18 Luglio 2026

Mese: Marzo 2022

South-Ossetia
Articolo originale di Giulio Chinappi Mentre la NATO organizza esercitazioni in Georgia con il chiaro fine di provocare Mosca, il governo dell’Ossezia del Sud ha dichiarato di voler organizzare un referendum per l’adesione alla Federazione Russa. Oltre all’Ucraina, la Georgia è l’altro campo di battaglia sul quale rischiano di svilupparsi le tensioni tra il blocco occidentale a guida statunitense e la Russia. Non paghi di quanto sta accadendo in Ucraina, infatti, i Paesi della NATO hanno deciso di passare all’attacco anche nella regione caucasica, organizzando attività militari con il chiaro fine di provocare una reazione di Mosca. Già lo scorso 11 marzo, il ministro degli Esteri estone Eva-Maria Liimets e quello spagnolo José Manuel Albares avevano annunciato in una conferenza stampa congiunta la partecipazione di Ucraina e Georgia come Paesi invitati al vertice NATO di Madrid, previsto per il 29 e 30 giugno. Liimets aveva addirittura detto esplicitamente che la scelta era stata fatta per “fare pressione sulla Russia”. Ma non è tutto. Tra il 20 ed il 25 marzo la NATO ha organizzato una grande esercitazione militare in Georgia, con la partecipazione dello stesso esercito dell’ex repubblica sovietica. L’annuncio era stato dato il 12 marzo dal Ministero della Difesa di Tbilisi, che aveva affermato che all’esercitazione avrebbero preso parte 23 Paesi. “L’obiettivo degli esercizi è il miglioramento delle competenze nella pianificazione delle operazioni e nella condivisione delle esperienze. Le esercitazioni miglioreranno l’interoperabilità tra le forze armate di vari Paesi”, affermava allora il comunicato del ministero georgiano, ricordando anche che esercitazioni dello stesso tipo si erano svolte nel 2019. Chiunque abbia un minimo di capacità analitica della situazione geopolitica attuale può comprendere come tali mosse abbiano l’unico vero obiettivo di infastidire Mosca, costringendo il governo russo a non concentrarsi solamente sull’Ucraina, ma a dover fare attenzione anche ai propri confini nella regione del Caucaso. Va poi ricordato che in questa regione esistono due repubbliche indipendenti sostenute da Mosca, l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, che la Georgia considera invece come facenti parte del proprio territorio. Dichiaratesi indipendenti sin dalla fine dell’Unione Sovietica, l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia sono state riconosciute ufficialmente dalla Russia nel 2008, quando la Russia dovette intervenire militarmente per difendere le due repubbliche dall’offensiva georgiana contro la capitale osseta Tskhinvali, volta all’obiettivo di riprendere il controllo di quei territori. Una situazione, dunque, non dissimile da quella del Donbass, che ha portato all’intervento militare russo in Ucraina. A tal proposito, il presidente osseto Anatolij Bibilov ha affermato in queste ore che l’Ossezia del Sud prenderà provvedimenti legali per entrare a far parte della Federazione Russa nel prossimo futuro: “Credo che l’unificazione con la Russia sia il nostro obiettivo strategico. Questa è la nostra strada e un’aspirazione del nostro popolo. Dovremmo andare avanti lungo questa strada. Le corrispondenti misure legali saranno prese nel prossimo futuro. La Repubblica dell’Ossezia del Sud diventerà parte della sua patria storica – la Russia”, ha dichiarato Bibilov. “Il mondo russo oggi difende gli interessi dei suoi aderenti, coloro che si oppongono al nazismo, che rispettano i valori umanitari universali e i diritti e le norme fondamentali condivisi dall’intera comunità internazionale“,...
