Intervento dell’ex senatore e Colonnello USA Richard H. Black allo Schiller Institute il giorno 20-21 marzo 2021 Mi chiamo Richard Black, sono un senatore e un colonnello in pensione che ha indossato l’uniforme per trentadue anni. Amo il mio Paese. Ho effettuato 269 missioni di combattimento in Vietnam come pilota degli elicotteri marine, mi è capitato di schiantarmi a terra dopo che un mitra distrusse i comandi di volo, dopo il quale ho partecipato a 70 pattugliamenti come controllore di voli a terra per la Prima Divisione Marine. Mi è capitato di ritrovarmi in combattimenti intensi e feroci per la maggior parte del tempo, fui ferito ed entrambi i miei addetti alla radio furono uccisi di fianco a me. Fatte queste premesse mi si permetta di dire che sono inorridito dall’indecenza dell’aggressione statunitense contro la Siria. Soltanto l’altro giorno il segretario di Stato Antony Blinken ha rimproverato il proprio ospite cinese ad Anchorage, in Alaska, dicendogli che i Cinesi non avevano rispettato le norme internazionali, norme senza la quali il mondo sarebbe molto più violento. E quali sarebbero le norme internazionali di cui ogni volta ci riempiamo la bocca? Sembrerebbe che esse sono ciò che gli Stati Uniti decidono che esse sono di volta in volta. Con quale diritto noi sequestriamo in alto mare le navi delle altre nazioni? Le norme specificano che farlo è un atto di guerra. Ma noi non siamo in guerra, nel qual caso le norme specificano che sequestrare navi in alto mare, senza essere in uno stato di guerra, è un atto di pirateria. Il nostro sequestrare navi in alto mare non è quindi un atto di pirateria? Quali sono le norme che autorizzerebbero ad imporre un blocco navale contro Siria, Iran e Venezuela? Non sono questi atti di guerra? Quale norma internazionale afferma che possiamo punire la Germania per costruire un oleodotto con la Russia? Quali norme in questo ordine mondiale fondato sulle norme ci dà il diritto di dare ordini sul commercio di nazioni sovrane? La marcia statunitense di conquista del globo calpesta l’intero globo. Abbiamo invaso nazioni sovrane quali la Serbia, lo Yemen e la Siria riducendole a un cumulo di macerie fumanti. Le norme internazionali non proibiscono forse le guerre di aggressione? Non abbiamo forse perseguitato i nazisti a Norimberga esattamente per la stessa ragione? Quali norme rendono le guerre di aggressione un crimine per i nazisti, ma non per noi? Ci viene detto che stiamo combattendo una guerra al terrorismo, ma non è vero. Siamo intimamente alleati con gruppi terroristi quali al-Qaeda nell’obiettivo senza fine di distruggere la civiltà araba in tutto il Medio Oriente. Solo pochi gli statunitensi sarebbero in grado di elencare tutte le nostre guerre: Serbia, Iraq, Libia, Siria, Yemen, Somalia, Ucraina. Nessuno di loro ci ha attaccati, siamo noi ad aver attaccato loro. Consideriamo ad esempio il caso della Siria. Noi ci ricordiamo com’era la Siria. Prima della guerra la Siria godeva di una economia ben equilibrata, produceva la maggior parte delle proprie merci industriali,...
