Articolo originale: http://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/articoli/229-il-socialismo-prospero-saggi-sulla-via-cinese La pubblicazione del libro Il socialismo prospero, saggi sulla via cinese (Milano, 2017) è in piena sintonia coi lavori congressuali del PCC, appena conclusi a Beijing. Di seguito una breve ricognizione. Struttura, obiettivo e significato Il volume è una raccolta di saggi, miei e di alcuni colleghi, pubblicati su varie testante online negli ultimi due anni. Si tratta di contributi mediamente brevi e di facile accesso, che tuttavia offrono di volta in volta analisi ampiamente documentate. Il lavoro è stato diviso in 5 parti (modello di sviluppo, geopolitica, questione tibetana, vertici internazionali e finanza), che sono state arricchite dalla prefazione del professor Domenico Losurdo – significativamente titolata Per farla finita una volta per sempre con la sinofobia – e dalla presentazione dell’ambasciatore Li Ruiyu. Il primo saggio costituisce una breve storia della sinofobia sin dalle guerre dell’oppio, mentre la presentazione dell’ambasciatore si focalizza su alcuni punti chiave dei rapporti sino-italiani. Inoltre, sono state inserite delle appendici: la traduzione del discorso del segretario Xi Jinping a Davos (WEF, dicembre 2017), una lunga intervista al professor Losurdo sul modello di sviluppo cinese e due recensioni, una al libro di Giovanni Arrighi (Adam Smith in Beijing, 2007) e un’altra a quello di Diego Angelo Bertozzi (Cina, da sabbia informe a potenza globale 2016). Per sintetizzare l’obiettivo del volume, prendo in prestito due brevi passaggi del testo di apertura di Losurdo, che ben coglie il fine ultimo del libro: Dopo aver liberato dalla miseria centinaia e centinaia di milioni persone – un processo per la sua ampiezza e la sua rapidità senza precedenti nella storia – il grande paese asiatico sta ora bruciando le tappe dello sviluppo tecnologico. E ancora una volta, i risultati conseguiti o che si profilano all’orizzonte sono di portata storica: il monopolio dell’alta tecnologia per secoli detenuto dall’Occidente capitalistico, che spesso se ne è servito per assoggettare o tiranneggiare il resto del mondo, sta dileguando; si stanno realizzando le condizioni oggettive per la democratizzazione delle relazioni internazionali, alla quale peraltro continuano ostinatamente ad opporsi l’imperialismo e l’egemonismo […]. Senza rompere definitivamente con il colonialismo e il neocolonialismo e senza farla finita con la sinofobia, senza instaurare un rapporto nuovo e positivo con la Repubblica popolare cinese, non solo non è possibile promuovere la causa della pace e della democratizzazione dei rapporti internazionali, ma non è neppure possibile per l’Europa e l’Occidente liberarsi realmente dell’eredità nefasta delle pagine più nere della loro storia e ritrovare la loro anima migliore. È un motivo in più per salutare Il socialismo prospero. Saggi sulla Via Cinese. A questo punto è necessario soffermarsi brevemente sul significato del titolo, il socialismo prospero, saggi sulla via cinese. L’espressione appartiene all’esperienza socialista della Cina. Essa risale al pensiero di Deng Xiaoping, che richiamava l’attenzione sulla necessità di spezzare il rapporto socialismo-povertà, ricordando che il socialismo non è la condivisione della povertà, ma la capacità di produrre ricchezza per fini sociali e collettivi. Pertanto, nell’esperienza del marxismo orientale la contrapposizione capitalismo-socialismo comunista è molto meno idiosincratica rispetto all’esperienza occidentale. Per ragioni...
