di Stefano Vernole Un’economia più qualitativa Il Governo cinese ha pubblicato all’inizio del 2022 il suo programma per la competitività nell’economia digitale nell’ambito del XIV Piano quinquennale 2021-2025, che era stato approvato alla fine del 2021. Il documento, diffuso dal Consiglio di Stato, pone l’obiettivo di una crescita del valore dell’industria digitale dal 7,8% del Pil nel 2020 al 10% del Pil nel 2025. Inoltre, la Cina punta ad avere entro il 2025 il 45% delle imprese industriali connesse a “piattaforme internet industriali”, rispetto al 14,7% attuale. Questa transizione digitale dovrà dipanarsi in otto aree, tra le quali l’ottimizzazione e l’aggiornamento dell’infrastruttura digitale, la transizione digitale delle imprese e l’espansione della cooperazione internazionale nell’economia digitale. Nello stesso tempo, Pechino punta a delineare un set di regolamentazioni nel campo dei flussi dei dati cross-border, della lotta ai monopoli, della diffusione della valuta digitale e della protezione della privacy. Lo sviluppo digitale, secondo il documento, sarà centrale nella “riorganizzazione delle risorse globali”, nella “riforma dell’economia globale”, alterando la struttura delle economie e il “panorama competitivo globale”1. Il quattordicesimo Piano quinquennale cinese (PQ), che era stato rilasciato nelle linee guida dalle “Due Sessioni” (le sedute plenarie annuali della Conferenza politica consultiva del popolo e dell’Assemblea nazionale del popolo) a inizio marzo del 2021, contiene quindi importanti direttrici di riforma economica, sociale ed industriale che lasciano immaginare un quinquennio di grandi cambiamenti. In esso sono contenute alcune novità che indicano un cambiamento di impostazione rispetto al passato e che confermano la volontà del Governo di Pechino di trasformare la propria società ed economia in ottica di qualità, dopo decenni di sviluppo estensivo. Per esempio, la mancata indicazione di fattori di crescita quantitativi come il PIL, introdotto per la prima volta nel settimo FYP (1986-1990), potrebbe confermare un diverso approccio politico, lasciando alle dinamiche di mercato il compito di determinare la crescita con una governance centrale nell’allocazione delle risorse. Mentre nella precedente edizione veniva stabilito un obiettivo di crescita annuale del 6,5%, il quattordicesimo Piano Quinquennale stabilisce semplicemente che gli obiettivi di espansione annuale devono essere ragionevoli e stabiliti a seconda delle circostanze. Ciò non significa che il Governo cinese vi abbia rinunciato ma si sottintende che i responsabili della politica economica desiderino avere più ampi margini di manovra per allineare le proprie priorità a seconda degli sviluppi della situazione interna ed internazionale. I temi relativi alla transizione energetica, riduzione delle emissioni di anidride carbonica spinta dell’economia circolare, rimangono centrali in modo trasversale, sebbene il quattordicesimo Piano Quinquennale non contenga ancora gli obiettivi ambiziosi che ci si sarebbe potuti aspettare dopo gli impegni presi dal Presidente Xi Jinping di raggiungere il picco di emissioni nel 2030 e la carbon neutrality nel 2060. Ciò è dovuto probabilmente ai necessari aggiustamenti strutturali derivanti dalla crisi mondiale delle materie prime e all’aumento esponenziale dei prezzi dell’energia. Le principali priorità ambientali riguardano il miglioramento dell’efficienza energetica, l’espansione delle fonti di energia rinnovabile e la modernizzazione della rete di trasmissione e distribuzione. Di conseguenza il Piano stabilisce la riduzione...
