3 Novembre 2026

repubblica popolare cinese

Capitol_Hill
Articolo Originale Il ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato un documento nel quale analizza le criticità della democrazia statunitense. Il documento è stato pubblicato il 5 dicembre 2021 sulla versione inglese del Quotidiano del Popolo online. Di seguito un resoconto del rapporto con la possibilità di scaricare il testo completo in italiano. Per decenni gli Stati Uniti si sono autoproclamati il “campione della democrazia”, arrogandosi il diritto di ergersi a giudice dei sistemi politici degli altri Paesi, senza disdegnare interventi diretti o indiretti per favorire l’abbattimento di governi ostili e l’emergere di governi a propria immagine e somiglianza. Quel tempo, tuttavia, è finito, e gli Stati Uniti non possono più considerarsi “il faro della democrazia”, e sono essi stessi soggetti al giudizio sferzante di altri attori internazionali, prima fa tutti la Repubblica Popolare Cinese. A dire il vero, il sistema politico statunitense ha sempre avuto numerose falle sin dalla sua istituzione, ma queste sono venute a galla in maniera palese negli ultimi anni, minando l’immagine che Washington si era costruita al cospetto dell’opinione pubblica internazionale: “Nel corso degli anni, la democrazia negli Stati Uniti è diventata alienata e degenerata, e si è sempre più allontanata dall’essenza della democrazia e dal suo progetto originale. Problemi come la politica del denaro, la politica dell’identità, le dispute tra partiti politici, la polarizzazione politica, la divisione sociale, la tensione razziale e il divario di ricchezza sono diventati più acuti. Tutto ciò ha indebolito il funzionamento della democrazia negli Stati Uniti“, si legge nel rapporto del ministero degli Esteri cinese. I problemi della democrazia statunitense sono dunque evidenti sia da un punto di vista interno che esterno. Si tratta infatti di un sistema politico volto a creare sempre maggior iniquità, pensato ad unico vantaggio di una piccola minoranza che detiene il potere economico: “La democrazia in stile americano è un gioco per uomini ricchi basato sul capitale, ed è fondamentalmente diversa dalla democrazia del popolo. […] Gli Stati Uniti sono un tipico paese dominato da una classe d’élite. Il pluralismo politico è solo una facciata. Una minoranza élitaria domina gli affari politici, economici e militari“. Da un punto di vista esterno, invece, “gli Stati Uniti hanno spesso usato la democrazia come pretesto per intromettersi negli affari interni di altri Paesi, causando caos politico e disordini sociali in questi Paesi e minando la pace e la stabilità mondiale e la tranquillità sociale in altri Paesi“. Le falle del sistema politico della massima potenza capitalista mondiale sono tutte venute a galla negli ultimi due anni, portando numerose persone, sia statunitensi che straniere, a rivedere le proprie posizioni circa la democrazia a stelle e strice. La rivolta del Campidoglio del 6 gennaio 2021 ha assestato un duro colpo alle fondamenta dell’immagine degli USA come modello di democrazia. In secondo luogo, eventi come la morte di George Floyd il 25 maggio 2020 hanno dimostrato come il razzismo negli Stati Uniti non sia un fenomeno che riguarda alcuni individui, ma un vero e proprio male endemico della società statunitense: “Oggi, sebbene la segregazione razziale sia stata apparentemente...
nicaragua-Cina-Taiwan
Articolo originale La mossa diplomatica del Nicaragua isola ancora di più Taiwan, che oramai gode del riconoscimento di solamente tredici Paesi membri delle Nazioni Unite. La decisione arriva poche settimane dopo l’abbandono dell’OSA da parte di Managua. Il Nicaragua era, fino a ieri, uno dei quattordici membri delle Nazioni Unite che riconoscevano Taiwan come Stato indipendente, intrattenendo relazioni diplomatiche con l’isola. Il 9 dicembre, tuttavia, il ministro degli Esteri del Paese centroamericano, Denis Moncada, ha comunicato ufficialmente la rottura delle relazioni bilaterali con Taipei, affermando che quel territorio fa parte integrante della Repubblica Popolare Cinese. In questo modo, il Nicaragua va ad aggiungersi a Panama ed El Salvador, due Paesi della regione che avevano operato la stessa scelta tra il 2018 ed il 2019. “Il governo della Repubblica del Nicaragua interrompe da oggi le relazioni diplomatiche con Taiwan e cessa ogni contatto o relazione ufficiale“, ha annunciato il ministro degli Esteri del governo sandinista. Moncada ha anche affermato l’adesione di Managua al principio di “una sola Cina”, e che il governo di Pechino è il legittimo depositario della sovranità sull’isola ribelle: “La Repubblica popolare cinese è l’unico governo legittimo che rappresenta tutta la Cina e Taiwan è una parte inalienabile del territorio cinese“, ha affermato il capo della diplomazia nicaraguense. Tre ore dopo l’importante dichiarazione da parte di Moncada, i governi del Nicaragua e della Repubblica Popolare Cinese hanno annunciato di aver ristabilito le relazioni diplomatiche bilaterali, interrotte nel 1990 dal governo reazionario di Violeta Chamorro, che aveva posto fine alla prima esperienza di governo sandinista.  