di Stefano Vernole PER APPROFONDIRE – LI WEI “CINA E ANTITERRORISMO”, ANTEO EDIZIONI Perché è nato il terrorismo? Le responsabilità occidentali secondo Pechino Nonostante le minacce interne, la Cina ha insistito negli scorsi anni a vedere la Comunità Internazionale come un tutto connesso e ha aderito al concetto generale di governance globale e cooperazione internazionale nell’antiterrorismo; per Pechino, ciò significa opporsi ai doppi standard nella valutazione delle minacce e riconoscere il ruolo guida delle Nazioni Unite. Nella sua visione geopolitica, “costruire una comunità dal futuro condiviso per l’umanità” attraverso la Belt and Road Initiative, la Cina guarda oltre ai conflitti religiosi e culturali ma ritiene che si possa garantire la sicurezza ed eliminare il terrorismo alla radice solo attraverso lo sviluppo economico1. Nel valutare storicamente la condotta internazionale delle grandi potenze, la Cina ricorda spesso come siano stati proprio gli aiuti statunitensi all’Afghanistan ad aver creato un’organizzazione terroristica come Al Qaeda; Bin Laden fece affidamento sul Pakistan per fondare una base a Tora Bora e in aree vicine al fine di supportare la jihad islamica in funzione antisovietica2. Proprio una branca locale di Al Qaeda si è insediata successivamente in Xinjiang rivendicandolo come parte del Turkestan orientale. Lo stesso processo di azione-reazione è avvenuto in Yemen, Somalia, Iraq e Siria (con Al Nusra)3. In Egitto, invece, gruppi islamisti provocarono nel 1997 l’uccisione di più di 60 turisti stranieri a Luxor. Gruppi terroristici di matrice non islamista si sono manifestati negli anni Novanta nei Paesi occidentali come la Gran Bretagna (minacciando di avvelenare il sistema di approvvigionamento idrico), negli Stati Uniti (con gli attentati dinamitardi dei suprematisti bianchi) e in Giappone (con l’attacco tramite gas nervino Sarin alla metropolitana di Tokyo nel 1995). Se risaliamo infatti alle origini del problema, la Cina non ha mai smesso di criticare duramente il colonialismo europeo4. In Sri Lanka, dove i singalesi buddisti sono circa il 74% della popolazione e gli indù Tamil il 14%, il dominio britannico adottò la strategia del divide et impera dando origine ad un risentimento reciproco tra i due gruppi etnici. Nel dopoguerra, la popolazione Tamil cercò di creare un movimento separatista nelle aree orientali e settentrionali, scatenando una guerra civile terminata pochi anni fa dopo un crescendo di attentati suicidi. Eurocentrismo, neo-colonialismo e visione unipolare rimangono perciò alla base del risentimento che ancora oggi si manifesta in alcune aree del Pianeta nei confronti delle politiche occidentali: ecco la necessità, secondo la Cina, di un radicale cambio di prospettiva. No al doppio standard e all’ingerenza mascherata da “diritti umani” La Cina ha criticato fortemente l’atteggiamento degli Stati Uniti dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991. Gli USA, in particolare, hanno ignorato la sicurezza e la sovranità degli altri Paesi basandosi sulla loro facoltà di intervenire militarmente e ingerirsi costantemente negli affari interni di nazioni sovrane, al solo scopo di esportare con la forza i valori e gli interessi nordamericani. Emblematico che dopo la guerra all’Iraq nel 1991, le forze estremiste che si oppongono alla presenza militare nordamericana in Arabia...
