di Giulio ChinappiARTICOLO ORIGINALE Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato un documento dal titolo “Reality Check: Falsehoods in US Perceptions of China“, nel quale si elencano alcune falsità che la propaganda statunitense diffonde sul conto della Cina. Vi proponiamo di seguito l’analisi della prima di queste menzogne. Introduzione Il segretario di Stato degli USA Antony Blinken ha recentemente pronunciato un discorso all’Asia Society delineando l’approccio dell’amministrazione statunitense alla Cina. Con un linguaggio accuratamente calibrato, ha cercato di promuovere la narrativa della “minaccia cinese”, interferire negli affari interni della Cina e diffamare la politica interna ed estera della Cina, il tutto in un tentativo di contenimento e soppressione in piena regola della Cina. Nel documento che segue, utilizzeremo fatti e cifre per mostrare al mondo quanto sia ingannevole, ipocrita e pericolosa la politica degli Stati Uniti sulla Cina. Falsità 1: la Cina pone la più seria sfida a lungo termine all’ordine internazionale e lo sta minando. Gli Stati Uniti difenderanno il diritto internazionale, gli accordi, i principi e le istituzioni che mantengono la pace e la sicurezza e proteggeranno i diritti degli individui e delle nazioni sovrane. Realtà: ciò che gli Stati Uniti hanno costantemente promesso di preservare è un cosiddetto ordine internazionale progettato per servire gli interessi degli Stati Uniti e perpetuarne l’egemonia. Gli stessi Stati Uniti sono la principale fonte di sconvolgimento dell’attuale ordine mondiale. – La Cina è stata e sarà sempre un difensore dell’ordine internazionale. La Cina è un membro fondatore delle Nazioni Unite (ONU) e il primo Paese ad apporre la propria firma sulla Carta delle Nazioni Unite. La Cina si impegna a sostenere il sistema internazionale incentrato sulle Nazioni Unite, l’ordine internazionale sostenuto dal diritto internazionale e le norme di base che regolano le relazioni internazionali basate sugli scopi e sui principi della Carta delle Nazioni Unite. I cinque principi di pacifica convivenza promossi congiuntamente da Cina, India e Myanmar sono stati ampiamente riconosciuti dalla comunità internazionale e sono diventati le norme di base che guidano le relazioni tra stato e stato. La Cina sostiene il vero multilateralismo e la stabilità strategica globale. La Cina è il maggior contributore di forze di pace tra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e il secondo più grande contributore tra tutti i Paesi delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace. La Cina ha preso parte attiva ai processi internazionali di controllo degli armamenti, disarmo e non proliferazione. Ha firmato o ha aderito a più di 20 trattati multilaterali sul controllo degli armamenti, sul disarmo e sulla non proliferazione, tra cui il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP) e il Trattato sul commercio di armi (ATT). La Cina è contro la corsa agli armamenti. Sulla scia della crisi finanziaria internazionale del 2008, la Cina ha adottato una macro politica responsabile, è rimasta uno “stabilizzatore” per l’economia mondiale e ha dato un importante contributo alla ripresa globale. La Cina fornisce attivamente beni pubblici internazionali a vari Paesi, e ha firmato accordi...
