di Andrew KorybkoTraduzione di Marco GhisettiArticolo originale L’articolo del Presidente Putin pubblicato dai giornali tedeschi per l’80esimo anniversario dell’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania nazista sfata le bugie dei principali mezzi di informazione secondo cui Putin vorrebbe causare pandemoni e problemi in Europa; l’articolo dimostra invece che tutto ciò che gli interessa è pace e prosperità. Il Presidente Putin è stato malignamente dipinto dai principali mezzi d’informazione occidentali come un genio del male che vuole ossessivamente causare pandemoni e problemi in tutto il mondo e in modo particolare in Europa. La verità, proprio come ci si poteva aspettare, è l’esatto contrario. Il leader russo è semplicemente un pragmatico moderato che non nutre, nel bene o nel male, nessun disegno “rivoluzionario” e che crede semplicemente alla visione tradizionale delle relazioni internazionali, cioè nel modo in cui essa è articolata nella Carta delle Nazioni Unite. Capita raramente che Putin sia in grado di rivolgersi direttamente a coloro che sono stati spinti dai principali mezzi d’informazione a credere ad ogni sorta di malizia su di lui e sulle presunte intenzioni del Paese a cui è a capo – eppure all’inizio di questa settimana è riuscito proprio a rivolgersi direttamente a costoro tramite l’articolo pubblicato dai giornali tedeschi. Pubblicato nell’80esimo anniversario dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica, il suo articolo “Essere aperti nonostante il passato” merita di essere letto da chiunque poiché sfata le errate percezioni che sono state propagandate nei confronti della Russia e, specialmente, del suo Presidente in questi ultimi anni. Il Presidente Putin ha espresso in modo molto convincente il suo desiderio di ripristinare un partenariato onnicomprensivo tra il suo Paese e l’Europa in un’ottica di comune guadagno per ambo le parti. Egli ha prestato particolare attenzione a come la storica riconciliazione russo-tedesca seguita alla Seconda Guerra Mondiale e la successiva cooperazione energetica durante i momenti più tesi della Vecchia Guerra Fredda nel 1970 avevano contribuito a gettare i fondamenti politici dell’Europa odierna. Putin ha anche parlato in termini abbastanza positivi di ciò che considera la sua visione di un’Europa che si estende da Lisbona a Vladivostok e ha sottolineato i legami civili e storici che legano la Russia all’Europa, in sostanza ribadendo la sua visione di un Grande Partenariato Eurasiatico, seppur, per via del pubblico a cui si stava riferendo, enfatizzato in particolar modo nella dimensione europea di questo progetto. Gli unici due ostacoli al raggiungimento di questo sogno reciprocamente vantaggioso sono l’aggressiva espansione militare dell’Alleanza Atlantica verso i confini della Russia e la scelta artificiosa del gioco a somma zero che è stato imposto a Paesi quali l’Ucraina per cui essi devono scegliere se stare o con l’Europa o con la Russia. Se le tensioni russo-atlantiche si chetassero e l’UE si comportasse in modo pragmatico, una svolta è qualcosa che si potrebbe effettivamente registrare. Ciò, tuttavia, richiede certamente una forte volontà politica, ma per fortuna gli ultimi sviluppi che si sono registrati indicano che essa è condivisa anche dalla controparte europea. Il Presidente francese Macron e il Cancelliere tedesco...
