di Giacomo Leccese Il recente accordo del 5 luglio 2021 sulla produzione del vaccino cinese antiCovid-19 in Marocco mette in luce una collaborazione tra i due Paesi sempre più stretta e articolata. Il legame tra i due Stati è, infatti, il frutto di varie strategie di natura politica ed economica in seno ai due paesi. Il recente avvicinamento Al momento del lancio della Belt and Road Initiative (BRI), nel settembre 2013, il Nord Africa era in larga parte escluso dal progetto. La regione, infatti, fino ad allora era sempre stata un’area piuttosto marginale nella politica estera cinese, nonostante alcuni primi segnali di cambiamento negli anni Duemila, come ad esempio il China-Arab States Cooperation Forum (CASCF) e il Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC). L’evoluzione della BRI negli ultimi anni e la conseguente espansione degli interessi cinesi, però, hanno portato ad una crescente attenzione del gigante asiatico verso l’area, come testimoniano gli accordi bilaterali siglati dal 2014 in poi con tutti gli Stati nordafricani.1 Infatti, come sottolineato da Liu Ming, la BRI verso la regione MENA si è evoluta verso un nuovo modello di cooperazione, costituito da 1+2+3 elementi: la cooperazione energetica in termini di idrocarburi; la costruzione di infrastrutture e l’investimento sul commercio; e l’industria del nucleare, i satelliti spaziali e le nuove fonti di energia.2 Questo ha portato ad un allargamento del focus cinese, che, dai Paesi del Golfo, interessanti per la loro appetibilità in termini di petrolio e gas, si è allargato anche sui Paesi nordafricani non esportatori di idrocarburi, come il Marocco. Le relazioni sino-marocchine, che risalgono al 1958, quando il Marocco fu il secondo Paese africano a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese, hanno, infatti, conosciuto una svolta significativa nel 2016 con la visita in Cina del re Mohammed VI. L’evento è stato l’occasione per stipulare molteplici accordi bilaterali in ambito economico, rafforzati nell’anno seguente con la firma del Memorandum of Understanding sulla realizzazione congiunta della Belt and Road Initiative. A testimoniare la repentina crescita dei rapporti economici tra i due stati c’è l’aumento degli investimenti diretti esteri cinesi verso il Marocco, passati dai 4,3 milioni di dollari del 2003 ai 318 milioni del 2017, più che raddoppiati tra il 2015 e il 2017. Il reciproco interesse, poi, si declina, anche in termini di soft power, come testimonia da un lato l’apertura di tre Istituti Confucio nel regno e dall’altro l’aumento del 300% dei turisti cinesi in Marocco tra il 2015 e il 2016 (frutto della decisione marocchina di eliminare la necessità del visto per questi ultimi). La vicinanza tra i due Stati si riflette, infine, anche politicamente nell’arena internazionale, dove entrambi i Paesi, nel rispetto del principio di non interferenza negli affari interni, evitano di prendere posizioni sfavorevoli all’altro riguardo a questioni al centro del dibattito globale: il Governo marocchino ha sempre evitato commenti sulle accuse di violazioni di diritti umani nei confronti delle minoranze islamiche nello Xinjiang (nonostante i riferimenti della stampa marocchina) e, allo stesso tempo, la Cina si è astenuta da qualsiasi intromissione nella...
