15 Luglio 2026

Mese: Dicembre 2021

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SpecialEurasia  organizza un webinar dal titolo “Geopolitica e conflitti nel Caucaso: sfide attuali e sviluppi futuri” il cui obiettivo è quello di analizzare l’attuale situazione della regione caucasica focalizzando l’attenzione sulle problematiche e le opportunità che questa area di primaria importanza strategica offre. Il giorno giovedì 27 gennaio 2022 alle ore 19.00 SpecialEurasia in collaborazione con Notizie Geopolitiche,  il CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo e Opinio Juris organizza il webinar “Geopolitica e conflitti nel Caucaso: sfide attuali e sviluppi futuri” in cui verrà presa in esame l’interità della regione caucasica focalizzando l’attenzione sui conflitti che la caretterizzano, sugli interessi geopolitici di attori regionali e internazionali così come sulle opportunità economiche e di investimento per l’Italia. Webinar “Geopolitica e conflitti nel Caucaso: sfide attuali” (specialeurasia.com) Riscoperto a livello internazionale dopo la caduta dell’Unione Sovietica avvenuta nel 1991, la regione del Caucaso rappresenta il ‘ponte’ naturale tra l’Europa e l’Asia e la ‘frontiera’ tra il mondo cristiano e quello musulmano che si caratterizza come un’area di primaria importanza dal punto di vista strategico, economico e socio-culturale. Affacciata sul Mar Nero e sul Mar Caspio, via di attraversamento che permette l’accesso verso il mercato europeo oppure asiatico, il Caucaso a seguito della caduta dell’Unione Sovietica ha visto la nascita di entità statali autonome ed indipendenti la cui storia è stata spesso segnata da conflitti interni o con gli stati vicini. Recentemente la regione ha richiamato un forte interesse internazionale, in special modo a seguito del Conflitto del Nagorno-Karabakh del 2020 che ha visto l’Azerbaigian riuscire a riconquistare una parte significativa del territorio perso durante la guerra del 1992-1994 . Tale conflitto ha avuto ovviamente un effetto positivo sul Governo di Baku grazie ad una vittoria contro l’Armenia che subito dopo è stata investita da una crisi politica interna e da forte dissenso tra il Primo Ministro Nikol Pashinyan, l’opposizione e la popolazione della Repubblica del Nagorno-Karabakh (Artsakh in armeno) (L’Armenia dopo le elezioni parlamentari). Il conflitto ha decretato un nuovo assetto geopolitico regionale con l’asse turco-azerbaigiano in ascesa e la Russia impegnata a mantenere l’equilibrio nel suo blizhnee zarubezhe (vicino estero) riuscendo così a dispiegare i propri soldati in attività di peacekeeping anche al confine armeno-azerbaigiano. Anche l’Iran, da sempre attore coinvolto nelle dinamiche caucasiche, ha subito gli effetti della guerra raggiungendo un livello di tensione con l’Azerbaigian (che sembrerebbe essersi ultimamente attenuato) in un terreno di ‘scontro’ rappresentato dalla fitta rete di trasporti e comunicazione che il Caucaso possiede (Azerbaijan-Iran crisis and Tehran-Yerevan’s new transit route). Parlando sempre di Caucaso meridionale è doveroso citare la Georgia orientata verso l’asse Washington-Bruxelles in un periodo storico caratterizzato da problemi economici e politici interni e dalla continua crisi con la Russia per quel che riguarda le repubbliche di Abkhazia e Ossezia del Sud (Sogno Georgiano vince le elezioni amministrative tra polemiche e agitazione; South Ossetia and Abkhazia cooperation and the geopolitics of the Caucasus) . In questa desamina non si può escludere il Caucaso del Nord, regione che fa parte della Federazione Russa e che fin dalla caduta dell’Unione Sovietica è stata caratterizzata da conflitti interetnici, movimenti etnonazionalisti come quello dei ceceni che...