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Articolo originale di Giulio Chinappi L’aeroporto di Ural’sk è stato ridenominato in memoria dell’eroina sovietica Manšuk Mametova (1922-1943), uccisa dai nazisti nel corso della seconda guerra mondiale. La stampa kazaka ha pubblicato in questi giorni la notizia della ridenominazione dell’areoporto di Ural’sk in onore dell’eroina sovietica Manšuk Mametova, morta nel corso della seconda guerra mondiale mentre combatteva contro i nazisti. Una decisione che potrebbe parere di poco conto, ma che assume grande valore in un momento in cui il revisionismo storico la fa da padrone in diversi Paesi dell’ex Patto di Varsavia, mentre in Ucraina si arriva addirittura a considerare eroi nazionali personaggi come il collaborazionista filonazista Stepan Bandera. Mametova nacque il 23 ottobre 1922 Jiekqūm, che allora faceva parte della Repubblica Socialista Sovietica del Kirghizistan, ma che oggi appartiene al Kazakistan. Rimasta orfana all’eta di soli cinque anni, crebbe con dei familiari nella principale città kazaka, Almaty. La diciottenne Mametova frequentò con successo gli studi di infermieristica ma, dopo l’invasione nazista dell’URSS, tentò di entrare nell’Armata Rossa, venendo però rifutata. Al contrario di quanto accadeva nella maggioranza degli eserciti del mondo, infatti, in Unione Sovietica le donne potevano arruolarsi. Solamente nel corso della seconda guerra mondiale, circa 800.000 donne presero parte alle operazioni militari, rappresentando approsimativamente il 5% dell’esercito sovietico. Inoltre, il personale medico militare era diviso quasi equamente tra uomini e donne: secondo il Forum Internazionale di Studi sulla Donna, il 40% dei paramedici, il 43% dei chirurghi, il 46% dei medici, il 57% degli assistenti medici e il 100% degli infermieri dell’Armata Rossa erano donne. Tornando alla storia di Manšuk Mametova, fu proprio come infermiera in un ospedale da campo che riuscì ad ottenere un posto, nonostante la sua richiesta di essere assegnata ad un’unità di fucilieri. Nel tempo libero, però, Mametova continuava l’addestramento all’uso delle armi da fuoco. Notando le sue grandi abilità al tiro, il comandante della divisione decise di promuoverla al grado di sergente maggiore, permettendole finalmente di essere trasferita alla 100ma brigata di fucilieri. Mametova si mise in luce sin dalle prime operazioni belliche, guadagnandosi il rispetto dei suoi colleghi uomini. In particolare, prese parte alla battaglia di Nevel’, cittadina russa situata nella regione di Pskov, che i sovietici erano riusciti brevemente a strappare al controllo tedesco. Il 15 ottobre 1943, i tedeschi passarono al contrattacco, ma Mametova non si ritirò da una collina strategica, opponendo una strenua resistenza all’armata nemica. Nonostante fosse stata colpita alla testa ed avesse brevemente perso conoscenza, continuò a combattere sparando da tre postazioni diverse, anche dopo che alcuni colpi di mortaio avevano ucciso il resto dei suoi compagni. Alla fine Mametova, fu ferita a morte dal fuoco nemico, ma continuò a combattere fino all’ultimo momento. Si dice che in questa battaglia uccise da sola almeno 70 soldati della Wehrmacht tedesca. I suoi resti furono scoperti dalle forze sovietiche quando riuscirono definitivamente a respingere i nazisti dall’area di Navel’, dove venne sepolta e onorata con un monumento dedicato al suo coraggio. Mametova divenne anche la prima donna kazaka a ricevere il titolo di...
di Andrew Korybko Expect Poland To Expand Its Sphere Of Influence After Russia’s Ukrainian Operation (oneworld.press) Le false affermazioni riguardanti un tentativo della Russia di ritagliarsi una cosiddetta “sfera di influenza” in Ucraina, che l’autore ha ampiamente sfatato qui, ignorano convenientemente il fatto che gli Stati Uniti si sono già ritagliati una propria sfera di tal genere in Europa attraverso la NATO a spese delle linee rosse della sicurezza nazionale russa. Mentre gli osservatori che trattano la materia in modo obiettivo ne erano già consapevoli, pochi si sono resi conto che c’è un altro Paese che si sta ritagliando una sfera di influenza regionale, la Polonia, che dovrebbe sfruttare l’operazione speciale della Russia in Ucraina a tal fine. Questo articolo mira a spiegare in modo conciso perché ciò sta accadendo, il che a sua volta dimostrerà essere un errore affermare che l’obiettivo della Russia è quella ritagliarsi una sfera di influenza regionale. La Polonia prevede di ripristinare il proprio Commonwealth storico che ritiene le sia stato ingiustamente sottratto dalle tre potenze imperialiste vicine alla fine del XVIII secolo. La realtà, tuttavia, è che grandi porzioni del suo impero informale che si mascherava sotto le spoglie di un cosiddetto “Commonwealth” occupavano, in realtà, le antiche terre della Rus’ di Kiev. Questo Stato è considerato il precursore del moderno Stato russo ed i suoi territori erano abitati da slavi orientali ortodossi che furono crudelmente maltrattati nel corso della Storia dai loro occupanti cattolici polacchi, trattati de facto come cittadini di seconda classe durante il periodo della cosiddetta Seconda Repubblica Polacca, compreso tra le due guerre mondiali, prima di essere liberati