repubblica popolare cinese
A cura di Andrea Turi Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo ha intervistato Albert Ettinger sui fatti che hanno animato le regioni dello Xinjiang, del Tibet e di Hong Kong ma anche sulla situazione internazionale e sui rapporti tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti. Signor Ettinger intanto la ringrazio per la sua disponibilità. La nostra “intervista” sarà inserita nel Focus che il Centro di Studi Eurasia e Mediterraneo sta conducendo sullo Xinjiang. Prima di passare a parlare di questa regione autonoma della Cina, vorrei approfittare della sua conoscenza approfondita di un’altra regione autonoma della Repubblica popolare cinese, il Tibet. Si parla molto meno del Tibet oggi che in passato. Cosa è successo nel frattempo e, soprattutto, perché l’hype mediatico si è calmato? Il Tibet è tenuto a “bagnomaria” ma la questione tornerà presto ad occupare un posto nella propaganda anti-cinese promossa dall’Occidente? L’impressione che nella propaganda anti-cinese dei nostri principali media occidentali il Tibet sia stato messo da parte a favore dello Xinjiang non è certamente falsa. Ci sono diverse cause per questo. Primo, c’è l’evoluzione nel Tibet stesso. Gli ultimi disordini orchestrati da Washington e Dharamsala dove risiede il “governo tibetano in esilio” risalgono ormai al 2008. Lo spettacolare boom economico in Tibet, dovuto ai massicci aiuti e alle grandi opere infrastrutturali da parte dello Stato cinese, ha fatto sì che sia diventato sempre più difficile descrivere il Tibet come “l’inferno in terra”. Poi la narrazione di “1,2 milioni di morti tibetane”, “genocidio” ed “etnocidio” è stata seriamente messa in discussione anche all’interno della cerchia dei sostenitori della “causa tibetana”. Ma soprattutto il Tibet è meno importante dello Xinjiang da un punto di vista geostrategico: più ricco e popoloso, quest’ultima regione svolge un ruolo essenziale nel grande progetto cinese della “Nuova Via della Seta”. Il movimento separatista uiguro ha il vantaggio di avere stretti legami con l’islamismo politico, il jihadismo internazionale, il panturchismo e l’estremismo di destra turco (i “Lupi grigi”). Il suo potenziale di danno e, quindi, le possibilità di destabilizzare lo Xinjiang sono molto più alte rispetto alla situazione in Tibet. Ciò non significa che la “questione tibetana” non abbia più alcun ruolo. Il Tibet può sempre tornare al centro dell’interferenza statunitense negli affari interni della Cina. Questo sarà certamente il caso quando l’attuale Dalai Lama morirà e quando sarà necessario nominare un nuovo leader spirituale lamaista. Fino a poco tempo fa, gli Stati Uniti hanno preso iniziative su questo argomento che hanno ricevuto un po’ di copertura mediatica. Alla fine del 2019, Sam Brownback nominato “Ambasciatore di buona volontà degli Stati Uniti per la libertà religiosa nel mondo” da Donald Trump, ha dichiarato che “gli Stati Uniti vogliono che l’ONU venga coinvolta rapidamente nella scelta del prossimo Dalai-Lama per impedire alla Cina di influenzare il processo di designazione.” Alla fine del 2020 il Senato degli Stati Uniti ha adottato una legge che prevede sanzioni contro qualsiasi funzionario cinese che cerca di identificare e installare un Dalai Lama approvato dal Governo cinese. Questo Tibetan Policy...
Traduzione di Giulio Chinappi, articolo originale qui Il 1° luglio si sono tenute in tutta la Cina le celebrazioni per il centenario del Partito Comunista Cinese, fondato nel 1921 da Li Dazhao e Chen Duxiu. In quest’occasione, il presidente della Repubblica Popolare Cinese e segretario generale del Partito Comunista, Xi Jinping, ha tenuto un lungo discorso che vi proponiamo nella sua traduzione integrale. Compagni e amici, Oggi, primo luglio, è un grande e solenne giorno nella storia sia del Partito Comunista Cinese che della nazione cinese. Ci riuniamo qui per unirci a tutti i membri del Partito e ai cinesi di tutti i gruppi etnici in tutto il Paese per celebrare il centenario del Partito, ripensando al glorioso viaggio che il Partito ha percorso in oltre 100 anni di lotte e guardando avanti alle