repubblica popolare cinese
di Andrea Turi Il 16 ottobre 2022, nella relazione tenuta al XX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese dal titolo Tenere alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi e unirsi per costruire un Paese socialista moderno sotto tutti gli aspetti, Xi Jinping non poteva non riservare qualche passaggio del suo intervento alla “questione Taiwan”; tema, questo, tornato con sempre maggiore insistenza e frequenza nel discorso politico internazionale a partire dalla sconsiderata e inopportuna decisione della speaker della Camera dei Rappresentanti statunitensi, la democratica Nancy Pelosi, di visitare l’isola lo scorso mese di agosto: decisione che a Pechino hanno giudicato come un’inopportuna quanto non necessaria ingerenza negli affari interni di un Paese sovrano quale è la Cina. Non è un caso, quindi, se in apertura della sua relazione ai delegati del Partito Comunista, il Presidente abbia sostenuto che “in risposta alle attività separatiste volte alla “indipendenza di Taiwan” e alle grossolane provocazioni di ingerenze esterne negli affari di Taiwan, abbiamo risolutamente combattuto contro il separatismo e contrastato le interferenze, dimostrando la nostra determinazione e capacità di salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e di opporci alla “indipendenza di Taiwan”. Abbiamo rafforzato la nostra iniziativa strategica per la completa riunificazione della Cina e consolidato l’impegno per il principio di “una sola Cina” all’interno della Comunità Internazionale. Di fronte a cambiamenti drastici nel panorama internazionale, in particolare ai tentativi esterni di ricattare, contenere, bloccare ed esercitare la massima pressione sulla Cina, abbiamo messo al primo posto i nostri interessi nazionali, ci siamo concentrati sulle preoccupazioni politiche interne e abbiamo mantenuto una ferma determinazione strategica. Abbiamo mostrato uno spirito combattivo e una ferma determinazione a non cedere mai al potere coercitivo. Durante questi sforzi, abbiamo salvaguardato la dignità e gli interessi fondamentali della Cina, e ci siamo mantenuti ben posizionati per perseguire lo sviluppo e garantire la sicurezza”1. Nel procedere della relazione, Xi Jinping ha indicato quale sia la via scelta da Pechino nella risoluzione dell’annosa questione relativa alla provincia ribelle di Taiwan: “Abbiamo sostenuto la politica di “Un Paese, Due sistemi”, in base alla quale il popolo di Hong Kong amministra Hong Kong e il popolo di Macao amministra Macao, entrambi con un elevato grado di autonomia. Abbiamo aiutato Hong Kong a entrare in una nuova fase in cui ha ristabilito l’ordine ed è pronta a prosperare, e abbiamo visto sia Hong Kong che Macao mantenere un buono slancio per la stabilità e lo sviluppo a lungo termine. Abbiamo proposto un quadro politico generale per risolvere la questione di Taiwan nella nuova era e permettere scambi e cooperazione facilitati attraverso lo Stretto. Ci siamo opporti risolutamente alle attività separatiste volte alla “indipendenza di Taiwan” e all’ingerenza straniera. Abbiamo così mantenuto l’iniziativa e la capacità di guidare le relazioni attraverso lo Stretto”. Nel capitolo XIII della relazione – Sostenere e migliorare la politica di “Un Paese, Due Sistemi” e promuovere la riunificazione nazionale – si tornerà diffusamente sull’argomento individuando nella politica di “Un Paese, Due Sistemi” come di una...
di Stefano Vernole Premessa Lo scorso 28 marzo, il Vicesegretario alla Difesa degli Stati Uniti, Kathleen Hicks, ha dichiarato alla stampa: “Anche se ci confrontiamo con le malvagie azioni della Russia, la strategia di difesa illustra la prossima linea di azione del Dipartimento, tesa a mantenere e anzi a potenziare la deterrenza nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, nostro principale concorrente strategico e sfidante”1. L’aggressività di Washington nei confronti di Pechino è stata poco dopo confermata dal Segretario di Stato Antony Blinken, che ha definito quello russo-ucraino un “conflitto locale, limitato e provvisorio”, mentre gli Stati Uniti continueranno a concentrarsi “sulla sfida più gande lanciata a lungo termine all’ordine internazionale, e rappresentata dalla Repubblica Popolare”. Tutto ciò non può passare inosservato dalla parte cinese che osserva con preoccupazione come, in virtù della guerra in Ucraina, la NATO intenda ampliare il proprio raggio di azione e di influenza anche oltre lo spazio