’esercitazione Marine Security Belt del 2022 è stata la terza esercitazione navale congiunta tenuta da questi tre paesi. Le esercitazioni hanno mostrato le capacità militari dell’Iran soprattutto quando si tratta di collaborare con altre importanti forze navali. Le esercitazioni strategiche hanno mostrato la potenza della Repubblica islamica nel preservare la propria sicurezza in una vasta area della regione. Alcuni ex funzionari americani e consiglieri per la sicurezza – come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski e l’ex segretario di Stato degli Stati Uniti Henry Kissinger -hanno messo in guardia contro il dannoso contraccolpo delle concomitanti ostilità con le grandi potenze asiatiche. La cooperazione militare tripartita indica che i tre paesi hanno creato una cintura di sicurezza marittima per affrontare le minacce ultraregionali. Visualizzazione della potenzaGli infiniti interventi degli Stati Uniti in Medio Oriente e in Asia hanno svolto un ruolo chiave nel persuadere questi tre stati ad aumentare le collaborazioni in diverse arene politiche, economiche, militari, di difesa e di politica estera. Il leader supremo della rivoluzione islamica, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, quando ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin a Teheran, ha sottolineato che una delle questioni della cooperazione reciproca potrebbe riguardare uno sforzo congiunto per contenere gli Stati Uniti, perché Washington è una minaccia per l’umanità. Le tre manovre in tre anni consecutivi sono i segni della formazione di un’alleanza atta a diminuire l’egemonia e l’unilateralismo degli Stati Uniti. Cina, Russia e Iran hanno intrapreso la strada dell’espansione della cooperazione strategica, portata avanti con i recenti incontri e tour diplomatici, in particolare dalle autorità iraniane con le loro controparti a Mosca e Pechino.
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Uniti 2022 LA STRATEGIA DI DIFESA NAZIONALE DEGLI STATI UNITI 2022 di Katheon Think Tank ARTICOLO PUBBLICATO SUL PORTALE GEOPOLITIKA.RU Un nuovo documento del Pentagono mostra la determinazione di Washington a continuare la sua dannosa politica di militarismo aggressivo. Il 27 ottobre 2022, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha pubblicato la Strategia di Difesa Nazionale (la parte non classificata) autorizzata dal Congresso. Questa strategia definisce la direzione strategica del Dipartimento per sostenere le priorità di sicurezza nazionale degli Stati Uniti ed è direttamente collegata alla Strategia di sicurezza nazionale del Presidente Biden. L’amministrazione Biden ha rilasciato ufficialmente la strategia il 12 ottobre, quasi due anni dopo la scadenza del suo mandato e dopo che i media avevano suggerito che almeno alcune parti di essa erano state riscritte a causa degli eventi in Ucraina nel febbraio di quest’anno. La strategia di difesa nazionale del Pentagono comprende anche una revisione della postura nucleare e una revisione della difesa missilistica. La Nuclear Posture Review è una revisione, prevista dalla legge, che descrive la strategia, la politica, la posizione e le forze nucleari degli Stati Uniti. La Missile Defence Review è una revisione condotta in conformità con le direttive presidenziali e del Segretario alla Difesa e tiene conto dell’obbligo statutario di valutare la politica e la strategia di difesa missilistica degli Stati Uniti. Nella prefazione alla strategia si legge che “la rapida evoluzione dell’ambiente di sicurezza minaccia di compromettere la capacità degli Stati Uniti di scoraggiare le aggressioni e di contribuire a mantenere un equilibrio di potere favorevole nelle regioni critiche”. La RPC rappresenta la sfida più consistente e sistemica, mentre la Russia rappresenta una minaccia acuta, sia per gli interessi nazionali degli Stati Uniti all’estero che per quelli interni. Altre caratteristiche del contesto di sicurezza, tra cui il cambiamento climatico e altre minacce transfrontaliere, metteranno sempre più sotto pressione le forze congiunte e i sistemi che le supportano. In questo contesto, e a sostegno di un sistema internazionale stabile e aperto e dei nostri impegni di difesa, le priorità del Dipartimento della Difesa sono: – Difendere la patria in risposta alla crescente minaccia multidominio rappresentata dalla RPC; – Deterrenza della strategia e disponibilità a prevalere in un conflitto quando necessario – dando priorità alla sfida della RPC nell’Indo-Pacifico, poi alla sfida della Russia in Europa e..; – Creare una forza congiunta sostenibile e un ecosistema di difesa”. La Cina è quindi la sfida numero uno per gli Stati Uniti. La Russia è al secondo posto. Si dice che “la sfida più completa e seria alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti è rappresentata dagli sforzi coercitivi e sempre più aggressivi della RPC per rimodellare la regione indo-pacifica e il sistema internazionale in base ai suoi interessi e alle sue preferenze autoritarie”. La RPC cerca di minare le alleanze e i partenariati di sicurezza degli Stati Uniti nella regione indo-pacifica e di utilizzare le sue crescenti capacità, tra cui il peso economico e la crescente potenza del PLA insieme alla sua presenza...