brillanti prospettive di ringiovanimento della nazione cinese. Per iniziare, permettetemi di porgere le mie calorose congratulazioni a tutti i membri del Partito a nome del Comitato Centrale del PCC. In questa occasione speciale, è mio onore dichiarare a nome del Partito e del popolo che attraverso i continui sforzi dell’intero Partito e dell’intera nazione, abbiamo realizzato il primo obiettivo centenario di costruire una società moderatamente prospera sotto tutti gli aspetti. Ciò significa che abbiamo portato a una soluzione storica al problema della povertà assoluta in Cina, e ora stiamo marciando fiduciosi verso l’obiettivo del secondo centenario di trasformare la Cina in un grande Paese socialista moderno a tutti gli effetti. Questo è un grande e glorioso traguardo per la nazione cinese, per il popolo cinese e per il Partito Comunista Cinese! Compagni e amici, La nazione cinese è una grande nazione. Con una storia di oltre 5.000 anni, la Cina ha dato un contributo indelebile al progresso della civiltà umana. Dopo la guerra dell’oppio del 1840, tuttavia, la Cina fu gradualmente ridotta a una società semicoloniale e semifeudale e subì danni maggiori che mai. Il Paese ha subito un’intensa umiliazione, il popolo è stato sottoposto a un grande dolore e la civiltà cinese è stata sprofondata nell’oscurità. Da quel momento, il ringiovanimento nazionale è stato il sogno più grande del popolo cinese e della nazione cinese. Per salvare la nazione dal pericolo, il popolo cinese ha combattuto coraggiosamente. Mentre i nobili patrioti cercavano di riunire la nazione, il Movimento del Regno Celeste di Taiping, il Movimento di riforma del 1898, il Movimento Yihetuan e la Rivoluzione del 1911 sorsero uno dopo l’altro, e una varietà di piani furono escogitati per garantire la sopravvivenza nazionale, ma tutto questo si è concluso con un fallimento. La Cina aveva urgente bisogno di nuove idee per guidare il movimento per salvare la nazione e una nuova organizzazione per radunare le forze rivoluzionarie. Con gli echi della Rivoluzione d’Ottobre russa del 1917, il marxismo-leninismo fu portato in Cina. Poi, nel 1921, mentre il popolo cinese e la nazione cinese stavano attraversando un grande risveglio e il marxismo-leninismo si stava integrando strettamente con il movimento operaio cinese, nacque il Partito Comunista Cinese. La fondazione di un partito comunista in Cina è...
Si intitola Hong Kong. Il “porto profumato della RPC tra storia, economia e ingerenze straniere il nuovo libro di Marco Costa, Andrea Turi e Stefano Vernole, ricercatori del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo e pubblicato per i tipi di Anteo Edizioni. QUARTA DI COPERTINA Un libro, scritto da tre ricercatori del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, che pone al centro della trattazione le vicende – più o meno recenti – che hanno reso così peculiare lo sviluppo di Hong Kong, il “Porto profumato” della Repubblica Popolare Cinese, mettendone in risalto l’importanza storica, economica e geopolitica di questa regione amministrativa speciale, unitasi nuovamente nel 1997 alla madrepatria dopo gli anni del colonialismo britannico. Il Focus si compone di tre parti che affrontano la specificità di Hong Kong alla luce della lunga colonizzazione britannica, i temi legati all’economia e alla finanza nella logica “un Paese, due sistemi”, insieme a tematiche più recenti nel tempo muovendo dall’analisi della nuova Legge sulla sicurezza nazionale. Una ricerca che in corso d’opera amplia lo spettro tematico sia al ruolo della Cina nello sviluppo di questa regione post-1997 sia al contesto geopolitico nel quale sono nate le recenti proteste che hanno scosso la normale vita di Hong Kong. Perché l’Isola è parte integrante della storia e della cultura cinesi? Hong Kong sarà ancora determinante nell’ascesa economica mondiale della Repubblica Popolare Cinese? Quali sono gli interessi internazionali e gli attori esterni che cercano di minarne la stabilità? Queste sono le domande fondamentali alle quali nel libro troverete le risposte che i media mainstream non vogliono darvi. Il libro è acquistabile qui.