transatlantico, fino a costituire una minaccia alla sua sovranità nella regione dell’Indo-Pacifico. Se finora sulla crisi ucraina Pechino ha mantenuto una posizione di difficile equilibrio geopolitico tra Mosca e Washington, nonché la strada di una mediazione pacifica, nel caso gli Stati Uniti e i loro alleati dovessero sostenere con le armi un’eventuale dichiarazione d’indipendenza giuridica di Taiwan, la Cina non potrebbe sottrarsi al confronto. Una NATO asiatica per circondare e soffocare la Cina Coerentemente con i suoi colleghi, anche il segretario alla Difesa USA, Lloyd Austin, ha dichiarato che la guerra in Ucraina non riduce certo l’importanza della sfida cinese sempre incalzante2. Non a caso, Washington ha costretto nei mesi scorsi gli Stati affacciati sul Mar Cinese Meridionale a partecipare ad esercitazioni belliche multilaterali in funzione anti-Pechino, quando la maggior parte degli attori dell’area vorrebbe solo stabilizzarsi sullo sviluppo economico interno a cui la Cina contribuisce in buona misura grazie ai legami intrecciati nell’ASEAN e attraverso il RCEP. Il passaggio decisivo che si è registrato tra le ultime due amministrazioni a stelle e strisce riguarda la natura del tentativo egemonico globale portato avanti dagli Stati Uniti. L’Amministrazione Trump era stata incaricata di bloccare la pacifica ascesa cinese attraverso tre mosse essenzialmente: il nazionalismo economico (dazi e protezionismo), i divieti di poter lavorare nei Paesi occidentali alle aziende cinesi accusate di spionaggio o comunque di collaborazionismo con il Governo di Pechino (il caso più clamoroso riguarda la figlia del fondatore di Huawei, Meng Wanzhou, arrestata in Canada su ordine di Washington) e il tentativo di separare geopoliticamente la Russia dalla Cina (dopo le sanzioni euro-statunitensi contro la Russia nel 2014, l’avvicinamento tra Mosca e Pechino ha registrato passi da gigante, compresa una stretta interconnessione tra le due Forze Armate, al punto che il Presidente Xi Jinping l’ha definita una “amicizia senza limiti”). Avendo Donald Trump fallito almeno due obiettivi su tre – la “guerra dei dazi” ha comportato ripercussioni più negative per i consumatori e produttori statunitensi che per quelli cinesi, mentre la Russia non è cascata nel tranello statunitense e ha mantenuto fede ai suoi accordi con la...
di Matthew Ehret ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO IN LINGUA INGLESE SU THE CRADLE Mentre gli atlantisti continuano il loro impegno per un futuro modellato dalla scarsità di energia e di cibo e guerra con i loro vicini dotati di capacità nucleare, la maggior parte degli stati del Golfo Persico – a lungo fidati alleati dell’Occidente – si sono presto resi conto che i loro interessi sono assicurati nel migliore dei modi con la cooperazione con stati eurasiatici come Cina e Russia che non pensano in termini di relazioni a somma zero. Con la tanto attesa visita di tre giorni del presidente cinese Xi Jinping in Arabia Saudita si sta consolidando un potente spostamento dello stato arabo più strategico del Golfo Persico verso l’alleanza multipolare. A seconda del lato della barricata ideologica su cui ci si siede, questo consolidamento viene visto con grande speranza o rabbia. La visita di Xi è in netto contrasto con il deludente incontro tenuto quest’estate dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden; incontro che ha visto l’autoproclamato leader del mondo libero addormentarsi a un tavolo della conferenza e, poi, chiedere una maggiore produzione di petrolio saudita senza offrire nulla di durevole in cambio. Al contrario, l’arrivo di Xi è stato accolto da un saluto di salve di cannone e dai jet sauditi che hanno dipinto i colori rosso e giallo della bandiera cinese nei cieli di Riyadh. La delegazione delle élite politiche e imprenditoriali di Pechino, nei giorni successivi, hanno continuato ad incontrare le controparti saudite per stringere accordi strategici a lungo termine in ambito culturale, economico e scientifico. La visita è culminata nel primo vertice arabo-cinese di venerdì 9 dicembre e durante il quale Xi ha incontrato 30 capi di stato. Il ministero degli Esteri cinese ha descritto questo evento come “una pietra miliare epocale nella storia dello sviluppo delle relazioni sino-arabe“. Mentre tra Pechino e Riyad verranno firmati accordi da 30 miliardi di dollari, è in gioco qualcosa di molto più grande che in (troppo) pochi sono riusciti ad apprezzare adeguatamente. I