Al confine tra Grecia e Turchia un’emergenza che l’Europa non saprà né vorrà affrontare, quella dei profughi e migranti che spingono ai confini greci per poter accedere al Vecchio Continente. I motivi sono da cercarsi negli interessi e nelle necessità di politica estera e interna di Ankara? Le tensioni tra Grecia e Turchia non sono certo un fattore di novità nella storia delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi; e non lo è neppure il fatto che queste si siano accese nuovamente nell’ultimo periodo da quando migliaia di persone si sono accampate sul confine greco per cercare di entrare in Europa. Una crisi di tale portata è uno di quegli eventi che possono essere trattati su vari livelli; spesso, soprattutto i media mainstream hanno optato per una narrazione che prendesse la pancia dei fruitori parlando di diritti umani stracciati, bambini morti nel tentativo di varcare il confine per vivere un futuro sotto la bandiera europea, condizioni disumane in cui versano i migranti nei campi allestiti in prossimità della frontiera. Questo, un esempio tra i tanti: “Molti uomini e donne, bambini, intere famiglie che dopo esser sopravvissute alle bombe lanciate sulle loro abitazioni in Siria, hanno tentato di raggiungere l’Europa per una vita migliore e si sono ritrovati a vivere al freddo, tra il fango, le pozzanghere, in condizioni igieniche inimmaginabili. Esseri umani, soprattutto bambini, che dopo aver assistito alla guerra, alla morte dei propri cari e alle violenze dei campi, in preda alla disperazione, mettono in atto gesti di autolesionismo o tentano di suicidarsi. A tale situazione si unisce la decisione presa da parte della Grecia di militarizzare le frontiere sospendendo il diritto di asilo per un mese e le continue immagini dei coraggiosi fotoreporter che continuano a documentare le violenze inaudite e disumane rivolte ai rifugiati. Soltanto ieri un giovane siriano di 22 anni proveniente da Aleppo è stato ucciso dalla polizia e un bambino di 6 anni ha perso la vita annegando mentre, nel tentativo di sbarcare sull’isola di Lesbo, l’imbarcazione sulla quale si trovava è stata colpita dalla guardia costiera greca. E ancora gli attacchi ai centri di accoglienza che hanno spinto operatori e attivisti a sospendere le proprie attività con conseguenze devastanti all’interno dei campi e con violenze rivolte ai singoli migranti, oggetto di violenza da parte di alcuni gruppi estremisti che soffiano sul vento dell’odio. Nel tentativo di creare delle barriere sia mare che in terra per arginare l’arrivo di queste persone che cercano di scappare dalla guerra che, nei prossimi giorni potrebbero diventare sempre più numerose, scompare ancora una volta l’umanità dell’Europa.” (http://www.vita.it/it/article/2020/03/05/cosi-scompare-lumanita-delleuropa-al-confine-grecia-turchia/154282/). Lo storytelling umanitario – caritatevole nasconde, però, uno scenario che ha tutt’altri risvolti afferenti piuttosto al cinismo politico degli attori impegnati nel gioco di forza tra Stati: i profughi ammassati al confine greco-turco che spingono per entrare in Europa non sono altro che un’arma di ricatto politico che la Turchia ha puntato verso la comunità internazionale nell’estremo tentativo di ottenere nel più breve tempo possibile un nuovo accordo sui migranti e un...