Il testo delle dichiarazione congiunta è consultabile in lingua inglese al seguente indirizzo Il 22 e 23 marzo scorso a Guilin (regione autonoma del Guangxi, Cina) il consigliere di Stato e ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il suo omologo russo Sergey Lavrov hanno tenuto un colloquio ricco di risultati. “I due ministri hanno avuto uno scambio di opinioni sullo stato delle relazioni bilaterali e su importanti questioni internazionali e regionali, raggiungendo una serie di nuovi consensi”. Queste parole sono state dette da Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri cinese. “I due capi della diplomazia di Cina e Russia hanno inoltre firmato e pubblicato la “Dichiarazione congiunta su diversi problemi per la governance globale da parte dei due ministri degli Esteri”, in cui hanno esposto la corretta connotazione di diversi concetti tra cui quello di “diritti umani”, “democrazia”, “ordine internazionale” e “multilateralismo”, mostrando la loro ferma volontà di difendere insieme l’equità e la giustizia internazionale. La pandemia di Coronavirus in corso è servita da catalizzatore per un cambiamento nell’ordine mondiale e ha provocato squilibri ancora maggiori nel sistema di governance globale. I processi di crescita economica sono influenzati e stanno emergendo numerose nuove sfide e minacce. Il mondo è entrato in un periodo di forte turbolenza e rapidi cambiamenti. In questo contesto, chiediamo alla comunità internazionale di mettere da parte ogni differenza, di rafforzare la comprensione reciproca e di costruire la cooperazione nell’interesse della sicurezza globale e della stabilità geopolitica per contribuire alla creazione di un ordine mondiale multipolare più giusto, più democratico e razionale. Tutti i diritti sono universali, indivisibili e correlati. Lo sviluppo sostenibile è la base per migliorare il tenore di vita e la qualità della vita della popolazione di ogni stato contribuendo, così, al rispetto di tutti i diritti umani. Lo sviluppo e l’attuazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali sono interdipendenti. Basandosi su questo, e tenuto conto delle loro specificità nazionali, tutti gli Stati dovrebbero proteggere e attuare i diritti umani nella sfera politica e socioeconomica, e in campi come la cultura e l’ambiente; dovrebbero inoltre promuovere uno sviluppo globale dell’individuo e migliorare il benessere dei loro popoli.La promozione e la protezione dei diritti umani è un compito comune alla comunità internazionale, il che significa che i suoi membri dovrebbero prestare uguale attenzione a un’implementazione sistematica di tutte le categorie di diritti umani. È ora di smetterla di allegare un’agenda politica al tema dei diritti umani e di abbandonare la pratica di usarla come pretesto per interferire negli affari interni di altri Stati e applicare i doppi standard. Dobbiamo tutti costruire un dialogo basato sui principi di uguaglianza e rispetto reciproco, a beneficio di tutti i popoli e paesi. 2. La democrazia è una delle conquiste dell’umanità. Uno dei suoi principi di base è la regola del popolo stabilita per legge, il che significa che ogni cittadino ha il diritto di partecipare al governo del proprio paese, mentre utilizza il potere loro concesso per scopi legittimi.Allo stesso tempo, non esiste uno...