Mese: Aprile 2021
Si intitola Hong Kong. Il “porto profumato della RPC tra storia, economia e ingerenze straniere il nuovo libro di Marco Costa, Andrea Turi e Stefano Vernole, ricercatori del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo e pubblicato per i tipi di Anteo Edizioni. QUARTA DI COPERTINA Un libro, scritto da tre ricercatori del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, che pone al centro della trattazione le vicende – più o meno recenti – che hanno reso così peculiare lo sviluppo di Hong Kong, il “Porto profumato” della Repubblica Popolare Cinese, mettendone in risalto l’importanza storica, economica e geopolitica di questa regione amministrativa speciale, unitasi nuovamente nel 1997 alla madrepatria dopo gli anni del colonialismo britannico. Il Focus si compone di tre parti che affrontano la specificità di Hong Kong alla luce della lunga colonizzazione britannica, i temi legati all’economia e alla finanza nella logica “un Paese, due sistemi”, insieme a tematiche più recenti nel tempo muovendo dall’analisi della nuova Legge sulla sicurezza nazionale. Una ricerca che in corso d’opera amplia lo spettro tematico sia al ruolo della Cina nello sviluppo di questa regione post-1997 sia al contesto geopolitico nel quale sono nate le recenti proteste che hanno scosso la normale vita di Hong Kong. Perché l’Isola è parte integrante della storia e della cultura cinesi? Hong Kong sarà ancora determinante nell’ascesa economica mondiale della Repubblica Popolare Cinese? Quali sono gli interessi internazionali e gli attori esterni che cercano di minarne la stabilità? Queste sono le domande fondamentali alle quali nel libro troverete le risposte che i media mainstream non vogliono darvi. Il libro è acquistabile qui.
di Stefano Vernole Introduzione alla “Nuova Frontiera” Lo Xinjiang è una regione della Cina nordoccidentale tra le più grandi del Paese: si trova tra Mongolia, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan, India, la Regione Autonoma del Tibet e le province del Qinghai e del Gansu. Lo Xinjiang, ceduto dal Guomindang all’Esercito Popolare di Liberazione nel 1949, ha acquisito lo status di autonomia nel 1955 per la presenza sul territorio della minoranza uigura, uno dei cinquantasei gruppi etnici riconosciuti da Pechino. I tratti antropometrici simili a quelli delle popolazioni dell’Asia Centrale con le quali condivide anche le tradizioni culturali, la confessione religiosa (Islam sunnita) e la lingua turcofona fanno del gruppo uiguro una delle minoranze etniche cinesi maggiormente distinta dall’etnia maggioritaria del Paese, quella Han. Se la Regione Autonoma dello Xinjiang occupa circa 1/6 del territorio cinese, la minoranza degli Uighuri rappresenta meno dell’1% dell’intera popolazione della Repubblica Popolare: circa 12 milioni su 1,4 miliardi di abitanti del Paese. Si tratta di un territorio immensamente più ricco del Tibet, che ha conosciuto uno sviluppo considerevole a partire dagli anni Cinquanta del XX secolo. Le attività industriali si concentrano principalmente nei centri urbani del nord, attirando mano d’opera specializzata dal resto della Cina; la parte sud, a maggioranza uigura, è ancora relativamente agricola e basata sull’allevamento1. Come conseguenza del decollo economico ha conosciuto l’immigrazione degli Han e di altre etnie cinesi attirati dalle possibilità occupazionali; la capitale, Urumqi, si è notevolmente modernizzata, sono state realizzate diverse linee ad alta velocità ferroviaria, nuovi aeroporti e la popolazione è cresciuta di almeno il 40% tra il 1990 e il 2010. Quello del notevole incremento demografico è uno degli aspetti chiave per smontare le accuse che vengono periodicamente rivolte nei confronti del Governo di Pechino dal mainstream occidentale; al contrario della maggioranza Han, la popolazione uighura non è stata mai obbligata alla “politica del figlio unico” adottata dalla Repubblica Popolare Cinese2. Attualmente si calcola che sugli attuali 24 milioni di abitanti dello Xinjiang, il 46% siano Uiguri e il 39% Han. La lingua ufficiale della regione è l’uiguro, anche se ovviamente i suoi cittadini vengono invitati a studiare anche il cinese mandarino per una migliore integrazione nel Paese; i luoghi di culto islamici e le tradizioni locali sono decisamente rispettati, alla pari degli altri culti riconosciuti: il taoismo, il buddismo, il cattolicesimo e il protestantesimo. Le moschee in Cina sono circa 35.000 e i musulmani Hui dispongono anch’essi di una regione autonoma, il Ningxia (al confine con la Mongolia Interna, è una delle regioni vinicole più attive), dove le donne possono indossare il hjiab se lo desiderano e i ristoranti halal abbondano. Vi è tuttavia una parte minoritaria della popolazione dello Xinjiang, abbastanza localizzata, che ha coltivato l’idea di costituire uno Stato indipendente, il cui nome dovrebbe essere Turkestan orientale. Alcuni partiti indipendentisti si sono quindi formati a tale scopo, tra di essi il più violento è il Partito Islamico del Turkestan (o Movimento Islamico del Turkestan Orientale), divenuto una vera e propria struttura...
