18 Luglio 2026

Anno: 2022

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di Giulio Chinappi ARTICOLO PUBBLICATO SUL BLOG DELL’AUTORE Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha avuto parole durissime nei confronti degli Stati Uniti, che continuano a perseguire il proprio progetto egemonico agognando alla “fine della storia”, secondo una teoria dichiarata obsoleta dal suo stesso autore, Francis Fukuyama. Dalla fine dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno cercato di dare vita al loro progetto egemonico di dominio mondiale, che nel corso degli anni ‘90 aveva dato l’illusione del successo agli imperialisti di Washington. Preso dall’euforia del crollo del nemico sistemico degli USA, il filosofo Francis Fukuyama aveva addirittura teorizzato la “fine della storia”, prevedendo un futuro senza conflitti in cui tutto il mondo si sarebbe convertito al credo capitalista sotto la guida degli Stati Uniti. Anni dopo, lo stesso Francis Fukuyama si è visto costretto a rinnegare la propria teoria, spazzata via dal corso della storia. Pur essendo venuta meno l’Unione Sovietica, infatti, il mondo non occidentale non si è affatto rassegnato al piano egemonico statunitense, ma continua a lottare per la propria libertà. L’emergere di un mondo multipolare all’alba del nuovo secolo ha messo a repentaglio il progetto imperialista nordamericano, portando alla rinascita della Russia e all’emergere di nuove potenze regionali e globali, su tutte la Cina. Nonostante queste evidenze, gli imperialisti statunitensi non hanno ancora rinunciato al loro progetto di dominio mondiale, come dimostrano le numerose guerre scatenate da Washington in modo diretto o indiretto, non ultima quella in Ucraina. A mettere in evidenza i veri obiettivi della politica estera degli Stati Uniti è stato il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov: “Gli Stati Uniti stanno cercando di raggiungere ‘la fine della storia’ con il loro dominio totale, ma il corso della storia e l’evoluzione di un mondo multipolare non possono essere fermati”, ha detto il capo della diplomazia moscovita. “Ciò che stiamo vedendo ora in Europa nel senso più ampio, ciò che stiamo vedendo in altri continenti, dove gli inviati statunitensi stanno esortando ogni Stato ad assumere una posizione anti-russa, ad aderire alle sanzioni e ad astenersi dal comunicare con i funzionari russi, è un riflesso del tentativo di raggiungere la fine della storia, di stabilire il dominio definitivo e irreversibile del famigerato miliardo d’oro“, ha osservato, aggiungendo che i “vani tentativi” di Washington sono contrari al progresso storico, poiché cercano di arrestare e invertire l’evoluzione oggettiva di un mondo multipolare. Nonostante l’epoca coloniale sia terminata da un pezzo, l’atteggiamento delle élite politiche ed economiche occidentali nei confronti del resto del mondo non sembra essere cambiato. I Paesi occidentali si considerano ancora come il centro del mondo, nonostante il loro potere sia stato fortemente ridimensionato dalle recenti dinamiche globali e dall’emergere di nuove potenze in altri continenti. “Ciò a cui l’Occidente è effettivamente interessato è, come ha detto il presidente [Vladimir Putin], continuare la sua politica coloniale e neocoloniale, ingannare gli altri, trarne il massimo vantaggio per sé stessi e sostenere le capacità finanziarie del dollaro che viene stampato in trilioni di biglietti verdi cartacei, utilizzati attivamente per la creazione di una situazione sui mercati globali,...