Il 24 marzo 2021 il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato il Rapporto 2020 sulla violazione dei diritti umani negli Stati Uniti (in allegato). Pubblichiamo il rapporto integrale così come reso pubblico dall’agenzia di stampa cinese Xinhua
di Marco Costa Per cosa è solitamente conosciuta Hong Kong agli occhi occidentali? Per il porto direi, per la sua borsa finanziaria, per i suoi grattacieli e il suo aspetto avveniristico. Ma non meno per la sua industria cinematografica. Non è infatti possibile trascurare il fatto che per diversi decenni questa fu la terza industria cinematografica nel mondo, dopo Bollywood e Hollywood, nonché la seconda per esportazioni. Nonostante una crisi generalizzata nell’industria del cinema iniziata a metà degli anni novanta, il cinema di Hong Kong ha mantenuto gran parte della sua identità e continua a giocare un ruolo di primo piano nel panorama cinematografico mondiale. In occidente il cinema pop di Hong Kong, specialmente quello d’azione, ha un forte seguito, essendo diventato ormai parte del mainstream culturale, largamente seguito e imitato, trasformatosi in un genere propriamente cult per molti estimatori. Ai suoi albori il cinema di Hong Kong era subordinato a quello della Cina continentale, in particolare a quello di Shanghai, che all’epoca era la capitale delle produzioni cinematografiche in lingua cinese. Analogamente al resto della Cina, lo sviluppo dei primi film fu una emanazione più o meno diretta dell’opera e del teatro cinese, che per secoli rappresentò la forma dominante di intrattenimento. La trasposizione teatrale su pellicola vide compimento in produzioni quali due brevi commedie prodotte nel 1909 intitolate Stealing a Roasted Duck e Right a Wrong with Earthenware Dish. Il regista fu l’attore e direttore teatrale Liang Shaobo; il produttore, lo statunitense Benjamin Brodsky, risultò uno dei diversi occidentali che aiutarono la nascente industria cinematografica cinese ad accedere ad un pubblico di larga scala. Mentre il primo lungometraggio prodotto a Hong Kong viene generalmente considerato Zhuangzi Zi Shi Qi (traducibile come “Il filosofo Zhuang Zi mette alla prova la moglie”) del 1912, che prese spunto da una storia dell’opera cinese diretta da Li Minwei e Benjamin Brodsky. Li Minwei era un altro attore teatrale, che viene generalmente considerato come il fondatore del cinema di Hong Kong. Dopo uno stallo produttivo dovuto alle vicissitudini della Prima guerra mondiale, nel 1923 Lai, insieme al fratello e al cugino fondarono con Liang Shaobo la prima compagnia cinematografica completamente cinese, la Minxin Company. Anche sull’Isola, il cinema sonoro comparve agli inizi degli anni trenta, peraltro con non poche difficoltà dal punto di vista linguistico. Infatti, per sfruttare il vasto mercato del cantonese nella Cina meridionale, gli studi cinematografici di Shanghai trasferirono ad Hong Kong materiale e personale, trasformandola in uno dei centri principali della zona. Tuttavia, il governo del Kuomintang sosteneva una politica a favore del solo mandarino ed era ostile alle produzioni in cantonese, ed aveva anche messo al bando il popolare genere wuxia, che rappresentava opere sul tema di cavalieri erranti e spadaccini, accusandolo di promuovere la superstizione e la violenza. I film in cantonese e i film wuxia rimasero comunque popolari nonostante l’ostilità governativa e la colonia britannica di Hong Kong divenne luogo privilegiato di questo genere di produzioni, che potrebbero considerarsi a tutti gli effetti dei fantasy...
di Andrea Turi Le storie giornalistiche non dovrebbero mai avere come protagonista un “bravo ragazzo” e un “cattivo ragazzo” perché, il mestiere del giornalista prevede semplicemente che nel raccontare un qualcosa – non importa cosa nello specifico – si dia spazio a tutte le parti in causa affinché le informazioni che formano la storia siano rese al lettore in modo imparziale. Questa la teoria. Ma, la realtà dei fatti vuole che quanto più ci si professa fieri sostenitori di una qualsiasi teoria validandone e difendendone i postulati, significa che non si ha la minima intenzione di metterla in pratica ed è così che media diventa sinonimo di cattivo giornalismo. Le vicende di Hong Kong non fanno eccezione. Aprire un elaborato giornalistico con una immagine non rientra, certo, nei canoni tradizionali della professione ma, talvolta (e questo è il caso), è scelta propedeutica allo sviluppo dell’argomento trattato nell’articolo: Fonte: With People In The Streets Worldwide, Media Focus Uniquely On Hong Kong – PopularResistance.Org Bernard Chan sulle pagine del South China Morning Post mette sul piatto due possibili spiegazioni di tale copertura dei media statunitensi (ma i confini del discorso possono essere tranquillamente allargati sino a comprendere i media mainstream a tutto tondo): uno tecnico, legato ai criteri di “notiziabilità”,l’altro che rimanda ad un uso strumentale del racconto mediatico, come se “questeorganizzazioni