Mese: Giugno 2021
di Andrew KorybkoTraduttore: Marco Ghisetti Articolo Originale in lingua inglese La transizione da un sistema mondiale unipolare capitanato dagli Stati Uniti a uno multipolare molto più equo è già da un po’ in corso, transazione che negli ultimi anni ha subito un’accelerazione per via degli innumerevoli errori degli Stati Uniti, tra cui quelli commessi in seguito alla crisi finanziaria del 2008 e quelli attualmente commessi in seguito al Covid-19. Le relazioni internazionali stanno cambiando e ciò naturalmente richiede un nuovo paradigma di sicurezza globale che sia adatto alla realtà che sta emergendo e in cui la comunità internazionale interagisca reciprocamente. La Cina e la Russia sono due Paesi all’avanguardia in questa sfera e la combinazione dei loro legami bilaterali e delle visioni multilaterali può indicare al mondo la via da seguire. L’attuale collaborazione sino-russa – inedita nella storia dei due Paesi – è indice della fattibilità di relazioni pragmatiche tra i due Paesi. Coloro che speculano sulla presunta inevitabilità dello scoppio di un conflitto tra due Paesi di tale calibro sono indubbiamente smentiti dai fatti. La conclusione inevitabile è che anche altre grandi potenze possono quindi interagire in modo altrettanto pragmatico, nello stesso modo in cui fanno la Cina e la Russia. Né gli Stati Uniti né i loro alleati sono obbligati a perpetuare azioni ostili: la decisione di farlo è dovuta prettamente ad una loro scelta, non ad una necessità. La Cina e la Russia fanno da pionieri verso un nuovo modello di relazioni internazionali che sia perfettamente in sintonia con le realtà dell’emergente ordine mondiale multipolare e si stanno sforzando di mantenere in vita o ripristinare relazioni positive coi propri partner regionali. La Cina ha raggiunto tale obiettivo in un modo migliore rispetto alla Russia poiché la maggior parte dei suoi vicini fanno già parte di un medesimo blocco commerciale, il Partenariato Economico Globale Regionale. Nonostante tra alcuni dei membri permangano dei problemi di sicurezza, questi sono per lo più perfettamente gestibili, ovviamente a condizione che gli Stati Uniti non si intromettano. Per quanto riguarda la Russia, essa è purtroppo stata vittima delle sanzioni dell’UE per sette anni a causa della volontà dell’alleato americano di Bruxelles. Ciononostante, il Presidente Putin ha riaffermato la propria volontà di intraprendere un riavvicinamento reciprocamente vantaggioso con i vicini occidentali, la cui civiltà è simile alla Russia, in un articolo che ha recentemente pubblicato nell’ottantesimo anniversario dell’aggressione della Germania nazista all’Unione Sovietica. Il leader russo sta visibilmente facendo del suo meglio per far rivivere lo spirito della cosiddetta “Europa da Lisbona a Vladivostok”, che egli sostiene essere l’incarnazione delle grandi visioni strategiche di entrambe le parti. Tale lungimirante proposta ricalca il concetto di comunità di destino condiviso proposto dalla Cina. La Cina spera che il commercio possa diventare il denominatore comune che unisce la comunità internazionale, il quale potrebbe a sua volta coinvolgere tutte le parti verso un comune obiettivo di reciproco successo e, quindi, ridurre notevolmente il rischio di conflitto. Il tentativo del Presidente Putin di rilanciare il concetto di integrazione...
Recensione di Maria Morigi Interpretando l’esigenza di lettori non specialisti e non abbastanza informati sulla realtà cinese, penso che davvero mancava nel panorama editoriale un saggio di questo genere e livello. Infatti il lavoro di Fabio Massimo Parenti ha il pregio di affrontare gli argomenti in modo flessibile e offre le armi “tecniche” e informative per capovolgere nel suo insieme il quadro accusatorio della narrazione occidentale sulla Cina. Come evidenziato nell’introduzione di Shaun Rein, vengono smentiti molti banali stereotipi radicati nell’opinione comune occidentale: e cioè che i cinesi comuni abbiano subìto il “lavaggio del cervello” al fine di sostenere il Partito Comunista Cinese, che la Cina copi idee altrui senza innovare, e che addirittura l’abilità tecnologica della Cina sia molto arretrata rispetto a quella di un Occidente dotato “per natura” di capacità imprenditoriali e vocazione tecnologica. Quello che emerge dalle pagine del libro è la percezione del mutamento dell’ordine liberale mondiale. Mutamento con cui, volenti o nolenti, dovranno confrontarsi anche “i nostalgici” rimasti ancorati ad una visione statica dell’egemonia statunitense. Per essere più espliciti: la globalizzazione neoliberale ha promosso processi di liberalizzazione