passi di Riyhad verso la BRI dal 2016 Xi Jinping ha visitato l’ultima volta il regno saudita nel 2016 per promuovere la partecipazione di Riyadh alla nuova Belt and Road Initiative (BRI) promossa dalla Cina. Un rapporto politico del gennaio 2016 del governo cinese indirizzato a tutti gli stati arabi recitava: Nel processo di perseguire congiuntamente la cintura economica della Via della seta e l’iniziativa della Via della seta marittima del 21° secolo, la Cina è disposta a coordinare le strategie di sviluppo con gli Stati arabi, a mettere in gioco i vantaggi e le potenzialità reciproche, a promuovere la cooperazione internazionale sulla capacità di produzione e a rafforzare la cooperazione in i campi della costruzione di infrastrutture, della facilitazione degli scambi e degli investimenti, dell’energia nucleare, dei satelliti spaziali, delle nuove energie, dell’agricoltura e della finanza, in modo da raggiungere un progresso e uno sviluppo comuni e avvantaggiare i nostri due popoli”. Solo tre mesi dopo il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) inaugurò la Saudi Vision...
di Stefano Vernole Premessa Nel 1949 il Kuomintang, guidato dallo sconfitto Chang Khai-shek, evacuò le proprie forze dalla Cina continentale e le trasferì sull’isola di Taiwan (Taipei), dove impose la legge marziale (rimasta in vigore fino al 1991) per reprimere la rivolta comunista. Il Presidente USA Dwight Eisenhower firmò nel 1954 un patto di mutua difesa che incluse Taiwan nell’area dell’ombrello nucleare statunitense, trasformando l’Isola in un enorme base militare nordamericana. Alcuni reparti del Kuomintang vennero invece dislocati in quell’angolo della Birmania (oggi Myanmar) al confine con Cina, Laos e Thailandia che costituisce il triangolo d’oro, l’area dove si trovano le più vaste piantagioni di oppio al mondo. Gli uomini di Chang Kai-shek assunsero il controllo delle piantagioni di oppio e quindi del relativo traffico di eroina, trovando il mercato statunitense pronto ad assorbirla1. Dopo la diplomazia kissingeriana del ping pong (1972) e l’incontro tra Nixon e Mao, l’1 gennaio 1979 il Governo USA stabilì formalmente relazioni diplomatiche con Pechino e annullò unilateralmente il patto di difesa reciproca con Taiwan. Tuttavia, statunitensi e giapponesi hanno mantenuto un centro di comando operazionale congiunto nella base USA di Yokota, propedeutico a gestire le questioni militari riguardanti la penisola di Taiwan e la penisola coreana. Il frutto più importante del reciproco riconoscimento tra Washington e Pechino fu l’ammissione della Repubblica Popolare Cinese nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con potere di veto, seggio che fino a quel momento era stato occupato proprio da Taiwan. Nel frattempo, più di un milione di cittadini taiwanesi ha iniziato a lavorare nella Cina continentale, dove hanno trasferito la maggior parte delle loro imprese e svolgono un ruolo fondamentale nell’evoluzione dell’industria elettronica mondiale. La collocazione geopolitica di Taiwan (e dello stretto di Malacca nelle acque territoriali malesi) conserva un’importanza vitale in relazione alle vie essenziali del traffico marittimo, attraverso cui vengono trasportati greggio e altre materie prima verso la Repubblica Popolare Cinese: in caso di conflitto, per gli USA diverrebbe essenziale tagliare o rallentare le forniture di petrolio a Pechino (la Cina ha risposto con la Collana di Perle, una serie di avamposti marittimi in cui le navi cinesi possono attraccare senza rischiare di essere strangolate da un embargo statunitense). Taiwan possiede inoltre una collocazione geografica strategica globale sulla rotta commerciale marittima che collega l’Asia orientale al Sud-est asiatico e al Canale di Suez. L’amputazione di Taiwan rappresenta per la Cina una “ferita aperta” e la sua riunificazione alla madrepatria segnerebbe la conclusione definitiva della guerra civile sfociata nella nascita della Repubblica Popolare Cinese. Le relazioni economiche tra Cina e Taiwan, uno strumento di unificazione Il volume del commercio attraverso lo Stretto di Taiwan era di soli 46 milioni di dollari nel 1978 ma è salito progressivamente fino a 328,34 miliardi di dollari nel 2021, con un aumento di oltre 7.000 volte. La terraferma è stata il più grande mercato di esportazione di Taiwan negli ultimi 21 anni, generando un enorme surplus annuale per l’isola, mentre la Cina continentale è la più grande destinazione per i...