dall’Armata Rossa a metà del mese di settembre 1939. Tuttavia, la Polonia vede tutto diversamente e si considera storicamente come lo “scudo” della cristianità occidentale contro i cosiddetti “barbari russi” provenienti da Oriente, popoli che erano e sono tuttora descritti in termini etno-religiosi di superiorità, anche facendo riferimenti di tipo razzista relativamente all’occupazione plurisecolare da parte dei Mongoli del loro civilization-state. Varsavia ha in programma di ripristinare la sfera di influenza perduta attraverso la “Three Seas Initiative” (3SI), iniziativa volta a incorporare in modo completo gli Stati dell’Europa centrale e orientale (CEE) in un’alleanza multidimensionale de facto a guida polacca ed il cui nucleo sarà il Triangolo di Lublino – annunciato nell’estate 2020 – tra Polonia, Lituania ed Ucraina (l’ultima delle quali probabilmente se ne andrà dopo la fine dell’attuale conflitto). In risposta all’operazione speciale della Russia in Ucraina, la Polonia aspirerà prevedibilmente a posizionarsi come il più importante e appassionato Stato perno antirusso e avanguardia della NATO.Come dimostrano l’invio di più armi al suo partner minore ucraino, la richiesta di chiusura dello spazio aereo ai velivoli russi, il divieto di trasmissione imposto ai canali russi e potenziali piani per vietare persino ai cittadini russi di entrare nel Paese, la Polonia si sta già muovendo in questa direzione. Queste mosse radicali dimostrano che la Polonia sta sfruttando il conflitto in Ucraina per espandere ulteriormente la sua prevista sfera di influenza nella regione. Questi fatti oggettivamente esistenti screditano la falsa...
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di Giulio Chinappi Quanto è coinvolta la famiglia Biden nei finanziamenti ai laboratori biologici in Ucraina? Stati Uniti e Russia davvero pensando all’uso di armi nucleari nel conflitto? L’Ucraina sta utilizzando munizioni al fosforo bianco? L’emergere del coinvolgimento di Hunter Biden, secondogenito dell’attuale presidente statunitense Joe Biden, nel finanziamento dei laboratori biologici in Ucraina ha portato nuovi elementi e nuove prove su quanto effettivamente accadeva sul territorio dell’ex repubblica sovietica. Le e-mail dell’avvocato e imprenditore rappresenterebbero infatti delle prove schiaccianti su quanto abbiamo avuto modo di sottolineare già nei nostri articoli precedenti, ovvero che Washington stesse conducendo studi poco ortodossi nei laboratori ucraini. Negli scorsi giorni, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha confermato che la Russia chiederà spiegazioni ufficiali sul coinvolgimento di Hunter: “Certo, chiederemo spiegazioni. E non solo noi. Come sapete, la Cina ha già sollecitato chiarimenti. Ha chiesto di rendere trasparente al mondo questo programma e questa situazione. Ovviamente questo interesserà molti“, ha detto Peskov. Peskov ha anche spiegato che la Russia stava ancora studiando le informazioni disponibili sui biolaboratori statunitensi in Ucraina: “Come potete capire, i nostri specialisti del Ministero della Difesa stanno procedendo con l’analisi delle informazioni che abbiamo a nostra disposizione riguardo a questi biolaboratori e ai programmi su cui hanno lavorato“, ha proseguito il portavoce. “Si tratta di informazioni molto sensibili per noi e per il mondo intero“, ha affermato. Il 28 marzo, le autorità russe hanno affermato di aver concluso gli studi sui documenti di cui sono venuti in possesso nel corso dell’operazione speciale in Ucraina. Ad affermarlo è stato il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolaj Patrušev, secondo il quale le evidenze in possesso della Russia dimostreranno al mondo che gli Stati Uniti sono diventati “il degno successore delle tradizioni del Terzo Reich, dove si praticavano esperimenti disumani sulle persone”. Patrušev ha anche ricordato che “gli Stati Uniti e l’Ucraina sono rimasti gli unici Paesi al mondo a votare contro la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla lotta alla glorificazione del nazismo e altre iniziative simili“. Un altro tema che sta tenendo banco sulla stampa internazionale è quello del possibile uso di armi nucleari da parte degli Stati Uniti o della Russia. Lo stesso portavoce Peskov ha precisato in una recente conferenza stampa che la Russia non ha mai preso in considerazione l’uso di armi nucleari in Ucraina. Al contrario, il presidente Joe Biden ha invocato l’uso preventivo delle armi nucleari, il che significa che gli Stati Uniti sarebbero disposti a sganciare per primi l’ordigno atomico. Vale sempre la pena di ricordare, del resto, che gli USA sono l’unico Paese della storia ad aver utilizzato bombe nucleari contro un nemico. “Siamo entrati nella fase di una guerra totale“, ha sottolineato Peskov. “I Paesi dell’Europa occidentale, gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, stanno effettivamente conducendo una guerra contro di noi nel commercio, nell’economia, nel sequestro delle nostre proprietà, nel sequestro dei nostri fondi, nel bloccare le nostre relazioni finanziarie. E dobbiamo adattarci alla nuova realtà“, ha inoltre commentato Peskov. Per stemperare il clima bellico, anche il presidente bielorusso Aljaksandr Lukašėnka è...