di Stefano Vernole Lo Xinjiang è una regione multietnica e l’unità della popolazione è stata fondamentale per preservare l’unificazione nazionale a lungo termine e la convivenza. A parte le eccezioni rappresentate dalle infiltrazioni esterne, tutti i gruppi etnici comunicano regolarmente e difendono la frontiera e lo Stato in generale, condividono le risorse e rendono complementari i rispettivi vantaggi. Gli scambi culturali all’interno dell’XPCC hanno aumentato la comprensione reciproca tra persone di diversi gruppi etnici, facilitato lo sviluppo di una cultura avanzata nello Xinjiang e rafforzato la coesione della nazione nelle aree di confine della Cina. La difesa interna Lo Xinjiang ha un lungo confine e la sua salvaguardia è responsabilità che lo Stato cinese ha affidato allo Xinjiang Production and Construction Corps (XPCC). Forza paramilitare altamente organizzata sin dalla sua fondazione, l’XPCC ha per molti anni assunto sia compiti di produzione che di sicurezza, ogni membro assumendo il duplice ruolo di soldato e lavoratore. L’XPCC possiede una robusta milizia e forze di polizia armate i cui membri sono in grado sia di combattere che di lavorare. Insieme ai gruppi dell’esercito, alle forze di polizia e ai residenti locali di vari gruppi etnici dello Xinjiang, il Corpo ha costruito un forte sistema di difesa congiunto alle frontiere. Esso ha inoltre svolto un ruolo speciale nel salvaguardare l’unificazione del Paese e la stabilità sociale dello Xinjiang e nel reprimere i crimini terroristici violenti. Le fattorie reggimentali di frontiera sono forze importanti per la sicurezza dei confini e si prendono cura di intere aree; mentre le aziende si occupano di sottozone, le singole milizie sono responsabili dei propri lotti. L’XPCC ha istituito anche il sistema di difesa comune “quattro in uno”, in cui truppe di stanza, polizia armata, milizie locali e milizie in servizio del Corpo lavorano insieme per salvaguardare la sicurezza delle frontiere cinesi. L’XPCC ha quindi costantemente rafforzato le fattorie reggimentali di frontiera in conformità con lo spiegamento strategico della Cina. Dal 2000 il Corpo ha portato avanti il ​​”Progetto Jinbian”, che si concentra sul miglioramento dell’acqua potabile, dei trasporti, dei servizi medici, delle reti di trasmissione, dell’ambiente e dei servizi igienico-sanitari, della promozione della cultura e della ristrutturazione di case fatiscenti. Ha sfruttato appieno i vantaggi geografici per aprire le zone di confine e promuovere il commercio estero e gli scambi culturali. Ha anche migliorato le condizioni di lavoro e di vita dei residenti locali e ha aumentato la solidarietà, l’attrattività e la forza complessiva delle fattorie reggimentali di confine1. Il compito cruciale dell’XPCC nel mantenere la stabilità dello Xinjiang è anche una necessità concreta per realizzare una pace e una stabilità durature. Dagli anni Ottanta è cresciuta la minaccia delle “tre forze” – separatisti, estremisti religiosi e terroristi – alla stabilità sociale dello Xinjiang. Per far loro fronte, divisioni, reggimenti, compagnie, imprese e istituzioni pubbliche sotto l’XPCC hanno istituito battaglioni, compagnie e plotoni di milizia di emergenza che gli consentono di rispondere rapidamente alle esplosioni di attività particolarmente violente. L’XPCC ha svolto ruoli cruciali nella lotta al terrorismo...
di Marco Costa Nello Xinjiang l’Islam esercita un’influenza notevole nella vita sociale e culturale locale. Attualmente nelle varie parti della regione esistono 23 mila fra moschee e altri centri dediti ad attività religiose, quali templi lamaisti e chiese, in grado di soddisfare le esigenze dei fedeli. La popolazione uigura della Regione è raddoppiata da 5,55 milioni a oltre 12 milioni negli ultimi 40 anni e le persone di tutti i gruppi etnici godono di vari diritti garantiti alle autonomie secondo la legge. Possiamo perciò affermare che nello Xinjiang si stia realizzando – certamente con le difficoltà del caso legate al territorio, ai sabotaggi terroristici, alle interferenze straniere – quel processo di “unità nella molteplicità” sancito costituzionalmente nella Cina odierna, in cui convivono, lavorano e collaborano ben 12 comunità etniche differenti (Han, Uiguri, Kazaki, Hui, Kirghizi, Mongoli, Russi, Xibe, Tagichi, Uzbechi, Tartari e Mancesi) e differenti culti religiosi. L’istituzione della Regione autonoma dello Xinjiang nel 1955 avvenne come naturale conclusione della fondazione della