Intervista rilasciata ad Harley Schangler dal Colonnello Richard H. Black presso il Schiller Institute nell’aprile 2021 https://www.youtube.com/watch?v=rzrSHyms_-c&t=1377s Traduzione per il CeSEM di Marco Ghisetti Richard H. Black ha avuto una carriera brillante, è un colonnello veterano in pensione, ex capo della Divisione di Diritto Penale dell’Esercito al Pentagono ed ex senatore nel parlamento della Virginia […] In Siria, Lei fu coinvolto nelle discussioni concernenti il da farsi nella regione e criticò le politiche degli Stati Uniti. Qual è il Suo giudizio riguardo alla situazione attuale per quanto riguarda le cosiddette sanzioni Caesar che sono state proposte da Pompeo ed approvate pressoché all’unanimità dal Congresso? Noi abbiamo fatto scoppiare la guerra, gli Stati Uniti hanno fatto scoppiare la guerra nel 2011. Abbiamo inviato la CIA e agenti speciali per coordinare e condurre le operazioni dei terroristi facenti parte del gruppo di al-Qaeda, che in quel momento stavano attaccando la Siria e il legittimo Governo siriano. Questi terroristi avevano giurato di decapitare tutti i cristiani, gli sciiti, gli islamici moderati; li hanno uccisi e venduto le mogli e figlie ai mercati di schiavi. Gli Stati Uniti furono implacabili alleati, irremovibili sostenitori di al-Qaeda, cioè del gruppo che l’11 settembre ci aveva abbattuto le Torri Gemelle e il Pentagono. Appena dieci anni dopo il trauma delle 3.000 persone morte, cioè dopo il peggior attacco terroristico nella nostra storia, andavamo pienamente d’accordo e agenti della CIA guidavano al-Qaeda nel suo tentativo di abbattere il Governo legittimo della Siria. Io ne fui pienamente coinvolto, nel 2011, ancora prima che scoppiasse la guerra. Allora volevo capire cosa stessimo facendo in Libia, capire perché stavamo abbattendo lo Stato che fino ad allora era stato un grande alleato degli Stati Uniti. Ciò che capii fu che noi stavamo ammassando un’enorme quantità di armi che poi spedivamo in Siria per sostenere i terroristi: era questo il lavoro che mi stavano facendo fare. In battaglia io ho versato il sangue per il mio Paese e l’idea che noi eravamo gli alleati di al-Qaeda fu per me scioccante. Ho indagato molto bene la cosa e non ho trovato nemmeno una prova che mi suggerisse che noi non lo fossimo. Ancora oggi stiamo sostenendo al-Qaeda; oggi il popolo siriano ha completamente respinto tutti i terroristi che noi gli abbiamo gettato contro poiché si sono raggruppati intorno al presidente al-Assad e all’esercito siriano, riuscendo a forzare la mano dei terroristi e gettarli fuori dal Paese. E sarebbero riusciti a ripulire completamente la Siria dai terroristi se gli Stati Uniti non avessero fisicamente inviato là le proprie truppe. Noi tutti ricordiamo che il presidente Obama disse venti, forse trenta volte che gli Stati Uniti non avrebbero mai inviato in Siria nuove truppe ma ha fatto preparare i piani di spedizione proprio mentre lo diceva e ripeteva. Adesso una significativa forza militare statunitense occupa il nord della Siria: la cosa non ha alcuna legittimità politica, eppure le forze statunitensi e turche sono là. Il nord della Siria è una regione molto speciale poiché è...
