di Giulio Chinappi Il rapido sviluppo e la diffusione della prosperità nella regione cinese dello Xinjiang sono la prova visibile delle menzogne diffuse dalla propaganda anticinese. Di seguito la traduzione dell’articolo pubblicato il 31 agosto dal Global Times.
Focus Xinjiang
A cura di Giulio Chinappi Insieme a Maria Morigi, docente e studiosa di archeologia, storia dell’arte e religioni orientali, affrontiamo la questione dello Xinjiang, smentendo la propaganda anticinese dei media occidentali e approfondendo la conoscenza di questa regione, anche alla luce dell’iniziativa della Nuova Via della Seta. Newsletter Centro Studi Eurasia e Mediterraneo [tnp_form id=”1″]
Disponibile il libro La questione di Taiwan e la riunificazione pacifica della Cina, pubblicato per i tipi di Anteo Edizioni e scritto Marco Costa, Andrea Turi e Stefano Vernole membri del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSE-M). Prefazione di Liu Kan, Console Generale della Repubblica Popolare Cinese a Milano. Per acquistare il libro Per beneficiare del 20% di sconto sui volumi del catalogo di Anteo Edizioni e di molti altri vantaggi, richiedi la tessera del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo Descrizione del libro Secondo un recente rapporto presentato dal Pentagono al Congresso, la Cina rappresenta “la sfida sistemica più significativa per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e per una comunità internazionale libera e aperta”, sottolineando un approccio militare “sempre più coercitivo” da parte di Pechino nella regione Indo-Pacifico.Come sempre, gli Stati Uniti rimangono maestri nell’attribuire agli altri le proprie intenzioni, seppure in questa occasione fatichino a trovare un terreno globalmente condiviso per attuare i loro piani di dominio. La collocazione geopolitica di Taiwan conserva un’importanza vitale in relazione alle vie essenziali del traffico marittimo, attraverso cui vengono trasportati greggio e altre materie prime verso la Repubblica Popolare Cinese: in caso di conflitto, per gli USA diverrebbe essenziale tagliare o rallentare le forniture di petrolio a Pechino. Taiwan possiede inoltre una posizione geografica strategica globale sulla rotta commerciale marittima che collega l’Asia orientale al Sud-est asiatico e al Canale di Suez.L’amputazione di Taiwan rappresenta per la Cina una “ferita aperta” e la sua riunificazione alla madrepatria segnerebbe la conclusione definitiva della guerra civile sfociata nella nascita della Repubblica Popolare Cinese; questa è la ragione per cui la diplomazia di Pechino l’ha definita “una linea rossa” nei suoi rapporti con Washington.Il libro scritto da tre ricercatori del CeSEM analizza inoltre la questione di Taiwan cercando di rispondere ad alcune domande: la Cina ha dalla sua parte il diritto storico e quello internazionale? Quali sono i legami economici tra l’Isola e la Cina continentale? La formula un Paese e due sistemi è ancora valida?Risposte urgenti, finché una soluzione pacifica è ancora possibile.