e privatizzazione a livello planetario, ma nel contempo ha acuito diseguaglianze, ha provocato destabilizzazione, cicli sistemici di crisi finanziarie ed economiche, guerre “umanitarie” e cambi di regime. Tutto con la scusa della guerra al terrorismo in funzione anticinese, antirussa, anti-iraniana ecc.. Oggi la globalizzazione neoliberale mostra i suoi limiti e, avendo promosso una crescente riduzione dell’intervento statale in economia, ha ridotto il ruolo della politica a portavoce degli interessi delle comunità di affari. Al contrario, la forza costruttiva della globalizzazione con caratteristiche cinesi, presente nell’idea di “costruzione di una comunità umana dal destino condiviso”, oltre a mettere a nudo i difetti e le debolezze strutturali accumulate dall’Occidente, propone e sta praticando maggiore interconnessione attraverso strategie di investimento e cooperazione, sviluppo di aree depresse, stabilizzazione di regioni strategiche, collegamenti più veloci ed efficienti. Due modelli, quello occidentale e quello cinese, assolutamente diversi che percorrono binari spesso antitetici: unilateralismo degli USA contro multilateralismo della Cina, iper-competizione contro cooperazione-mutuo beneficio, interessi del capitale contro interessi delle società, individualismo contro collettivismo. A tal proposito si veda il Capitolo 3 del libro dedicato alla Belt and Road Initiative (BRI), centrata sull’interconnessione geografica e sul perseguimento di sviluppo pacifico e cooperazione tra popoli, nel rispetto della sovranità e dell’autonomia degli Stati. Le argomentazioni pacate e ragionevoli di Parenti dovrebbero convincere anche i più sospettosi allarmisti ad evitare il panico che invece è alimentato da Washington nel denunciare, ad esempio, l’inevitabile (e disastrosa) caduta nelle “trappole del debito” o a fomentare terrorismo e accuse di violazione dei Diritti Umani da parte di chi difende, come fa la Cina, la propria integrità territoriale. Si veda anche il Capitolo 5 sulla pandemia Covid, in cui vien fatta giustizia delle accuse rivolte alla Cina e rivendicata la disponibilità cinese agli aiuti per gli Stati più deboli e disagiati , oltre che l’interesse per una vera cooperazione sanitaria internazionale finalizzata alla ricerca sul vaccino. Ma gli stereotipi anti-cinesi,...
Poco conosciuta dal grande pubblico, a tratti schernita e dimenticata nelle nazioni-vassallo (a tutte le latitudini), ma importantissima e seriamente studiata nei Paesi che dominano gli scenari internazionali: è la geopolitica. E’ opinione diffusa che di tale disciplina non ci si occupa, infatti, proprio da quando la superpotenza che la pratica veramente – gli Stati Uniti – aveva fatto in modo che i popoli sottomessi non la studiassero e non fossero quindi tentati di praticarla. Proprio di Stati Uniti e della “talassocrazia” che questa potenza esprime è dedicato il saggio di Marco Ghisetti, giovane studioso di geopolitica e relazioni internazionali. Marco Ghisetti è responsabile del dipartimento dell’Area Anglosassone del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo Partiamo dal titolo della tua opera appena pubblicata: Talassocrazia. I fondamenti della geopolitica anglo statunitense. Che cos’è, innanzitutto, una ‘talassocrazia’ e come si spiega il concetto in chiave geopolitica? Per “talassocrazia” si intende una strategia mondiale di dominio fondata sul potere marittimo, ovvero sul dominio e supremazia sugli oceani e mari del mondo, con tutto ciò che ne consegue: gestione più o meno diretta dei flussi finanziari, del commercio mondiale, capacità di estensione inter-oceanica, eccetera. Tale definizione va però approfondita aggiungendo che una strategia di dominio marittimo comporta necessariamente anche un vero e proprio donarsi al mare da parte dell’attore che vuole fare propria la strategia talassocratica, ovvero una decisione volta ad affermare la propria insularità, a trasformarsi in un’isola, ad unirsi ai flutti del mare e, quindi, di modificare di conseguenza e finanche profondamente il proprio orizzonte di senso e la propria visione del mondo in un’ottima marittima; tutte cose, queste, che sono tappe fondamentali per qualsiasi attore che voglia intraprendere una strategia mondiale di domino marittimo. Il tuo libro cerca di ripercorrere la storia della geopolitica anglo-statunitense e la relativa politica estera anglo-americana. Quali sono gli elementi di continuità che ne definiscono l’identikit e le principali peculiarità ancora in essere a tutt’oggi? Il principale filo rosso che connette la loro storia geopolitica è chiaramente quello di essere attori