The way youth is framed and its role in the society and in thefamily di Federico Guaia Introduction This article has the purpose to critically assess the impact of neoliberal policies on employment and power relations in the Arab region1 with a focus on ‘youth’. The study has its roots in Emmanuel Todd’s idea of family structure as explanation for ideology. The French sociologist maintains that to a certain family structure matches a specific political model (TODD, 1985). Family and society are conceived as elements in continuous interaction playing a circular influence on each other: changes in family structure produces changes in society and vice versa. Considered the high level of integration due to globalisation, a third level should be added to this dual scheme: the international framework. Indeed, individuals, groups and states develop their interactions within these three, deeply connected layers. While Todd uses this idea to build an bottom-up model, in which the family is the unit used to make prediction about the society, I will reverse the model trying to understand how the relations of power existing at the international level play a role in preserving both, authoritarian regimes, and patriarchal family structure in the Arab region. In this top-down process, the global powers use their leverage on other countries to pursue their own economic and security interests. These are materialized through unequal trade agreements and the ‘imposition’ of the liberal model. The aim of this essay is to understand the consequences of these politics on employment and especially on youth, seeing how the power relations between this ‘category’, the State and the family are shaped. The article is divided in four parts. At first place, it examines the EU and US view of Arab youth. This view is partial and interest-biased and lacks important elements. The most important omission is the acknowledgement of the negative consequences of liberal policies on youth employment and empowerment, analysed in the second part. Their effects on the relations with the authoritarian regimes are the subject of the third part, and on family structure of the fourth. The core of the essay is the idea that liberal policies in the Arab countries, by pursuing EU and US’s interest, empower authoritarian regimes and narrow groups while having a negative impact on youth employment. In this context the patriarchal family model is functional to the marginalisation of youth, with major consequences on young women. Employment – emphasising stability and dignity – is conceived as an element of terrific importance in individual development and emancipation from patriarchy and authoritarianism. What is ‘youth’? As a first step it is important to define one of the units of the research: youth. Youth is a term often used in politics and in the academic discourse, but does it describe a homogenous social group? As a matter of fact, it represents a quite blurry category which boundaries are difficult to identify and to apply in different contexts. Youth is usually defined on an age-basis in a range...
di Andrew Korybko Traduzione per il CeSEM di: Marco Ghisetti. Articolo originale: http://oneworld.press/?module=articles&action=view&id=2011 Questo mercoledì il presidente Putin ha sfruttato l’attenzione mondiale di cui godeva durante il suo discorso annuale all’Assemblea federale per far conoscere il tentativo di colpo di Stato in Bielorussia che i suoi servizi di sicurezza hanno aiutato a sventare lo scorso fine settimana, ma che i principali mezzi di informazione occidentali continuano ad ignorare. La guerra ibrida contro la Bielorussia La guerra ibrida in corso contro la Bielorussia avrebbe subìto una svolta drammatica se nel fine settimana i servizi di sicurezza russi e le loro controparti bielorusse non avessero sventato un tentativo di assassinio e di colpo di Stato pianificato per un futuro molto prossimo contro il presidente Lukashenko. Il presidente Putin ne ha infatti parlato alla fine del proprio discorso annuale di circa un’ora e mezza all’Assemblea Federale questo mercoledì, sfruttando saggiamente l’attenzione globale che in quel momento gli era concessa per sensibilizzare il mondo. Il capo di Stato russo ha anche sottolineato come sia davvero strano che l’Occidente abbia per lo più ignorato