repubblica popolare cinese
di Fabio Massimo Parenti Il 4 giugno è ormai assurto a ricorrenza internazionale, o meglio occidentale. La cosiddetta “strage” di Piazza Tienanmen – che non fu vera strage ma piuttosto guerriglia urbana tra manifestanti e forze armate – è l’arma mediatica principale che, a distanza di trentatré anni dagli eventi, i media statunitensi e britannici utilizzano, seguiti acriticamente dal circuito mainstream dell’Europa continentale, per ricordare all’opinione pubblica che il nostro, malgrado tutto, è ancora il migliore dei mondi possibili. Ormai parlare di contestualizzazione è diventato un tabù. L’abbiamo visto con la guerra in Ucraina: un evento certo drammatico, tecnicamente un’invasione in piena regola di un Paese ai danni di un altro. Eppure, un conflitto tutt’altro che imprevisto, cominciato nel 2014, non tre mesi fa, dove ogni giorno che passa i fatti smentiscono quanto sostenuto con forza ventiquattro o quarantottore prima. Nella gran parte dei dibattiti televisivi non c’è più spazio per il confronto e le competenze, ma solo per recitare litanie di adeguamento al politicamente corretto, ripetere frasi ad effetto per ingraziarsi il pubblico da casa e gettare fumo negli occhi ad un ascoltatore sempre più smarrito di fronte all’elefantiaca mole di notizie, vere o presunte, che lo travolgono quotidianamente. Di quel giorno non si è detto ancora tutto. Gran parte dei fatti fu filtrata in Occidente attraverso il setaccio della CNN e della BCC, ma sappiamo che le tensioni cominciarono almeno un mese e mezzo prima, con le prime manifestazioni da parte di alcune decine di migliaia di giovani e meno giovani, che chiedevano l’introduzione in Cina di un non meglio precisato sistema democratico. Soltanto tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, il governo decise di impiegare l’esercito per contenere una protesta dagli esiti e dall’impatto incerti sul resto del Paese. Quando la violenza prese il sopravvento da entrambi i lati, i cosiddetti Otto Immortali decisero che era giunto il momento di chiudere, anche a costo della massima durezza, ogni possibile tentativo di rovesciamento dello Stato. Dobbiamo allargare lo sguardo al resto del mondo: il 1989 fu un anno spartiacque per il pianeta intero, con l’intensificazione in primavera di proteste ed iniziative civili nel mondo comunista, in particolare nell’Europa dell’Est, che avrebbero poi portato nel novembre seguente alla caduta del Muro di Berlino, tutt’oggi simbolo assoluto della vittoria americana nella Guerra Fredda. Spinti dal vento della glasnost’ decisa in quegli anni da Mikhail Gorbacev in Unione Sovietica, i rivoltosi di Pechino diedero il via ad una serie di manifestazioni che occuparono per settimane le strade e le piazze del centro della capitale. Per la nostra stampa, il copione pareva servito su un piatto d’argento. Un testo già scritto, copiato in carta carbone e traslato in Estremo Oriente. Eppure, la situazione era molto diversa. Da un lato, i Paesi del cosiddetto “blocco sovietico”, sembravano implodere non solo e non tanto sulla spinta di movimento politici, civici o sindacali supportati dagli Stati Uniti e dall’Europa occidentale (Solidarnosc, Solidarnost, Charta77 ecc.), ma anche e soprattutto per la paralisi economica...
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE L’articolo che proponiamo tradotto è stato pubblicato dall’accademico cinese Tang Xingtong sulle pagine del numero di maggio del TI Observer, rivista pubblicata dall’Istituto Taihe di Pechino. La società agraria si concentrava sulla terra e sul lavoro, la società industriale era incentrata sull’acciaio e sul petrolio, ma la società digitale dà la priorità ai dati e alla conoscenza. Come è iniziata la trasformazione digitale, come orientarla nella giusta direzione e quali ruoli può svolgere nella storia dello sviluppo umano? Trasformazione digitale: una massiccia ristrutturazione sociale La storia umana è un processo di migrazione. All’inizio, gli esseri umani migrarono dal mare alla terra e si evolsero in cacciatori-raccoglitori. Successivamente, con l’inizio dell’agricoltura, la migrazione si limitò alla terra fertile e al lavoro agricolo. Con l’avvento dell’era industriale, la manodopera è migrata dalle fattorie alle fabbriche. Questa è nota come “urbanizzazione maestosa” ed è durata quasi 200 anni. Gli esseri umani stanno ora migrando di nuovo, questa volta passando dal mondo fisico a un regno cibernetico, o un nuovo dominio in cui coesistono sia gli spazi fisici che quelli digitali. Questa nuova migrazione viene definita “trasformazione digitale”. La digitalizzazione ci trasforma nei seguenti modi. La “governance digitale” è un nuovo modo di amministrazione da parte dei governi; i social network sono diventati nuove piattaforme in cui le persone interagiscono e comunicano tra loro; l’istruzione online è diventata un nuovo modo di trasmettere la conoscenza; la finanza digitale è diventata un nuovo approccio per allocare risorse e facilitare i flussi di cassa; l’e-commerce è una