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di Giulio Chinappi ARTICOLO PUBBLICATO SUL BLOG DELL’AUTORE Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha avuto parole durissime nei confronti dell’Occidente, che sta adottando un modo di fare ricattatorio nei confronti del suo Paese, sfruttando la situazione del Kosovo e minacciando il conflitto armato. Il continente europeo è molto vicino all’apertura di un nuovo fronte bellico al proprio interno, questa volta a causa delle crescenti tensioni tra la Serbia e il governo dell’autoproclamato Kosovo. Come nella crisi ucraina, l’Occidente atlantista a guida statunitense sta giocando un ruolo di primo piano nell’acuire le tensioni tra le parti, dimostrando ancora una volta la propria natura bellicista. A denunciare la situazione è stato direttamente il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, che può godere di un ampio sostegno popolare, al contrario della maggioranza dei leader politici occidentali. Il capo di Stato ha respinto ogni forma di interferenza da parte di potenze straniere, denunciando il ricatto che l’Occidente sta mettendo in essere contro la Serbia: “Come se ne avessero il diritto, vengono dall’Occidente e ci minacciano, chiedendo che vengano rimosse le barricate“. “È importante sapere che tutto ciò che volete è il conflitto, volete che i serbi vengano uccisi perché per voi è più importante riconoscere la cosiddetta sovranità del cosiddetto Kosovo di quanti serbi vengono uccisi. Lo metto in termini semplici in modo che tutti possano vedere la verità“, ha aggiunto Vučić. Nel suo discorso, Vučić ha ricordato molte delle violazioni commesse dal governo kosovaro nei confronti della popolazione serba presente sul territorio dell’autoproclamata repubblica. Secondo il presidente, Priština ha promesso alla popolazione serba di istituire una Comunità dei comuni serbi, ma hanno poi negato loro il diritto di voto ai referendum e alle elezioni. Il presidente ha chiesto che venga rispettata la firma dell’ex segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ai sensi degli accordi di Bruxelles. In base a questi accordi, il Kosovo non potrebbe dotarsi di un esercito, ma in realtà le potenze occidentali stanno palesemente violando gli accordi, promuovendo la costruzione di un esercito kosovaro. Nella giornata di ieri, il ministro della Difesa serbo, Miloš Vučević, ha annunciato che le forze armate serbe sono state messe in allerta per il combattimento su ordine del comandante in capo e presidente Aleksandar Vučić. Il ministro ha aggiunto che l’esercito è pronto a proteggere l’integrità territoriale e la sovranità della Serbia e dei suoi cittadini. La decisione del presidente Vučić rappresenta unicamente una risposta alle azioni del governo kosovaro, visto che già il 26 dicembre il quotidiano serbo Večernje Novosti aveva rivelato che le autorità del Kosovo avevano messo le proprie truppe in piena allerta al combattimento preparandosi per un’operazione di smantellamento delle barricate nel nord del Kosovo, con il serio rischio di provocare una vera e propria guerra. Il primo ministro Ana Brnabić ha puntato il dito contro il suo omologo kosovaro, Albin Kurti, affermando che costui vorrebbe effettuare una pulizia etnica di tutti i serbi presenti in Kosovo. Il capo del governo di Belgrado ha fatto notare come Priština abbia violato tutti gli accordi presi in precedenza, in particolare penetrando con le proprie forze...
di Xi Jinping ARTICOLO ORIGINALE Sto tornando a Riyadh, portando con me una profonda amicizia da parte del popolo cinese. Sono qui per unirmi ai miei amici arabi per il primo vertice Cina-Stati arabi e il primo vertice Cina – Consiglio di Cooperazione del Golfo ( GCC ) e per fare una visita di stato in Arabia Saudita. Progettata come un viaggio di costruzione nel passato e, soprattutto, per aprire un futuro migliore, la visita porterà avanti la nostra tradizionale amicizia, e inaugurerà una nuova era nelle relazioni della Cina con il mondo arabo, con gli Stati arabi del Golfo e con l’Arabia Saudita. Innanzitutto, un’amicizia secolare che risale a migliaia di anni fa Gli scambi tra Cina e stati arabi risalgono a oltre 2000 anni fa. I flussi costanti di carovane lungo la via della seta terrestre e le vele fluttuanti lungo la via marittima delle spezie sono i testimoni di come le civiltà cinese e araba interagissero e si ispirassero a vicenda in tutto il continente asiatico. Fu attraverso questi scambi che la porcellana cinese e le tecniche di fabbricazione della carta e di stampa furono introdotte in Occidente, mentre l’astronomia, il calendario e le conoscenze nel campo della medicina dei popoli arabi arrivarono fino in Oriente. Abbiamo scambiato merci, stimolato l’innovazione, condiviso idee e diffuso i frutti degli scambi culturali nel resto del mondo, lasciando uno splendido capitolo nell’impegno e nell’apprendimento reciproco tra Oriente e Occidente. I contatti tra la Cina e gli Stati arabi del Golfo sono ben documentati. Durante la dinastia Han Orientale (25-220), Gan Ying, un emissario cinese, fu inviato nei “mari occidentali”, cioè nel Golfo Persico, alla ricerca dell’Impero Romano. Questo è il primo record ufficiale di inviati cinesi che hanno raggiunto gli stati arabi del Golfo. Più di 1.200 anni fa, un navigatore arabo, Abu Obeida, salpò dal porto di Sohar per giungere fino alla città cinese di Guangzhou in un viaggio leggendario che fu successivamente adattato alle emozionanti e ben note avventure di Sindbad. Negli anni ’80, una replica di quella nave chiamata Sohar ha ripercorso la rotta aperta dagli antichi navigatori arabi, collegando il passato e il presente amichevoli interazioni tra le due sponde. La Cina e l’Arabia Saudita si sono ammirate a vicenda e hanno condotto scambi amichevoli sin dai tempi antichi. Il profeta Maometto disse: “Cerca la conoscenza anche se devi andare fino in Cina“. Settecento anni fa, Wang Dayuan, un viaggiatore cinese della dinastia Yuan (1271-1368), fece un pellegrinaggio alla Mecca che nel suo libro descrisse come un luogo con splendidi scenari, clima mite, fertili campi di riso e un popolo felice. Un breve resoconto delle isole. Era un libro importante da cui i cinesi impararono a conoscere l’Arabia Saudita in quel momento. Seicento anni fa, Zheng He, navigatore cinese della dinastia Ming (1365-1457), raggiunse Jeddah e Medina nei suoi viaggi oceanici, lasciando dietro di sé molte storie di amicizia e scambi che ancora oggi sono ampiamente raccontate. Lo scavo archeologico congiunto sino-saudita delle rovine del...
di Xi Jinping ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO IN INGLESE SUL SITO QIUSHI Il 9 dicembre 2022, a Riyadh, il presidente cinese Xi Jinping ha tenuto un discorso programmatico al primo vertice Cina-Stati arabi. Illustri Colleghi, amici, buon pomeriggio! Innanzitutto, desidero ringraziare l’Arabia Saudita per la calorosa ospitalità e la premurosa disposizione. Sono molto lieto di unirmi a voi per il primo vertice Cina-Stati Arabi. Il vertice è una pietra miliare nella storia delle relazioni sino-arabe e ci porterà verso un futuro più promettente di amicizia e cooperazione. La Cina e gli Stati arabi godono di una lunga storia di scambi amichevoli. Ci siamo conosciuti e siamo diventati amici attraverso l’antica Via della Seta. Abbiamo condiviso bene e male nelle nostre rispettive lotte per la liberazione nazionale; abbiamo condotto una cooperazione vantaggiosa per tutti nella marea della globalizzazione economica. E abbiamo sostenuto l’equità e la giustizia nel mutevole contesto internazionale. Insieme, la Cina e gli Stati arabi hanno alimentato uno spirito di amicizia caratterizzato da “solidarietà e assistenza reciproca, uguaglianza e mutuo vantaggio, inclusione e apprendimento reciproco“. La solidarietà e l’assistenza reciproca sono una caratteristica distintiva dell’amicizia arabo-cinese. Ci fidiamo l’uno dell’altro e abbiamo stretto un’amicizia fraterna. Ci sosteniamo fermamente a vicenda su questioni che coinvolgono i nostri rispettivi interessi fondamentali; lavoriamo mano nella mano e facciamo progressi insieme per realizzare il sogno del ringiovanimento nazionale; affrontiamo insieme il vento e le tempeste per combattere la pandemia di COVID. Il partenariato strategico Cina-arabo, orientato al futuro di cooperazione globale e sviluppo comune, è indistruttibile. L’uguaglianza e il vantaggio reciproco sono motori costanti per la nostra amicizia. La Cina e gli Stati arabi hanno dato l’esempio per la cooperazione Sud-Sud nel perseguire una collaborazione reciprocamente vantaggiosa. Nell’ambito del Forum di cooperazione Cina-Stati arabi sono stati istituiti 17 meccanismi di cooperazione mentre negli ultimi dieci anni, il nostro commercio è cresciuto di 100 miliardi di dollari USA, con un volume totale che, oggi, supera i 300 miliardi di dollari; Gli investimenti diretti della Cina negli Stati arabi sono aumentati di 2,6 volte, con uno stock di investimenti che ha raggiunto i 23 miliardi di dollari; a beneficio di quasi due miliardi di persone delle due parti in causa, sono stati realizzati, inoltre, oltre 200 progetti inerenti la Belt and Road Initiative. L’inclusività e l’apprendimento reciproco sono valori chiave insiti nella nostra amicizia. Apprezziamo le reciproche civiltà e abbiamo scritto una splendida storia di apprendimento reciproco. Continuiamo a trarre saggezza dalle rispettive civiltà, consacrate dal tempo, e promuoviamo insieme “pace, armonia, integrità e verità“, l’essenza stessa della civiltà. Rimaniamo fedeli ai nostri principi nonostante il clamore per lo “scontro di civiltà“, sosteniamo insieme il dialogo inter-civiltà, ci opponiamo alla discriminazione contro particolari civiltà e ci sforziamo di salvaguardare la diversità delle civiltà del mondo. Colleghi, amici, Il mondo oggi attraversa un nuovo periodo di turbolenza e trasformazione. Il Medio Oriente sta vivendo nuovi e profondi cambiamenti. L’aspirazione del popolo arabo alla pace e allo sviluppo è molto più impellente e il suo appello all’equità...