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di Giulio Chinappi Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha effettuato una visita ufficiale in Afghanistan, che conferma il ruolo della Cina come forza portatrice di stabilità tra le turbolenze del mondo. Dopo essersi recato in Pakistan, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi è stato accolto giovedÌ in Afghanistan, per la visita ufficiale più importante tenuta da un fiunzionario cinese da quando il Paese è tornato sotto il controllo dei talebani. Il massimo diplomatico della Repubblica Popolare Cinese ha incontrato alcuni degli esponenti di vertice del governo ad interim di Kabul, come il ministro degli Esteri Amir Khan Muttaqi e il vice primo ministro Abdul Ghani Baradar (in foto con Wang Yi). “La Cina rispetta l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Afghanistan, rispetta la scelta indipendente operata dal popolo afghano e rispetta le credenze e i costumi religiosi dell’Afghanistan. La Cina non interferisce mai negli affari interni dell’Afghanistan, non cerca mai alcun interesse personale in Afghanistan e non cerca mai il cosiddetta sfera di influenza”, ha dichiarato Wang Yi, secondo quanto riportato dal comunicato del ministero degli Esteri di Pechino. “Vogliamo continuare la tradizionale amicizia tra i due popoli, sviluppare relazioni con l’Afghanistan sulla base dei principi di pacifica convivenza, aiutare l’Afghanistan a raggiungere la vera indipendenza e il vero sviluppo e aiutare l’Afghanistan a padroneggiare il proprio futuro nelle proprie mani“, ha aggiunto il rappresentate del governo cinese. Secondo Abdul Qahar Balhki, portavoce del ministero degli Esteri dell’Afghanistan, le due parti hanno discusso del commercio di frutta secca, del rilascio dei visti e di estrazione mineraria, nonché del ruolo dell’Afghanistan nella Belt and Road Initiative (BRI) proposta dalla Cina. Il viaggio di Wang Yi in Asia centrale e meridionale, compresa l’importante visita in Afghanistan, si inserisce in un processo di avvicinamento ad un importante appuntamento diplomatico organizzato a fine mese a Pechino, dove si riuniranno tutti i ministri degli Esteri dei Paesi confinanti con l’Afghanistan. In quest’ambito, la Cina conferma il suo impegno per la ricostruzione del Paese dell’Asia centrale dopo vent’anni di guerra imperialista statunitense. “In qualità di ospite, la Cina scambierà opinioni con i paesi della regione per rendere il prossimo incontro efficace e favorevole a risultati sostanziali nel miglioramento della situazione in Afghanistan e contribuire congiuntamente alla stabilità e alla sicurezza durature nel Paese”, ha commentato Zhu Yongbiao, direttore del Centro Studi sull’Afghanistan dell’Università di Lanzhou, intervistato dal Global Times. Quella organizzata a Pechino sarà la terza riunione di questo tipo, dopo quelle tenutesi in Pakistan (settembre 2021) e in Iran (ottobre 2021), ma per la prima volta l’evento vedrà la partecipazione diretta dei diplomatici afghani. L’attività della Cina per riportare la stabilità in Afghanistan si svolge tanto in ambito diplomatico quanto in ambito economico, e risulta coerente con la posizione che Pechino ha assunto nelle relazioni con gli altri Paesi. In un tempo di grandi sconvolgimenti globali, la Cina si conferma come una forza in grado di portare certezze e stabilità anche in un luogo come l’Afghanistan, devastato da decenni di furia imperialista. Il presidente Xi Jinping ha avuto modo di ribadire la posizione della Cina in diverse occasioni. L’obiettivo del governo cinese...