nuova base per condurre affari e fare acquisti; il marketing digitale è un nuovo metodo per diffondere la consapevolezza aziendale; gli appuntamenti online hanno fornito un nuovo posto in cui le persone possono cercare potenziali partner. La transizione da una società tradizionale a una digitale può richiedere centinaia di anni per essere completata. Molti non sono consapevoli che la società è già nel mezzo di questa trasformazione. Spesso, le persone che lavorano nei settori finanziario e della vendita al dettaglio non comprendono i cambiamenti nell’ambiente aziendale prevalente e possono trovarsi in difficoltà con le sfide poste dall’introduzione di tecnologie dirompenti come Internet. L’elemento chiave che guida la transizione dal mondo fisico al cyberspazio non è semplicemente l’ascesa di Internet, ma anche la trasformazione che esso opera sulla società in generale. I cambiamenti nell’ambiente sociale portano inevitabilmente a un cambiamento del registro sociale. Le regole che governano la società umana tradizionale potrebbero non funzionare per quella digitale. Pertanto, è necessario riconsiderare o ricostruire gli approcci tradizionali alle percezioni del mondo nell’era digitale. Nel prossimo futuro, per rafforzare la propria competitività e conquistare una posizione favorevole, è fondamentale familiarizzare con il nuovo contesto sociale e le regole che regolano la società digitale. Alcuni osservatori ritengono che padroneggiare le applicazioni dei social media come WeChat, Douyin (TikTok), Taobao e Weibo equivalga a padroneggiare la governance digitale. Tuttavia, questa è un’illusione. L’analogia seguente illumina la contraddizione tra padronanza tecnica e contesto sociale. Un giovane, che vive in una...
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE Il 26 maggio, Qing Gang, ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese negli Stati Uniti, ha pubblicato un articolo sulla questione di Taiwan sul sito del South China Morning Post. Di seguito la traduzione integrale dell’articolo. Il principio di “una sola Cina” è stato il fondamento delle relazioni Cina-USA, nonché della pace e della stabilità lungo lo Stretto di Taiwan. Questo fondamento, tuttavia, è in pericolo come mai prima d’ora. Taiwan fa parte della Cina fin dai tempi antichi. Il generale Zheng Chenggong è ricordato come un eroe nazionale per aver ripreso Taiwan dai coloni olandesi 360 anni fa. L’Università Cheng Kung di Taiwan è stata chiamata in suo onore. Ricordo che, subito dopo aver assunto l’incarico di ambasciatore, un veterano novantenne di Taiwan mi disse che desiderava vedere Taiwan tornare alla Cina nel tempo che gli restava da vivere, e che desiderava poter rivisitare la sua città natale sulla terraferma. Taiwan e la terraferma sono state separate a causa della guerra civile cinese negli anni ’40. Ma i popoli delle due parti condividono la stessa discendenza e la stessa lingua. Hanno una forte affinità culturale e le loro economie sono sempre più integrate. Nell’ultimo decennio, il commercio attraverso lo Stretto è raddoppiato a 328,3 miliardi di dollari. Il personal trainer di Taiwan Liu Genghong è oggi uno degli influencer dei social media più popolari sulla terraferma, con oltre 60 milioni di follower che si allenano con lui. Le applicazioni dei social media della terraferma sono ampiamente amate e utilizzate dal popolo di Taiwan. Il governo cinese è impegnato nello sviluppo pacifico delle relazioni attraverso lo Stretto. Abbiamo fatto del nostro meglio per una pacifica riunificazione, poiché questo è nel migliore interesse dell’intera nazione, compresi i nostri fratelli e sorelle a Taiwan. Allo stesso tempo, non rinunciare all’uso della forza non è mirato al popolo taiwanese, ma a scoraggiare i separatisti dell’“indipendenza di Taiwan” e le interferenze esterne. Promuovere la riunificazione pacifica senza rinunciare all’uso della forza sono come due facce della stessa medaglia. Il loro scopo ultimo è creare condizioni favorevoli per una riunificazione pacifica. A tal fine deve essere rispettato il principio di “una sola Cina”, e il principio è inteso come segue: c’è una sola Cina; Taiwan non è un Paese sovrano, ma parte della Cina; il governo della Repubblica Popolare Cinese è l’unico governo legale che rappresenta l’intera Cina. Questo è stato a lungo un consenso internazionale solidamente basato sul diritto internazionale. La Dichiarazione del Cairo emessa dai leader di Cina, Stati Uniti e Gran Bretagna nel 1943 afferma chiaramente che tutti i territori che il Giappone ha rubato ai cinesi, come Taiwan e le isole Penghu, saranno restituiti alla Cina. La Dichiarazione di Potsdam del 1945 affermava che i termini della Dichiarazione del Cairo sarebbero stati rispettati. La risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvata nel 1971 riconosceva che i rappresentanti del governo della Repubblica Popolare Cinese sono gli unici rappresentanti legittimi della Cina alle Nazioni Unite. Sulla base del principio della Cina unica, 181 Paesi, compresi gli Stati...