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di Andrea Turi Il 16 ottobre 2022, nella relazione tenuta al XX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese dal titolo Tenere alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi e unirsi per costruire un Paese socialista moderno sotto tutti gli aspetti, Xi Jinping non poteva non riservare qualche passaggio del suo intervento alla “questione Taiwan”; tema, questo, tornato con sempre maggiore insistenza e frequenza nel discorso politico internazionale a partire dalla sconsiderata e inopportuna decisione della speaker della Camera dei Rappresentanti statunitensi, la democratica Nancy Pelosi, di visitare l’isola lo scorso mese di agosto: decisione che a Pechino hanno giudicato come un’inopportuna quanto non necessaria ingerenza negli affari interni di un Paese sovrano quale è la Cina. Non è un caso, quindi, se in apertura della sua relazione ai delegati del Partito Comunista, il Presidente abbia sostenuto che “in risposta alle attività separatiste volte alla “indipendenza di Taiwan” e alle grossolane provocazioni di ingerenze esterne negli affari di Taiwan, abbiamo risolutamente combattuto contro il separatismo e contrastato le interferenze, dimostrando la nostra determinazione e capacità di salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e di opporci alla “indipendenza di Taiwan”. Abbiamo rafforzato la nostra iniziativa strategica per la completa riunificazione della Cina e consolidato l’impegno per il principio di “una sola Cina” all’interno della Comunità Internazionale. Di fronte a cambiamenti drastici nel panorama internazionale, in particolare ai tentativi esterni di ricattare, contenere, bloccare ed esercitare la massima pressione sulla Cina, abbiamo messo al primo posto i nostri interessi nazionali, ci siamo concentrati sulle preoccupazioni politiche interne e abbiamo mantenuto una ferma determinazione strategica. Abbiamo mostrato uno spirito combattivo e una ferma determinazione a non cedere mai al potere coercitivo. Durante questi sforzi, abbiamo salvaguardato la dignità e gli interessi fondamentali della Cina, e ci siamo mantenuti ben posizionati per perseguire lo sviluppo e garantire la sicurezza”1. Nel procedere della relazione, Xi Jinping ha indicato quale sia la via scelta da Pechino nella risoluzione dell’annosa questione relativa alla provincia ribelle di Taiwan: “Abbiamo sostenuto la politica di “Un Paese, Due sistemi”, in base alla quale il popolo di Hong Kong amministra Hong Kong e il popolo di Macao amministra Macao, entrambi con un elevato grado di autonomia. Abbiamo aiutato Hong Kong a entrare in una nuova fase in cui ha ristabilito l’ordine ed è pronta a prosperare, e abbiamo visto sia Hong Kong che Macao mantenere un buono slancio per la stabilità e lo sviluppo a lungo termine. Abbiamo proposto un quadro politico generale per risolvere la questione di Taiwan nella nuova era e permettere scambi e cooperazione facilitati attraverso lo Stretto. Ci siamo opporti risolutamente alle attività separatiste volte alla “indipendenza di Taiwan” e all’ingerenza straniera. Abbiamo così mantenuto l’iniziativa e la capacità di guidare le relazioni attraverso lo Stretto”. Nel capitolo XIII della relazione – Sostenere e migliorare la politica di “Un Paese, Due Sistemi” e promuovere la riunificazione nazionale – si tornerà diffusamente sull’argomento individuando nella politica di “Un Paese, Due Sistemi” come di una...