questo drammatico sviluppo nonostante le conseguenze di un simile piano potessero essere potenzialmente disastrose per la nazione dell’Europa orientale. La notizia che non ha fatto notizia Un’altra cosa da tenere a mente è che lunedì il suo portavoce Dmitry Peskov ha detto alla stampa che il presidente Putin ha discusso della questione con la sua controparte statunitense durante la loro ultima telefonata, cosa che suggerisce fortemente che gli Stati Uniti potrebbero aver fatto pressione sui propri mezzi di informazione affinché non parlassero della loro conversazione. Curiosamente, ci sono state molte fughe di notizie durante il precedente governo statunitense, ma mai durante il governo attuale. Ciononostante, i media russi hanno pubblicizzato lo scandalo subito dopo essere stato scoperto, durante il fine settimana, ma pochissimi altri organi di stampa stranieri lo hanno ripreso. Non si può sapere con certezza, ma a parte la ragionevole speculazione summenzionata, ciò potrebbe essere dovuto ad un caso di autocensura, magari perché non si è voluto mettere la politica estera di Biden in cattiva luce. Lo spionaggio statunitense Anche se gli Stati Uniti hanno ufficialmente negato qualsiasi coinvolgimento, i dettagli che i media hanno rivelato (e che il presidente Putin ha anche fatto sapere a tutti questo mercoledì) mostrano i segni dello spionaggio statunitense. Stando a quanto riferito, il piano prevedeva l’assassinio del presidente Lukashenko durante la parata militare del Giorno della Vittoria (9 maggio), seguita da un colpo di Stato militare eseguito da elementi compromessi delle forze armate; inoltre, la città di Minsk sarebbe stata isolata dal resto del Paese e vittima di una quasi completa interruzione della corrente elettrica, presumibilmente risultato di un attacco informatico. Inoltre, il movimento della rivoluzione colorata in corso avrebbe ricevuto l’ordine di riproporre a oltranza lo scenario EuroMaidan del terrorismo urbano al fine di garantire, in un modo o nell’altro, il successo del colpo di Stato. I precedenti ucraini e venezuelani Il presidente Putin ha comparato il complotto a quelli...
Dal colonnello Jacques Hogard, comandante del gruppo meridionale dell’operazione Turchese (estate 1994) in Ruanda. Il rapporto Duclert, commissionato dal Presidente della Repubblica per cercare di far luce sulla presunta responsabilità della Francia nel genocidio ruandese del 1994, ha fatto scorrere molto inchiostro dalla sua consegna il 26 marzo a Emmanuel Macron da parte del Prof. Vincent Duclert, capo della commissione di 14 storici riuniti per due anni in questa occasione. Molto severo per la Francia – che esonera però dalla “complicità nel genocidio” -, questo rapporto travolge il potere in vigore al momento sottolineando ciò che secondo lui caratterizza la sua politica: una “cecità continua” nel sostegno a “razzismo, corruzione e regime violento” allora al potere in Ruanda, una “lettura etnica allineata a quella del potere ruandese del tempo ereditato da uno schema coloniale”. Nonostante le posizioni generalmente molto favorevoli prese contro questo rapporto di 1.000 pagine, personalmente ho una posizione dissonante: Per me, infatti, questa relazione molto dettagliata e molto voluminosa è paradossalmente parziale, e faziosa. Parziale, perché guarda solo alle relazioni franco-ruandesi e alla storia del Ruanda per il periodo dal 1990 al 1994. Faziosa perché marginalizza l’importanza del contesto storico dei primi anni ’90: la fine della guerra fredda e il bipolarismo mondiale dove si ridistribuisce l’equilibrio di potere. Durante la Guerra Fredda, la Francia era “il poliziotto dell’Africa” e allora i nostri alleati americani la sostenevano. La situazione è improvvisamente cambiata. E poi non possiamo ignorare la storia contemporanea del Ruanda “moderno”, la caduta della monarchia, l’avvento della repubblica contemporaneamente all’indipendenza (1959/61). Lo stesso dicasi per le relazioni franco-ruandesi, che hanno cominciato a delinearsi nel 1975 con la firma di accordi di cooperazione firmati a nome della Francia da Valéry Giscard d´Estaing. Lo stesso dicasi per il drammatico periodo iniziato alla fine del 1994 e tuttora in corso, che ha coinvolto l’intera regione dei Grandi Laghi. Mi sembra che non si possa capire nulla del genocidio dei Tutsi del 