Mese: Giugno 2022
Traduzione di Matteo Pistilli Quello che segue è il documento ufficiale cinese relativamente alla questione Taiwan pubblicato il 21 febbraio 2000. E’ interessante, in una situazione internazionale in ebollizione, conoscere la posizione formale della Cina e la sua ricostruzione storica, giuridica, politica della situazione; in questo modo appare più chiara la posta in gioco e il significato del contendere per tutte le parti in causa. Premessa Il 1° ottobre 1949, il popolo cinese ha ottenuto una grande vittoria nella nuova rivoluzione democratica e ha fondato la Repubblica Popolare Cinese (RPC). La cricca al potere del Kuomintang (KMT) si ritirò dalla terraferma per trincerarsi nella provincia cinese di Taiwan, scontrandosi con il governo centrale e grazie al sostegno di forze straniere. Questa è l’origine della questione di Taiwan. La risoluzione della questione di Taiwan e la realizzazione della completa riunificazione della Cina rappresentano gli interessi fondamentali della nazione cinese. Negli ultimi 50 anni il governo cinese ha lavorato con costanza per raggiungere questo obiettivo. Dal 1979, il governo cinese ha lottato per la riunificazione pacifica della Cina nella forma di “un Paese, due sistemi” con la massima sincerità e il massimo impegno. Gli scambi economici e culturali e i contatti interpersonali tra le due sponde dello Stretto di Taiwan hanno fatto rapidi progressi dalla fine del 1987. Purtroppo, a partire dagli anni ’90, Lee Teng-hui, il leader delle autorità di Taiwan, ha progressivamente tradito il principio di una sola Cina, cercando di promuovere una politica separatista con “due Cine” al centro, arrivando a descrivere apertamente le relazioni tra le due sponde dello Stretto come “relazioni tra Stati, o almeno relazioni speciali tra Stati”. Questa azione ha seriamente danneggiato le basi per una riunificazione pacifica delle due parti, ha danneggiato gli interessi fondamentali dell’intera nazione cinese, compresi i compatrioti di Taiwan, e ha messo a rischio la pace e la stabilità nella regione Asia-Pacifico. Il governo cinese ha sempre aderito al Principio dell’Unicità della Cina e si è opposto con determinazione a qualsiasi tentativo di separare Taiwan dalla Cina. La lotta tra il governo cinese e le forze separatiste guidate da Lee Teng-hui trova la sua massima espressione nella questione se perseverare nel Principio dell’Unicità della Cina o creare “due Cine” o “Una Cina, una Taiwan”. Nell’agosto 1993, abbiamo pubblicato un libro bianco intitolato “La questione di Taiwan e la riunificazione della Cina”, che espone sistematicamente i fatti relativi a Taiwan come parte inalienabile della Cina, l’origine della questione di Taiwan e i principi fondamentali del governo cinese e le relative politiche per la risoluzione della questione di Taiwan. Riteniamo necessario spiegare ulteriormente alla comunità internazionale la posizione e la politica del governo cinese sul Principio dell’Unicità della Cina. I. Il fondamento di una sola Cina, de facto e de jure Il principio di una sola Cina si è sviluppato nel corso della giusta lotta del popolo cinese per salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e le sue basi, sia de facto che de jure, sono incrollabili. Taiwan è...
di Alessandro Fanetti Il discorso di Vladimir Putin al XXV Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha chiuso il “cerchio geopolitico” che si stava formando da circa due decenni. L’élite russa al Governo del Paese si è definitivamente convinta che siamo dinnanzi ad uno scontro di civiltà e che la guerra in Ucraina sia proprio la chiave di volta per la costruzione di un mondo multipolare. E lo sforzo senza precedenti di vari Paesi occidentali e liberaldemocratici per aiutare Kiev mostra che anche questi ultimi sono convinti che in questo conflitto ci si giochi molto di più di qualche (seppur significativa) conquista o difesa territoriale. Un cerchio saldato, dunque, da due visioni del mondo opposte: una difesa fortemente dall’occidente e imperniata sul sistema unipolare a guida statunitense (con la NATO) sorto dopo la dissoluzione dell’URSS e l’altro promosso da altri centri di potere (Russia e Cina in primis) che aspirano ad un mondo multipolare. E ancora, la decisione di vari Paesi della NATO di rifornire di armi anche molto sofisticate e pesanti un Paese in guerra come l’Ucraina e proprio contro una delle maggiori Potenze (in primis di rango nucleare) che cerca di mettere in crisi l’ordine costituito, cambia il “mondo geopolitico” definitivamente. Questo perché, anche se non ci fosse una guerra diretta fra grandi potenze (cosa che tutti auspichiamo che non accada), siamo comunque (ri-) entrati in un’era dove qualsiasi attacco diretto di una Potenza contro un Paese anche di piccole dimensioni sarà utilizzato per farcela impantanare Era che non si vedeva dall’epoca della Guerra Fredda. Un cerchio che ha iniziato la sua formazione nel lontano 2003 con la Guerra in Iraq, poco tempo dopo l’arrivo di Putin alla presidenza russa, ma che è salito alla ribalta a Monaco nel 2007. Ma andiamo per ordine. L’11 febbraio 2007 il Presidente russo Vladimir Putin utilizzò il palcoscenico della “Conferenza di Monaco di Baviera sulla Politica di Sicurezza” per esprimere tutta la sua delusione e preoccupazione per lo “stato dell’arte” geopolitico. Una situazione che, dopo l’Accordo di Pratica di Mare del 2002 con la nascita del Consiglio NATO – Russia e il momento positivo che si stagliava all’orizzonte, rapidamente mutò in ben altro. L’inizio della deriva si può far risalire, appunto, alla Guerra in Iraq del 2003. Una guerra fortemente criticata da Mosca perché intrapresa da Washington e alleati senza l’avallo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un intervento che allarmò molti dei Paesi della Comunità Internazionale, assolutamente incapaci di potersi difendere da un eventuale attacco di una super potenza atomica e dunque garantiti solamente dalla legalità internazionale per la difesa della loro sovranità. Legalità internazionale che vacillava sempre più nella sua capacità decisionale e di deterrenza rispetto ai “capricci” dei Paesi più forti. Un intervento che allarmò anche il Cremlino, con lo stesso Putin che a distanza di 9 anni dichiarò: “le relazioni russo – americane sono peggiorate proprio dopo l’invasione USA dell’Iraq”. Un intervento che, a mio avviso, dette lentamente ma inesorabilmente il via al tentativo di...