Mese: Marzo 2020
FOCUS a cura della Redazione Cesem Ha suscitato un certo scalpore la dichiarazione del portavoce del Ministero degli Esteri cinese di pochi giorni fa, Zhao Lijian, che ipotizza siano state le forze armate statunitensi ad aver portato il nuovo ceppo di coronavirus a Wuhan, iniziale epicentro dell’epidemia: “A quando risale il paziente zero negli Stati Uniti? Quante persone sono infette, e in quali strutture ospedaliere? Potrebbero essere state le forze armate Usa a portare l’epidemia a Wuhan. Siate trasparenti, pubblicate i vostri dati! Ci dovete una spiegazione”, ha scritto il portavoce cinese. Risposta simmetrica alle accuse mosse dal consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Robert O’Brien, secondo cui i ritardi e la scarsa trasparenza della Cina avevano portato a un rinvio di due mesi nella risposta globale alla minaccia, dichiarata “pandemia” dall’Oms negli scorsi giorni. In precedenza anche dagli Usa erano emerse teorie alternative rispetto alla versione ufficiale, secondo cui la diffusione del virus sarebbe un esperimento finito male di un laboratorio cinese. Francis Boyle, professore di diritto internazionale presso il “College of Law” dell’Università dell’Illinois, che ha redatto la legislazione nazionale degli Stati Uniti per attuare la Convenzione sulle armi biologiche, nota come “1989 Combat Terrorism Weapons Act”, approvata dal Congresso americano e promulgata dal presidente George W. Bush, è stato il primo a dichiarare in un’intervista al website americano “Geopolitics and Empire” che questo strumento bellico sarebbe sfuggito di mano al laboratorio di livello di biosicurezza 4 (BSL-4) di Wuhan. Entrambe le teorie definite “cospirazioniste” dai sostenitori di una “verità ufficiale” che attualmente non ha però ancora trovato riscontri scientifici – l’infezione da Coronavirus sarebbe stata trasmessa all’uomo da un pipistrello o da un altro animale (il pangolino malese), il paziente zero non è però ancora stato trovato – si basano su alcune curiose coincidenze. E’ a Wuhan che sarebbe nato nel 2003 il “National Biosafety Laboratory”, la struttura in questione, ospitata presso l’Accademia cinese delle scienze e pensata per aiutare scienziati e ricercatori cinesi a prevenire e controllare le malattie infettive emergenti. Divenuto una struttura di Livello IV, ad esso avrebbero avuto accesso sia medici francesi che operatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Già ai tempi dell’epidemia SARS, alcuni analisti avevano avanzato la teoria di un’arma batteriologica scagliata contro la Cina dopo il suo ingresso nella “World Trade Organization” (il focolaio del virus, peraltro, non venne individuato) 1. L’idea di un complotto dietro l’espansione della SARS fu per la prima volta esposta nella primavera del 2003 dallo scienziato russo Sergei Kolesnikov. Il biologo aveva provato le sue motivazioni negando ogni possibile base naturale del coronavirus; a confermare la tesi sarebbe la composizione della SARS, ovvero una sintesi tra morbillo e parotite epidemica, fenomeno mai svoltosi (o perlomeno mai visto) in natura. Poco tempo dopo queste dichiarazioni vennero ribadite da un virologo sempre di nazionalità russa, Nikolai Filatov, che per la prima volta considerò un coinvolgimento umano nella creazione del virus. Alcuni scienziati riconobbero la possibilità che il virus della SARS potesse essere di matrice umana,...
A cura della Redazione Cesem Dall’inizio dell’emergenza Coronavirus i prezzi del petrolio sono rapidamente precipitati sotto la soglia di 50 dollari al barile. La causa principale è dovuta al forte rallentamento della produzione industriale e delle stime di crescita economica della Cina (il FMI ne ha tagliato le previsioni di crescita nel 2020 dal 6% al 5,6%), principale acquirente della domanda energetica globale (13% del totale, di cui 47% dall’Arabia Saudita e 9% dalla Russia) così come alle ripercussioni che una eventuale recessione cinese potrebbe avere sulle prospettive dell’intera economia mondiale: nel 2019 il valore degli scambi commerciali di Pechino con gli Stati che partecipano al progetto della Nuova Via della Seta ammontavano a 9,27 trilioni di yuan (1,34 trilioni di dollari). Per far fronte al crollo dei prezzi l’Arabia Saudita, leader di fatto dell’OPEC, ha fatto pressione per una riunione tecnica il 4 febbraio a Vienna a cui, nei piani di Riyadh, sarebbe dovuta seguire una assemblea ministeriale di emergenza del cartello, mirata a esplorare la possibilità di tagli concordati alla produzione per spingere in alto i prezzi. La riunione tecnica aveva infatti proposto tagli complessivi da 600 mila barili di petrolio. L’esigenza di tali tagli deriva dal fatto che la maggior parte dei produttori del cartello hanno budget statali non in grado di garantire stabilità e pareggio di bilancio a prezzi così bassi, a cominciare dalla stessa Arabia Saudita, il cui “punto di pareggio” (break-even) secondo l’FMI si aggira intorno agli 80 dollari. A frustrare gli obiettivi sauditi si sono però presentati i dubbi della Russia, che pur non facendo parte formalmente dell’OPEC dal 2017 è legata all’Arabia Saudita da un accordo per tenere sotto controllo la produzione globale attraverso un sistema di tagli concordati: il cosiddetto OPEC Plus. Durante il meeting di Vienna del 5-6 marzo 2020, l’Opec Plus non ha raggiunto un accordo in merito alla riduzione della produzione di petrolio e ciò ha determinato un crollo dei prezzi. Oggi sembra perciò finita la sua storia e il comune interesse dei suoi membri a tenere a bada il prezzo del petrolio dopo il crollo di inizio 2015; esso fu voluto per una decisione improvvisa, del giovane erede al trono Mohammed bin Salman (divenuto noto al mondo con l’acronimo MBS), che mirava a riconquistare quote di mercato e a danneggiare mortalmente l’industria dello shale oil americano. Quest’ultima aveva infatti la colpa di aver rivoluzionato la tecnologia estrattiva facendo rapidamente diventare gli Stati Uniti, da primo importatore, a maggiore produttore (e presto esportatore) mondiale. I rischi delle estrazioni di petrolio e gas con la tecnica della “fratturazione idraulica” (fracking) sono però molteplici. La non perfetta tenuta delle tubazioni nei pozzi può causare l’inquinamento delle falde acquifere, che tipicamente si trovano a metà strada tra i giacimenti e la superficie; inoltre il metano, che è un potente gas serra, può trovare vie di fuga in atmosfera. Uno degli impatti ambientali più preoccupanti è legato all’acqua utilizzata per il fracking, che risale poi in superficie e deve essere...