1994 se ignoriamo tutto questo contesto e in particolare i massacri dei Tutsi da parte degli Hutu nel 1959/60, il genocidio degli Hutu del Burundi da parte dei Tutsi. nel 1972, i massacri degli hutu da parte dei tutsi dell’RPF tra il 1990 e il 1994 (che provocarono l’afflusso di un milione di profughi davanti a Kigali durante questo periodo: “mendicanti” che furono successivamente massacrati dall’RPF nella loro frenetica fuga verso e attraverso lo Zaire (1995/96/97 …). Questi massacri continuano. Tutto ciò è nel “Rapporto Mapping” delle Nazioni Unite (almeno nella sua versione originale, non zuccherata), in realtà tenuto sotto il gomito per non offendere Kagame. Parziale anche perché difficilmente accenna alle gravi responsabilità dell’ONU, degli USA e delle altre potenze coinvolte (GB, Israele …). E ancora! Ci sarebbe così tanto da dire. Mentre è lì, questa presentazione parziale si concentra solo sulla Francia. Che può aver commesso errori di giudizio. Ma non al punto da essere sopraffatta di fronte all’opinione pubblica mondiale, e in particolare di fronte al Ruanda di Kagame, largamente responsabile della drammatica...
Intervista condotta da Nicolas Gauthier – place-armes.fr Abbiamo già avuto modo di parlare della NATO, organizzazione che avrebbe dovuto logicamente essere sciolta contemporaneamente al Patto di Varsavia, poiché creata al solo scopo di resistere all’Unione Sovietica, oggi mancante. Ma non è stato così, poiché si è evoluta in una grande organizzazione di “difesa globale” che ora opera in tutto il mondo. Quali sono le sue priorità oggi? Come tutti sanno, i suoi nemici designati oggi sono la Federazione Russa prima e la Cina secondariamente. La notizia è che con l’elezione di Joseph (“Joe”) Robinette Biden, il partito della guerra è tornato. Gli Stati Uniti hanno già ricominciato a bombardare la Siria, Putin è stato definito un “killer” da Biden e nuove sanzioni sono state appena adottate contro la Cina. Allo stesso tempo, è in corso una vasta offensiva propagandistica per “cementare la centralità del legame transatlantico”, vale a dire per far credere agli europei che i nemici degli americani sono necessariamente i loro. Torniamo al ricatto di protezione dell’era della Guerra Fredda: agli europei viene ordinato di allinearsi alle posizioni di Washington in cambio della protezione americana, e quindi di giurare fedeltà al comandante supremo delle forze alleate in Europa. Che è, come sempre, un generale americano. In breve: protettorato contro la vassalizzazione. Questa è anche l’opinione dell’editoriale pubblicato recentemente sul mensile “Capital”, che è stata firmato da diversi alti ufficiali militari. Il minimo che si possa dire è che i suoi firmatari non usano mezzi termini, dal momento che affermano che la sovranità della Francia è direttamente minacciata dai piani della NATO … La lettera aperta inviata a Jens Stoltenberg, Segretario generale della NATO, dai membri del Cercle de réflexion interarmées è infatti un vero e proprio atto d’accusa contro il progetto “NATO 2030”, che definisce le missioni dell’Organizzazione per i prossimi dieci anni. Questo progetto è descritto come un “monumento di pacifica malafede”, che ha il merito di essere chiaro. Ma dobbiamo andare oltre se vogliamo capire qual è la posta in gioco. Il fatto importante è che la dottrina della NATO si è evoluta costantemente negli ultimi anni verso l’integrazione della guerra nucleare in tutte le fasi della battaglia. Nel 2008, la NATO aveva già rifiutato di firmare il Patto di sicurezza europeo proposto da Mosca. Nel 2010, al vertice di Lisbona, la difesa missilistica antibalistica americana istituita in Europa aveva assunto un carattere chiaramente diretto contro il “nemico russo”. Dal 2015, i primi sistemi antimissili americani in confezioni da 24 lanciatori Mk 41, impiantati nei pressi di tutta la Russia, non erano più progettati per consentire solo il fuoco difensivo, ma anche il fuoco offensivo. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno stracciato il Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF) firmato nel 1987 da Gorbaciov e Reagan. Proprio di recente, un gruppo di dieci esperti nominato da Stoltenberg, nel suo libro NATO 2030: United for a New Era, si è espresso a favore del dispiegamento in Europa di nuovi missili nucleari a medio raggio...