di Giulio ChinappiARTICOLO ORIGINALE Urumqi, capoluogo della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, ha ospitato lo scorso 10 maggio la Conferenza virtuale sulla situazione della libertà di credo religioso nello Xinjiang. La Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, come sappiamo, è oramai da tempo al centro della propaganda anticinese della macchina mediatica occidentale. Il governo di Pechino viene infatti accusato di perpetrare le peggiori nefandezze in questa regione del proprio territorio, sebbene gli accusatori non abbiano mai mostrato prove concrete di quanto affermano. Tra le accuse che vengono mosse alla Cina, c’è quella di sopprimere la libertà religiosa della popolazione, che nello Xinjiang vede un notevole numero di musulmani. In questo contesto, si è svolta lo scorso 10 maggio la Conferenza virtuale sulla situazione della libertà di credo religioso nello Xinjiang, organizzata ad Urumqi, capoluogo della regione cinese. A presiederla, il portavoce del governo regionale Xu Guixiang, che ha introdotto il tema della libertà religiosa nello Xinjiang, prima di dare la parola ai numerosi ospiti dell’evento, che comprendevano sia rappresentanti delle autorità che comuni cittadini. “I residenti musulmani di tutti i gruppi etnici nello Xinjiang hanno trascorso il Ramadan in tranquillità e armonia dal 3 aprile al 2 maggio 2022. In occasione dell’Eid al-Fitr (la fine del Ramadan, ndr) che è caduto il 3 maggio, persone di tutti i gruppi etnici hanno avuto un giorno libero come previsto dal governo locale”, ha esordito il portavoce Xu. Le festività che si sono tenute in occasione della fine del Ramadan basterebbero da sole a dimostrare che lo Xinjiang rispetta e protegge la libertà di credo religioso. “Durante il Ramadan, i residenti musulmani di tutti i gruppi etnici nello Xinjiang tengono normali attività religiose basate sulla tradizione religiosa e sulla propria volontà. Il culto, il digiuno e l’osservanza delle feste religiose si sono svolti senza intoppi”, ha raccontato ancora Xu, che ha anche mostrato dei video in cui vengono documentate le attività dei fedeli musulmani e delle moschee dello Xinjiang. Zumrat Obul, membro del Comitato del Partito Comunista Cinese nello Xinjiang, ha ricordato che questa regione rappresenta una delle aree del pianeta più ricche per quanto riguarda le etnie, le culture ed i credi religiosi che vi convivono: “Religioni come l’Islam, il Buddismo, il Cristianesimo, il Cattolicesimo e il Taoismo coesistono in pace e si sviluppano in modo ordinato. I cittadini che credono nella religione o non credono nella religione, o credono in religioni diverse si rispettano e si trattano alla pari. Sono uniti e cooperativi. Persone di tutte le etnie godono pienamente della felicità e della serenità apportate dalla stabilità sociale, dalla solidarietà etnica e dall’armonia religiosa”. Come affermato dallo stesso rappresentante del PCC locale, la libertà di credo religioso è un diritto ampiamente garantito dalla Costituzione della Repubblica Popolare Cinese, che recita: “I cittadini godranno della libertà di credo religioso. Nessun organo statale, organizzazione sociale o individuo può costringere i cittadini a credere o a non credere nella religione. Né discriminano i cittadini che credono o non credono in nessuna religione”. Alla legge fondamentale si aggiunge poi regolamento degli affari religiosi della Repubblica Popolare Cinese, il...