di Giulio Chinappi Lo scorso settembre, il presidente Xi Jinping ha lanciato l’Iniziativa Globale per lo Sviluppo, un progetto pernsato per rispondere congiuntamente alle sfide globali a fronte dell’esperienza pandemica. Il 9 maggio, si è tenuto il vertice del Gruppo di Amici dell’Iniziativa Globale per lo Sviluppo, con la partecipazione del Ministro degli Esteri Wang Yi e del Segretario generale dell’ONU António Guterres. Nonostante lo status acquisito di seconda potenza economica mondiale, la Repubblica Popolare Cinese continua a perseguire una politica basata sul multilateralismo e sulla cooperazione globale al fine di affrontare le sfide comuni che si pongono sul cammino dell’umanità, come dimostrato dalla crisi epidemica degli ultimi anni. Nell’ambito di questa visione che caratterizza tutta la politica estera cinese, il presidente Xi Jinping ha lanciato lo scorso settembre l’Iniziativa Globale per lo Sviluppo (GDI, acronimo dell’inglese Global Development Initiative). Lunedì 9 maggio, il Gruppo di Amici dell’Iniziativa per lo Sviluppo Globale ha tenuto un incontro virtuale ad alto livello con la partecipazione del consigliere di Stato cinese e Ministro degli Esteri Wang Yi e del Segretario generale delle Nazioni Unite, l’ex primo ministro portoghese António Guterres. All’iniziativa hanno partecipato venti dirigenti delle agenzie ONU e delegati di oltre 100 Paesi. Sono intervenuti, tra gli altri, i rappresentanti diplomatici di Arabia Saudita, Bielorussia, Bolivia, Burundi, Cambogia, Capo Verde, Corea Popolare, Cuba, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Gabon, Indonesia, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Malesia, Marocco, Mongolia, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Perù, Qatar, Russia, Singapore, Siria, Sri Lanka, Sudafrica, Tagikistan, Thailiandia, Togo, Tunisia, Uzbekistan, Venezuela, Vietnam, Yemen, Zimbabwe. I partecipanti internazionali hanno sottolineato congiuntamente il ruolo guida della Cina nella promozione dello sviluppo sostenibile e hanno espresso il loro forte sostegno alla GDI e la speranza che i membri del Gruppo di Amici lavoreranno insieme per approfondire la cooperazione nelle aree prioritarie in modo da facilitare lo sviluppo globale . L’evento è stato presentato e moderato da Zhang Jun, rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite. L’intervento che ha ricevuto la maggior attenzione mediatica è stato invece quello del ministro degli Esteri della Repubblica Popolare, Wang Yi, che ha chiesto un partenariato per lo sviluppo globale equo ed equilibrato e il sostegno della funzione di coordinamento generale delle Nazioni Unite nell’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. “Ci incontriamo in un momento in cui il mondo è assalito da cambiamenti globali e da una pandemia che capita una volta ogni secolo“, ha esordito il ministro cinese. “La ripresa economica mondiale sta affrontando venti contrari. Il divario Nord-Sud continua ad allargarsi. La cooperazione allo sviluppo sta perdendo forza. E l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile deve affrontare sfide senza precedenti. Lo scorso settembre, il presidente Xi Jinping ha proposto la GDI all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo scopo è galvanizzare l’attenzione mondiale allo sviluppo, rafforzare la partnership di sviluppo globale, promuovere la cooperazione internazionale allo sviluppo e dare nuovo slancio alla realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile per il 2030“. Wang Yi ha affermato che fin dall’inizio la GDI è stata accolta calorosamente dalla comunità internazionale. Più di 100 Paesi hanno espresso sostegno e ben 53 paesi hanno aderito al Gruppo di Amici. Ciò dimostra pienamente che...