di Stefano Vernole Le tensioni nella politica mondiale stanno crescendo e la lotta per l’influenza geopolitica mondiale si intensifica costantemente. Se sembra assolutamente normale per i Paesi sviluppati lottare per i propri interessi e diffondere la propria egemonia, è piuttosto inutile sprecare tempo, sforzi e risorse in progetti poco promettenti. Esempio di un tale progetto è Alexey Navalny, il cosiddetto leader dell’opposizione russa. I Paesi occidentali lo hanno sostenuto in modo completo: hanno imposto sanzioni contro Mosca, fornito supporto informativo e aiutato a organizzare proteste in Russia. E alla fine tutto è risultato vano. Ovviamente, l’Occidente ha sostenuto Navalny per aumentare la sua pressione geopolitica sulla Russia. Ma non ha ancora capito quanto ciò sia inutile. La Russia è già sopravvissuta alle sanzioni dal 2014, mentre meno dell’1% della popolazione russa ha partecipato alle ultime proteste. Mi sembra che la storia del mondo avrebbe dovuto insegnare all’Europa che più fai pressione sulla Russia, più questa diventa forte. La vera domanda è: l’Europa ha bisogno di tutta questa lotta con la Russia? Mi sembra abbastanza chiaro che nessuno ne ha davvero bisogno. Le economie dei nostri Paesi, Italia in primis, stanno perdendo da questo confronto[1]. La Russia può resistere alle nostre pressioni: ciò è chiaro da molti anni. Quindi non sarebbe meglio iniziare a migliorare i rapporti con la Russia? La situazione geopolitica è già molto difficile e i nostri Paesi dovrebbero unirsi e non confrontarsi. È giunto il momento per l’Europa e per il cosiddetto Occidente, di capire una cosa semplice: i Russi non tollerano pressioni sul proprio Paese. Ogni volta, imponendo loro i “valori occidentali”, incoraggiando pubblicamente e massicciamente qualche politico, ripetiamo lo stesso errore e otteniamo l’effetto opposto. Sobriamente, questo è ciò che è successo. C’era semplicemente Navalny, un oppositore, che alcuni in Russia giudicavano bene, altri male, ma che la maggioranza semplicemente non considerava. Una volta che questo oppositore si definì nazionalista, chiese di espellere tutti i migranti dal Paese (in Europa sarebbe stato scomunicato per questo molto tempo fa). A seguito di una causa legale di una società commerciale francese, è stato riconosciuto colpevole di aver commesso un crimine economico[2]. Gli è stata data una sospensione della pena (non tutti i Paesi europei hanno una norma del genere), l’ha violata. Lo hanno messo in prigione. Qualcuno dice per motivi politici. Ma questa è solo un’opinione con la quale, come sappiamo dai sondaggi di opinione, solo una minoranza in Russia è d’accordo. Ma cosa è successo dopo? I politici occidentali iniziarono ad agitarsi per costringere letteralmente i Russi a “rilasciarlo immediatamente”. Cominciarono quasi a dire ai Russi di smetterla di sostenere il loro presidente ed iniziare ad amare Navalny. Rilasciatelo, cambiate potere, fatelo diventare presidente. Una nazione raramente accetterebbe un simile approccio, e ancor di più i Russi. Questo approccio significa che si è semplicemente diviso il mondo in amici e nemici. L’Occidente ti difende, ovviamente tu sei dei loro. Bene, male, non importa; oppure sei un estraneo, non sei nostro, non sei con noi, non...