A cura di Giulio Chinappi ARTICOLO PUBBLICATO SUL BLOG DELL’AUTORE Di seguito vi proponiamo la biografia dell’ex presidente cinese Jiang Zemin, scomparso lo scorso 30 novembre, pubblicata dall’agenzia stampa Xinhua e ripresa da tutti gli organi ufficiali della Repubblica Popolare Cinese. Jiang Zemin era un leader eccezionale che godeva di un alto prestigio riconosciuto dall’intero Partito Comunista Cinese (PCC), dall’intero esercito e dal popolo cinese di tutti i gruppi etnici. Fu un grande marxista e un grande rivoluzionario proletario, statista, stratega militare e diplomatico. Era un combattente comunista di grande espereinza e un leader eccezionale della grande causa del socialismo con caratteristiche cinesi. Era il nucleo della terza generazione della direzione collettiva centrale del Partito e il principale fondatore della Teoria dei Tre Rappresentanti. La vita di Jiang è stata gloriosa e combattiva. Durante la sua carriera rivoluzionaria di oltre 70 anni, è rimasto sempre fermo negli ideali comunisti, assolutamente fedele al Partito e al popolo e risolutamente impegnato nella causa del Partito e del popolo. Dopo la quarta sessione plenaria del 13° Comitato Centrale del PCC, di fronte alla complessità delle situazioni nazionali e internazionali e alle gravi sfide poste dai gravi colpi di scena che il socialismo mondiale aveva conosciuto, Jiang guidò la leadership collettiva centrale del Partito, basandosi fermamente su l’intero Partito, l’intero esercito e il popolo cinese di tutti i gruppi etnici nel salvaguardare la grande causa del socialismo con caratteristiche cinesi e nel far avanzare con successo la causa del socialismo con caratteristiche cinesi nel 21° secolo. Ha realizzato risultati indelebili e ha conquistato l’amore sincero di tutto il Partito, dell’intero esercito e del popolo cinese di tutti i gruppi etnici, nonché l’ampio consenso della comunità internazionale. Jiang nacque il 17 agosto 1926 in una famiglia di intellettuali patriottici a Yangzhou, nella provincia dello Jiangsu, nella Cina orientale. È stato illuminato dal patriottismo e dalle idee della rivoluzione democratica nella sua infanzia. Fu anche profondamente influenzato dalla raffinata cultura tradizionale cinese. Nel 1943, Jiang fu ammesso al Dipartimento di Macchine Elettriche dell’allora Università Centrale con sede a Nanchino, dove partecipò attivamente ai movimenti patriottici anti-giapponesi di studenti progressisti. Dopo che la Cina ebbe vinto la guerra di resistenza contro l’aggressione giapponese, Jiang ha continuato la sua formazione presso l’Università Jiao Tong di Shanghai. Nell’aprile 1946 si unì al PCC e divenne un combattente comunista. Dopo essersi laureato all’università nel 1947, Jiang ha lavorato in una fabbrica alimentare a Shanghai. Durante questo periodo, si è impegnato in un rivoluzionario lavoro di propaganda tra lavoratori e giovani professionisti nelle scuole serali delle associazioni giovanili. Poco dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC) nel 1949, Jiang è stato successivamente primo vicedirettore della Shanghai Yimin Food Factory N.1, primo vicedirettore della Shanghai Soap Factory e capo della sezione macchine elettriche di Divisione Progettazione N. 2 di Shanghai del Primo Ministero dell’Industria Meccanica. Per aumentare gli sforzi per resistere all’aggressione degli Stati Uniti e aiutare la Corea, Jiang ha organizzato la produzione di cibo in scatola appositamente fornito ai volontari...