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di Stefano Vernole Premessa Lo scorso 28 marzo, il Vicesegretario alla Difesa degli Stati Uniti, Kathleen Hicks, ha dichiarato alla stampa: “Anche se ci confrontiamo con le malvagie azioni della Russia, la strategia di difesa illustra la prossima linea di azione del Dipartimento, tesa a mantenere e anzi a potenziare la deterrenza nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, nostro principale concorrente strategico e sfidante”1. L’aggressività di Washington nei confronti di Pechino è stata poco dopo confermata dal Segretario di Stato Antony Blinken, che ha definito quello russo-ucraino un “conflitto locale, limitato e provvisorio”, mentre gli Stati Uniti continueranno a concentrarsi “sulla sfida più gande lanciata a lungo termine all’ordine internazionale, e rappresentata dalla Repubblica Popolare”. Tutto ciò non può passare inosservato dalla parte cinese che osserva con preoccupazione come, in virtù della guerra in Ucraina, la NATO intenda ampliare il proprio raggio di azione e di influenza anche oltre lo spazio transatlantico, fino a costituire una minaccia alla sua sovranità nella regione dell’Indo-Pacifico. Se finora sulla crisi ucraina Pechino ha mantenuto una posizione di difficile equilibrio geopolitico tra Mosca e Washington, nonché la strada di una mediazione pacifica, nel caso gli Stati Uniti e i loro alleati dovessero sostenere con le armi un’eventuale dichiarazione d’indipendenza giuridica di Taiwan, la Cina non potrebbe sottrarsi al confronto. Una NATO asiatica per circondare e soffocare la Cina Coerentemente con i suoi colleghi, anche il segretario alla Difesa USA, Lloyd Austin, ha dichiarato che la guerra in Ucraina non riduce certo l’importanza della sfida cinese sempre incalzante2. Non a caso, Washington ha costretto nei mesi scorsi gli Stati affacciati sul Mar Cinese Meridionale a partecipare ad esercitazioni belliche multilaterali in funzione anti-Pechino, quando la maggior parte degli attori dell’area vorrebbe solo stabilizzarsi sullo sviluppo economico interno a cui la Cina contribuisce in buona misura grazie ai legami intrecciati nell’ASEAN e attraverso il RCEP. Il passaggio decisivo che si è registrato tra le ultime due amministrazioni a stelle e strisce riguarda la natura del tentativo egemonico globale portato avanti dagli Stati Uniti. L’Amministrazione Trump era stata incaricata di bloccare la pacifica ascesa cinese attraverso tre mosse essenzialmente: il nazionalismo economico (dazi e protezionismo), i divieti di poter lavorare nei Paesi occidentali alle aziende cinesi accusate di spionaggio o comunque di collaborazionismo con il Governo di Pechino (il caso più clamoroso riguarda la figlia del fondatore di Huawei, Meng Wanzhou, arrestata in Canada su ordine di Washington) e il tentativo di separare geopoliticamente la Russia dalla Cina (dopo le sanzioni euro-statunitensi contro la Russia nel 2014, l’avvicinamento tra Mosca e Pechino ha registrato passi da gigante, compresa una stretta interconnessione tra le due Forze Armate, al punto che il Presidente Xi Jinping l’ha definita una “amicizia senza limiti”). Avendo Donald Trump fallito almeno due obiettivi su tre – la “guerra dei dazi” ha comportato ripercussioni più negative per i consumatori e produttori statunitensi che per quelli cinesi, mentre la Russia non è cascata nel tranello statunitense e ha mantenuto fede ai suoi accordi con la...