ARTICOLO ORIGINALE L’Università Renmin di Cina ha ospitato un’iniziativa intitolata “Ricercare la pace e promuovere lo sviluppo: un dialogo online di think tank globali di 20 Paesi”: significativo l’intervento di analisi della situazione internazionale a partire dalla crisi ucraina del vice ministro degli Esteri Le Yucheng. Il 6 maggio, l’Università Renmin di Cina, con sede a Pechino, ha organizzato un’iniziativa dal titolo “Ricercare la pace e promuovere lo sviluppo: un dialogo online di think tank globali di 20 Paesi”. All’evento hanno preso personalità politiche ed accademiche di grande prestigio, tra le quali l’ex presidente della Slovenia Danilo Türk (2007-2012). Oltre alla Cina e alla Slovenia, hanno partecipato, tra gli altri, rappresentanti di Francia, Regno Unito, Russia, Azerbaigian, Iran, India, Malaysia, Indonesia, Egitto, Sudafrica, Brasile, Cile, Perù e Canada. Dopo il discorso inaugurale da parte di Liu Yuanchun, vice presidente dell’Università Renmin di Cina, ha preso la parola il vice ministro degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, Le Yucheng, che ha analizzato i principali punti caldi della situazione internazionale. Le ha inevitabilmente iniziato la propria analisi dalla crisi ucraina, dalla quale le potenze mondiali dovrebbero trarre tre insegnamenti: abbandonare la mentalità della Guerra Fredda, eliminare le sanzioni unilaterali e non lanciare guerre per procura. Il vice ministro ha anche affermato che le politiche degli Stati Uniti hanno messo a repentaglio la sicurezza in Europa, in quanto gli USA rappresentano l’eccezione di un Paese che non segue le regole internazionali. Al contrario degli Stati Uniti, la Cina è diventata una forza positiva per la pace e la sicurezza nel mondo, nonostante quello che la propaganda occidentale cerca di far credere lanciando accuse contro Pechino: “Riguardo alla crisi Russia-Ucraina, ci sono state una serie di affermazioni assurde e disinformazione, cercando di trasferire la colpa della crisi alla Cina citando la più recente dichiarazione congiunta Cina-Russia”, ha affermato Le, affrontando il tema più caldo del momento. Il vice ministro ha affermato che, nonostante gli ottimi rapporti tra Mosca e Pechino, la Cina non era al corrente né ha partecipato in alcun modo all’operazione speciale russa in Ucraina. “La Cina non è né la parte rilevante né la parte che ha causato la situazione attuale, quindi perché dovrebbe assumersi la responsabilità?”, ha chiesto retoricamente Le, il quale ha anche ricordato che le relazioni bilaterali Cina-Russia dovrebbero essere prese d’esempio dalla diplomazia bilaterale. Le ha ricordato che la Cina ha sempre sottolineato la sua adesione alla Carta delle Nazioni Unite e al principio della sicurezza indivisibile, facendo sforzi per promuovere la pace e i negoziati e partecipando attivamente all’assistenza umanitaria senza fare calcoli o cercare guadagni, mentre “alcune grandi potenze non hanno incoraggiato i colloqui di pace e hanno persino minacciato di usare la crisi ucraina per indebolire la Russia”. “Quello che gli interessa non sono né i colloqui di pace né la sicurezza del popolo ucraino. Considerano l’Ucraina come un materiale di consumo e carne da cannone per abbattere la Russia e usano le vite degli ucraini per soddisfare le proprie ambizioni di grande potere e raggiungere i propri obiettivi geostrategici“, ha affermato il rappresentante del governo cinese....