Zhang Jun, rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite, ha elogiato la “decisione giusta” del Nicaragua di interrompere le relazioni diplomatiche con Taiwan e ha affermato: “Lodiamo vivamente la decisione giusta presa dal governo del Nicaragua, che è in linea con la tendenza prevalente dei tempi e delle aspirazioni del popolo“, come riporta la stampa cinese. “Il principio di una sola Cina è un consenso ampiamente accettato dalla comunità internazionale e non ammette sfide“, ha twittato Zhang. Dopo la decisione del governo sandinista di Daniel Ortega, Taiwan può contare ancora sul sostegno di appena tre Paesi della regione centroamericana, ovvero Belize, Guatemala e Honduras. Per quanto riguarda il caso honduregno, la presidente eletta Xiomara Castro aveva paventato nel corso della campagna elettorale una possibile rottura con Taiwan per curare le relazioni con Pechino. Tuttavia, alla vigilia delle elezioni, gli Stati Uniti hanno inviato una delegazione in Honduras chiedendo minacciosamente a tutti i candidati il mantenimento delle relazioni bilaterali con Taiwan. Non è dunque chiaro cosa effettivamente accadrà a gennaio, quando il nuovo governo di Xiomara Castro prenderà le redini del Paese. Anche tra le isole del Pacifico, Taiwan ha perso importanti sostegni diplomatici. Nel 2019, sia Kiribati che le Isole Salomone hanno abbandonato la sedicente “Repubblica di Cina”, optando per Pechino. Restano ancora legati al governo di Taipei gli Stati di Isole Marshall, Nauru, Palau e Tuvalu. A questi si aggiungono uno Stato africano (Eswatini), uno sudamericano (Paraguay) e quattro caraibici (Haiti, Saint Lucia, Saint Kitts e Nevis, Saint Vincent e Grenadine), nonché il Vaticano, che però non è membro dell’ONU. Tornando al Nicaragua, la decisione annunciata dal ministro Moncada arriva poche settimane...
di Andrea Turi Il seguente articolo fa da raccordo con il precedente incentrato sulla lotta al terrorismo nello Xinjiang e comincia a sviluppare la narrazione del “genocidio” che verrà eviscerata soprattutto nell’ultimo articolo, quello dedicato ai media e ONG. In questo breve saggio si parla delle accuse di genocidio degli uiguri rivolte dalle forze anti-cinesi al Governo di Pechino introducendo il concetto di macrocausa ed analizzando le motivazioni per le quali è stato introdotto il concetto di genocidio, utilizzato come strumento di politica estera e pressione verso la Repubblica Popolare senza che siano fornite prove concrete di tali accuse. Shaun Rein, fondatore e amministratore delegato del China Market Research Group, la principale società di intelligence di mercato strategica al mondo focalizzata sulla Cina, ha recentemente contribuito al libro La Via Cinese. Sfida per un futuro condiviso del professor Fabio Massimo Parenti scrivendone il capitolo introduttivo, un piccolo saggio dato alle stampe con l’inequivocabile titolo di Gli stereotipi occidentali sulla Cina1. Un elaborato breve, schietto, onesto ed estremamente chiaro: “Vivo in Cina dalla metà degli anni Novanta, da quando, adolescente, mi sono trasferito per la prima volta a Tianjin per studiare all’Università di Nankai. Nei quasi 25 anni in cui sono stato in Cina ho visto la società cinese esperire cambiamenti drastici. Quando sono arrivato per la prima volta, la Cina era così povera e la disperazione così diffusa che è difficile persino da descrivere. […] Venticinque anni dopo, la Cina è pronta a eclissare l’America e a diventare la più grande economia mondiale entro la fine del decennio. A dire il vero, la Cina ha già sostituito l’America diventando il principale partner commerciale di circa 130 Paesi. […] Sfortunatamente, insieme all’ascesa della Cina, le percezioni occidentali di questo Paese sono diventate sempre più antagonistiche, soprattutto durante gli anni dell’amministrazione Trump e in seguito all’avvento del Covid19. Troppi media occidentali, dall’Economist al New York Times passando per il Wall Street Journal, descrivono il Governo e il popolo cinese sotto una luce negativa, parziale e sensazionalistica. Anche i social media come Twitter e Facebook contribuiscono alla diffusione di disinformazione e falsità”. Per quel che riguarda la Cina, “studiosi, Governi ed organi di stampa occidentali – in particolare negli Stati Uniti e nell’anglosfera – interpretano la Cina in modo costantemente errato. Tutto ciò porta a devastanti doppi standard, nonché ad errori che diventano “fatti” in un ciclo di notizie internazionali che prospera sulla disinformazione. […] Dal mio punto di vista, ci sono tre cliché chiave, in merito a dove e come l’Occidente sta sbagliando quando si occupa di Cina”. Sono quelle che possiamo definire macrocause o ragioni superiori e incontestabili che vengono create laddove è necessario un intervento urgente in aree in cui si manifestano interessi contrapposti – in questo caso – a quelli occidentali; la macrocausa o ragione incontestabile è, quindi, funzionale a valutare in modo interessato un’azione compiuta da chi si vuole svalutare influenzando l’opinione pubblica e orientandone il giudizio verso l’aspetto negativo, tutto ciò è volto a coprire i...