Repubblica Popolare Cinese il 1° ottobre del 1949, a seguito della vittoria nella regione delle forze comuniste su quelle nazionaliste il 12 ottobre dello stesso anno. Vittoria peraltro pacifica, ottenuta a seguito della resa del 25 settembre del generale nazionalista Tao Zhiyue e di Burhan Shahidi, altro leader politico del Kuomintang a Dihua, i quali annunciarono la resa formale delle forze nazionaliste nello Xinjiang ed il riconoscimento della RPC. Quando il fatidico 12 ottobre l’Esercito Popolare di Liberazione entrò nella regione, molti altri generali del Kuomintang come il generale musulmano Han Youwen1 si unirono alla defezione nazionalista e si unirono alle truppe comuniste, continuando in seguito a servire l’EPL come ufficiali nello Xinjiang. Alcuni leader del Kuomintang che non accettarono il nuovo corso politico e istituzionale fuggirono a Taiwan o in Turchia: Ma Chengxiang scappò attraverso l’India a Taiwan; Muhammad Amin Bughra e Isa Yusuf Alptekin fuggirono in Turchia. Masud Sabri fu invece arrestato dai comunisti cinesi e morì in carcere nel 1952. Si parla di Liberazione Pacifica dello Xinjiang essenzialmente perché il passaggio alla nuova autorità comunista venne ottenuta essenzialmente con passaggi politici, visto il quadro più complessivo che dal ’45 in poi andava assumendo la guerra civile cinese tra nazionalisti e comunisti, con questi ultimi ormai lanciati vittoriosamente nel compimento del processo rivoluzionario. Infatti, oltre all’avanzata comunista nelle varie roccaforti nazionaliste, ci fu anche l’occupazione sovietica della Manciuria a seguito degli accordi di Yalta del 1945, con la definitiva resa delle forze imperialiste occupanti giapponesi. Nonostante in un primo momento i nazionalisti parevano meglio addestrati ed equipaggiati rispetto ai comunisti, a partire dal 1947 le truppe di Mao avevano già riconquistato le regioni chiave dello Shandong e dello Shaanxi, rifornitisi delle armi strappate ai giapponesi dopo il “sacco” della Manciuria, di quelle americane sottratte ai nazionalisti e in parte anche di quelle fornitegli dai sovietici. Le truppe maoiste, fortemente motivate dalla spinta ideale marxista e da quella concreta fornitagli dalle masse contadine speranzose di una riforma complessiva del mondo agricolo – che si arruolarono massicciamente...
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Articolo originale Il 23 dicembre, i rappresentanti di Cuba e Cina hanno firmato l’accordo per l’attuazione dell’inserimento effettivo di Cuba nella Belt and Road Initiative, la cosiddetta Nuova Via della Seta. Il 23 dicembre, il vice primo ministro cubano Ricardo Cabrisas Ruiz e il presidente della Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma della Cina, He Lifeng, hanno firmato il Piano di cooperazione tra il governo della Repubblica di Cuba e il governo della Repubblica Popolare Cinese per la promozione congiunta della Cintura Economica della Via della Seta e della Via della Seta Marittima del XXI Secolo. Questo documento rende effettivo il Memorandum d’intesa firmato tra i due governi nel novembre del 2018 per l’inserimento di Cuba nella Belt and Road Initiative. “Il Memorandum è stato preparato in corrispondenza degli obiettivi di sviluppo economico e sociale di Cuba, a cui la Cina partecipa come partner strategico”, si legge sulla testata cubana Granma. “Gli articoli del Piano di cooperazione includono le intenzioni di entrambe le parti di rafforzare e promuovere la cooperazione bilaterale in settori prioritari per Cuba, come lo sviluppo delle infrastrutture, l’istruzione, la cultura, la salute e le biotecnologie, le comunicazioni, la scienza e la tecnologia e il turismo, tra le altre aree. Vengono inoltre concordati progetti e azioni che includano interessi di mutuo vantaggio, con lo scopo di rafforzare e diversificare ulteriormente i legami tra Cuba e la Cina, nonché con i Paesi terzi che sono membri di questa iniziativa”. Questo accordo corrobora la lunga amicizia esistente tra Cuba e la Repubblica Popolare Cinese, tanto che proprio L’Avana fu il primo governo latinoamericano a stabilire relazioni diplomatiche con Pechino nel 1960. Il Paese asiatico è oggi il secondo partner commerciale di Cuba, il secondo Paese per origine delle importazioni ed il primo in qualità di destinazione delle sue esportazioni di prodotti come rum, tabacco, zucchero e caffè. La firma del documento è stata preceduta, nella stessa giornata, dall’incontro tenuto dal presidente Miguel Díaz-Canel