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di Enrico Vigna, 24 marzo 2022 “Ho appena dato mandato al comandante supremo delle forze alleate in Europa, il generale Clark, di avviare le operazioni d’aria (ndt: bombardamenti aerei…) sulla Repubblica Federale di Jugoslavia…Tutti gli sforzi per raggiungere una soluzione politica negoziata alla crisi del Kosovo sono falliti e non ci sono alternative all’intraprendere l’azione militare…” Così, il 23 marzo 1999, l’allora Segretario generale della NATO J. Solana, davanti ai mass media del mondo, decretava l’inizio della fine della “piccola” Jugoslavia e del popolo serbo in particolare. Questa aggressione è stata la prima guerra sul suolo europeo condotta dalla fine della seconda guerra mondiale. Mentre le bombe e i missili lanciati dalla più potente macchina militare nella storia della civiltà, erano impegnati a distruggere un piccolo paese europeo, hanno anche distrutto il sistema di sicurezza europeo e globale, basato sulla Carta delle Nazioni Unite, l’Atto fondante dell’OSCE e la Carta di Parigi. Ancora oggi l’Europa e il mondo subiscono le gravi conseguenze di quella distruzione. Nel processo, la NATO si alleò con il cosiddetto UCK, una formazione separatista-terrorista, come corpo di fanteria, alimentando così il separatismo e il terrorismo. L’inizio dell’aggressione della NATO del 1999 contro la piccola Jugoslavia (la RFJ), è un’altra occasione per ricordare i crimini e le atrocità documentate e per ricordare ai popoli, in particolare ai giovani, gli orrori e i danni causati dall’aggressione, nonché le conseguenze di cui molti aspetti devono ancora essere risolti oggi. Quel precedente di aggressione eseguita senza l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU è poi stato riutilizzato nelle successive aggressioni in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. L’aggressione della NATO contro la RFJ nel 1999 è stata un trampolino di lancio per dare vita alla strategia di espansione militare verso est, sempre più vicino ai confini russi, circondandola di basi militari, che è la causa principale della crisi ucraina. È cinismo portato all’estremo, accusare altri paesi di crimini che i principali stati della NATO hanno continuamente commesso negli ultimi 30 anni. Sarebbe meglio invece di accusare gli altri, si fermassero un momento e ricordassero i propri misfatti, si pentissero e rimediassero a tutte le ingiustizie che hanno fatto in Jugoslavia e in tutti gli altri paesi, in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Yemen e altri. Oggi, mentre il mondo si avvicina ancora una volta al rischio di un conflitto nucleare, sarebbe più importante che mai, che l’opinione pubblica occidentale, comprenda e rifiuti le politiche auto distruttive e non pacificatorie dei propri governi, che rischiano di trascinare il mondo in un abisso. Potrebbe essere utile per capire alcune strategie, citare Macchiavelli, il quale in tempi lontani già considerò: «Non colui che per primo imbraccia le armi è istigatore di un disastro, ma colui che lo costringe». Per avere un futuro degno di essere vissuto, c’è bisogno, oggi più che mai, di politiche volte ad eliminare le cause dei conflitti nel mondo. Il presupposto per fare questo sta nel perseguire un ordine di pace multipolare, in cui provocazioni, complotti e accordi segreti non devono essere pianificate e avere posto.  Oggi ci auguriamo in una riduzione dell’escalation militare il prima possibile. Ma ciò sarà possibile solo se la...