di Giulio Chinappi Articolo Originale Il 7 maggio 1999, nell’ambito della guerra di aggressione perpetrata dalla NATO contro la Jugoslavia, le forze del Patto Atlantico bombardarono l’ambasciata cinese a Belgrado, uccidendo tre giornalisti del Paese asiatico. Nel maggio del 1999, eravamo nel pieno dell’operazione Allied Force, nome scelto per indicare la guerra d’aggressione perpetrata dalle potenze della NATO a guida statunitense nei confronti della Jugoslavia, al fine di provocare la caduta del presidente legittimo Slobodan Milošević e la perdita di parte del territorio nazionale attraverso la creazione di un Kosovo indipendente. Il 7 maggio, tuttavia, avvenne un grave episodio che coinvolse un Paese terzo, quando gli attacchi aerei colpirono l’ambasciata cinese a Belgrado, provocando la morte di tre giornalisti del Paese asiatico, Shao Yunhuan, Xu Xinghu e Zhu Ying. A 23 anni da quell’evento, alti rappresentanti di Cina e Serbia si sono riuniti per commemorare l’attacco terroristico perpetrato dalla NATO e le sue vittime. La delegazione diplomatica orientale è stata guidata da Tian Yishu, incaricato d’affari presso l’ambasciata cinese in Serbia, mentre per il governo serbo hanno partecipato, tra gli altri, il ministro degli Interni, Aleksandar Vulin, e il ministro dell’Occupazione e degli Affari Sociali, Darija Kisić Tepavčević. Tian ha affermato che il popolo cinese non dimenticherà mai le barbare atrocità commesse dalla NATO, né dimenticherà che la NATO ha bombardato il paese per 78 giorni consecutivi con il pretesto di “salvaguardare i diritti umani“. Vulin ha affermato che l’invasione della NATO nel 1999 ha rappresentato un crimine contro una nazione sovrana e il suo popolo e ha violato gravemente il diritto internazionale. “La Serbia non smetterà mai di chiedere alla NATO di assumersi la responsabilità dei suoi crimini e la Serbia sarà sempre un amico affidabile per la Cina“, ha osservato il ministro di Belgrado. L’episodio era stato ricordato anche in una conferenza stampa tenuta lo scorso 24 febbraio dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, il quale aveva affermato che “la NATO ha ancora un debito di sangue nei confronti del popolo cinese“. “Ironia della sorte, mentre le persone in Cina e Serbia commemorano la morte delle vittime delle barbare atrocità della NATO guidate dagli Stati Uniti 23 anni fa, la NATO non ha affievolito la sua agenda espansionistica né attenuato la sua aggressione, alimentando le fiamme sulla crisi ucraina e infangando la Cina con accuse diffamatorie“, commenta un articolo pubblicato dal Global Times. Dopo il bombardamento dell’ambasciata cinese, l’allora presidente Bill Clinton e il segretario di Stato alla Difesa William Cohen si affrettarono a scusarsi e a giustificare l’episodio come un incidente causato dall’utilizzo di una “mappa obsoleta“: “In parole povere, uno dei nostri aerei ha attaccato il bersaglio sbagliato perché le istruzioni di bombardamento erano basate su una mappa obsoleta“, furono le precise parole di Cohen. “Il nocciolo della spiegazione della CIA era difficile da credere per molti: l’esercito più avanzato del mondo aveva bombardato un altro Paese membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e uno dei più accesi oppositori della campagna aerea della NATO a causa di un errore di mappatura“, avrebbe commentato Kevin Ponniah in un articolo pubblicato dalla BBC nel ventennale dell’attacco....
di Giulio Chinappi Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha effettuato una visita ufficiale in Afghanistan, che conferma il ruolo della Cina come forza portatrice di stabilità tra le turbolenze del mondo. Dopo essersi recato in Pakistan, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi è stato accolto giovedÌ in Afghanistan, per la visita ufficiale più importante tenuta da un fiunzionario cinese da quando il Paese è tornato sotto il controllo dei talebani. Il massimo diplomatico della Repubblica Popolare Cinese ha incontrato alcuni degli esponenti di vertice del governo ad interim di Kabul, come il ministro degli Esteri Amir Khan Muttaqi e il vice primo ministro Abdul Ghani Baradar (in foto con Wang Yi). “La Cina rispetta l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Afghanistan, rispetta la scelta indipendente operata dal popolo afghano e rispetta le credenze e i costumi religiosi dell’Afghanistan. La Cina non interferisce mai negli affari interni dell’Afghanistan, non cerca mai alcun interesse personale in Afghanistan e non cerca mai il cosiddetta sfera di influenza”, ha dichiarato Wang Yi, secondo quanto riportato dal comunicato del ministero degli Esteri di Pechino. “Vogliamo continuare la tradizionale amicizia tra i due popoli, sviluppare relazioni con l’Afghanistan sulla base dei principi di pacifica convivenza, aiutare l’Afghanistan a raggiungere la vera indipendenza e il vero sviluppo e aiutare l’Afghanistan a padroneggiare il proprio futuro nelle proprie mani“, ha aggiunto il rappresentate del governo cinese. Secondo Abdul Qahar Balhki, portavoce del ministero degli Esteri dell’Afghanistan, le due parti hanno discusso del commercio di frutta secca, del