Focus CESEM (a cura della redazione) I colloqui diretti che si svolgono a Mosca tra il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan rappresentano lo snodo strategico per la risoluzione o l’aggravamento della crisi mediorientale. Dopo alcuni mesi di schermaglie e temporeggiamenti nel tentativo di evacuare pacificamente i jihadisti assembrati nella provincia siriana di Idlib, l’esercito di Damasco con il sostegno dell’aviazione russa ha decisamente rotto gli indugi per riconquistarne il controllo. La Turchia, invece di rispettare gli Accordi di Astana e Sochi sulle zone di demilitarizzazione, ha finito per far coincidere le proprie postazioni di osservazione sul territorio siriano con quelle dei gruppi di “Al Nusra” (ramo dell’estremismo islamista legato ad Al Qaeda, oggi racchiusa all’interno della sigla di “Tahrir Al Sham”). Dal 19 dicembre 2019, quando è scattata l’offensiva dell’Esercito Arabo Siriano (SAA) fedele al Presidente Bashar al-Assad, i ribelli hanno perso metà degli 8000 chilometri quadrati che controllavano a Idlib e nelle confinanti Aleppo e Hama. In un territorio dimezzato, poco più grande della Valle d’Aosta, sono stipate oltre 3 milioni di persone, compresi 980 mila profughi e 12 checkpoints turchi. La situazione ad Idlib si è aggravata dopo che i terroristi del gruppo fondamentalista “Tahrir al-Sham”, il 27 febbraio 2020, hanno avviato un’offensiva su vasta scala contro le posizioni delle forze governative siriane. L’uccisione di 34 militari turchi e il ferimento grave di altre decine (alcune fonti parlano addirittura di 165 soldati turchi uccisi) in seguito alla reazione militare di Damasco, ha provocato la furente risposta di Erdogan; lo scorso 29 febbraio, le Forze Armate di Ankara hanno lanciato una profonda offensiva aerea e terrestre all’interno del territorio siriano, i cui risultati appaiono però controversi. Durante il primo attacco di Ankara, il ministro della Difesa Hulusi Akar ha precisato che l’artiglieria e i droni armati turchi hanno distrutto “5 elicotteri, 23 tank, 23 cannoni, 2 sistemi di difesa anti-aerea” e “neutralizzato”, cioè ucciso e ferito “309 soldati del regime siriano”; più significativo ancora di questi numeri tutt’altro che verificati (lo Stato Maggiore di Ankara ha mostrato all’opinione pubblica diversi video risultati poi falsi), è stata la conquista della città siriana di Saraqib da parte dei “ribelli”, divenuti ormai ufficialmente la fanteria dell’esercito turco. Con il successivo intervento denominato “Scudo di Primavera” e approfittando del fatto che i russi non avevano predisposto l’abituale no fly zone a sostegno dell’esercito siriano, l’avanzata turca sembrava risultare ancora più incisiva. Il bilancio proclamato da Erdogan parla di 2 aerei e 2 droni siriani abbattuti, 8 elicotteri distrutti insieme a 135 tanks, 5 sistemi di difesa aerea, 86 cannoni, 77 veicoli armati e soprattutto 2557 tra soldati e ausiliari delle SAA uccisi o feriti. Cifre sicuramente esagerate e contraddette da un attento incrocio delle fonti presenti sul terreno. L’avanzata terrestre turco-jihadista del 29 febbraio ha conseguito uno sfondamento al centro delle forze siriane attorno ad Idlib, sorprendendo evidentemente i russi che forse non si aspettavano un attacco di tale intensità. Ankara ha utilizzato dai 12...