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Nouvel Ordre Mondial et hégémonie unipolaire – Strategika51 Intelligence Durante il suo discorso del 21 marzo 2022 davanti ai potenti datori di lavoro statunitensi (Business Roundtable), Joe Robinette Biden ha affermato esplicitamente che spettava ai principali leader dell’economia americana guidare il Nuovo Ordine Mondiale e che avrebbe unito il resto del “ mondo libero ” per raggiungere questo obiettivo. “Stiamo andando verso un Nuovo Ordine Mondiale e dobbiamo dirigerlo” La fraseologia della teoria della cospirazione è approvata senza vergogna da un Presidente che lotta per seguire il copione ma abbandona i termini chiave: “Nuovo ordine mondiale” e “resto del mondo libero“. Il primo non è nuovo e risale nel suo significato attuale a un discorso pronunciato dall’allora Presidente USA George Bush Sr. dopo lo scioglimento dell’ex URSS, mentre il secondo è un elemento di linguaggio politically correct utilizzato nei confronti dei paesi sotto l’influenza di Washington durante la Guerra Fredda 1.0. La posta in gioco geopolitica del mondo odierno va ben oltre la cornice del conflitto ucraino – che è solo un fronte aperto che funge sia da pretesto che da alibi per un’estensione del campo di lotta – ma anche una ripresa del controllo di un ordine mondiale che sembrava scosso dall’ascesa del multilateralismo e dalla visione di un mondo multipolare. In definitiva, la questione fondamentale riguarda l’egemonia planetaria delle élite che, attraverso la speculazione e l’usura, gestiscono il sistema economico e finanziario globale e nient’altro. Qualsiasi potenziale minaccia contro gli interessi di queste élite che tengono in ostaggio il cosiddetto “mondo occidentale” è percepita come un’intollerabile messa in discussione di questo desiderio di egemonia e un casus belli capace di innescare la denigrazione, la demonizzazione e poi la distruzione del potere, mettendo in discussione un ordine profondamente corrotto e ingiusto basato sulla predazione e sul profitto a dispetto di tutti i valori etici e umani. Più di tre decenni dopo la Guerra del Golfo del 1991, un attore non professionista che interpreta il ruolo del Presidente degli Stati Uniti dà il tono: la fine della Storia sono i gruppi di interesse e la corruzione, altrimenti sarà una guerra mondiale a tutto campo. Non esiste altro programma alternativo a questo tipo di ordine mondiale escogitato da una casta oligarchica e adattato esclusivamente ai suoi interessi privati, a danno del resto dell’umanità che viene condannata alla schiavitù per debiti, all’immobilità e all’assistenza forzata in modo che si possa stimolare un processo di consumo che va a beneficio soltanto dei grandi “mezzadri” moderni. Molto è stato detto sul Nuovo Ordine Mondiale, concetto che riecheggia il sogno della Germania Nazionalsocialista di un dominio che sarebbe dovuto durare un millennio o un altro piano più sordido rivelato dall’Okhrana (la polizia politica della Russia zarista) e poi violentemente negato come un grossolano falso. Con il senno di poi, si scopre che la guerra contro Russia e Cina non solo era stata pianificata da molti anni, ma sembrava inevitabile. Il programma Starlink di SpaceX, ad esempio, mirava solo a mantenere una connessione di rete tramite la costellazione di micro-satelliti in orbita bassa in un contesto di guerra contro una potenza con la capacità...
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di Fabio Massimo Parenti Dibattito italiano, infruttuoso e controproducente Nei dibattiti di queste ultime settimane si evince chiaramente, al di là di poche eccezioni, l’incapacità di approfondire le origini del conflitto tra Russia e Ucraina. Il paradosso è che i professionisti della comunicazione, – ovvero coloro i quali danno forma all’opinione pubblica – impauriti dagli scenari peggiori che potrebbero dipanarsi in Europa, si focalizzano invano sulle soluzioni per uscire dall’attuale impasse, anziché cercare di analizzarne le cause, o meglio i processi storico-geografici. Tuttavia, come si fa a parlare di possibili soluzioni (negoziali nella migliore delle ipotesi) se non si comprendono le origini di questa guerra, che ci parlerebbero di innumerevoli corresponsabilità? La banalizzazione e riduzione delle “cause” a ciò che abbiamo visto nella congiuntura degli ultimi giorni sembrerebbe il risultato di chi si è svegliato dal letargo politico, economico ed intellettuale, tipico dell’auto-referenzialismo occidentale, e che non si è accorto che il mondo sia già cambiato. Se le nostre guerre “umanitarie” e “democratiche”, illegali e in violazione del diritto internazionale – ebbene sì, abbiamo costantemente violentato la sovranità territoriale di numerosi popoli – erano appoggiate e partecipate come un’ineluttabilità storica, sempre decisa dagli Usa e i suoi più stretti alleati (parliamo di centinaia di migliaia di morti civili – chiamati “effetti collaterali” – uso di armi chimiche e interi paesi dilaniati), oggi la “reazione” russa è “mostrificata”. Con non poche false flags, al punto da spacciare la strage di civili a Donesk del 14 marzo, ad opera