Disponibile il libro Xinjiang: Storia e Sviluppo, pubblicato per i tipi di Anteo Edizioni e scritto Marco Costa, Andrea Turi e Stefano Vernole membri del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSE-M). Prefazione di Liu Kan, Console Generale della Repubblica Popolare Cinese a Milano. Per acquistare il libro Per beneficiare del 20% di sconto sui volumi del catalogo di Anteo Edizioni e di molti altri vantaggi, richiedi la tessera del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo Descrizione del libro Considerato “il cuore dell’Eurasia”, lo Xinjiang (in cinese Nuova Frontiera) è con i suoi 1.660.000 chilometri quadrati di superficie – oltre cinque volte l’Italia – la più estesa divisione amministrativa della Cina. Ha fatto parte dell’Impero fin dai tempi remoti e la presenza cinese vi risale alla Dinastia Han (202-220 d.C.).Le difficili condizioni climatiche e geografiche della regione complicano lo sfruttamento delle ingenti risorse energetiche del suo sottosuolo, petrolio e gas naturale innanzitutto, ma anche immensi giacimenti di minerali e di carbone.Soprattutto dallo Xinjiang parte o passa un corridoio di iniziative commerciali e condotte di idrocarburi che lo collegano agli alleati della Repubblica Popolare Cinese quali la Russia, alcune Repubbliche dell’Asia Centrale e il Pakistan. Per comprenderne appieno l’importanza geografica è sufficiente ricordare che sono almeno tre le rotte della Nuova Via della Seta destinate ad attraversarlo.Proprio a causa della sua importanza geopolitica è stato nel corso degli anni sottoposto ad un tentativo di destabilizzazione esterna condotto dalle nazioni atlantiche, il pretesto è stato la presenza di una minoranza uigura. In realtà, dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese ad oggi ha conosciuto uno sviluppo demografico imponente (la politica del “figlio unico” – oggi abolita in tutto il Paese – non è mai stata applicata alle minoranze) e un decollo economico straordinario grazie agli ingenti capitali investiti da Pechino nella regione.Il libro affronta perciò la questione dello Xinjiang sotto vari aspetti, chiarendo inequivocabilmente le politiche decennali attuate dalla Repubblica Popolare Cinesi nell’area e la strumentalizzazione della minoranza uigura compiuta dall’Occidente.
Sono disponibili le copie del libro Xinjiang. Storia e Sviluppo, un progetto di ricerca condotto dal Centro Studi Eurasia e Mediterraneo. Il libro è acquistabile con le seguenti formule: 1 copia numerata del libro Xinjiang. Storia e Sviluppo: 20 euro (per i tesserati del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo 15 euro) Libro Xinjiang. Storia e Sviluppo + Hong Kong. IL “PORTO PROFUMATO” DELLA RPC TRA STORIA, ECONOMIA E INGERENZE STRANIERE: 25 euro Libro Xinjiang. Storia e Sviluppo + Tessera Centro Studi Eurasia e Mediterraneo: 20 euro 3 copie del libro Xinjiang. Storia e Sviluppo: 45 euro (per i tesserati del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo 36 euro). Le copie possono essere richieste ai seguenti indirizzi mail: cpeurasia@gmail.com presidenza@cese-m.eu Il libro è in vendita anche sulla piattaforma Amazon
di Andrea Turi In questo articolo, l’ultimo del focus, si chiude il cerchio andando a trattare il tema relativo a come le vicende dello Xinjiang vengono trattate dai media occidentali e cercando di capire quali sono le fonti di questo racconto distorto, con particolare attenzione al lavoro di documentazione – propaganda svolto dalle organizzazioni non governative occidentali. “Alla fine, la verità semplicemente non importerà. La narrazione popolare, controfattuale oppure no, un giorno vincerà”. Queste le parole introduttive di un articolo a firma Milton Bearden, pubblicato da National Interest1, in cui viene declinata un’analisi dell’information warfare facendo un confronto tra la guerra fredda ed i giorni nostri e che fornisce il framing ideale per la comprensione delle dinamiche che governano il flusso info-comunicativo nelle relazioni internazionali. Il Cornerstones of Information Warfare dell’United States Air Force (USAF) fa confluire in questa tipologia di attività di guerra “qualsiasi azione volta a negare, sfruttare, corrompere o distruggere le informazioni del nemico e le sue funzioni, proteggendo noi stessi contro quelle azioni e sfruttando le nostre stesse forze armate con funzioni informative2”. La guerra dell’informazione non è certo qualcosa di nuovo, tanto che gli studiosi militari fanno risalire l’uso delle informazioni come strumento nelle operazioni di guerra e di guerriglia al libro “Arte delle Guerra” dello stratega militare cinese del V secolo a.C. Sun Tzu e alla sua enfasi sull’importanza di dotarsi di una intelligence accurata, funzionale alla superiorità decisionale su un nemico più potente. Questi antichi strateghi hanno contribuito a gettare le basi per quella guerra dell’informazione che si è sviluppata nei tempi attuali. Avendo luogo al di sotto del livello di un conflitto armato, la guerra