alcuni degli investitori cinesi sull’isola di Cuba. Secondo quanto riportato dalla stampa cubana, il capo di Stato ha analizzato i preparativi per avviare il progetto di riconversione tecnologica dell’Empresa Gráfica Habana che avanza nell’ambito di un prestito del governo asiatico. “L’iniziativa consentirà la stampa di quotidiani nella parte occidentale dell’isola, oltre a libri, riviste, quaderni e altre risorse grafiche”, si legge su Prensa Latina. Grazie alla collaborazione con la Cina, la stamperia della capitale cubana avrà a disposizione i macchinari più avanzati del continente latinoamericano. Díaz-Canel ha anche visitato la filiale di Yutong, impresa cinese che si è impegnata nella produzione di autobus ibridi a Cuba. “Il presidente ha ringraziato per il supporto l’azienda, presente nel Paese dal 2005, essendo diventata il principale fornitore di attrezzature per lo sviluppo del trasporto pubblico”, afferma ancora Prensa Latina.  Dal suo account ufficiale su Twitter, il presidente cubano ha sottolineato che il tour gli ha permesso di verificare la serietà e il rigore con cui le aziende cinesi lavorano a L’Avana, e ha ricordato che Cina e Cuba sono unite da “legami intimi e storici“.  Nella giornata del 22 dicembre, l’ambasciatore...
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di Omar Kamal Othman Khalifa Il presente articolo vuole descrivere brevemente il percorso che dal rovesciamento di Gheddafi ha portato fino al caos attuale, analizzando la rosa dei candidati a queste presidenziali, le numerose criticità legate alle elezioni, e i possibili risvolti post-elettorali. Nota preliminare al testo: L’Alta Commissione nazionale per leelezioni in Libia ha annunciato ufficialmente il rinvio delle elezionipresidenziali, che erano fissate per il 24 dicembre. Toccherà ora allaCamera dei rappresentanti fissare una nuova data per il voto Dal rovesciamento di Gheddafi alle prossime elezioni presidenziali e parlamentari imminentiLe elezioni presidenziali in Libia sono state fissate per il 24 dicembre, mentre le elezioni parlamentari, in un primo momento fissate in concomitanza con le presidenziali, sono invece previste per il 14 febbraio. Queste elezioni, sulla carta, dovrebbero tirare la Libia fuori da una decade, quella appena trascorsa, contraddistinta da una lunga e infinita guerra civile, caos, interessi di Paesi terzi che hanno fatto di tutto per far valere i propri interessi schierando milizie e mercenari lungo tutto il Paese. Il coinvolgimento internazionale ha di fatto reso pressoché inutili le numerose conferenze di pace che si sono indette negli ultimi anni a Berlino, Abu Dhabi, Palermo, e Parigi. Un tutti contro tutti, che ha di fatto diviso la Libia in due dal 2014: la regione della Tripolitania a est, la zona più densamente abitata del Paese, sotto il controllo del governo di Tripoli, il GNA (Governo di Unità Nazionale) supportato dalle Nazioni Unite, e la regione della Cirenaica a ovest, scarsamente popolata e controllata dal LNA (Esercito Nazionale della Libia), sotto il diretto controllo del generale Khalid Haftar, il quale controlla anche vaste porzioni di territorio nel sud del Paese. Come si è arrivati a questa condizione di criticità?Nel 2011, sull’onda delle primavere arabe e con l’aiuto della NATO, il regime di Muammar Gheddafi, che durava dal 1969, venne rovesciato. Si sperava in un nuovo inizio per il Paese, una transizione democratica, e invece la caduta di Gheddafi fu solo l’inizio di una spirale di caos. Nel 2014 si tennero delle elezioni per eleggere un nuovo governo democratico, ma il risultato contestato di quella tornata elettorale diede solo il via ad una guerra civile tra l’ovest e l’est. In quell’occasione, il generale Haftar si autoproclamò generale dell’esercito LNA, che altri non è che un insieme di mercenari, fuorilegge, salafiti radicali, combattenti incriminati per la maggior parte per crimini di guerra, dando inizio così alle ostilità. Una guerra civile così inquadrata diede spazio alle potenze straniere per potersi intromettere e curare i propri interessi, e così Francia e Turchia diedero man forte alla parte ovest del Paese, mentre Russia e Emirati Arabi Uniti a quella est. L’Onu ha provato a creare il GNA, un governo di unità al fine di riunire la Libia, ma l’iniziativa non ebbe successo. Il conflitto si protrasse per anni, e nel 2019 il generale Haftar provò a conquistare Tripoli, in un assalto durato 14 mesi. Fu un assalto sanguinoso, ci fu un ingente numero di...