di Marco Costa L’assetto organizzativo del Partito Comunista Cinese Conoscere la Cina significa necessariamente conoscere il ruolo del suo partito guida, il PCC. Questo partito ha una struttura complessa, stratificata e ramificata, che abbraccia tutti i livelli, le categorie e i settori della società dalla base degli iscritti fino al Segretario Generale. Risulta essere, in buona sostanza, il nervo politico della Repubblica Popolare, la sua avanguardia e il motore propulsivo di tutta l’impalcatura amministrativa cinese. Per capire meglio il funzionamento di questa enorme organizzazione, occorre sviscerarne l’architettura piramidale nei suoi diversi livelli. Alla base del Partito – che lo scorso anno ha festeggiato il centenario della sua fondazione – c’è la massa degli iscritti, che attualmente risultano essere poco più di 95 milioni (escluse ovviamente le altre organizzazioni affini e giovanili, come la Lega della Gioventù Comunista e i Pionieri). La vita politica delle sezioni territoriali, a partire dal livello provinciale sino a quello distrettuale, risponde ad una gerarchia ben definita, laddove le unità di livello inferiore rispondono a quelle di livello superiore. Ad esempio, a livello provinciale si hanno il Segretario di partito provinciale, il Comitato di partito provinciale, il Congresso di partito provinciale e così via. In questo contesto, a livello locale sono i quadri territoriali che operano per garantire la corretta applicazione delle direttive provenienti dagli organi apicali. In tutti i suoi livelli di funzionamento, il PCC deve applicare un metodo di lavoro fondato su 4 principi fondamentali. Il primo principio è quello della leadership collettiva, ovvero l’idea secondo la quale le decisioni sono prese collegialmente e attraverso il consenso; a livello della direzione centrale del partito ciò significa che, ad esempio, tutti i membri del Comitato Permanente del Politburo hanno la stessa rilevanza, che si traduce nel fatto che ogni membro ha un solo voto. Il secondo principio organizzativo del PCC è il centralismo democratico; questo è stato il principio organizzativo guida del partito sin dal V Congresso Nazionale, tenutosi nel 1927 ed è un concetto di matrice leninista; infatti lo Statuto recita: «Il Partito è un organismo integrale organizzato secondo il suo programma e costituzione e sulla base del centralismo democratico». Mao Zedong definì questo metodo come «allo stesso tempo democratico e centralizzato, con i due apparenti opposti di democrazia e centralizzazione uniti in una forma definita» e che la superiorità del centralismo democratico risiede nelle sue contraddizioni interne, tra democrazia e centralismo, e libertà e disciplina. Attualmente, il PCC sostiene che «la democrazia è l’ancora di salvezza del Partito, l’ancora di salvezza del socialismo», ma affinché la democrazia sia attuata e funzioni correttamente, è necessaria al contempo la centralizzazione. Altro principio a cui devono attenersi i membri del PCC a tutti i livelli è quello della disciplina. Per disciplina si intende quell’insieme di comportamenti politici e morali a cui deve attenersi un buon iscritto al partito, su cui vigila – in caso di problemi – la Commissione Centrale per l’ispezione Disciplinare (CCDI), che è la più alta istituzione di controllo interno del Partito...