di Eric Zuesse ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO IN LINGUA INGLESE SUL SITO GLOBAL RESARCH L’imperialismo è sempre stato — ed è sempre – il controllo dei governi stranieri. In particolare il controllo della politica estera, del commercio internazionale, della politica militare, della politica diplomatico, ecc., da parte di quei Governi e non semplicemente (se non affatto) il controllo delle politiche interne (che sono sempre molto meno preoccupanti per i governanti della nazione imperiale — in questo caso, America ). Il presente articolo è denso (contiene, infatti, tante informazioni quante, forse, un normale articolo cinque volte più lungo) e quindi deve essere letto lentamente, ma l’argomento è di fondamentale importanza per tutti gli europei; ed è essenziale per gli europei comprendere affinché qualsiasi democrazia possa continuare ad esistere in Europa (poiché la democrazia è impossibile se il pubblico è ignorante o ingannato, come accade, invece, comunemente): Prima della fine del 1991, con la caduta dell’Unione Sovietica, l’imperialismo statunitense ha usato le sue colonie europee (chiamati “alleati” – le colonie o le nazioni vassalle di qualsiasi impero lo saranno necessariamente, poiché le politiche estere delle colonie sono sempre controllate dalla nazione imperiale) come fornitura di basi militari (posizioni per posizionare truppe e armi imperiali al fine di un’ulteriore espansione dell’impero) e come mercati per i prodotti fabbricati negli Stati Uniti, non come terre da cui estrarre risorse (la tradizionale repubblica delle banane, “vassal-nations”). Le basi militari hanno continuato a essere la massima priorità, nonostante il venire meno della minaccia sovietica e dopo che la Russia si era dotata di una costituzione democratica – una costituzione molto più democratica che in altri Paesi europei – e continuando con la NATO, l’alleanza militare europea degli USA, Washington ha dimostrato, in realtà, che l’America era imperialista e, dopo la fine dell’Unione Sovietica, era diventata l’impero dominante del mondo. Tuttavia, sempre più dopo quel periodo (1991), la seconda priorità, quella di utilizzare l’Europa come il più grande mercato per beni e servizi statunitensi, è diminuita. Il 9 ottobre 2018, la St. Louis Federal Reserve Bank ha pubblicato “Capire le radici del deficit commerciale degli Stati Uniti” riportando tre concetti chiave da tenere a mente: 1. Profondi cambiamenti economici sono alla base sia del deficit commerciale degli Stati Uniti sia del calo dell’occupazione manifatturiera. 2. Il ruolo del dollaro USA come valuta di riserva internazionale ha contribuito a finanziare il consumo interno di beni importati. 3. La produttività del lavoro e lo spostamento del vantaggio comparato verso le nazioni in via di sviluppo spiegano la perdita di posti di lavoro manifatturieri. La produzione e i posti di lavoro del settore manifatturiero negli Stati Uniti venivano trasferiti in posti come la Cina, non in posti come la Germania. La riduzione del costo del lavoro, dovuta alla produzione delocalizzata nei paesi sottosviluppati, si aggiungeva alla ricchezza dei proprietari delle corporations internazionali statunitensi (essendo questi gli individui che finanziano le carriere di politici nazionali di successo – membri del Congresso e Presidenti – e quindi controllano, di fatto, le scelte e le tendenze in...
GENEVA-CONVENTION
di Slavisha Batko Milacic Alla fine del XIX secolo inizia la guerra tra Serbia e Bulgaria. A quel tempo, la Serbia aveva già organizzato gli ospedali e la Croce Rossa era già stata istituita. La Bulgaria, invece, non disponeva nemmeno di strutture mediche militari. Per questo motivo, non c’era nessuno a trasportare i feriti bulgari dal campo di battaglia o a fornire loro cure mediche. La Croce Rossa Internazionale raccolse aiuti da tutta Europa che avrebbero dovuto essere consegnati a questo paese. Ironia della sorte, l’unica via per la Bulgaria passava per la Serbia. E poi è successo qualcosa che il mondo non aveva mai visto: il comando militare della Serbia ha fermato la guerra per un giorno, ha aperto la linea del fronte e ha permesso al trasporto medico di attraversare il suo territorio. La Serbia ha fatto ancora di più: ha aggiunto medicine, coperte e letti dalle proprie scorte al trasporto della Croce Rossa Internazionale e ha consegnato ai soldati bulgari tutto il necessario per aprire un osped lo sale. Sfortunatamente, quasi 140 anni dopo in Europa, un esercito uccide e tortura i soldati catturati. E non solo, registrano tutto e se ne vantano. E il governo di quell’esercito non fa nulla per fermarlo, ma purtroppo lo sostiene. Sto parlando dell’esercito ucraino. Pertanto, il video dell’esecuzione dei prigionieri di guerra russi da parte delle truppe ucraine, che è circolato nei media e nei social network, è ben lungi dall’essere l’unica registrazione video di crimini di guerra da parte dell’esercito ucraino.