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Articolo Originale Le elezioni svoltesi lo scorso 19 dicembre a Hong Kong sono state l’occasione per analizzare l’evoluzione del sistema politico di questo territorio dal periodo coloniale britannico a oggi. L’Ufficio Informazione della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato un libro bianco qui disponibile in traduzione. Per i media occidentali, le elezioni tenutesi lo scorso 19 dicembre a Hong Kong per il rinnovamento dei 90 seggi del Consiglio Legislativo hanno rappresentato l’ennesima occasione per gettare fango sul governo regionale di Hong Kong e su quello centrale della Repubblica Popolare Cinese. Al contrario, le autorità cinesi hanno colto l’opportunità per pubblicare un interessante libro bianco che analizza e spiega l’evoluzione del sistema politico di Hong Kong verso la democrazia dopo il passaggio di consegne tra il potere coloniale britannico e quello del governo di Pechino. Le elezioni di quest’anno, in particolare, sono state le prime dopo la nuova riforma elettorale, volta a migliorare il sistema politico della regione: “Le elezioni di oggi sono le prime dall’entrata in vigore della riforma elettorale, che ha un grande significato”, ha detto il capo esecutivo Carrie Lam, leader del governo regionale di Hong Kong. Per la prima volta nella storia di Hong Kong, tutti i seggi hanno visto una competizione tra almeno due candidati, mentre in passato alcuni scranni venivano assegnati automaticamente.  Come spiegano Chen Qingqing, Bai Yunyi e Zhao Juecheng sul Global Times, “il precedente metodo elettorale ad Hong Kong era concesso dal governo centrale in accordo con la Costituzione e la Legge fondamentale, ma dal sistema precedente erano emersi problemi dato che il Consiglio Legislativo si era spinto troppo contro lo spirito della Legge fondamentale, diventando un palcoscenico per la lotta politica radicale”. Il nuovo Consiglio Legislativo, invece, “dovrebbe essere un luogo con voci diverse e un’ampia rappresentanza”, ma dovrebbe anche essere “un luogo in cui trovare un terreno comune e soluzioni pratiche per lo sviluppo economico e sociale di Hong Kong piuttosto che creare problemi, come hanno fatto alcuni legislatori anti-governativi in ​​passato per ostacolare oltre 100 progetti di legge con l’ostruzionismo”. Il nuovo sistema elettorale garantirà il pluralismo ma sarà volto ad evitare turbolenze come quelle del 2019, concesse dalle debolezze del sistema precedentemente in vigore: “Qualunque sia la forma di democrazia praticata in qualsiasi luogo, la sicurezza nazionale non può essere messa a repentaglio e, a quel tempo, Hong Kong era diventata un luogo in cui le forze esterne potevano istigare la rivoluzione colorata sfruttando le scappatoie della governance”. Questi ed altri elementi sono analizzati nel dettaglio nel libro bianco sulla democrazia a Hong Kong, che segue la pubblicazione di un libro bianco sull’intero processo democratico popolare cinese e un altro libro bianco sulla democrazia statunitense che esponeva le carenze e gli abusi della democrazia negli Stati Uniti. Il testo in questione inizia con il contesto storico di Hong Kong sotto il dominio coloniale britannico, quando “non esisteva una vera democrazia“. A quel tempo, infatti, il governo britannico ha ripetutamente respinto tutte le richieste di riforme democratiche a Hong Kong e il suo improvviso interesse per le cosiddette riforme elettorali alla fine del dominio coloniale...