Mese: Novembre 2017
COREA DEL NORD. Oltre la verità ufficiale. Questo il titolo dell’incontro di giovedì 30 novembre 2017, ore 19, presso l’Athenaeum Café di Via Canalino 81 a Modena (Mo) Interverrà Stefano Vernole (CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo). Al termine dell’incontro vi sarà un rinfresco gratuito per i partecipanti. FOTOREPORTAGE
Articolo originale: http://www.opinione-pubblica.com/tibet-legami-sino-tibetani-lindipendentismo-lamaista/ In questo servizio il Prof. Fabio Massimo Parenti ci illustra la storia millenaria dei rapporti sino-tibetani ed il ruolo tenuto dall’ultimo Dalai Lama, Tenzin Gyatso, in merito alla controversa realtà dell’indipendentismo del Tibet. Le visite del XIV Dalai Lama in Occidente sono frequenti. L’ultima in Italia è stata a settembre e, recentemente, anche l’Università di Urbino ha avanzato un invito a Tenzin Gyatso per celebrare i cento anni dalla sua fondazione. Viene da chiedersi se il Dalai Lama sia richiesto ed invitato solo per i suoi messaggi di pace, oppure perché è personalità di fama mondiale che dà lustro e visibilità mediatica all’istituzione ospitante. I più ingenui risponderebbero per entrambe le cose. Certo, si combinano, ma spesso è il secondo aspetto quello maggiormente determinante. A ciò si aggiunge un altro elemento: la scarsa conoscenza del ruolo storico svolto dal XIV Dalai Lama. I cinesi sono molto critici rispetto a questo uso “interessato” da parte straniera del Dalai Lama, in quanto figura al centro di tensioni geopolitiche, ma anche veicolo di contese intra-buddiste (si veda Parenti 2017a). Le sue posizioni indipendentiste, a tratti affievolitesi, ma mai del tutto spente, sono infatti foriere di tensioni più che di armonia. Di seguito proviamo a presentare alcuni tratti della storia tibetana, al fine di mettere a fuoco i legami storici tra Tibet e Cina, fino a giungere all’individuazione degli elementi che hanno favorito un uso strumentale delle pulsioni indipendentiste veicolate dal Dalai Lama. I legami con la Cina La plurimillenaria interazione, e spesso il co-sviluppo, tra civiltà cinese e regno del Tibet è spesso ignorata. Il Tibet ha avuto legami con le civiltà del fiume Giallo e Azzurro che risalgono alla preistoria e che nel corso del tempo si sono intensificati. Interessante ricordare, ad esempio, il matrimonio tra il re tibetano Songtsen Gampo e la principessa cinese Wencheng della dinastia Tang, avvenuto nella metà del VII secolo. A quel tempo il regno del Tibet, Regno Tubo, si era espanso notevolmente, essendo riuscito a unire il plateau Qinghai-Tibet, non senza spargimenti di sangue (Chen, 2017). C’è da dire che questo matrimonio fu parte di un processo di pacificazione con l’impero cinese, dopo che il Regno del Tibet aveva combattuto, senza successo, contro i cinesi per entrare nella regione del fiume giallo (attuale Henan), originaria di molte dinastie cinesi. Tuttavia, è dal XIII secolo, con la dinastia Yuan, che le relazioni tra Cina e Tibet si fecero culturalmente e politicamente più strette. Dapprima i mongoli assorbirono il Tibet, sotto la dinastia Yuan, che diventò, manu militari, un protettorato dell’impero. La netta separazione tra potere temporale, in mano all’impero, e spirituale, lasciato ai tibetani, si affievolì verso la fine del XIII secolo, quando i mongoli affidarono ai lama tibetani quasi tutte le funzioni di governo della regione. Da allora potere temporale e spirituale si cementarono. Nel XVIII secolo furono i cinesi a giungere in soccorso dei tibetani contro vari tentativi di invasione da parte dei nepalesi e degli inglesi. Questi ultimi riconobbero la...
Intervento di Michail Talalay (Accademia Russa delle Scienze) al convegno L’Ortodossia in Emilia Romagna tra Bisanzio e Mosca tenutosi a Modena il 18 novembre 2017. I territori dell’Emilia Romagna che facevano parte dello Stato Pontifico hanno cambiato i loro confini amministrativi varie volte, ma noi li consideriamo in questa occasione come una regione storica, con le città come Ravenna e Bologna. Naturalmente, nel complesso questi territori sottoposti al Papa non hanno avuto la loro indipendenza nei tempi moderni. Il gabinetto di Pietroburgo, a cominciare da Pietro il Grande e terminando con Alessandro II, sotto la quale la Romagna Pontificia cessò di esistere, evitava la creazione di forti legami diplomatici con lo Stato Pontificio. Però l’entrata energica di una nuova Russia sotto Pietro nell’arena politica europea ha cambiato significativamente l’equilibrio del potere in Europa. Per i progetti mediterranei, il monarca russo ha pensato alle possibili coalizioni con gli Stati italiani, come testimoniano i viaggi dei suoi emissari (B. Sheremetev, P. Tolstoj), esplorando il terreno per l’unione antiturca e altre opportunità. I viaggi di questi due uomini sono legati ai primi contatti della Romagna Pontificia e dell’Impero Russo. Un valore speciale possiede il diario di Petr Tolstoj che ha visitato questa terra nel 1698. Lui ha lasciato una descrizione dettagliata delle città romagnole per la prima nella letteratura russa. Essendo