delle forze ucraine, come una strage per mano russa. Copioni già visti in altri teatri di guerra, in cui numeri e notizie venivano veicolati dalla gran cassa mediatica 24h senza riscontri, verifiche ed utilizzando a piacere video e foto di archivio di altri contesti bellici del passato. Tornando alla questione delle origini della guerra in corso, un’analisi critica ed articolata metterebbe a nudo le evidenti corresponsabilità storiche, che, al contrario, non possono emergere nella reductio a tifoserie e nel manicheismo maccartista della semplificazione binaria buoni/cattivi. Non solo il presidente Putin non è un pazzo, ma neanche soffre di condizioni di salute peggiori di Biden. Basterebbe ricordare che consiglieri, politici, diplomatici e studiosi di altissimo livello, proprio negli Usa 8ma anche in Europa), hanno costantemente messo in guardia dall’espansione del sistema US-Nato (evidentemente non concordi al loro interno). Un’espansione tutt’altro che pacifica (si pensi per restare all’Europa a ciò che è stato fatto nei Balcani occidentali), fatta di basi militari, esercitazioni congiunte e sistemi missilistici puntati verso Mosca. Dovrebbe ormai essere noto che se l’Ucraina non è entrata nella NATO, quest’ultima è però già entrata in Ucraina da diversi anni, come le vicende storiche degli ultimi 15 anni dimostrano in maniera incontrovertibile. Peraltro, mentre l’espansionismo NATO viene ricordato sui nostri media, esso non è riflettuto a sufficienza. E’ innegabile che come accaduto nel 1962, anche oggi gli Usa non accetterebbero mai alleanze militari di un blocco militare concorrente alle proprie porte. Se avessimo dunque una situazione ribaltata, che coinvolgesse Canada o Messico in...
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di Fabio Massimo Parenti Il Dipartimento di stato americano ha commentato l’incontro del 14 marzo tra Sullivan e Yang dichiarando: “a Roma abbiamo messo in guardia la Cina sulle conseguenze di un eventuale supporto alla Russia”. Pochi giorni dopo, la Casa Bianca ha rincarato la dose asserendo che “ci saranno implicazioni e conseguenze” se Beijing fornisse supporto alla Russia. E’ chiaro che questo non è un atteggiamento costruttivo, soprattutto in un momento che richiederebbe ben altri toni ed approcci. C’è da dire, tuttavia, che nel corso della telefonata con Xi, del 18 marzo, Biden avrebbe cercato anche di ristabilire un certo equilibrio, almeno formale, e meno basato sul confronto-scontro tra rivali. Proviamo ad inquadrare il ruolo della Cina nell’attuale crisi e l’inevitabile dialettica con gli Usa. Dopo averla quotidianamente dileggiata e provocata su qualsiasi questione internazionale ed interna, all’improvviso, molti in Occidente invocano la Cina affinché possa svolgere un ruolo nelle drammatiche vicende europee. Generali, analisti, giornalisti e, come detto, gli stessi Usa. Questi ultimi vorrebbero che la Cina contribuisse ad isolare la Russia, mentre assistono a una “sirianizzazione” del conflitto in Ucraina, lanciano moniti su possibili attacchi chimici (come in Siria), operano un costante invio di armi ad una parte in guerra e continuano a spingere l’Europa sull’orlo del baratro, attraverso un’ulteriore stretta sanzionatoria che tocca più noi che loro. Questa tanto sbandiera alleanza tra UE e Stati uniti ci sta portando ad un futuro prossimo disastroso. E le imperanti tifoserie pro-americane nostrane dovrebbero prenderne atto, invece di accodarsi pedissequamente agli Usa quando ripetono il mantra delle “conseguenze” per Pechino se sostenesse militarmente la Russia. Cosa che non avverrà. Negli ultimi settant’anni il rapporto statunitense verso Cina e Russia è stato caratterizzato da una continua alternanza tra l’uno e l’altro paese al fine di isolare l’uno o l’altro. Se nella prima guerra fredda gli Usa avevano portato la Cina dalla loro parte (con il duo Kissinger-Nixon), contribuendo ad isolare l’URSS, in seguito essi hanno tentato di integrare la Russia nell’orbita NATO (tra fine anni Novanta e primi anni Duemila), questa volta tentando di isolare una Cina in ascesa. Le previsioni sono state tuttavia errate e le manovre strategiche ritardatarie e mal concepite. Cina e Russia si sono avvicinate sempre di più negli ultimi venti anni. Gli Usa erano convinti che la Cina sarebbe andata incontro a problemi interni e che comunque avrebbe trasformato il proprio sistema politico-economico, emulandoci. Le previsioni sono state tutte fallaci e ciò che speravano non è accaduto, anzi, al contrario, la Cina ha rafforzato il proprio status economico-politico al livello mondiale, perseverando sulla strada di un modello di sviluppo autoctono di socialismo di mercato, seguendo la logica della doppia circolazione, ovverosia la combinazione dialettica tra integrazione internazionale e sviluppo domestico. Nella situazione attuale gli Usa stanno perseguendo, vittoriosamente, la cesura tra Europa e Russia, sperando, successivamente, di allontanare Cina e Russia. In questo modo cadrebbe l’asse anti-egemonico asiatico, dando agli Usa più spazio di manovra per continuare ad influenzare il continente euroasiatico per i...