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Articolo Originale Il presidente russo Vladimir Putin ha analizzato le tensioni con la NATO ed altre importanti questioni di politica internazionale in una riunione tenuta al ministero della Difesa. Nella giornata di martedì, il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha tenuto un incontro con i vertici del ministero della Difesa per fare i punti su alcune questioni calde riguardanti la politica internazionale. Uno degli argomenti più sentiti dalla leadership russa è quello dell’espansione della NATO verso est, al punto che oramai l’Alleanza Atlantica è arrivata ad inglobare tra i propri membri ex repubbliche sovietiche come le tre repubbliche baltiche, e non ha nascosto l’intenzione di ammetterne altre come Georgia e Ucraina. Questa politica espansionista della più grande alleanza militare del mondo è chiaramente rivolta contro la Russia, e di conseguenza Mosca non può restare a guardare in silenzio. Putin ha voluto mettere in guardia le potenze occidentali dal provocare la Russia, affermando che quest’ultima è pronta a prendere tutte le contromisure tecnico-militari per rispondere alle politiche aggressive perpetrate da Washington e dai suoi alleati europei: “In caso di politica chiaramente aggressiva continuata dai colleghi occidentali, adotteremo adeguate misure tecnico-militari e risponderemo duramente a misure ostili“, ha avvertito il presidente russo. Come ha sottolineato Putin, la Russia “ha pieno diritto” a prendere misure volte a garantirne la sicurezza e la sovranità. “La Russia è sinonimo di sicurezza uguale e indivisibile nell’intero spazio eurasiatico“, ha aggiunto il numero uno del Cremlino. Putin ha chiaramente messo le potenze occidentali di fronte alle proprie responsabilità, affermando la NATO di essere la principale responsabile delle attuali tensioni nel continente europeo. “Quello che sta succedendo ora, le tensioni che sono sorte in Europa, è colpa loro”, ha detto durante il vertice al ministero della Difesa, riferendosi ai governi occidentali. “Dagli anni ’90 in poi, la Russia ha dovuto rispondere alle attività degli Stati Uniti e della NATO”, ha affermato Putin. “Ad ogni passo, la situazione peggiorava costantemente, andava sempre peggio“, ha osservato. “Si è deteriorata sempre di più“. “La decisione della NATO di espandersi verso est è stata un errore di calcolo guidato in parte da un senso di euforia dopo aver vinto la Guerra Fredda”, ha analizzato il presidente russo. “E a causa di una valutazione sbagliata ed erronea della situazione in quel momento e di un’analisi incompetente e imprecisa di potenziali ulteriori sviluppi“, ha continuato. “Semplicemente non potevano esserci altre ragioni“. Queste considerazioni arrivano pochi giorni dopo che, il 17 dicembre, il ministero della Difesa ha pubblicato le bozze di un accordo con gli Stati Uniti sulle garanzie di sicurezza e un accordo tra la Russia e gli Stati membri della NATO sulle misure di sicurezza. Queste bozze sono state elaborate e consegnate lo scorso 15 dicembre in occasione di una riunione con la controparte statunitense presso il ministero della Difesa di Mosca. Putin ha analizzato anche il ruolo della Russia nel conflitto siriano e in altri punti caldi dell’arena internazionale. Secondo il presidente, la presenza militare russa in Siria dà un contributo tangibile al rafforzamento della stabilità di quel Paese:...
Articolo Originale Pechino ha ospitato tre nuove conferenze sulle questioni della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, che hanno avuto luogo il 17 novembre, il 30 novembre e il 6 dicembre. Proseguono senza sosta le conferenze sulle questioni della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, organizzate a Pechino per rispondere alle accuse infondate della propaganda anticinese ai danni del governo della Repubblica Popolare Cinese e di quello regionale. Il 17 novembre, la capitale cinese ha ospitato la 60ma conferenza sul tema, seguita dalla 61ma conferenza il 30 novembre e dalla 62ma il 6 dicembre. Xu Guixiang, portavoce del governo regionale dello Xinjiang e oramai abituale moderatore delle conferenze, ha sferrato diversi attacchi nei confronti del sedicente ricercatore Adrian Zenz, uno dei principali punti di riferimento della propaganda anticinese sulla questione dello Xinjiang. Noi stessi ci eravamo occupati di questo losco figuro in un precedente articolo, nel quale abbiamo rilevato l’infondatezza delle pubblicazioni di Zenz, grazie anche ad alcune testimonianze di suoi ex collaboratori che hanno messo a nudo il metodo di lavoro antiscientifico utilizzato. “Di recente, abbiamo notato che Adrian Zenz sta pubblicando di nuovo fallacie relative allo Xinjiang”, ha dichiarato Xu Guixiang in occasione della 61ma conferenza. “Innanzitutto, la situazione nello Xinjiang non è affatto quella descritta da Adrian Zenz. In passato, nello Xinjiang si sono verificate frequentemente attività violente e terroristiche. I diritti umani fondamentali delle persone di tutti i gruppi etnici, compresa la vita, la salute e la sicurezza, sono stati gravemente violati. Lo Xinjiang è stato in grado di