di Islamic Republic News Agency Teheran, IRNA – Gli Stati Uniti stanno affrontando l’impatto delle collaborazioni militari, di sicurezza e politiche tra Russia, Cina e Iran; collaborazioni che stanno accelerando la riduzione dei pilastri della politica interventista americana in Asia. Il quotidiano iraniano ha pubblicato lunedì un promemoria sull’espansione della cooperazione multilaterale tra Mosca, Pechino e Teheran, affermando che:Lo svolgimento di una delle più grandi esercitazioni navali nell’Oceano Indiano insieme alle decisioni prese dai leader di Teheran, Pechino e Mosca di firmare contratti per rafforzare i legami a tutto campo sono tra gli ultimi sviluppi che rendono instabile il potere egemonico degli Stati Uniti nella regione e indicano un cambio di equilibri di potere nell’arena internazionale. L’esercitazione Marine Security Belt del 2022 è stata la terza esercitazione navale congiunta tenuta da questi tre paesi. Le esercitazioni hanno mostrato le capacità militari dell’Iran soprattutto quando si tratta di collaborare con altre importanti forze navali. Le esercitazioni strategiche hanno mostrato la potenza della Repubblica islamica nel preservare la propria sicurezza in una vasta area della regione. Alcuni ex funzionari americani e consiglieri per la sicurezza – come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski e l’ex segretario di Stato degli Stati Uniti Henry Kissinger -hanno messo in guardia contro il dannoso contraccolpo delle concomitanti ostilità con le grandi potenze asiatiche. La cooperazione militare tripartita indica che i tre paesi hanno creato una cintura di sicurezza marittima per affrontare le minacce ultraregionali. Visualizzazione della potenzaGli infiniti interventi degli Stati Uniti in Medio Oriente e in Asia hanno svolto un ruolo chiave nel persuadere questi tre stati ad aumentare le collaborazioni in diverse arene politiche, economiche, militari, di difesa e di politica estera. Il leader supremo della rivoluzione islamica, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, quando ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin a Teheran, ha sottolineato che una delle questioni della cooperazione reciproca potrebbe riguardare uno sforzo congiunto per contenere gli Stati Uniti, perché Washington è una minaccia per l’umanità. Le tre manovre in tre anni consecutivi sono i segni della formazione di un’alleanza atta a diminuire l’egemonia e l’unilateralismo degli Stati Uniti. Cina, Russia e Iran hanno intrapreso la strada dell’espansione della cooperazione strategica, portata avanti con i recenti incontri e tour diplomatici, in particolare dalle autorità iraniane con le loro controparti a Mosca e Pechino.
A cura di Giulio Chinappi ARTICOLO PUBBLICATO SUL SITO INTERNET DI GIULIO CHINAPPI Lo scorso 17 novembre, il presidente Xi Jinping ha pronunciato un discorso in occasione del 29º vertice economico dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), organizzato a Bangkok, in Thailandia. Di seguito la traduzione integrale dell’intervento del leader cinese. Sua Eccellenza il Primo Ministro Prayut Chan-o-cha, Colleghi, È per me un grande piacere unirmi a voi a Bangkok, la bellissima Città degli Angeli. Questo è il nostro primo incontro faccia a faccia dall’inizio del COVID-19. Desidero estendere il nostro caloroso apprezzamento al governo thailandese, e in particolare al primo ministro Prayut, per aver organizzato questo incontro. Al momento, la pandemia di COVID-19 si trascina ancora con casi che aumentano qua e là. La ripresa globale sta affrontando molteplici sfide. L’unilateralismo e il protezionismo sono in aumento. Le catene industriali e di approvvigionamento globali sono sotto stress. Problemi come l’inflazione e la sicurezza alimentare ed energetica rimangono intricati e impegnativi. L’Asia-Pacifico è la nostra casa e la fonte principale della crescita economica globale. Negli ultimi decenni, una solida cooperazione economica nella regione ha creato il “miracolo Asia-Pacifico” ammirato in tutto il mondo. La cooperazione Asia-Pacifico ha messo radici profonde nel cuore dei popoli. Oggi il mondo è giunto a un altro crocevia storico, e questo ha reso la regione dell’Asia-Pacifico ancora più importante e prominente nella sua posizione e nel suo ruolo. Come ha osservato un antico saggio cinese, “il saggio è libero dai dubbi, il benevolo dall’ansia e il coraggioso dalla paura“. Di fronte alle nuove circostanze, dobbiamo unirci per costruire una comunità Asia-Pacifico con un futuro condiviso e portare la cooperazione Asia-Pacifico a un nuovo livello. A tal fine, desidero proporre quanto