dell’informazione comprende tutta la vasta gamma di operazioni militari e governative atte a proteggere e sfruttare le informazioni a proprio favore, spettro di possibilità in cui ricadono anche le campagne di disinformazione, uno dei tasselli di cui si compone l’ampio campo dell’information warfare. Franco Iacch dalle pagine online de “Il Giornale”scrive che sarebbe opportuno rilevare come “l’Information Warfare non è un’attività limitata al tempo di guerra. La guerra informativa-psicologica (che si discosta da quella prettamente informatica utilizzata in tempo di guerra) è costantemente in corso a prescindere dallo stato di relazioni con l’avversario. È quindi una forma di guerra globale con l’obiettivo di trafugare, interdire, manipolare, distorcere o distruggere le informazioni tramite tutti i canali e i metodi disponibili. L’Information Warfare è il punto di partenza di ogni guerra ibrida in cui si fa ampio utilizzo dei mass media e delle reti informatiche globali, la maggior parte dei civili non è preparata psicologicamente ad operare in un clima di Information Warfare e fake news […]. L’essere umano crea modelli mentali e formula idee in base alla sua percezione della realtà, disinformazione e fake news possono influenzare il modo in cui gli individui interpretano gli sviluppi quotidiani. Quando da sporadiche e disordinate queste attività si trasformano in organizzate e sistematiche, diventano vere campagne di disinformazione potenzialmente in grado di sconvolgere governance di interi Paesi3”. È quello che...
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE Il 13 gennaio, Pechino ha ospitato la 67ma Conferenza sulle questioni relative allo Xinjiang, organizzata dalle autorità della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. Questo ciclo di conferenze si è reso necessario per rispondere alle falsità propagandate da alcuni mass media e governi occidentali, in particolare negli Stati Uniti, che in questo modo tentano di denigrare tanto il governo regionale quanto quello centrale della Repubblica Popolare Cinese. L’evento, come da tradizione, è stato aperto da Xu Guixiang, portavoce del governo della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. Nella sua presentazione, Xu ha fatto riferimento ad una legge approvata lo scorso 23 dicembre negli USA, denominata Uygur Forced Labor Prevention Act. Questa legge rappresenta un precedente molto pericoloso e viola ogni principio del diritto internazionale, in quanto si tratta di una legge riguardante la politica interna di un Paese terzo. Secondo Xu, la legge “ignora i fatti, diffama le condizioni dei diritti umani nello Xinjiang” e soprattutto è volta a “rovinare lo sviluppo” della regione, attraverso le sanzioni imposte alle imprese locali. Ancora, la legge “interferisce bruscamente negli affari interni della Cina elaborando schemi per contenere lo sviluppo della Cina attraverso questioni legate allo Xinjiang. Incontra una forte condanna da parte del popolo cinese e di coloro nella comunità internazionale che cercano di difendere la giustizia”. “Gli Stati Uniti mirano a creare “disoccupazione forzata” e “povertà forzata”, violare i diritti umani di tutti i gruppi etnici compresi gli uiguri e minare la buona situazione di stabilità e armonia sociale, pace e contentezza del suo popolo nello Xinjiang piuttosto che salvaguardare i benefici di cui godono gli uiguri”, ha proseguito il portavoce. “L’accusa che ci sia il cosiddetto “lavoro forzato” nello Xinjiang è semplicemente una pseudo-affermazione. Lo Xinjiang sostiene una filosofia incentrata sulle persone, tiene alta la bandiera dello stato di diritto socialista, si attiene rigorosamente alla Costituzione cinese, alle leggi e ai regolamenti e implementa attivamente gli standard internazionali del lavoro per garantire pienamente i diritti del lavoro delle persone di tutti i gruppi etnici”, ha aggiunto. Questa volta, la conferenza ha visto la partecipazione anche di illustri ospiti provenienti da altri Paesi, che hanno potuto portare la propria testimonianza. Il primo a prendere la parola è stato Ali el-Hefny, ex viceministro degli Esteri dell’Egitto ed ex ambasciatore dell’Egitto in Cina, intervenuto in collegamento video. El-Hefny è anche noto nell’ambiente accademico egiziano come uno dei massimi esperti sulla Cina. “Nessun altro Paese ha affrontato tante sfide e difficoltà come la Cina. Con un quinto della popolazione mondiale, la Cina possiede un vasto territorio e confina con 10 Paesi diversi fra loro”, ha esordito il diplomatico nordafricano. “Dobbiamo riconoscere che dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, diverse generazioni dei suoi leader hanno ottenuto grandi risultati che la maggior parte dei Paesi del mondo non ha ottenuto, il che è un miracolo”. “Il Partito Comunista Cinese è stato molto preoccupato per le situazioni delle aree di confine occidentali della Cina, in particolare dello Xinjiang, perché infiltrato da alcune organizzazioni straniere e da alcuni...