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Dai media russi si apprende che con il supporto finanziario e organizzativo degli Stati Uniti, dopo il 2014 sul territorio dell’Ucraina è stata dispiegata una rete di oltre 30 laboratori biologici, impegnati in lavori di ricerca sullo studio di malattie letali, in particolare agenti patogeni e virus estremamente pericolosi. I lavori furono svolti su ordine della Direzione del Ministero della Difesa degli Stati Uniti per la riduzione delle minacce alla difesa (DTRA). I lavori sono stati svolti in tre aree principali: secondo quanto afferma il Pentagono veniva monitorata la situazione biologica nelle presunte aree dello spiegamento dei contingenti militari dei paesi membri della NATO; su base regolare si effettuava la raccolta e l’esportazione negli Stati Uniti dei ceppi di microrganismi pericolosi; si svolgevano lavori di ricerca per lo studio dei potenziali agenti di armi biologiche, specifici di una determinata regione, che hanno focolai naturali e possono essere trasmessi all’uomo. Nel corso dell’operazione speciale delle Forze Armate della Federazione Russa, i dipendenti di questi laboratori, che abbracciano le opinioni stataliste e patriottiche, hanno consegnato alla parte russa documenti che evidenziano che gli americani in modo urgente hanno ripulito le tracce del programma biologico militare in corso in Ucraina, finanziato dal Ministero della Difesa degli Stati Uniti. Quindi, è diventato noto che a partire dal 24 febbraio dell’anno corrente il Ministero della Salute dell’Ucraina ha dato un ordine di distruggere completamente i bioagenti nei laboratori. Questo fatto conferma che Washington e Kiev temevano seriamente che gli esperti russi abbiano ottenuto prove inconfutabili del lavoro pratico mirato ad intensificare le proprietà patogene dei microrganismi utilizzando metodi di biologia sintetica. Ciò, a sua volta avrebbe smascherato la violazione sistematica da parte dell’Ucraina e gli Stati Uniti della Convenzione internazionale sulla proibizione delle armi biologiche e tossiche, che è stato più volte segnalato da Mosca. A questo proposito il più grande interesse rappresenta il progetto con il nome in codice UP-4. Lo scopo di questo studio era di identificare le malattie degli uccelli che rappresentano il maggior pericolo per l’uomo e hanno il massimo potenziale per destabilizzare la situazione epidemiologica in una particolare regione in tempi molto limitati. Un altro compito era di studiare le rotte migratorie degli uccelli per determinare quelle che attraversano il territorio della Russia e in minor modo colpiscono i paesi europei. A favore di questa versione si parlano, tra l’altro, la cattura intenzionale di uccelli sul territorio russo con successivo trasporto nel territorio dell’Ucraina e tracciamento della via del loro ritorno. Inoltre, nel corso del lavoro, gli scienziati hanno individuato i luoghi con la maggiore concentrazione degli uccelli, dove sarebbe possibile infettare l’intero stormo con un agente patogeno particolarmente pericoloso. Lo svolgimento di tali studi può indicare che i biologi militari americani e ucraini intendevano utilizzare gli uccelli come mezzi di trasporto di armi di distruzione di massa. Quest’approccio è uno dei metodi di guerra più sconsiderati, disumani e altamente irresponsabili. Dopotutto, lanciando una tale «arma vivente», i suoi creatori perderanno inevitabilmente il controllo su di essa e l’epidemia...