talassocratici; caratteristica, questa, che come detto, che ha influenzato sia la loro storica azione strategica sia la loro identità e interpretazione che hanno di se stessi e del mondo. Da oltre cent’anni la politica estera di Stati Uniti e Regno Unito mostra una sostanziale continuità che è possibile individuare tramite una approfondita conoscenza delle loro dottrine geopolitiche per come esse sono state definite con l’inizio della èra postcolombiana (inizio XX secolo), poiché la realtà geostorica del mondo è rimasta essenzialmente inalterata. Ovvero, la particolarità dell’Inghilterra è di essere un’isola al largo del continente europeo e la particolarità degli Stati Uniti è di essere un’isola continentale circondata dal continente eurasiatico; particolarità, queste, che indirizzano la loro rispettiva strategia marittima a mantenere, da una parte, il predominio marittimo e prevenire, dall’altra, ogni tipo di integrazione continentale che possa compromettere il loro primato marittimo. Tutte le prescrizioni, i timori, i desideri e le contraddizioni che ne conseguono e caratterizzano la loro politica estera hanno come fonte precisamente questa collocazione e rappresentazione geopolitica. CONTINUA...
di Marco Costa L’intreccio tra questione etnica, questione religiosa e questione territoriale nella Cina antica è assai complesso. Nell’immaginario collettivo occidentale la Cina è spesso erroneamente percepita come una nazione costituita da un’unica nazionalità – quella Han – del tutto omogenea. In realtà la Repubblica Popolare Cinese sancisce già nel preambolo della propria Costituzione che essa “è uno Stato unitario multietnico alla cui creazione hanno contribuito i popoli di tutte le sue nazionalità”.1 Secondo il quadro normativo vigente, il Governo cinese riconosce ufficialmente 56 nazionalità e tra queste i cinesi Han rappresentano la maggioranza della popolazione e gli Hui (in larghissima maggioranza musulmani) costituiscono la terza grande minoranza nazionale, dopo gli Zhuang e i Manciù, ben prima dell’altra comunità islamica di cui si parla, ovvero quella degli Uiguri. Da un punto di vista antropologico, diversi studiosi si sono occupati del tema delle minoranze etniche in Cina, e possiamo ricordare almeno Dru Gladney, Michael Dillon e Jean Berlie. Questo per ribadire ulteriormente il concetto – purtroppo non scontato – che il territorio dello Xinjiang non è popolato solamente dalla popolazione uigura, la quale non è assolutamente l’unica rappresentante dell’Islam nella Repubblica Popolare Cinese. Occorre quindi compiere un lungo passo indietro nella storia, per risalire alle origini dei primi contatti tra mondo arabo e mondo cinese, che risalgono, alla metà dell’ottavo secolo. È infatti in questo periodo che iniziano i primi scambi commerciali tra il mondo islamico e quello cinese. In particolare dal VII secolo alla metà del XIII si parla nel mondo cinese di arabi e persiani che, in veste di ambasciatori, commercianti e studiosi, giungevano nel “Paese di Mezzo” principalmente percorrendo le due Vie della Seta tradizionali, quella marittima e quella terrestre. Questo primo periodo che va dall’insediamento dei primi mercanti arabi fino all’instaurazione della dinastia Yuan (1271-1368) è caratterizzato da una forte presenza musulmana straniera dedita principalmente alle attività commerciali e raramente coinvolta nelle attività di proselitismo. A partire dalla metà del XIII secolo, grazie alla graduale integrazione degli Hui all’interno della società cinese, possiamo invece iniziare a parlare di musulmani cinesi. Durante la fase di espansione mongola in Asia Centrale le popolazioni di fede islamica furono reclutate dalle truppe mongole e in questo modo riuscirono a raggiungere la Cina Occidentale, dove iniziarono a risiedere stabilmente, coltivando i campi e trasmettendo gli insegnamenti del profeta Maometto. Peraltro, a partire da questo periodo, corrispondente alla tarda epoca Ming, si assistette ad una notevole velocità di propagazione delle dottrine islamiche e alla conseguente assimilazione di elementi propri della scuola confuciana e di quella buddhista. Secondo le teorie dell’antropologo francese Jean Berlie, la religione islamica si è diffusa in Cina nel corso di tre periodi distinti: una prima ondata che va dai primi contatti con i mercanti arabi del VII secolo e fino al XIII secolo, che è costituita dai musulmani che appartengono alla corrente dell’Islam tradizionale (detti laojiao, ossia “vecchi insegnamenti”), la principale scuola islamica in Cina che è caratterizzata da un’organizzazione molto classica in piccole comunità riunite intorno ad...