Minima Cardiniana 383/6 | Un appello (francocardini.it) A questo punto dei nostri appuntamenti settimanali c’è quasi sempre la rubrica Libri Libri Libri.La sostituiamo stavolta con un breve ma energico appello. Diciamo pure una chiamata.La casa editrice “La Vela” di Lucca ha edito una quindicina di giorni fa un libro a cura di Franco Cardini, Fabio Mini e Marina Montesano. Il titolo è Ucraina 2022. La Storia in pericolo. Si tratta della raccolta di una venticinquina di saggi originali di autori sempre seri e competenti, in qualche caso noti e autorevoli: da Luciano Canfora a Massimo Cacciari, da Eugenio di Rienzo a Diego Fusaro, da Moni Ovadia a Roberto Mancini, da Marco Di Branco a Francesco Borgonovo ed altri. Varie decine di copie del libro sono state inviate alla stampa italiana.Fino ad oggi, nessuna reazione ufficiale. Un silenzio eccessivo, visti i nomi in copertina. Un silenzio voluto, imposto, programmato. Un silenzio che sa di minaccia.Dovete reagire. Dobbiamo reagire. Non possiamo consentire alla Congiura del Silenzio di aver tanto facile vittoria contro un libro importante e un gruppo di autori tanto prestigiosi da costituire, con la loro stessa presenza, un avvenimento. Il libro è espressione di assoluta libertà. Nessuno lo ha finanziato. L’aspetto morale di tutto ciò è un valore aggiunto.Vi chiediamo di procurarvelo presso i Vostri librai di fiducia, sugli store online o direttamente sul sito dell’editore, in modo da diffonderne l’esistenza e le tesi, che del resto non sono affatto univoche. Vi chiediamo di contribuire alla sua diffusione con tutti i vostri mezzi. Sarà un atto di ribellione contro la notte che avanza. Ucraina 2022. La Storia in pericoloa cura di Franco Cardini, Fabio Mini e Marina MontesanoCon saggi di Massimo Cacciari, Moni Ovadia e Luciano CanforaCollana “Controvento”Formato 14×20,5368 pagine, euro 24,00ISBN 979-12-80920-02-7 Non è un soltanto un libro: è quasi una missione militare di salvataggio come quelle in cui degli ignari innocenti sono tenuti in ostaggio da malfattori, ricattatori o terroristi. Qui gli ostaggi sono la Storia e la buona fede di chi la studia. C’è il pericolo che la storia della guerra in Ucraina possa essere ricostruita e appresa basandosi soltanto su una narrazione faziosa, magari a fin di bene, ma non equa, non oggettiva e quindi iniqua, fuorviante e dannosa per le stesse vittime. Di questa missione di salvataggio, quasi impossibile, si sono incaricati un gruppo di studiosi, pensatori, storici ed esperti uniti soltanto dalla ricerca della chiarezza e dalla volontà di offrire valutazioni e non solo opinioni. Non ci sono interessi di parte da favorire, pupi da istruire, persone da convincere o potenti da incensare e neppure “timore di pena o speranza di ricompensa, ma soltanto intima persuasione della intrinseca necessità” della missione da compiere. Gli autori: Pietro Andrea Annicelli, Ugo Barlozzetti, Paolo Becchi, Alessandro Bedini, Carlo Bellinzona, Daniela Bolognesi Piani, Francesco Borgonovo, Alberto Bradanini, Giovanni Buccianti, Massimo Cacciari, Luciano Canfora, Franco Cardini, Claudio Carpini, Alberto Castaldini, Marco Di Branco, Eugenio Di Rienzo, Diego Fusaro, Claudio Gallo, Chiara Madaro, Roberto Mancini, Mohammad Masjed Jamei, Fabio Mini, Marina Montesano,...
di Giulio ChinappiARTICOLO ORIGINALE Il 22 giugno, Pechino ha ospitato il BRICS Business Forum, con la partecipazione dei massimi esponenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. L’evento, che ha ricevuto grande attenzione mediatica, dimostra come la Russia non sia affatto isolata come vorrebbe la propaganda occidentale. Il 22 giugno si è tenuto a Pechino il BRICS Business Forum, un evento che ha visto la partecipazione delle cinque principali economie emergenti del pianeta: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Al vertice, che si è svolto con il doppio formato online e offline, sono intervenuti il presidente cinese Xi Jinping, il presidente russo Vladimir Putin, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, il primo ministro indiano Narendra Modi e il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa. L’evento ha rappresentato un duro colpo alla propaganda massmediatica occidentale, che vorrebbe la Russia come un Paese isolato dalla diplomazia internazionale. Al contrario, il vertice dei BRICS dimostra come Paesi dal grande peso economico e demografico siano uniti nel progetto di un mondo che ponga definitivamente fine al progetto egemonico statunitense, basandosi sul multilateralismo e su delle relazioni internazionali tra pari. Ad aprire l’evento, in quanto leader del Paese organizzatore, è stato proprio Xi Jinping, che ha pronunciato un discorso intitolato “Tenersi al passo con la tendenza dei tempi per plasmare un futuro luminoso”. Il presidente cinese ha affrontato alcune delle principali tematiche di attualità, come il Covid-19 e la difficile situazione economica internazionale, ed ha anche condannato le sanzioni illegali che gli Stati Uniti ed altri Paesi occidentali impongono contro i Paesi che si oppongono all’egemonia di