evitare attacchi violenti e terroristici per cinque anni consecutivi combattendo risolutamente contro il terrorismo e l’estremismo. La situazione delle frequenti attività violente e terroristiche in passato è stata capovolta. L’attuale situazione di stabilità sociale e sviluppo economico nello Xinjiang ha fortemente dimostrato la legalità, la necessità e la correttezza di queste politiche e misure adottate nello Xinjiang. La comunità internazionale ha visto chiaramente tutto questo e le persone di tutti i gruppi etnici nello Xinjiang sostengono sinceramente queste misure prese dal governo”. Il portavoce del governo regionale ha accusato le persone come Zenz di essere “cieche di fronte ai fatti dello Xinjiang”. Secondo Xu, costoro “diffondono molte bugie e errori nella comunità internazionale, che vanno contro i fatti nello Xinjiang e le aspirazioni delle persone di tutti i gruppi etnici nello Xinjiang, così come le opinioni di molte persone perspicaci della comunità internazionale che hanno visitato lo Xinjiang”. In particolare, “Adrian Zenz ha agito come portavoce, strumento e fantoccio delle forze anti-cinesi negli Stati Uniti e in Occidente per il proprio ulteriore scopo politico”. Xu ha puntato il dito contro Zenz anche in occasione della 62ma conferenza, rispondendo alle accuse di costui, secondo il quale il governo cinese avrebbe commesso un genocidio della popolazione uigura nella regione dello Xinjiang: “Adrian Zenz, il cosiddetto ‘esperto’, era una ‘canaglia accademica’. È appassionato di fabbricare voci relative allo Xinjiang e di calunniare la Cina. I rapporti che ha pubblicato si basano su informazioni false, con logiche errate e conclusioni assurde. Si può dire che non ha credibilità accademica,...
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di Thierry Pairault, con il contributo di: Laure Deron (avvocato al foro di Parigi), Thierry Pairault (direttore emerito di ricerca al CNRS) e Paola Pasquali (docente alla Webster University in Ghana) Credi che non c’è malvagità di base, né orrori, né favola assurda, che non si faccia adottare ai fannulloni di una grande città facendolo bene. (Il Barbiere di Siviglia, Beaumarchais) Il 21 giugno il Journal de 20 heures di France 2 ha mandato in onda un servizio [1] in cui si spiegava che il Montenegro, un piccolo Paese fortemente indebitato, correva il rischio di “dovere cedere terreni alla Cina” perché non poteva rimborsare un prestito alla costruzione di un’autostrada. Gli autori espongono che la Cina potrebbe benissimo “annettersi presto, in maniera perfettamente legale”, il porto balcanico di Bar grazie a un “contratto incredibile”, già – precisano – “applicato dai cinesi in Sri Lanka o a Gibuti”. Il Paese, si apprende, ha accettato “clausole mai viste in Europa (…): il contratto prevede che se il Montenegro non potrà rimborsare la banca cinese, allora dovrà concedere dei terreni”. Tanto che si dice che lo Stato abbia chiesto all’Unione Europea di “aiutare a rimborsare i cinesi, prima che non si paghino in territorio”. Veramente? A sostegno delle sue affermazioni, il rapporto presenta una fotografia dell’articolo 8.1 del contratto (in inglese) così formulato: “he Borrower hereby irrevocably waives any immunity on the grounds of sovereign or otherwise (…)“, ma che dà, al riguardo, una traduzione francese dal falso significato: “Il debitore rinuncia irrevocabilmente alla sua immunità sul suo territorio sovrano”. Tuttavia, la frase on the grounds of non ha qui nulla a che fare con le terre montenegrine; è un’espressione idiomatica corrente che significa in ragione di, e che designa più precisamente, nel linguaggio giuridico, il fondamento di un diritto. La traduzione corretta è: “Il mutuatario rinuncia irrevocabilmente a qualsiasi immunità derivata dalla sua sovranità…”. Tale clausola prevede quindi una rinuncia a qualsiasi immunità che lo Stato del Montenegro potrebbe rivendicare sotto la propria sovranità, al fine di paralizzare il meccanismo di risoluzione delle controversie (e non di rimborsare il prestito). Questa clausola è presente nella maggior parte dei contratti commerciali, in particolare nel caso dei partenariati pubblico-privati ​​(come avviene per quasi tutti i progetti infrastrutturali) che prevedono contratti stipulati tra un soggetto privato, spesso straniero, e un’emanazione del potere pubblico di uno Stato. Prevede che le eventuali controversie siano sottoposte ad una procedura non giudiziale, affidata ad uno o più arbitri (generalmente scelti tra avvocati o periti tecnici) nominati dalle parti, che optano per tale soluzione arbitrale in ragione della loro discrezionalità (la procedura essendo confidenziale), la sua relativa rapidità e l’imparzialità del collegio così composto. La rinuncia all’immunità sovrana dalla giurisdizione e dall’esecuzione (privilegio per cui uno Stato potrebbe rifiutarsi di comparire) consente l’esecuzione dell’arbitrato. Nel diritto francese, il dibattito dottrinale sulla capacità dello Stato e dei suoi enti di promettere, per contratto, che accetteranno di rispondere dei propri impegni contrattuali davanti ai tribunali privati ​​è stato deciso dalla Corte...