dei media avessero un ruolo diverso da svolgere”. I dati rappresentati nel grafico si riferiscono al 2019, anno che può essere annoverato come uno degli “anni di protesta” della “protesta globale”, visto che manifestazioni di ogni genere e portato hanno riempito le strade del mondo: da quelle organizzate dai Gilets Jaunes in Francia a quelle che si sono registrate in Libano, Gaza, Cile, Ecuador e Haiti, manifestazioni e movimenti popolari che hanno coperto le più disparate zone del globo. I media sono stati sproporzionatamente interessati ad una soltanto: “le proteste di Hong Kong”. In totale, ci sono state 737 storie sulle proteste di Hong Kong, 12 sull’Ecuador, 28 su Haiti e 36 sul Cile, con rapporti di copertura simili per le due testate prese in considerazione nello studio del portale online Fairness & Accuracy In Reporting (fair.org). Più che di copertura mediatica si può parlare piuttosto di una “ossessione”dei media d’oltre-atlantico per le vicende interne della Regione Amministrativa Speciale della Repubblica Popolare Cinese. Eppure, secondo il principio di prossimità geografica, negli Stati Uniti dovrebbero essere più interessati a coprire gli eventi che si registrano nel proprio “giardino di casa”, dove si sono verificati disordini di gran lunga peggiori. In Cile, ad esempio, considerata l’economia più sviluppata del Sud America, a ottobre del 2019 sono scoppiate grandi proteste a seguito dell’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici. Almeno 26 persone sono state uccise, diverse migliaia i feriti e oltre 25.000 gli arresti; nel vicino Ecuador, sempre nel mese di ottobre, sono scoppiate proteste contro le misure di austerità imposte dal Governo. Otto i decessi registrati durante le manifestazioni. Nei Caraibi, Haiti ha sofferto per oltre un anno di disordini diffusi a...
Articolo pubblicato su THE ATLANTIC China, we are told, inveigles poorer countries into taking out loan after loan to build expensive infrastructure that they can’t afford and that will yield few benefits, all with the end goal of Beijing eventually taking control of these assets from its struggling borrowers. As states around the world pile on debt to combat the coronavirus pandemic and bolster flagging economies, fears of such possible seizures have only amplified. Seen this way, China’s internationalization—as laid out in programs such as the Belt and Road Initiative—is not simply a pursuit of geopolitical influence but also, in some tellings, a weapon. Once a country is weighed down by Chinese loans, like a hapless gambler who borrows from the Mafia, it is Beijing’s puppet and in danger of losing a limb. The prime example of this is the Sri Lankan port of Hambantota. As the story goes, Beijing pushed Sri Lanka into borrowing money from Chinese banks to pay for the project, which had no prospect of commercial success. Onerous terms and feeble revenues eventually pushed Sri Lanka into default, at which point Beijing demanded the port as collateral, forcing the Sri Lankan government to surrender control to a Chinese firm. The Trump administration pointed to Hambantota to warn of China’s strategic use of debt: In 2018, former Vice President Mike Pence called it “debt-trap diplomacy”—a phrase he used through the last days of the administration—and evidence of China’s military ambitions. Last year, erstwhile Attorney General William Barr raised the case to argue that Beijing is “loading poor countries up with debt, refusing to renegotiate terms, and then taking control of the infrastructure itself.” As Michael Ondaatje, one of Sri Lanka’s greatest chroniclers, once said, “In Sri Lanka a well-told lie is worth a thousand facts.” And the debt-trap narrative is just that: a lie, and a powerful one. Our research shows that Chinese banks are willing to restructure the terms of existing loans and have never actually seized an asset from any country, much less the port of Hambantota. A Chinese company’s acquisition of a majority stake in the port was a cautionary tale, but it’s not the one we’ve often heard. With a new administration in Washington, the truth about the widely, perhaps willfully, misunderstood case of Hambantota Port is long overdue. The city of Hambantota lies at the southern tip of Sri Lanka, a few nautical miles from the busy Indian Ocean shipping lane that accounts for nearly all of the ocean-borne trade between Asia and Europe, and more than 80 percent of ocean-borne global trade. When a Chinese firm snagged the contract to build the city’s port, it was stepping into an ongoing Western competition, though one the United States had largely abandoned. It was the Canadian International Development Agency—not China—that financed Canada’s leading engineering and construction firm, SNC-Lavalin, to carry out a feasibility study for the port. We obtained more than 1,000 pages of documents detailing this effort through a Freedom of Information Act request. The study, concluded in 2003, confirmed that building the port...