“L’Europa deve rigettare il Piano di pace di Trump in Medio Oriente”; 50 ex Ministri degli Esteri europei o diplomatici sono rimasti inquietati del piano americano per il conflitto israeliano-palestinese perché esso minaccia i diritti dei palestinesi e l’avvenire della democrazia israeliana”. Questo il testo dell’articolo apparso su Le Figaro del 27 febbraio 2020: «L’Europe doit rejeter le plan de paix de Trump au Moyen-Orient» EXCLUSIF – 50 anciens ministres des Affaires étrangères européens ou diplomates* s’inquiètent du plan américain pour le conflit israélo-palestinien. Il menace les droits des Palestiniens et l’avenir de la démocratie israélienne. Par Tribune Collective Donald Trump durant une conférence de presse le mardi 25 février. MANDEL NGAN/AFP En tant qu’Européens soucieux de promouvoir le droit international, la paix et la sécurité dans le monde, nous exprimons notre profonde inquiétude face au plan du président Trump pour le Moyen-Orient, intitulé «De la paix à la prospérité». Ce plan est en contradiction avec les paramètres convenus au niveau international pour le processus de paix au Moyen-Orient, les résolutions pertinentes des Nations unies, notamment la résolution 2 334 du Conseil de sécurité, et les principes les plus fondamentaux du droit international. Au lieu de promouvoir la paix, il risque d’alimenter le conflit – au détriment des civils israéliens et palestiniens et avec de graves implications pour la Jordanie et la région au sens large. Il a suscité une opposition généralisée dans la région, en Europe et aux États-Unis. Le plan permet l’annexion de parties importantes et vitales du territoire palestinien occupé. Il légitime et encourage les activités illégales de colonisation israélienne. Il ne reconnaît que les revendications d’une seule des parties sur Jérusalem et n’offre aucune solution équitable à la question des réfugiés palestiniens. Il projette un futur «État» palestinien sans contrôle et sans souveraineté sur son territoire fragmenté. La carte figurant dans le plan propose des enclaves palestiniennes sous contrôle militaire israélien permanent, qui évoquent des ressemblances effrayantes avec les bantoustans sud-africains. Nous appelons l’Europe à rejeter le plan américain comme base de négociation et à prendre des mesures immédiates et efficaces pour contrer la menace d’annexion «De la paix à la prospérité» n’est pas une feuille de route pour une solution viable à deux États, ni pour toute autre solution légitime au conflit. Le plan envisage une formalisation de la réalité actuelle dans le territoire palestinien occupé, dans lequel deux peuples vivent côte à côte sans droits égaux. Un tel résultat présente des caractéristiques similaires à celles de l’apartheid – un terme que nous n’utilisons pas à la légère. La communauté internationale, en particulier l’Union européenne, doit empêcher qu’un tel scénario ne se produise, afin de préserver la dignité et les droits des Palestiniens, l’avenir de la démocratie israélienne et plus largement un ordre international fondé sur des règles. Nous nous félicitons de la déclaration du haut représentant de l’UE, Josep Borrell, soulignant l’engagement continu de l’UE en faveur d’une solution à deux États, fondée sur les frontières de 1967, conformément aux paramètres internationaux....