(1) Dall’inizio della guerra russo-ucraina conflitto, in rete sono apparsi video di prigionieri di guerra picchiati e spogliati e lo stesso trattamento è stato riservato ai civili sospettati di aver collaborato con i russi. Anche le registrazioni delle torture sono circolate ampiamente. Tuttavia, ciò che sciocca l’opinione pubblica è che la Kiev ufficiale promuove la violazione della Convenzione di Ginevra e non si preoccupa della promozione dei crimini di guerra. Quali sono le ragioni di tale “violenza pubblica”, che compromette fortemente sia l’esercito ucraino che lo stesso presidente ucraino Zelensky? È certo che anche l’esercito russo in Ucraina ha commesso alcuni crimini, tenendo presente che si tratta di una formazione armata composta da oltre 200.000 persone. Tuttavia, la polizia militare russa ha una disciplina ferrea in questa materia e tali cose sono severamente punite. E un tale ordine arriva direttamente dal Cremlino, perché il presidente Putin ha ripetutamente sottolineato pubblicamente che russi e ucraini sono una sola nazione e che l’esercito russo deve tenere conto non solo dei civili ucraini ma anche dei soldati catturati. Quanto sopra può essere confermato dal fatto che dall’inizio del conflitto un gran numero di giornalisti indipendenti ha accompagnato l’esercito russo e ha riferito dal fronte. Va qui sottolineato che la maggior parte dei giornalisti non viene dalla Russia ma dall’Occidente. Ciò è dimostrato dal fatto che più di una volta, a causa delle riprese dei giornalisti e della rivelazione delle posizioni dell’esercito russo, si sono verificate perdite di equipaggiamento nell’esercito russo. Ma...
di Bradley Blankenship ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO IN LINGUA INGLESE SUL SITO COVERT GEOPOLITICS Pechino riesce a mantenere partenariati strategici con altri paesi nonostante le loro dispute settarie in corso. Il presidente cinese Xi Jinping ha portato a termine la sua visita “epocale” in Arabia Saudita, mentre Pechino, potenza economica asiatica, cerca nuove incursioni nella regione del Medio Oriente tra le crescenti turbolenze tra Riyadh e i tradizionali alleati di Washington. Nonostante il fatto che il paese mediorientale sia stato a lungo una monarchia teocratica, in Occidente sono emerse nuove critiche sulla discutibile situazione dei diritti umani di Riyadh. La Cina, tuttavia, si sta muovendo senza avanzare tali critiche che sono – sebbene per lo più valide – il più delle volte irte di audace ipocrisia, data la propensione dell’Occidente sia a condurre guerre di aggressione unilaterali che a calpestare le libertà civili della sua popolazione domestica. In effetti, la politica cinese di rigorosa non interferenza negli affari di altri paesi si è concretizzata in Medio Oriente con notevole successo. Mentre Washington, infatti, negli anni ha alimentato i disaccordi settari tra musulmani sunniti e sciiti trascinando gli Stati del Golfo e l’Iran in conflitti per procura, Pechino ha perseguito una fruttuosa strategia di cooperazione economica con entrambe le parti in lotta – Arabia Saudita e Iran – senza subire proteste da nessuna delle due parti. All’inizio di quest’anno, la Cina ha, effettivamente, firmato uno storico accordo della durata di 25 anni con l’Iran, l’avversario regionale dell’Arabia Saudita, che include partnership in molti campi, tra cui commercio, economia e trasporti. La Cina all’inizio di quest’anno ha anche presentato un’iniziativa di sicurezza in cinque punti sul raggiungimento della sicurezza e della stabilità in Medio Oriente. Come affermato dal Ministero degli Esteri cinese, i punti di questa iniziativa prevedono di sostenere il rispetto reciproco; sostenere l’equità e la giustizia; raggiungere la non proliferazione nucleare; promuovere, congiuntamente, la sicurezza collettiva; e accelerare la cooperazione allo sviluppo. Ciò è stato accolto calorosamente dai Paesi della regione e rappresenta un modello per il modo in cui la Cina vuole promuovere la cooperazione in materia di sicurezza senza avviare guerre unilaterali con false pretese, come hanno fatto, ad esempio, gli Stati Uniti in Iraq. Ma la visita di Xi si è concentrata principalmente sulla cooperazione economica. Negli ultimi mesi, dopo aver votato – all’interno del formato OPEC + – a favore di un taglio alla produzione di petrolio in ottobre, nonostante le richieste del presidente americano Joe Biden di aumentare la produzione al fine di abbassare i prezzi del carburante – richieste avanzate senza dubbio per aiutare le probabilità del suo partito nelle elezioni di medio termine del mese scorso – l’Arabia Saudita attirato l’ira di Washington. Da quella decisione, Riyadh ha dimostrato tutta la sua mancanza di desiderio di essere bloccato dall’Occidente e, così, adesso sta diversificando le sue relazioni diplomatiche girando lo sguardo verso est. In qualità di firmatario della Belt and Road Initiative (BRI) ideata da Pechino e il suo essere uno snodo chiave nel collegamento tra Asia,...