Washington, come nel caso della stessa Russia. Il presidente Xi ha esordito sottolineando che in questo momento il nostro mondo sta affrontando cambiamenti drastici e una pandemia mai vista nell’ultimo secolo: “Continuano a emergere varie sfide alla sicurezza. L’economia mondiale deve ancora affrontare forti venti contrari sulla via della ripresa e lo sviluppo globale ha subito gravi battute d’arresto. Dove va il mondo: Pace o guerra? Progresso o regressione? Apertura o isolamento? Cooperazione o confronto? Queste sono scelte dei tempi con cui dobbiamo confrontarci“. Il presidente Xi ha sottolineato che la storia umana, come un fiume, continua a crescere, con momenti di acque calme che si alternano a grandi mareggiate: “Nonostante i cambiamenti in un ambiente globale in evoluzione, la tendenza storica all’apertura e allo sviluppo non invertirà il corso e il nostro desiderio condiviso di affrontare le sfide insieme attraverso la cooperazione rimarrà forte come sempre. […] Dobbiamo levarci in piedi per andare avanti con determinazione verso l’obiettivo di costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità“. “In primo luogo, dovremmo abbracciare solidarietà e coordinamento e mantenere congiuntamente la pace e la stabilità nel mondo. Le tragedie del passato ci dicono che l’egemonia e lo scontro tra i blocchi non portano pace o sicurezza; portano solo a guerre e conflitti. La fede cieca nella cosiddetta “posizione di forza” e i tentativi di espandere le alleanze militari e cercare la propria sicurezza a spese degli altri non faranno che tramutarsi in un dilemma di sicurezza. Solo quando tutti noi amiamo e sosteniamo la pace e non dimentichiamo mai le dolorose lezioni della guerra può esserci speranza di pace. Dovremmo rimanere...
Vladimir PutinTraduzione di Mark Bernardini Il XXV Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo si svolge in un momento difficile per l’intera comunità mondiale, in cui l’economia, i mercati e gli stessi principi del sistema economico globale sono sotto attacco. Molti legami commerciali, produttivi e logistici, che in precedenza erano stati interrotti dalla pandemia, stanno ora attraversando nuove sfide. Inoltre, concetti chiave per gli affari come reputazione aziendale, inviolabilità della proprietà e fiducia nelle valute mondiali sono stati completamente minati. Minati, sfortunatamente, dai nostri partner in Occidente, e ciò è stato fatto intenzionalmente, per motivi di ambizione, per preservare illusioni geopolitiche superate. Oggi presenterò il nostro – quando dico “nostro”, intendo la leadership russa – il mio punto di vista sulla situazione in cui si trova l’economia globale. Mi soffermerò in dettaglio su come la Russia stia agendo in queste condizioni e come stia pianificando il suo sviluppo in un ambiente in dinamica evoluzione. Un anno e mezzo fa, parlando al forum di Davos, ho sottolineato ancora una volta che l’era dell’ordine mondiale unipolare è finita – voglio iniziare con questo, non c’è modo di farne a meno – è finita, nonostante tutti i tentativi conservarlo, conservarlo con ogni mezzo. I cambiamenti sono un corso naturale della storia, poiché la diversità di civiltà del pianeta, la ricchezza delle culture è difficile da combinare con modelli politici, economici e di altro tipo, modelli che qui non funzionano, modelli che siano brutalmente, senza alternative, imposti da un centro. Il difetto sta nell’idea stessa, secondo la quale ce n’è uno, seppur un potere forte con una cerchia ristretta di Stati approssimativi o, come si suol dire, ammessi ad esso, e tutte le regole degli affari e delle relazioni internazionali, quando necessarie, sono interpretate esclusivamente nell’interesse di questo potere, funziona in una direzione, il gioco va in una direzione. Un mondo basato su tali dogmi è decisamente insostenibile. Gli Stati Uniti, dopo aver dichiarato la vittoria nella Guerra Fredda, si sono dichiarati i messaggeri del Signore sulla terra, che non hanno obblighi, ma solo interessi, e questi interessi sono dichiarati sacri. Non sembrano notare che negli ultimi decenni si sono formati nuovi potenti centri sul pianeta e sono sempre più forti. Ciascuno di essi sviluppa i propri sistemi politici e istituzioni pubbliche, attua i propri modelli di crescita economica e, naturalmente, ha il diritto di proteggerli, di garantire la sovranità nazionale. Si tratta di processi oggettivi, di cambiamenti tettonici veramente rivoluzionari nella geopolitica, nell’economia globale, nella sfera tecnologica, nell’intero sistema delle relazioni internazionali, dove è in forte crescita il ruolo di Stati e regioni dinamici e promettenti, i cui interessi non possono più essere ignorati. Ripeto: questi cambiamenti sono fondamentali, cardini e inesorabili. Ed è un errore credere che il tempo dei cambiamenti turbolenti possa, per così dire, stare fuori, aspettare, che presumibilmente tutto tornerà alla normalità, tutto sarà come prima. Non lo sarà. Tuttavia, sembra che le élite dominanti di alcuni Stati occidentali siano proprio in questo tipo di illusione. Non vogliono notare...