di Stefano Vernole Lo Xinjiang è una regione multietnica e l’unità della popolazione è stata fondamentale per preservare l’unificazione nazionale a lungo termine e la convivenza. A parte le eccezioni rappresentate dalle infiltrazioni esterne, tutti i gruppi etnici comunicano regolarmente e difendono la frontiera e lo Stato in generale, condividono le risorse e rendono complementari i rispettivi vantaggi. Gli scambi culturali all’interno dell’XPCC hanno aumentato la comprensione reciproca tra persone di diversi gruppi etnici, facilitato lo sviluppo di una cultura avanzata nello Xinjiang e rafforzato la coesione della nazione nelle aree di confine della Cina. La difesa interna Lo Xinjiang ha un lungo confine e la sua salvaguardia è responsabilità che lo Stato cinese ha affidato allo Xinjiang Production and Construction Corps (XPCC). Forza paramilitare altamente organizzata sin dalla sua fondazione, l’XPCC ha per molti anni assunto sia compiti di produzione che di sicurezza, ogni membro assumendo il duplice ruolo di soldato e lavoratore. L’XPCC possiede una robusta milizia e forze di polizia armate i cui membri sono in grado sia di combattere che di lavorare. Insieme ai gruppi dell’esercito, alle forze di polizia e ai residenti locali di vari gruppi etnici dello Xinjiang, il Corpo ha costruito un forte sistema di difesa congiunto alle frontiere. Esso ha inoltre svolto un ruolo speciale nel salvaguardare l’unificazione del Paese e la stabilità sociale dello Xinjiang e nel reprimere i crimini terroristici violenti. Le fattorie reggimentali di frontiera sono forze importanti per la sicurezza dei confini e si prendono cura di intere aree; mentre le aziende si occupano di sottozone, le singole milizie sono responsabili dei propri lotti. L’XPCC ha istituito anche il sistema di difesa comune “quattro in uno”, in cui truppe di stanza, polizia armata, milizie locali e milizie in servizio del Corpo lavorano insieme per salvaguardare la sicurezza delle frontiere cinesi. L’XPCC ha quindi costantemente rafforzato le fattorie reggimentali di frontiera in conformità con lo spiegamento strategico della Cina. Dal 2000 il Corpo ha portato avanti il ”Progetto Jinbian”, che si concentra sul miglioramento dell’acqua potabile, dei trasporti, dei servizi medici, delle reti di trasmissione, dell’ambiente e dei servizi igienico-sanitari, della promozione della cultura e della ristrutturazione di case fatiscenti. Ha sfruttato appieno i vantaggi geografici per aprire le zone di confine e promuovere il commercio estero e gli scambi culturali. Ha anche migliorato le condizioni di lavoro e di vita dei residenti locali e ha aumentato la solidarietà, l’attrattività e la forza complessiva delle fattorie reggimentali di confine1. Il compito cruciale dell’XPCC nel mantenere la stabilità dello Xinjiang è anche una necessità concreta per realizzare una pace e una stabilità durature. Dagli anni Ottanta è cresciuta la minaccia delle “tre forze” – separatisti, estremisti religiosi e terroristi – alla stabilità sociale dello Xinjiang. Per far loro fronte, divisioni, reggimenti, compagnie, imprese e istituzioni pubbliche sotto l’XPCC hanno istituito battaglioni, compagnie e plotoni di milizia di emergenza che gli consentono di rispondere rapidamente alle esplosioni di attività particolarmente violente. L’XPCC ha svolto ruoli cruciali nella lotta al terrorismo...