Maxime Vivas è un giornalista e scrittore francese che a fine 2020 ha dato alle stampe il libro Ouïghours, pour en finir avec les fake news, un volume in francese dedicato alla questione dello Xinjiang, una voce fuori dal coro che si batte contro il racconto reso dai media mainstream occidentali sugli eventi che interessano questa regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese. Salve signor Vivas, buongiorno e grazie per la sua disponibilità. Entriamo subito in argomento: i media occidentali parlano sempre dello Xinjiang. Per Washington e i suoi alleati questa regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese non è altro che un mezzo per fare pressione sul Governo centrale della Cina. Di cosa parla, invece, Pechino quando parla dello Xinjiang? Pechino parla di una delle sue regioni che occupa un sesto della superficie della Cina, ricca di minerali, che è il passaggio di gasdotti e oleodotti, che è l’inizio della Nuova Via della Seta e che diventerà un paese nemico se la battaglia contro le “tre piaghe” (separatismo, terrorismo, fondamentalismo) verrà perduta a favore di una teocrazia chiamata “Turkestan orientale”. Si può parlare di una sorta di filo rosso che lega Hong Kong, Tibet e Xinjiang in una strategia di destabilizzazione del governo di Pechino messa in atto dalle forze occidentali, in primis gli Stati Uniti d’America? Con quali finalità? La Cina ha ventitré province, cinque regioni autonome, quattro “municipalità” che dipendono direttamente dall’autorità centrale e due regioni amministrative speciali, ma i loro nomi (o anche la loro esistenza) ci sono sconosciuti; tranne Tibet, Hong Kong, Taiwan, Xinjiang. Sono quattro regioni in cui è stato possibile creare disordini dall’esterno con l’obiettivo di separarli dalla Cina (quattro fallimenti per il momento), o per costringere la Cina a mobilitare parte delle sue forze per pacificarli. In un video del 2018, il colonnello Lawrence Wilkerson, ex capo di stato maggiore di Colin Powell responsabile del settore dell’Asia orientale e del Pacifico, ha confessato: “[…] a 20 milioni di uiguri non piacciono i cinesi Han nella provincia dello Xinjiang, nella Cina occidentale, e se la CIA volesse organizzare un’operazione usando questi uiguri come ha fatto Erdogan in Turchia contro Assad, ce ne sono 20.000 a Idlib in Siria in questo momento, ad esempio; motivo per cui la Cina potrebbe schierare forze militari in Siria in un futuro molto prossimo per affrontare quegli uiguri che Erdogan ha invitato. Beh, la CIA vorrebbe destabilizzare la Cina e questo sarebbe il modo migliore per farlo, per creare problemi e unirsi a questi uiguri per fare pressione sui cinesi Han e il popolo di Pechino dall’interno piuttosto che dall’esterno”. L’accerchiamento della Cina è cominciato, il fianco sud è organizzato, quello ad ovest si muove. Manca il fronte settentrionale. Potrebbe verificarsi nella Mongolia Interna il prossimo focolaio di disordini organizzati contro il governo di Pechino? Non avendo dato i risultati sperati le operazioni di destabilizzazione nelle regioni del Tibet, Hong Kong, Taiwan, Xinjiang, altre operazioni di destabilizzazione potrebbero essere effettuate in questa regione, senza però abbandonare le operazioni...