rilascio dei visti e di estrazione mineraria, nonché del ruolo dell’Afghanistan nella Belt and Road Initiative (BRI) proposta dalla Cina. Il viaggio di Wang Yi in Asia centrale e meridionale, compresa l’importante visita in Afghanistan, si inserisce in un processo di avvicinamento ad un importante appuntamento diplomatico organizzato a fine mese a Pechino, dove si riuniranno tutti i ministri degli Esteri dei Paesi confinanti con l’Afghanistan. In quest’ambito, la Cina conferma il suo impegno per la ricostruzione del Paese dell’Asia centrale dopo vent’anni di guerra imperialista statunitense. “In qualità di ospite, la Cina scambierà opinioni con i paesi della regione per rendere il prossimo incontro efficace e favorevole a risultati sostanziali nel miglioramento della situazione in Afghanistan e contribuire congiuntamente alla stabilità e alla sicurezza durature nel Paese”, ha commentato Zhu Yongbiao, direttore del Centro Studi sull’Afghanistan dell’Università di Lanzhou, intervistato dal Global Times. Quella organizzata a Pechino sarà la terza riunione di questo tipo, dopo quelle tenutesi in Pakistan (settembre 2021) e in Iran (ottobre 2021), ma per la prima volta l’evento vedrà la partecipazione diretta dei diplomatici afghani. L’attività della Cina per riportare la stabilità in Afghanistan si svolge tanto in ambito diplomatico quanto in ambito economico, e risulta coerente con la posizione che Pechino ha assunto nelle relazioni con gli altri Paesi. In un tempo di grandi sconvolgimenti globali, la Cina si conferma come una forza in grado di portare certezze e stabilità anche in un luogo come l’Afghanistan, devastato da decenni di furia imperialista. Il presidente Xi Jinping ha avuto modo di ribadire la posizione della Cina in diverse occasioni. L’obiettivo del governo cinese...
di Giulio Chinappi Il presidente cinese Xi Jinping ha tenuto martedì un vertice virtuale con il presidente francese Emmanuel Macron e con il primo ministro tedesco Olaf Scholz, nel quale i tre leader hanno affrontato soprattutto il tema della crisi ucraina. Martedì 8 marzo ha avuto luogo il vertice in videoconferenza Cina–Francia–Germania, che ha visto la partecipazione del presidente cinese Xi Jinping, del presidente francese Emmanuel Macron e del primo ministro tedesco Olaf Scholz. I tre leader si sono soffermati soprattutto sulla crisi ucraina, e Xi Jinping ha suggerito ai suoi interlocutori la nella promozione di un quadro di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile per gli interessi e la sicurezza duratura dell’Europa. Il capo di Stato ha invitato ad un dialogo paritario tra tutte le parti in causa, compresi gli Stati Uniti. Il presidente cinese, come riporta l’edizione inglese del Global Times, ha sottolineato la necessità di sostenere congiuntamente i colloqui di pace tra Russia e Ucraina, incoraggiando le due parti a mantenere lo slancio dei negoziati e chiedendo la massima moderazione per prevenire una massiccia crisi umanitaria. Secondo gli esperti, la Cina potrebbe giocare un ruolo molto importante nella risoluzione della crisi ucraina, visti i buoni rapporti che Pechino intrattiene con tutte le parti in gioco. La Cina ha espresso i suoi favori per una soluzione diplomatica della crisi, punto di vista condiviso anche dalla maggioranza degli Stati europei, ed intrattiene solidi rapporti di amicizia con la Russia. Circa una settimana fa, infatti, Xi Jinping aveva già tenuto una lunga telefonata con il presidente russo Vladimir Putin. Inoltre, fatto poco noto al grande pubblico, Pechino ha investito moltissimo in Ucraina negli ultimi cinque anni, con il valore degli investimenti cinesi nell’ex repubblica sovietica che è passato dai 50 milioni di dollari del 2016 ai 260 milioni di dollari del 2021, soprattutto nei settori energetico ed agricolo. Secondo quanto riportato dalla stampa cinese, Xi ha sottolineato che l’attuale situazione in Ucraina è preoccupante e la Cina è profondamente addolorata per lo scoppio della nuova guerra nel continente europeo: “La Cina sostiene che la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi devono essere rispettate, gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite devono essere pienamente osservati, le legittime preoccupazioni in materia di sicurezza di tutti i Paesi devono essere prese sul serio e tutti gli sforzi che contribuiscono alla soluzione pacifica della crisi devono essere sostenuti”, ha affermato Xi, osservando che il compito urgente al momento è impedire che la situazione di tensione si intensifichi o addirittura sfugga al controllo. “La conversazione tra Xi e Putin ha svolto un ruolo attivo nel portare avanti i negoziati Russia-Ucraina e credo che l’incontro virtuale di Xi con i leader francese e tedesco incoraggerà la parte europea ad avere un dialogo diretto con la Russia“, ha detto Cui Hongjian, direttore del Dipartimento di Studi Europei presso l’Istituto Cinese di Studi Internazionali, intervistato dal Global Times. Secondo l’esperto, le sanzioni imposte dai Paesi europei contro la Russia sono in realtà controproducenti e non fanno altro che esacerbare la situazione. Per questo, la Cina...