un uomo religioso, Tolstoj prestò attenzione alle chiese e ai monasteri in Romagna, sottolineando che sono numerosi e che sono tutti di pietra (che non può non sorprendere un uomo russo). Sembra che i viaggiatori russi non sapessero che il costruttore della cattedrale principale di Mosca, cioè Aristotele Fioravanti, provenisse dalla Romagna. Ma Tolstoj ha ripetutamente sottolineato che vari edifici italiani gli ricordavano il Cremlino. Infatti i rosoni che ornano il bugnato delle colonne bolognesi richiamano, come un déjà vu, le pareti del Palazzo delle Faccette, sulla piazza delle Cattedrali di Mosca. E proprio a Bologna, dove, più di 500 anni fa Aristotile Fioravanti affinava la sua arte, senza sapere che sarebbe diventato uno degli architetti più famosi in Russia. Stimato al punto tale che, dopo aver costruito la cattedrale della Dormizione, una delle più importanti del Paese, e progettato il piano del Cremlino, non ottenne dallo zar Ivan III il permesso di andarsene. E fu costretto a trascorrere l’ultimo periodo della sua vita a Mosca. Comunque nel Settecento le relazioni diplomatiche fra la Russia e lo Stato Pontificio erano a zero; lo Stato russo ha evitato diplomaticamente i papi di Roma a causa della situazione di conflitti secolare, gravata dalla divisione dogmatica e istituzionale delle Chiese occidentali e orientali. Oltre agli eventi storici di diverso tenore, che hanno collocato Russia e Roma in un campo di avversari politici, le eventuali relazioni diplomatiche sono state influenzate negativamente da concetti statali decisamente opposti. I papi, secondo la propria ecclesiologia, si consideravano capi (e non solo spirituali) di tutti i cattolici, inclusi soggetti di potenze straniere, a causa della dualità del papato, che combinava sia la Chiesa che lo Stato. Contemporaneamente, la monarchia russa si considerava l’unico...
La ex-Jugoslavia è stato l’unico paese alleato dell’U.R.S.S. , durante il corso della “guerra fredda”, che pur avendo avuto un’ importanza strategica fondamentale, sia riuscito a non farsi soggiogare in politica estera ed interna da Mosca, mantenendo di fatto, a differenza degli altri paesi del blocco socialista, una propria indipendenza. La ex-Jugoslavia, culturalmente interetnica, ma politicamente di fatto a guida serba, era riuscita a divenire un paese socialista cuscinetto tra i due blocchi, essendo formalmente alleata del blocco socialista difatti non rinunciava ad intrattenere contatti diplomatici-commerciali con l’Occidente. A causa della feroce guerra scoppiata agli inizi degli anni ’90 che ha coinvolto tutti i Balcani, lo Stato Jugoslavo ha visto la fine della sua integrità, venendo suddiviso in cinque nuove realtà statuali: Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Slovenia e Kosovo; diventate fin da subito preda di appetiti geopolitici al di là dell’Atlantico. Di questi nuovi soggetti politici internazionali i primi ad entrare a far parte dell’Alleanza Atlantica Occidentale furono la Croazia e la Slovenia. Con queste due nuove entità politiche, come successivamente è poi accaduto per il Kosovo, che nel maggio 2016 vede il proprio Presidente Hashim Thaçi di ritorno da un viaggio negli USA con il consenso per la creazione di un esercito kosovaro che avrebbe poi agito ben presto nell’ambito NATO, l’opera di assimilazione nella forza atlantista fu rapida e ben vista dagli stessi governi, in quanto sia Zagabria che Lubiana tanto quanto Pristina vedevano l’adesione alla NATO come una rivalsa nei confronti del vicino stato Serbo. Per quanto riguarda il Montenegro, invece, il 28 aprile scorso il Parlamento ha ratificato, dopo undici anni di intensi negoziati, il trattato di adesione alla NATO mentre per la Macedonia e la Bosnia invece si parla di “Dialogo intensificato” che altro non è che una serie di incontri che preparano la strada a quello che è un vero e proprio piano d’azione e partecipazione alla NATO e quindi la creazione a breve di un vero e proprio trattato di adesione. L’unico Stato ex-Jugoslavo che ad oggi è fuori dai giochi “atlantici” sembra essere la Serbia, che negli anni ha subito varie ed allettanti pressioni da Washington. Il governo di Belgrado erede e forte di quell’abilità diplomatica che nel corso della Guerra Fredda fece propendere Tito per la “Terza Via”, assieme ai non allineati Nasser e Nehru, a quasi vent’anni dalla fine delle guerre balcaniche, si riserva ancora oggi la volontà di valutare la propria adesione alla NATO, senza sentire su di sé alcuna pressione ma anzi obiettando qualsiasi ultimatum o ingerenza esterna. L’ultimo episodio si è avuto i primi di novembre, con il premier serbo Aleksandar Vucic che ha dichiarato quanto sia difficile che la Serbia accetti le richieste statunitensi per l’adesione all’Alleanza Atlantica, seguito poi dalle dichiarazioni del Ministro degli Esteri Ivica Dacic il quale ha fermamente respinto il richiamo fatto da Washington al Governo serbo, dove si invitava a scegliere rapidamente con quale parte schierarsi (la NATO o la Russia). Inoltre, lo stesso Dacic ha fermamente respinto la proposta...