Autore: Andrew KorybkoTraduttore: Marco GhisettiArticolo Originale in lingua inglese Un “Nuovo Ordine Mondiale” sta emergendo sotto gli occhi di tutti, ha detto il vice ministro della difesa russo Aleksandr Fomin in un’intervista rilasciata a Russia Today all’inizio di questo mese. L’emittente lo cita per aver confidato che: “Oggi stiamo assistendo alla nascita di un nuovo ordine mondiale. Osserviamo una tendenza dei Paesi ad essere spinti verso una nuova guerra fredda: gli Stati sono divisi in ‘noi’ e ‘loro’, con ‘loro’ definiti inequivocabilmente come avversari nei documenti dottrinali; il sistema di relazioni internazionali esistente e il quadro di sicurezza stanno venendo sistematicamente demoliti; il ruolo delle organizzazioni internazionali, intesi come strumenti di decisione collettiva nel campo della sicurezza, si sta riducendo; stanno emergendo nuovi tipo di armi che stanno cambiando radicalmente l’equilibrio di potere nel mondo moderno e in cui la guerra sta penetrando aree precedentemente escluse – come lo spazio extra-atmosferico e lo spazio cibernetico. Tutto ciò, ovviamente, comporta ad un cambiamento nei principi e nei metodi della guerra”. Fomin non ha approfondito la questione, ma è possibile fare alcune ragionevoli congetture circa i contorni del nascente nuovo ordine mondiale di modo da individuare le possibili implicazioni Contesto strategico I processi identificati dal viceministro possono essere dovuti ad una combinazione della guerra commerciale USA-Cina lanciata da Trump, guerra che ha provocato una nuova guerra fredda tra queste due grandi potenze – o “superpotenze”, secondo alcuni – e una guerra mondiale al Covid, in cui processi di cambiamento a tutto spettro del paradigma internazionale si sono incanalati in seguito ai tentativi non coordinati del mondo di contenere il Covid-19. La prima guerra è risultata nell’epurazione delle burocrazia militare, di intelligence e diplomatica degli Stati Uniti (lo “Stato profondo”) da ogni pragmatica influenza cinese amichevole, così come nel pieno orientamento della forza militare statunitense contro la Repubblica Popolare. Questo orientamento ha reso quasi impossibile ai Democratici, teoricamente amici della Cina, di invertire i grandi disegni strategici di Trump in seguito all’insediamento di Biden. È per questo che infine anche di i Democratici sono saltati sul carrozzone anti-cinese. Per quanto riguarda la guerra mondiale al Covid, invece, essa ha esacerbato la già intensa competizione globale tra Stati Uniti e Cina, mettendo così sotto ulteriore pressione i politici statunitensi affinché essi aprano un varco strategico nell’ottica di ottenere un vantaggio sul loro principale rivale mondiale. I dettagli dei loro calcoli strategici non possono essere da noi conosciuti approfonditamente, ma è chiaro che i Democratici, precedentemente russobofi, nell’ultimo mese si siano confrontati con la Russia in maniera molto più pragmatica rispetto a quanto facevano in passato. Ciò è dimostrato dalla solo apparentemente sorprendente de-escalation in Ucraina registratasi alla fine di aprile (dove in molti hanno pensato che sarebbe scoppiata una guerra tra i due attori), la decisione altrettanto sorprendente da parte degli Stati Uniti di imporre sanzioni per la maggior parte solo leggere sul Nord Stream 2, l’inaspettata dichiarazione del portavoce del Pentagono secondo cui la Russia non sia un “nemico”, così come il...