segue. In primo luogo, dovremmo sostenere l’equità e la giustizia internazionali e costruire un’Asia-Pacifico di pace e stabilità. La regione deve decenni della sua rapida crescita a un ambiente pacifico e stabile. Ciò attesta l’importanza fondamentale del rispetto reciproco, della solidarietà e della cooperazione e della consultazione tra tutte le parti al sorgere di un problema. Dovremmo sempre assumere la visione di una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile e rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi. Nessuno dovrebbe interferire negli affari interni di altri Paesi e tutti dovrebbero rispettare il percorso di sviluppo e il sistema sociale scelto in modo indipendente dalla popolazione di ciascun Paese. Dovremmo prendere sul serio le legittime preoccupazioni di sicurezza di ogni Paese e promuovere la risoluzione pacifica delle differenze e delle controversie tra i Paesi attraverso il dialogo e la consultazione. Dovremmo prendere parte attiva alla governance globale e rendere l’ordine internazionale più giusto e ragionevole per garantire la pace e la stabilità nella regione Asia-Pacifico e oltre. In secondo luogo, dovremmo rimanere impegnati nell’apertura e nell’inclusione e portare prosperità per tutti nell’area Asia-Pacifico. La storia ha dimostrato più volte che solo l’apertura, l’inclusività e la cooperazione vantaggiosa per tutti è la giusta via da seguire per l’umanità. Dobbiamo continuare a perseguire un regionalismo aperto, rafforzare...
di Andrea Turi Wang Wen è professore e decano esecutivo del Chongyang Institute for Financial Studies presso la Renmin University of China e nel settembre del 2020 ha consegnato alla testata Global Times un articolo dal titolo West needs to change its China narrative; pezzo che riportiamo di seguito poiché ben svolge il compito di introdurre l’argomento oggetto di questo scritto, vale a dire l’opinione occidentale – in generale – e in particolare italiana sulla Repubblica Popolare Cinese e il Partito Comunista Cinese. Scrive Wang Wen: “Una volta pensavo di non poter più correre o fare alpinismo. La mia distorsione alla caviglia ha continuato a ripetersi dopo aver corso diverse maratone e scalato più vette negli ultimi tre anni. Ho pagato un prezzo molto alto per il mio modo radicale di fare esercizio. Dato che ho recuperato dopo diversi mesi di trattamento ed esercizio, smetto di mettermi in mostra o di andare agli estremi, ma piuttosto perseguo solo uno stile di vita sano. Sembra che in Cina molte persone di mezza età come me stiano aumentando la loro partecipazione allo sport. Partecipano alle maratone. Nel 2015, c’erano solo 134 maratone in Cina. Nel 2019, il numero è balzato a 1.828, con oltre 7 milioni di corridori. Circa la metà dei partecipanti alle maratone ha un’età compresa tra i 35 e i 50 anni. Questa fascia di età è la spina dorsale della società. I loro crescenti interessi per lo sport riflettono la crescente tendenza dei cinesi a perseguire stili di vita più sani dopo aver potuto godere della prosperità materiale. […] La Cina sta avanzando traendo lezioni dal passato. L’aspettativa di vita media dei cinesi si è attestata a 77 anni (vicino ai 78,7 degli Stati Uniti) nel 2018, un forte aumento rispetto ai 36 quando la Repubblica Popolare Cinese è stata fondata nel 1949. Da questa prospettiva, alcuni media occidentali e le critiche dei politici nei confronti della Cina per la situazione dei diritti umani è terribilmente parziale. Vale a dire, uno dei recenti cambiamenti significativi della Cina è stato trascurato dai media occidentali che sono desiderosi di politicizzare qualsiasi cosa. La ricerca di una vita di alta qualità da parte dei cinesi comuni non solo li rende più sani e facilita la loro vita, ma inietta anche dinamismo all’economia e stimola il ringiovanimento nazionale. […] Il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato all’apertura del XIX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese (PCC) nell’ottobre 2017 che il socialismo con caratteristiche cinesi è entrato in una nuova era e ha detto che la principale contraddizione che deve affrontare la società cinese si è evoluta “tra uno sviluppo squilibrato e inadeguato e le esigenze sempre crescenti delle persone per una vita migliore”. In questa nuova era, affrontare ripetutamente le contraddizioni migliorerà sicuramente il tenore di vita, promuoverà la stabilità sociale e la prosperità e porterà a un progresso nazionale costante. Sfortunatamente, i politici statunitensi spesso vedono lo sviluppo della Cina attraverso lenti ideologiche deformanti; spesso descrivono i diritti umani in...