di Filippo Marinoni I “Calli-Graffiti” di El Seed Introduzione Il presente articolo ha come scopo quello di analizzare il ruolo dell’arte all’interno dei processi rivoluzionari. In particolare, l’autore si propone di analizzare il ruolo degli artisti, e delle loro arti, nel periodo precedente all’evento sovversivo, in quanto avanguardie e ideatori di nuovi sistemi sociali, nonché nel periodo successivo all’evento rivoluzionario, in quanto importanti attori dello spazio pubblico appena ottenuto dalla cittadinanza a discapito del sistema governativo oppressivo; il contesto regionale preso in considerazione sarà il Maghreb, e in particolare la Tunisia. Inoltre, l’elaborato prenderà in esame il caso di un giovane artista franco-tunisino, El Seed, che con la sua arte (i graffiti, o calli-graffiti) è stato presente e influente nel Maghreb soprattutto nel post 2011. Nella prima parte l’autore si concentrerà sulla importanza del ruolo degli artisti, in quanto avanguardie, creatori di immaginari rivoluzionari. Si cercherà di valutare l’importanza dei movimenti artistici-culturali nei paesi, come la Tunisia negli anni di Ben Ali, dove vige uno stato di polizia che censura ogni forma pubblica di dissenso. In seguito, si proverà a delineare quali siano i ruoli degli artisti nel periodo successivo alle rivoluzioni. Infatti, dopo aver posto le cornici immaginative per le rivoluzioni stesse, tramite le loro opere e l’appropriazione dello spazio pubblico, gli artisti hanno un ruolo sociale importante: il ricordo del trauma condiviso. Inoltre, il rapporto tra arte e derive fondamentalistiche islamiche, come nel caso della Tunisia, verrà preso in considerazione in quanto interessante spaccato sull’importanza dell’arte nel post-Ben Ali. Nella seconda parte, si prenderà in esame a titolo esemplificativo l’arte di El Seed. Questo street artist ha ottenuto una fama internazionale grazie ai suoi graffiti nei quali utilizza in maniera dinamica e colorata la calligrafia araba, dando vita a capolavori di enormi dimensioni, tramite i quali veicola messaggi di pace e tolleranza legati al contesto geografico e socio-politico in cui li esegue. L’arte nel periodo antecedente alla rivoluzione L’arte come cornice di una rivoluzione “Per operare una rottura forte con il passato e mettere in moto un processo rivoluzionario bisogna essere in grado di immaginarlo” (Gandolfi, 2012: 55). Dunque, al fine di porre in atto dei cambiamenti sociali del presente è necessario essere coscienti del possibile per cui si sta lottando. Inoltre, i processi di mutamento che culminano in una rivoluzione sono spesso “sotterranei” e “di lungo periodo”. La presa di coscienza della propria situazione e la spinta al cambiamento, dunque, possono espandersi ampiamente nel tempo e lavorare in maniera ai più occulta, ma comunque efficace. I processi di acquisizione di consapevolezza e creazione di immaginari del possibile sono lenti e pieni d’ostacoli, soprattutto nelle società autoritarie che lasciano poco spazio all’espressione del dissenso nella sfera pubblica. Perciò, si può dire che questi immaginari si sviluppino “negli interstizi” della società autoritaria; laddove il potere costituito, anche in uno stato di polizia, non può arrivare. Infatti, la specie umana si mostra da sempre capace di adattarsi e reagire all’ambiente, fisico e sociale, che fa da cornice alla sua...