di Marco Costa Nello Xinjiang l’Islam esercita un’influenza notevole nella vita sociale e culturale locale. Attualmente nelle varie parti della regione esistono 23 mila fra moschee e altri centri dediti ad attività religiose, quali templi lamaisti e chiese, in grado di soddisfare le esigenze dei fedeli. La popolazione uigura della Regione è raddoppiata da 5,55 milioni a oltre 12 milioni negli ultimi 40 anni e le persone di tutti i gruppi etnici godono di vari diritti garantiti alle autonomie secondo la legge. Possiamo perciò affermare che nello Xinjiang si stia realizzando – certamente con le difficoltà del caso legate al territorio, ai sabotaggi terroristici, alle interferenze straniere – quel processo di “unità nella molteplicità” sancito costituzionalmente nella Cina odierna, in cui convivono, lavorano e collaborano ben 12 comunità etniche differenti (Han, Uiguri, Kazaki, Hui, Kirghizi, Mongoli, Russi, Xibe, Tagichi, Uzbechi, Tartari e Mancesi) e differenti culti religiosi. L’istituzione della Regione autonoma dello Xinjiang nel 1955 avvenne come naturale conclusione della fondazione della Repubblica Popolare Cinese il 1° ottobre del 1949, a seguito della vittoria nella regione delle forze comuniste su quelle nazionaliste il 12 ottobre dello stesso anno. Vittoria peraltro pacifica, ottenuta a seguito della resa del 25 settembre del generale nazionalista Tao Zhiyue e di Burhan Shahidi, altro leader politico del Kuomintang a Dihua, i quali annunciarono la resa formale delle forze nazionaliste nello Xinjiang ed il riconoscimento della RPC. Quando il fatidico 12 ottobre l’Esercito Popolare di Liberazione entrò nella regione, molti altri generali del Kuomintang come il generale musulmano Han Youwen1 si unirono alla defezione nazionalista e si unirono alle truppe comuniste, continuando in seguito a servire l’EPL come ufficiali nello Xinjiang. Alcuni leader del Kuomintang che non accettarono il nuovo corso politico e istituzionale fuggirono a Taiwan o in Turchia: Ma Chengxiang scappò attraverso l’India a Taiwan; Muhammad Amin Bughra e Isa Yusuf Alptekin fuggirono in Turchia. Masud Sabri fu invece arrestato dai comunisti cinesi e morì in carcere nel 1952. Si parla di Liberazione Pacifica dello Xinjiang essenzialmente perché il passaggio alla nuova autorità comunista venne ottenuta essenzialmente con passaggi politici, visto il quadro più complessivo che dal ’45 in poi andava assumendo la guerra civile cinese tra nazionalisti e comunisti, con questi ultimi ormai lanciati vittoriosamente nel compimento del processo rivoluzionario. Infatti, oltre all’avanzata comunista nelle varie roccaforti nazionaliste, ci fu anche l’occupazione sovietica della Manciuria a seguito degli accordi di Yalta del 1945, con la definitiva resa delle forze imperialiste occupanti giapponesi. Nonostante in un primo momento i nazionalisti parevano meglio addestrati ed equipaggiati rispetto ai comunisti, a partire dal 1947 le truppe di Mao avevano già riconquistato le regioni chiave dello Shandong e dello Shaanxi, rifornitisi delle armi strappate ai giapponesi dopo il “sacco” della Manciuria, di quelle americane sottratte ai nazionalisti e in parte anche di quelle fornitegli dai sovietici. Le truppe maoiste, fortemente motivate dalla spinta ideale marxista e da quella concreta fornitagli dalle masse contadine speranzose di una riforma complessiva del mondo agricolo – che si arruolarono massicciamente...