A cura di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE Il 14 novembre 2022, ora locale, il presidente Xi Jinping ha avuto un incontro con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden a Bali, in Indonesia. Dopo l’incontro, il consigliere di Stato e ministro degli Esteri Wang Yi ha informato i media sull’incontro e ha risposto alle domande dei giornalisti. Il presidente Xi Jinping ha appena tenuto un incontro con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden. L’incontro è stato seguito da vicino dalla comunità internazionale. Potrebbe spiegarci come è andato l’incontro? Questo pomeriggio il presidente Xi Jinping e il presidente Joe Biden hanno avuto un incontro faccia a faccia a Bali, come proposto dalla parte statunitense. I due capi di Stato hanno avuto discussioni franche, approfondite, costruttive e strategiche sulle principali questioni riguardanti le relazioni Cina-USA e le prospettive di pace e sviluppo nel mondo. La parte cinese ha rilasciato un comunicato stampa sull’incontro. Vorrei condividere ulteriormente quanto segue con voi. Innanzitutto, l’incontro è molto importante. Esso rappresenta tre “prime volte” per i due leader: il loro primo incontro faccia a faccia negli ultimi tre anni, il loro primo vertice faccia a faccia da quando il presidente Biden è entrato in carica e la loro prima interazione dopo che Cina e Stati Uniti quest’anno hanno completato le rispettive principali agende nazionali. In secondo luogo, la comunicazione è molto profonda. I due leader si conoscono da molti anni e hanno avuto lunghe e approfondite discussioni durante tutte le loro telefonate e videoconferenze. L’incontro di Bali non è solo una continuazione dei loro scambi passati, ma anche il segnale di un nuovo punto di partenza. L’incontro è durato più di tre ore nonostante la traduzione simultanea, più del previsto. Gli scambi sono esaurienti, profondi e sinceri, oltre che costruttivi e di importanza strategica. In terzo luogo, l’incontro è stato ricco di contenuti. I due presidenti hanno discusso cinque argomenti, vale a dire le rispettive politiche interne ed estere, le relazioni Cina-USA, la questione di Taiwan, il dialogo e la cooperazione in vari campi e le grandi questioni internazionali e regionali. Ciò ha praticamente coperto gli aspetti più importanti delle relazioni bilaterali e le questioni regionali e globali più urgenti al momento. In quarto luogo, l’incontro fornisce una guida per il futuro. La diplomazia dei capi di Stato è la bussola e l’ancora delle relazioni Cina-USA, e svolge un ruolo strategico insostituibile nel guidare la crescita della relazione. Allo stato attuale, le relazioni sinostatunitensi stanno affrontando gravi difficoltà e si trovano a un bivio critico. Durante il loro incontro, i due presidenti hanno svolto il ruolo di guida per impostare il rapporto sulla giusta rotta e hanno anche definito i piani a tal fine. Il presidente Xi Jinping ha informato il presidente Biden sui risultati chiave e sull’importante significato del 20° Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese. Ha sottolineato che le politiche interne ed estere del PCC e del governo cinese sono aperte e trasparenti, con intenzioni strategiche chiaramente dichiarate e trasparenti e caratterizzate...