egitto-bandiera
di Omar Kamal Othman Khalifa Il presente articolo analizza il passaggio dell’Egitto da una politica orientata alle questioni domestiche ad una caratterizzata dal ritorno al centro della scena diplomatica regionale. Vengono quindi passati in rassegna i principali passi di questa politica, passando dalla questione energetica del Mediterraneo ai vari rapporti con importanti Paesi quali Israele, Libia, Turchia, Iraq e Giordania, accennando anche al rapporto sempre più difficoltoso con gli Emirati. I motivi di un ritorno Dalla deposizione di Hosni Mubarak, che vide la sua dittatura sgretolarsi sull’onda dell’entusiasmo di una primavera araba che dalla Tunisia si propagò sino all’Egitto nel 2011, il Paese dei Faraoni decise di inaugurare un periodo di politica rivolta maggiormente alla delicate questioni interne, ritirandosi di fatto dalla scena diplomatica regionale ed internazionale. La caduta della Fratellanza Musulmana nel 2013 è stato un periodo di profonda turbolenza politica e sociale, e i primi anni dell’era Al-Sisi si caratterizzarono per una situazione economica piuttosto precaria, all’insegna dell’alta inflazione, di una disoccupazione giovanile e femminile dilagante, di un tasso del debito pubblico sul Pil in costante ascesa, di un tasso di povertà drammaticamente alto, e di settori chiave come educazione, sanità e protezione sociale che non venivano finanziati sufficientemente, lasciando la popolazione in una situazione di povertà e malessere. La stagione di riforme macroeconomiche inaugurata nel 2016, in collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale, non ha di certo risolto tutte queste problematiche, ma è servita perlomeno a dare al Paese delle prospettive economiche positive. Grazie allo sganciamento della lira egiziana dal tasso fisso, al consolidamento fiscale, al contenimento del salario pubblico e al netto taglio dei sussidi energetici – basti pensare che nel 2013 questi rappresentavano il 22% della spesa governativa annuale – l’Egitto ha potuto beneficiare dell’inflazione in continua discesa, dell’apprezzamento della lira egiziana sul dollaro, e della costante crescita del Pil, che dal 2018 si è attestata ad oltre il 5%, fatta eccezione per lo scorso anno e quello corrente, i quali hanno registrato una crescita 3.6% del 2020 e il 3.3% del 2021, che è rallentata a causa della pandemia, mantenendo comunque sempre un trend positivo. Sebbene con ancora molte ombre, prima fra tutte gli standard di vita di una popolazione che ancora lotta per assicurarsi una vita dignitosa, l’Egitto ha comunque beneficiato di questo suo momentum macroeconomico positivo per cambiare la direzione della sua politica da qualche anno a questa parte e il Governo del Cairo ha rimesso in primo piano la politica estera, rivolgendosi soprattutto ai rapporti regionali con i propri vicini. Passando dalla cooperazione energetica per lo sfruttamento delle risorse del Mediterraneo, ad una politica di distensione con molti dei Paesi limitrofi, negli ultimi anni l’Egitto è riuscito a spostare l’asset geopolitico regionale verso di sé. -La questione energetica nel Mediterraneo Tra il 2009 e il 2018, all’incrocio tra le acque territoriali cipriote, israeliane ed egiziane sono stati scoperti svariati giacimenti gasiferi, che hanno dato il via ad una disputa regionale sul controllo delle Zee del Mediterraneo (zone economiche esclusive, ossia...