di He Yafei, è un diplomatico cinese e attualmente Vice Ministro del Ministero degli Affari Esteri Traduzione di Paolo Marcenaro Le relazioni sino-americane si trovano attualmente in un momento critico. Nell’ultimo quarantennio si è assistito a enormi vicissitudini, che hanno portato la sintonia Washington-Pechino a un minimo storico negli ultimi anni, con l’aumento della competizione strategica che si è dispiegata davanti agli occhi di chi abbia seguito con un minimo d’attenzione la politica globale. L’errore di valutazione basato sulla retrospettiva degli Stati Uniti sulle relazioni sino-americane nel corso degli anni non è quello che la Cina si aspetta. E, tuttavia, non c’è da aspettarsi un cambiamento a breve termine. La cosa più urgente ora è ridefinire e riconoscere le nuove relazioni in continua evoluzione tra i due Paesi e disegnare un nuovo percorso in avanti. La chiave per entrambe le parti è ingabbiare la loro competizione strategica in un quadro di limiti e garanzie mutualmente riconosciute ed accettate, comprendendo e gradualmente superando o accantonando le differenze e cercando una possibile cooperazione attraverso il dialogo e misure di rafforzamento della fiducia. Il dialogo strategico ad alto livello sino-statunitense ad Anchorage si è rivelato un buon punto di partenza nella direzione di un’espansione delle trattative, sebbene la sessione di apertura sia stata piuttosto dura e difficile. Nel progettare e negoziare un quadro per limitare la loro concorrenza strategica, entrambe le parti devono mostrare freddezza. Dovrebbero fare ogni sforzo per evitare una nuova guerra fredda o peggio ancora una guerra guerreggiata, come sottolineato dal Presidente Xi Jinping nella sua conversazione telefonica con l’omologo USA Joe Biden. Pur trovando ed espandendo lo spazio per la cooperazione quando e dove possibile, dobbiamo essere chiari sul fatto che la nuova amministrazione statunitense non cambierà e non potrà cambiare tutto all’istante. Ciò che serve per invertire la rotta nel peggioramento delle relazioni sino-americane è coraggio e una visione strategica. Sulle future relazioni tra Cina e Stati Uniti, il Presidente Xi ha affermato che ci sono mille ragioni per migliori relazioni sino-americane e non una sola ragione per distruggerle. La storia delle relazioni sino-americane ci ha ripetutamente detto che è vero. Il costo di uno scontro su vasta scala tra le due maggiori potenze sarebbe catastrofico, non solo per entrambi i paesi, ma anche per il Mondo. Resta inteso che l’Amministrazione Biden deve affrontare sfide scoraggianti a livello nazionale e internazionale per risolvere tutti i problemi che deve affrontare nell’adeguamento della politica estera degli Stati Uniti rispetto alle iniziative abrasive e impopolari seguite da Donald Trump e dalla sua squadra nel quadriennio 2016-2020. Gli adeguamenti alle relazioni sino-americane in particolare saranno soggetti ai vincoli interni degli Stati Uniti, spinti dal populismo, dalla politica dell’identità e dal decadimento politico, come descritto dal politologo statunitense Francis Fukuyama. Tuttavia, vale la pena ricordare che negli ultimi 30-40 anni di relazioni sino-americane, la cooperazione è stata la tendenza principale e rivedere tale tendenza offre promemoria che ci sono e ci saranno punti di sovrapposizione nelle rispettive strategie nazionali. Man mano che...
di Redazione CeSEM Il 14 giugno 2021 alle 15:00, presso la sede del Centro Stampa Nazionale del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Bielorussia, si è tenuta una conferenza stampa sui temi di maggiore attualità: gli sviluppi e i retroscena riguardanti il volo Ryanair Atene-Vilnius, la partenza di certi rappresentanti della minoranza nazionale polacca dalla Bielorussia, il transito di migranti illegali attraverso il territorio bielorusso, le nuove circostanze riguardanti il caso di Roman Protasevich. La conferenza stampa si è svolta sotto il patrocinio e alla presenza di esponenti del Dipartimento dell’Aviazione del Ministero dei Trasporti e Comunicazioni della Bielorussia, del Comitato Investigativo, del Ministero della Difesa, del Comitato di Stato per i Confini, del Commissario per i Religiosi e Affari etnici sotto il Consiglio dei Ministri della Repubblica. Ma il vero colpo di scena è stata la partecipazione dell’oppositore Roman Protasevich, proprio colui che si trovava sul volo diretto a Vilnius, poi tratto in arresto dalle forze di sicurezza bielorusse. È stato lo stesso fondatore del canale Telegram “Nexta” a dichiarare che “pur sentendosi seguito sia a Varsavia che a