I colloqui diretti che si svolgono a Mosca tra il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan rappresentano lo snodo strategico per la risoluzione o l’aggravamento della crisi mediorientale. Dopo alcuni mesi di schermaglie e temporeggiamenti nel tentativo di evacuare pacificamente i jihadisti assembrati nella provincia siriana di Idlib, l’esercito di Damasco con il sostegno dell’aviazione russa ha decisamente rotto gli indugi per riconquistarne il controllo. La Turchia, invece di rispettare gli Accordi di Astana e Sochi sulle zone di demilitarizzazione, ha finito per far coincidere le proprie postazioni di osservazione sul territorio siriano con quelle dei gruppi di “Al Nusra” (ramo dell’estremismo islamista legato ad Al Qaeda, oggi racchiusa all’interno della sigla di “Tahrir Al Sham”). Dal 19 dicembre 2019, quando è scattata l’offensiva dell’Esercito Arabo Siriano (SAA) fedele al Presidente Bashar al-Assad, i ribelli hanno perso metà degli 8000 chilometri quadrati che controllavano a Idlib e nelle confinanti Aleppo e Hama. In un territorio dimezzato, poco più grande della Valle d’Aosta, sono stipate oltre 3 milioni di persone, compresi 980 mila profughi e 12 checkpoints turchi. La situazione ad Idlib si è aggravata dopo che i terroristi del gruppo fondamentalista “Tahrir al-Sham”, il 27 febbraio 2020, hanno avviato un’offensiva su vasta scala contro le posizioni delle forze governative siriane. L’uccisione di 34 militari turchi e il ferimento grave di altre decine (alcune fonti parlano addirittura di 165 soldati turchi uccisi) in seguito alla reazione militare di Damasco, ha provocato la furente risposta di Erdogan; lo scorso 29 febbraio, le Forze Armate di Ankara hanno lanciato una profonda offensiva aerea e terrestre all’interno del territorio siriano, i cui risultati appaiono però controversi. Durante il primo attacco di Ankara, il ministro della Difesa Hulusi Akar ha precisato che l’artiglieria e i droni armati turchi hanno distrutto “5 elicotteri, 23 tank, 23 cannoni, 2 sistemi di difesa anti-aerea” e “neutralizzato”, cioè ucciso e ferito “309 soldati del regime siriano”; più significativo ancora di questi numeri tutt’altro che verificati (lo Stato Maggiore di Ankara ha mostrato all’opinione pubblica diversi video risultati poi falsi), è stata la conquista della città siriana di Saraqib da parte dei “ribelli”, divenuti ormai ufficialmente la fanteria dell’esercito turco. Con il successivo intervento denominato “Scudo di Primavera” e approfittando del fatto che i russi non avevano predisposto l’abituale no fly zone a sostegno dell’esercito siriano, l’avanzata turca sembrava risultare ancora più incisiva. Il bilancio proclamato da Erdogan parla di 2 aerei e 2 droni siriani abbattuti, 8 elicotteri distrutti insieme a 135 tanks, 5 sistemi di difesa aerea, 86 cannoni, 77 veicoli armati e soprattutto 2557 tra soldati e ausiliari delle SAA uccisi o feriti. Cifre sicuramente esagerate e contraddette da un attento incrocio delle fonti presenti sul terreno. L’avanzata terrestre turco-jihadista del 29 febbraio ha conseguito uno sfondamento al centro delle forze siriane attorno ad Idlib, sorprendendo evidentemente i russi che forse non si aspettavano un attacco di tale intensità. Ankara ha utilizzato dai 12 ai 36 droni capaci di lanciare missili...
In uscita per i tipi di Anteo Edizioni il nuovo libro di Stefano Vernole, responsabile relazioni esterne del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, dal titolo La difesa della fede ortodossa in Montenegro. Questa la presentazione del volume: L’Ortodossia rimane oggi un fattore geopolitico di primaria importanza nelle vicende storiche dei Balcani. Una delle ragioni che condussero al conflitto degli anni Novanta nella ex Jugoslavia e al primo intervento militare della NATO in Europa è proprio il legame identitario tra due nazioni cristiano-ortodosse, la Serbia e la Russia. Si bombardò Belgrado per mandare un avvertimento a Mosca, l’allargamento dell’Alleanza Atlantica verso oriente non doveva essere fermato. Pur stremato da decenni di lotte che lo hanno visto quasi sempre dalla parte dei “perdenti”, il popolo serbo trovò ancora nel 2008 la forza di rialzarsi per protestare contro l’autoproclamazione d’indipendenza del Kosovo e Metohija, la sua “patria interiore” temporaneamente occupata dalle forze straniere. A quasi tutti gli osservatori quello sembrò l’ultimo moto di ribellione, capace comunque di determinare un significativo cambiamento nella Costituzione della Serbia: giuridicamente la “Terra dei Merli” continuava a rimanere parte integrante della nazione. Ecco così spiegata la sorpresa, il silenzio mediatico e l’incomprensione di quanto sta accadendo nel 2020 in Montenegro; centinaia di migliaia di persone, ogni settimana nelle serate di giovedì e di domenica, marciano compatte nelle strade di Podgorica e delle principali città del Paese, per la riaffermazione di un principio essenziale: “I luoghi sacri non devono essere toccati”. Motivo scatenante della protesta, la “Legge sulla libertà religiosa e lo statuto delle comunità religiose” voluta a tutti i costi dal padre-padrone del Montenegro, Milo Djukanovic, che sfugge alle maglie della giustizia internazionale ormai da 20 anni grazie alla protezione dei suoi burattinai atlantici. Un passo falso che non solo mette a rischio la tenuta del suo regime personalistico ma che potrebbe innescare dinamiche di cambiamento geopolitiche ben più ampie in tutta la regione, se solo si pensa che contemporaneamente alla crisi del Crna Gora assistiamo alla volontà emancipatrice della Repubblica Serba di Bosnia e alla ridefinizione strategica della Macedonia. La conferma, ancora una volta, che “i Balcani producono più storia di quanta ne possano contenere”. Il libro è acquistabile qui.