A cura di Giulio Chinappi Con il prof. Angelo D’Orsi, tentiamo di ripercorrere le origini dell’attuale conflitto ucraino, analizzandone le cause e contrastando la narrativa dominante che si limita ai toni propagandistici antirussi.
Xi, Putin tiene una telefonata, giura sostegno reciproco in mezzo alle turbolenze globali – Global Times Gli esperti dicono che i legami strategici Cina-Russia rimangono solidi nonostante la crescente pressione occidentale Nel pomeriggio di mercoledi 15 giugno, il presidente cinese Xi Jinping ha tenuto una conversazione telefonica con il suo omologo russo Vladimir Putin; gli analisti che dicono che questo è un segnale mandato al mondo che la stretta partnership strategica Cina-Russia e la fiducia reciproca di alto livello tra le due parti rimangono invariate nonostante il mondo stia vivendo una fase di turbolenze e incertezze. Il vertice della NATO e il vertice BRICS si terranno alla fine di questo mese; gli esperti hanno detto che la telefonata intercorsa tra i massimi leader di Cina e Russia sta anche inviando un messaggio al mondo per cui le due principali potenze continueranno ad darsi sostegno reciproco su questioni riguardanti i loro interessi fondamentali e continueranno a spingere la multipolarizzazione dell’ordine internazionale. . Gli osservatori hanno notato che non c’è alcuna possibilità per l’Occidente di usare la crisi tra Russia e Ucraina per istigare i legami Cina-Russia e la posizione della Cina che – con equità e giustizia – ha conquistato la comprensione sia della Russia che dell’Ucraina. Durante la loro conversazione, Xi ha osservato che dall’inizio di quest’anno, di fronte alle turbolenze e alle trasformazioni globali, le relazioni bilaterali hanno mantenuto un solido slancio di sviluppo. La cooperazione economica e commerciale tra i due Paesi ha fatto progressi costanti, ha detto Xi, che ha aggiunto che il ponte autostradale transfrontaliero Heihe-Blagoveshchensk è stato aperto al traffico, creando un nuovo canale che collega i due Paesi. Il Presidente Xi ha detto che la parte cinese è pronta a lavorare con la parte russa per spingere la cooperazione bilaterale verso uno sviluppo costante e a lungo termine. I due capi di Stato hanno anche scambiato opinioni sulla questione ucraina: Xi ha sottolineato che la Cina ha sempre valutato in modo indipendente la situazione sulla base del contesto storico e dei meriti della questione, promuovendo attivamente la pace mondiale e la stabilità dell’ordine economico globale. Tutte le parti dovrebbero spingere per una corretta soluzione della crisi ucraina in modo responsabile, ha detto Xi aggiungendo che la Cina, a questo scopo, continuerà a svolgere il ruolo che le spetta. Yang Jin, un esperto dell’Istituto di studi russi, dell’Europa orientale e dell’Asia centrale sotto l’Accademia cinese delle scienze sociali, ha detto al Global Times che la telefonata dimostra la fermezza strategica della Cina nel continuare a sviluppare legami e promuovere la cooperazione con la Russia nei settori dell’economia e del commercio, anche se l’Occidente sta facendo pressione perché Pechino si unisca alle loro sanzioni contro la Russia. Su questo argomento, la Cina non è sola poiché la maggior parte dei Paesi non occidentali – così come alcuni membri dell’UE e della NATO – non condividono l’idea di sanzionare indiscriminatamente la Russia su tutto o tagliare ogni cooperazione e scambi anche se ciò comporta un costo elevato; non c’è nulla di sbagliato nel fatto che questi Paesi...