Vilnius, non erano i servizi speciali bielorussi a pedinarlo”. Protasevich ha smentito di aver subito violenze, mostrando che il suo unico segno sul corpo era quello delle manette e dichiarandosi disposto ad effettuare una visita medica in qualsiasi momento per dimostrarlo. Nel contraddire le voci sparse dai media occidentali, Protasevich ha anche accusato le autorità polacche di costringere tramite pressioni psicologiche i propri genitori ad uscite pubbliche non richieste. Pur continuando a mantenere le proprie divergenze nei confronti del Governo di Minsk, Protasevich ha comunque ammesso di aver partecipato alle proteste, anche violente, teleguidate dall’Occidente e dai Paesi della NATO contro l’elezione del Presidente Lukashenko la scorsa estate. Questa confessione ha ovviamente disorientato alcuni dei giornalisti stranieri presenti in sala (definiti “ipocriti” dal Maria Zakharova in relazione al caso Assange), che hanno accusato il Governo di Minsk di costrizione nei confronti dell’oppositore e abbandonato la sala; tuttavia, Protasevich ha smentito tale ricostruzione dei fatti e sottolineato di aver partecipato spontaneamente alla conferenza stampa con l’obiettivo di assumersi le proprie responsabilità nei confronti del Paese. Redazione CeSEM
di Andrea Turi La felicità è il diritto umano più importante.Salvaguardare e migliorare la vita delle persone contribuisceal benessere pubblico, all’armonia e alla stabilità sociale1. Nel novembre del 2016, il Governo della Repubblica Popolare Cinese è stato premiato dall’International Social Security Association (ISSA) per i risultati eccezionali raggiunti nel campo della sicurezza sociale, uno dei maggiori riconoscimenti internazionali per Pechino che, soprattutto a partire dalle politiche di riforma e apertura volute dal Deng Xiaoping nel 1978, ha compiuto ragguardevoli progressi nella sicurezza sociale. Nell’occasione, Errol Franck Stové, presidente di ISSA, ebbe a dichiarare che “la Cina ha compiuto progressi senza precedenti nello sviluppo del suo sistema di sicurezza sociale negli ultimi dieci anni e ha esteso con successo pensione, salute e altre forme di copertura a beneficio della sua popolazione attraverso una combinazione di impegno governativo sostenuto e significative innovazioni amministrative2”. Nel tempo, infatti, la Cina ha teorizzato e istituito un sistema di sicurezza sociale e diritti che è divenuto oggi il più vasto del mondo e si caratterizza per la capacità di rispondere alle sempre maggiori esigenze e bisogni delle persone e delle loro vite; le riforme e le aperture degli ultimi quarant’anni hanno contribuito a liberare e sviluppare le forze produttive sociali permettendo di aprire la via verso il socialismo con caratteristiche cinesi e inaugurando un nuovo capitolo nella Storia – non soltanto cinese – dello sviluppo dei diritti umani. A tal riguardo, Zang Yonghe, professore di Giurisprudenza e, tra le altre cariche, Direttore in carica della Società Cinese per gli Studi sui Diritti Umani, ha scritto: “assistendo al passaggio dalla Cina semi-feudale e semi-coloniale a una Repubblica democratica e libera, il popolo cinese, in particolare la classe operaia, ha acquisito diritti civili e politici effettivi. Questi diritti sono stati affermati dalla Costituzione in modo tale che tutto il potere della Repubblica Popolare Cinese appartenga al popolo. Naturalmente, il percorso che porta a questa democrazia non è stato del tutto agevole ed è stato disseminato di difficoltà il cui superamento ha richiesto grandi sforzi. Tuttavia, seguendo la direzione politica di riforma e apertura, la Cina ha esplorato un percorso di sviluppo dei Diritti Umani adatto alle esigenze nazionali, sforzandosi incessantemente di migliorare i diritti civili e politici. La Cina ha stabilito una serie di leggi rigorose per proteggere il diritto alla sicurezza personale, compreso il diritto civile, il diritto penale e il diritto amministrativo […] e sostiene da tempo la libertà di credo religioso, che salvaguardia i diritti e gli interessi dei cittadini religiosi e degli stranieri e rispetta le loro esigenze e costumi3”. A partire dalle politiche di apertura intraprese da Deng Xiaoping, nel corso delle ultime quattro decadi il Governo Centrale di Pechino si è mosso affinché la protezione, la promozione e il rispetto dei diritti umani si conformassero alle condizioni nazionali e, al contempo, creassero esperienze originali e nuovi orizzonti di progresso nella salvaguardia dei diritti personali e umani più in generale. Si legge nelle pagine del libro bianco Progressi nei diritti umani nel...