Dopo l’approvazione lo scorso 27 dicembre della controversa “legge sulla libertà religiosa”, con l’arresto di 18 deputati dell’opposizione, tutto il Montenegro è scosso da imponenti e quotidiane manifestazioni pacifiche che trovano il loro apice nelle processioni serali del giovedì e della domenica al grido “Ne damo Svetinje” (“Non cederemo i luoghi sacri”). Il giorno successivo all’approvazione della legge e in previsione delle inevitabili proteste, il Governo di Podgorica ha annunciato un importante accordo militare con quello di Tel Aviv per l’acquisto di armi telecomandate dal valore di circa 31 milioni di euro. L’impresa israeliana Elbit System, che si avvale della tecnologia del Remote Control Weapon Stations (RCWS), è andata così ad integrare i nuovi veicoli militari acquistati nel 2019 dal Montenegro e prodotti dall’impresa statunitense Oshkosh. La firma del contratto era in realtà stata siglata già lo scorso 15 dicembre dal dirigente del Ministero della Difesa israeliano, Yaur Jykasm e dal Ministro della Difesa montenegrino Pedrag Boskovic, i quali avevano sottolineato come questo accordo fosse solo il prodromo per l’instaurazione di più profonde relazioni tra i due Paesi, a partire dall’addestramento delle Forze Armate montenegrine in Israele (1). Si tratta di un’intesa che punta ad arruolare il Montenegro tra le nazioni che riconoscono Gerusalemme capitale d’Israele (nel dicembre 2017 il rappresentante di Podgorica alle Nazioni Unite aveva votato una risoluzione di condanna del riconoscimento effettuato dagli Stati Uniti) e in linea con l’adesione del Paese balcanico alla NATO (pur non appartenendoci ufficialmente, Israele collabora attivamente con l’Alleanza Atlantica). Poche settimane dopo l’annuncio, la NATO ha infatti inviato la prima squadra di “guerra anti-ibrida” in Montenegro per rafforzarne le capacità, in previsione di un possibile attacco di hacker russi prima delle elezioni parlamentari dell’ottobre 2020 (2). Le processioni settimanali avallate dalla Chiesa Ortodossa serba per chiedere il ritiro della legge si sono però intensificate a febbraio, in particolare con l’appuntamento straordinario tenutosi l’ultimo sabato del mese, quando la polizia di Podgorica si è trovata costretta a bloccare i numerosi pullman arrivati nella capitale e provenienti anche dalla Serbia e dalla Repubblica Serba di Bosnia. Una vera e propria marea umana ha comunque manifestato ugualmente, suscitando l’ira del Presidente Milo Djukanovic, che ha apertamente accusato Belgrado e Mosca di voler destabilizzare il Paese e di tentare un golpe ai suoi danni. Non sono mancate ovviamente le reazioni; mentre il Metropolita di Cetinje Amfiloije e quello di Kiev Onofrij si sono limitati ad invitare il Governo di Podgorica a ritirare la legge, il premier serbo Ana Brnabic ha rivendicato il diritto dei serbi del Montenegro alla propria lingua e religione, a sua volta il portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha risposto in maniera tagliente, sottolineando come: “Nessuno potrebbe minare le proprie azioni più di sé stesso”, con un chiaro riferimento alla credibilità da statista di Djukanovic, coinvolto in più occasioni in affari di mafia e corruzione (3). E’ evidente come dopo il fallimento di tutti i tentativi di mediazione tra la Chiesa e il Governo di Podgorica, la situazione...