#RESOconto – Sabato 18.11.2017 a Modena (Mo) – “L’Ortodossia in Emilia Romagna tra Bisanzio e Mosca”
L’evento L’appuntamento è a Modena, sabato 18 novembre ore 16.30 presso la Sala Redecocca del quartiere centro storico, Piazzale Redecocca 1. L’iniziativa, gratuita e aperta al pubblico, dal titolo L’Ortodossia in Emilia Romagna tra Bisanzio e Mosca vedrà come relatori: Prof. Mikhail Talalay, dr. Ennio Bordato, Prof. Giovanni Gardini e Padre Giorgio Arletti. Nella chiesa ortodossa di Modena Est vi è un affresco di San Geminiano in abiti bizantini (è infatti considerato Santo anche dagli Ortodossi perché vissuto in periodo antecedente allo scisma con la chiesa cattolica). Nel 350 fu nominato Vescovo di Modena divenendo molto amato tra i fedeli che gli attribuirono il potere di sconfiggere i demoni. Si racconta che questa sua fama fosse giunta fino alla corte di Costantinopoli, dove l’Imperatore Gioviano lo convocò per guarire la figlia posseduta. Altro legame è dato dai Re Longobardi che conquistarono nel settecento il territorio di Modena fondando le più importanti abbazie (tra cui Nonantola) e che si convertirono alla Chiesa ortodossa di Aquileia. Ovviamente in Emilia Romagna l’eredità bizantina è rimasta forte soprattutto a Ravenna, tuttavia nella sola provincia di Modena si contano almeno 12.000 persone di fede cristiano ortodossa. Si tratta anche del trecentesimo anniversario della venerata icona detta Modenskaja, che fu trasportata da Modena dal conte Chèrémétiev nel 1717, successivamente offerta alla chiesa del villaggio di Kossino dall’Imperatore Pietro I. #RESOconto Ottima affluenza e convinta partecipazione di pubblico all’incontro svoltosi a Modena sul tema: “L’Ortodossia in Emilia Romagna, tra Bisanzio e Mosca”. Dopo l’introduzione storica sui rapporti tra mondo ortodosso e papato a Bologna e in Romagna del Prof. Mikhail Talalay, il Prof. Giovanni Gardini ha illustrato alcune delle numerose tracce ortodosse presenti nell’iconologia ravennate. Ennio Bordato si è soffermato invece sul ruolo sociale dell’Ortodossia, specie dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Ha chiuso l’incontro Padre Giorgio Arletti, che dopo aver parlato della sua trentennale esperienza modenese ha sottolineato i differenti aspetti e alcune problematiche della rinascita ortodossa non solo in Italia ma nella stessa Russia.
Ius ea rebum nostrum offendit. Per in recusabo facilisis, est ei choro veritus gloriatur. Has ut dicant fuisset percipit. At usu iusto iisque mandamus, simul persius complectitur at sit, aliquam moderatius elaboraret ne eos. Sea albucius definitionem ne.
Venerdì 3 novembre e sabato 4 novembre si terrà presso Palazzo Giavanti a Noto (Sr) la due giorni a tema I confini del terrore. Orizzonti immaginari e percorsi umani“. Interverranno Mario Morcellini (Università di Roma “La Sapienza”), Antonino Pennisi (Università di Messina), Octavio Uña Juárez (Presidente de la ACMS), Pedro García Bilbao (Universidad Rey Juan Carlos, Madrid). Maggiori info: ntscn.it call_noto_esp