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A cura di Giulio Chinappi ARTICOLO PUBBLICATO SUL BLOG DELL’AUTORE Il diplomatico Kirill Logvinov, inviato della Federazione Russa presso l’Unione Europea, ha analizzato la situazione internazionale, accusando l’Occidente di aver lanciato una guerra ibrida contro Mosca. Nominato a settembre come nuovo capo della missione della Federazione Russa presso l’Unione Europea, Kirill Logvinov ha rilasciato un’intervista all’agenzia stampa TASS, nella quale ha analizzato l’attuale situazione internazionale, partendo dal conflitto ucraino. Secondo la lettura di Logvinov, il conflitto ucraino non sarebbe altro che l’aspetto più evidente della guerra ibrida che da tempo il mondo occidentale ha lanciato contro Mosca. Logvinov, che ha preso il posto di Vladimir Čižov, di cui era stato vice, alla guida della missione diplomatica, ha ribadito che la Russia non vede il conflitto in Ucraina come un conflitto locale, ricordando anche che l’UE non ha colto l’occasione per raggiungere un’intesa reciproca con la Russia, preferendo seguire pedissequamente gli ordini provenienti da Washington: “Vediamo quello che sta accadendo non come un conflitto locale, ma come una guerra ibrida scatenata dall’Occidente contro la Russia nelle aree politica, economica, umanitaria e dell’informazione“, ha detto Logvinov. “Se vogliamo parlare di accordi, l’Occidente, compresa l’UE e i suoi Stati membri, ha avuto la possibilità di raggiungere un accordo, per impedire lo sviluppo della situazione secondo lo scenario attuale. Non hanno sfruttato l’occasione, e lo hanno fatto in un modo provocatorio e sprezzante in relazione agli interessi della Russia, e in effetti dell’intera Europa“. “La riluttanza a pensare al futuro si applica non solo alle proposte russe di garanzie di sicurezza, ma anche ad altre aree in cui finora abbiamo avuto accordi pratici con l’Unione Europea, comprese le aree economiche e umanitarie“, ha aggiunto successivamente il diplomatico. In effetti, abbiamo avuto modo di sottolineare in diverse occasioni come i leader europei abbiano preferito sacrificare i propri interessi pur di compiacere i padroni statunitensi. Questa scelta suicida ci sta portando dritti verso un grande conflitto mondiale, nel quale l’Europa pagherebbe il prezzo più caro, come accaduto nelle precedenti guerre mondiali. Il mondo occidentale ha poi costruito una narrativa dei fatti secondo i quali il conflitto ucraino avrebbe avuto inizio a febbraio, con il lancio dell’operazione militare speciale da parte del governo russo, facendo tabula rasa di quanto avvenuto negli otto anni precedenti: “Ciò viene fatto esclusivamente per non menzionare episodi come, ad esempio, il vero e proprio ricatto nei confronti dell’allora presidente dell’Ucraina [Viktor Janukovyč] da parte dell’UE e dei suoi Stati membri alla vigilia del vertice del partenariato orientale a Vilnius nel novembre 2013 o il sostegno de facto di Kiev nel suo sabotaggio degli accordi di Minsk, che è durato per molti anni“, ha detto al riguardo Logvinov. Il diplomatico ha notato anche che l’Unione Europea sta sfruttando il pretesto della “minaccia russa” per diminuire ulteriormente il margine di manovra degli Stati membri. Come la crisi economica o il Covid-19 in passato, la “minaccia russa” diventa dunque l’occasione per privare gli Stati membri della propria sovranità, trasferita in quantità sempre maggiori alle istituzioni sovranazionali di Bruxelles: “Durante la...