di Stefano Vernole La ripresa economica post-Covid: Hong Kong nel Piano quinquennale cinese La pandemia generata dal virus Covid-19 ha evidentemente inferto un durissimo colpo all’economia mondiale e alle catene di valore globali, obbligando i vari Paesi a riprogrammare le proprie iniziative in base alle mutate esigenze. Avendo adottato da subito e con fermezza le misure necessarie ad uscire dalla crisi sanitaria, la Repubblica Popolare Cinese registra alla fine dell’anno in corso dati economici positivi: nel dicembre 2020, l’attività non manifatturiera e quella manifatturiera hanno raggiunto infatti il loro massimo livello rispettivamente da 8 e 10 anni1. Il nuovo Piano quinquennale cinese (2021-2025) ha delineato la strategia della “doppia circolazione” tra crescita interna ed estera, che pone particolare attenzione alla qualità dello sviluppo: espansione della domanda domestica, autonomia scientifica e tecnologica, sradicamento definitivo della povertà e tutela dell’ambiente ne costituiscono gli obiettivi principali. Contrariamente ad alcune errate interpretazioni della stampa occidentale, questo concetto promuove certamente un ruolo più forte della domanda interna nel guidare la crescita ma, allo stesso tempo, non chiude la porta agli scambi internazionali, bensì manifesta l’intenzione di attrarre investimenti e tecnologia dall’estero aprendo ulteriormente i mercati finanziari e favorendo l’accesso al mondo delle imprese (ricordiamo al proposito che l’1 gennaio 2020 è entrata in vigore la nuova legge cinese di tutela degli investimenti stranieri e che nel maggio 2020 è stato approvato il Codice Civile cinese). In coerenza con quanto previsto dal piano “Made in China 2025” che prevede l’autosufficienza della nazione nel settore dell’alta tecnologia industriale, il Governo di Pechino promuoverà ulteriormente il processo di urbanizzazione e rafforzerà la rete di sicurezza sociale; la crescita della produttività richiede maggiore innovazione nel dominio hi-tech e un continuo trend di “apprendimento dall’estero”, attraendo nuovi investimenti internazionali. Secondo il recente rapporto della nota Compagnia McKinsey2, nel mondo post Coronavirus si distinguono alcune tendenze dominanti, tra le quali l’aumento della digitalizzazione e la crescita della concorrenza. Prima del Covid-19 la Cina era già leader digitale nelle aree rivolte ai consumi che rappresentavano il 45% delle transazioni di e-commerce globali. In particolare, la penetrazione dei pagamenti mobili – i mobile payment – era tre volte superiore a quella degli Stati Uniti. Nel settore sanitario le interazioni digitali hanno subito un’accelerazione con la rapida crescita delle consultazioni online, in parte grazie a un cambiamento normativo nella politica di rimborso, con più ampie interazioni virtuali tra rappresentanti farmaceutici e medici. Questi cambiamenti si sono verificati in vista dell’ampia diffusione della tecnologia 5G, che probabilmente catalizzerà l’utilizzo di strumenti digitali: “La crisi sanitaria e le tensioni commerciali con gli Stati Uniti hanno evidenziato il fatto che l’arresto di una linea di produzione in Cina può avere un impatto negativo sull’acquirente finale, ma anche sul produttore (in questo caso la Cina). Pechino ha quindi rapidamente deciso di rimpatriare alcune filiere (per avere fonti alternative) e di potenziare l’innovazione nelle capacità esistenti (con l’utilizzo di robot, ad esempio, meno vulnerabili alle pandemie). Impensabili fino a meno di 2 anni fa, questi cambiamenti radicali sono...