Articolo Originale Pechino ha ospitato tre nuove conferenze sulle questioni della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, che hanno avuto luogo il 17 novembre, il 30 novembre e il 6 dicembre. Proseguono senza sosta le conferenze sulle questioni della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, organizzate a Pechino per rispondere alle accuse infondate della propaganda anticinese ai danni del governo della Repubblica Popolare Cinese e di quello regionale. Il 17 novembre, la capitale cinese ha ospitato la 60ma conferenza sul tema, seguita dalla 61ma conferenza il 30 novembre e dalla 62ma il 6 dicembre. Xu Guixiang, portavoce del governo regionale dello Xinjiang e oramai abituale moderatore delle conferenze, ha sferrato diversi attacchi nei confronti del sedicente ricercatore Adrian Zenz, uno dei principali punti di riferimento della propaganda anticinese sulla questione dello Xinjiang. Noi stessi ci eravamo occupati di questo losco figuro in un precedente articolo, nel quale abbiamo rilevato l’infondatezza delle pubblicazioni di Zenz, grazie anche ad alcune testimonianze di suoi ex collaboratori che hanno messo a nudo il metodo di lavoro antiscientifico utilizzato. “Di recente, abbiamo notato che Adrian Zenz sta pubblicando di nuovo fallacie relative allo Xinjiang”, ha dichiarato Xu Guixiang in occasione della 61ma conferenza. “Innanzitutto, la situazione nello Xinjiang non è affatto quella descritta da Adrian Zenz. In passato, nello Xinjiang si sono verificate frequentemente attività violente e terroristiche. I diritti umani fondamentali delle persone di tutti i gruppi etnici, compresa la vita, la salute e la sicurezza, sono stati gravemente violati. Lo Xinjiang è stato in grado di evitare attacchi violenti e terroristici per cinque anni consecutivi combattendo risolutamente contro il terrorismo e l’estremismo. La situazione delle frequenti attività violente e terroristiche in passato è stata capovolta. L’attuale situazione di stabilità sociale e sviluppo economico nello Xinjiang ha fortemente dimostrato la legalità, la necessità e la correttezza di queste politiche e misure adottate nello Xinjiang. La comunità internazionale ha visto chiaramente tutto questo e le persone di tutti i gruppi etnici nello Xinjiang sostengono sinceramente queste misure prese dal governo”. Il portavoce del governo regionale ha accusato le persone come Zenz di essere “cieche di fronte ai fatti dello Xinjiang”. Secondo Xu, costoro “diffondono molte bugie e errori nella comunità internazionale, che vanno contro i fatti nello Xinjiang e le aspirazioni delle persone di tutti i gruppi etnici nello Xinjiang, così come le opinioni di molte persone perspicaci della comunità internazionale che hanno visitato lo Xinjiang”. In particolare, “Adrian Zenz ha agito come portavoce, strumento e fantoccio delle forze anti-cinesi negli Stati Uniti e in Occidente per il proprio ulteriore scopo politico”. Xu ha puntato il dito contro Zenz anche in occasione della 62ma conferenza, rispondendo alle accuse di costui, secondo il quale il governo cinese avrebbe commesso un genocidio della popolazione uigura nella regione dello Xinjiang: “Adrian Zenz, il cosiddetto ‘esperto’, era una ‘canaglia accademica’. È appassionato di fabbricare voci relative allo Xinjiang e di calunniare la Cina. I rapporti che ha pubblicato si basano su informazioni false, con logiche errate e conclusioni assurde. Si può dire che non ha credibilità accademica,...