Articolo Originale Le tensioni del Donbass rappresentano un pericolo avvertito in tutto il mondo, al punto che anche il ministro degli Esteri cinese Wang Yi è intervenuto sulla questione, invitando le potenze NATO a rispettare gli Accordi di Minsk. La Conferenza di Monaco di Baviera sulla sicurezza, tenutasi sabato, è stata l’occasione per discutere della principale minaccia alla sicurezza mondiale nel momento presente, ovvero le tensioni nella regione del Donbass fomentate dall’imperialismo occidentale attraverso la marionetta del governo ucraino. Proprio nelle ore in cui Kiev bombardava massicciamente Donetsk, il ministro degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, Wang Yi, è intervenuto sulla questione, invitando le parti al rispetto degli Accordi di Minsk e a non fomentare il clima di guerra. Wang ha ricordato che le tensioni lungo il confine occidentale della Russia sono state causate dalle politiche espansionistiche portate avanti dagli Stati Uniti attraverso la NATO, che ha inglobato la maggioranza dei Paesi che un tempo facevano parte del Patto di Varsavia. “Se la NATO continua ad espandersi verso est, è favorevole al mantenimento della pace e della stabilità in Europa?“, ha chiesto retoricamente il diplomatico cinese. Secondo Wang, la NATO è un prodotto della guerra fredda e continua a comportarsi come se fossimo nel bel mezzo della guerra fredda, mentre dovrebbe portare i necessari aggiustamenti per adattarsi al nuovo contesto internazionale. Wang ha ribadito la posizione della Cina secondo cui la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale di tutti i Paesi dovrebbero essere rispettate e salvaguardate, aggiungendo che l’Ucraina non fa eccezione al principio. Tuttavia, ha esortato le parti interessate a rispettare gli Accordi di Minsk, che prevedono la concessione di un’ampia autonomia alle regioni russofone del Donbass da parte del governo di Kiev. “Tutte le parti devono assumersi le proprie responsabilità e lavorare per la pace, piuttosto che aumentare le tensioni e sensazionalizzare il rischio di una guerra”, ha dichiarato il ministro. “Le osservazioni di Wang hanno chiarito ancora una volta alla comunità internazionale che l’approccio della Cina alla crisi ucraina è quello di promuovere la riconciliazione, invece di aggiungere benzina sul fuoco”, ha dichiarato Li Haidong, professore dell’Istituto di Relazioni Internazionali presso l’Università Cinese degli Affari Esteri, intervistato dal Global Times. “Ci impegniamo a promuovere una posizione costruttiva e responsabile di tutte le parti coinvolte nella crisi ucraina e a contribuire veramente a una pace duratura in Europa. . Ci auguriamo che tutte le parti coinvolte nella crisi ucraina raggiungano un consenso per risolvere i conflitti”, ha aggiunto l’accademico. Secondo il professor Li Haidong, la principale responsabilità delle attuali tensioni in Ucraina ricade sugli Stati Uniti, che con le loro dichiarazioni fuorvianti e le interferenze nelle questioni interne degli altri Paesi rischiano di far scoppiare una guerra civile su larga scala nell’ex repubblica sovietica: “Invece di trattare l’Ucraina come un paese degno di rispetto, gli Stati Uniti hanno sfruttato il Paese come una pedina nella loro competizione geopolitica con la Russia. Questa è la causa principale della tragedia in Ucraina”. Sulla questione è intervenuto anche Wang Wenbin, portavoce del ministero degli Affari Esteri di Pechino: “Diffondere informazioni false e creare un’atmosfera tesa non aiuterà a risolvere...