Xi_Jinping_Cina_Africa
Traduzione di Giulio Chinappi L’Ufficio Informazione del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato il documento “Cina e Africa nella Nuova Era: un partenariato di eguali“, nel quale si analizzano le relazioni tra la Cina e il continente africano. Di seguito la traduzione del preambolo del testo, con la possibilità di scaricare l’intero documento in italiano. PREAMBOLO La Cina è il più grande Paese in via di sviluppo del mondo e l’Africa è il continente con il maggior numero di Paesi in via di sviluppo. Le esperienze passate condivise e gli obiettivi simili hanno avvicinato la Cina e l’Africa. Cina e Africa saranno sempre una comunità dal futuro condiviso. Lo sviluppo della solidarietà e della cooperazione con i Paesi africani è stata la pietra angolare della politica estera cinese, nonché una strategia ferma e di lunga data. Nella lotta per la liberazione nazionale e l’indipendenza, Cina e Paesi africani si sono sostenuti a vicenda e hanno ampliato la fiducia politica reciproca nel processo. Nel perseguire lo sviluppo economico e il ringiovanimento nazionale, entrambe le parti hanno aiutato l’altra e hanno ampliato la portata della cooperazione. Sulle principali questioni internazionali e regionali, hanno coordinato le loro posizioni e tutelato congiuntamente l’uguaglianza e la giustizia internazionali. Entrando nella nuova era, il Presidente cinese Xi Jinping ha presentato i principi della politica cinese per l’Africa: sincerità, risultati reali, amicizia e buona fede, perseguimento del bene superiore e degli interessi condivisi, tracciando il corso per la cooperazione della Cina con l’Africa e fornendo le fondamentali linee guida. I doppi successi del vertice di Johannesburg nel 2015 e del vertice di Pechino del Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC) nel 2018 hanno spinto la cooperazione Cina-Africa a un livello nuovo e senza precedenti. Il Presidente Xi Jinping e i leader africani hanno deciso all’unanimità al vertice FOCAC di Pechino che le due parti avrebbero lavorato per costruire una comunità Cina-Africa ancora più forte dal futuro condiviso, facendo progredire la cooperazione nell’ambito dell’iniziativa Belt and Road, e stabilendo una nuova pietra miliare nelle relazioni Cina-Africa . L’amicizia Cina-Africa non è stata una conquista da un giorno all’altro, né è stata un dono dall’alto. Piuttosto, è stata promossa nel corso degli anni in cui la Cina e l’Africa si sono sostenute e si sono unite l’una all’altra in tempi difficili. La Cina ha aiutato al limite delle sue capacità lo sviluppo dell’Africa ed è stata grata per il forte sostegno e l’aiuto disinteressato che i Paesi africani e i loro popoli hanno esteso alla Cina per un lungo periodo di tempo. Dall’inizio della pandemia di Covid-19, Cina e Paesi africani hanno continuato a fornirsi sostegno reciproco, scrivendo un nuovo capitolo della solidarietà e dell’amicizia tra Cina e Africa in tempi di crisi. Questo white paper è progettato per documentare i successi della cooperazione Cina-Africa nella nuova era e offrire una prospettiva sulla futura cooperazione tra le due parti.
Xi Jinping
CPC plenum passes landmark resolution – Global Times Communiqué of the Sixth Plenary Session of the 19th Central Committee of the Communist Party of ChinaAdopted at the Sixth Plenary Session of the 19th Central Committee of the Communist Party of China on November 11, 2021 The 19th Central Committee of the Communist Party of China convened its sixth plenary session in Beijing from November 8 to 11, 2021. A total of 197 members and 151 alternate members of the Central Committee attended the session. Members of the Standing Committee of the Central Commission for Discipline Inspection and leading officials of other relevant departments were present at the meeting in a non-voting capacity. Some of the colleagues working at the primary level who were delegates to the 19th National Party Congress, along with a number of experts and scholars, also attended the meeting in a non-voting capacity. The Political Bureau of the Central Committee presided over the meeting. General Secretary of the Central Committee Xi Jinping delivered an important address. At the session, the Central Committee heard and discussed the report on the work of the Political Bureau, presented by Xi Jinping on behalf of the Political Bureau, and considered and adopted the Resolution on the Major Achievements and Historical Experience of the Party over the Past Century and the Resolution on the Convocation of the 20th National Congress of the Communist Party of China. Xi Jinping delivered explanatory remarks on the draft Resolution on the Major Achievements and Historical Experience of the Party over the Past Century. At the session, the Central Committee fully affirmed the work that its Political Bureau has carried out since the fifth plenary session of the 19th Central Committee. It was unanimously agreed that the external environment has grown increasingly complex and grave over the past year under the combined impact of worldwide changes of a scale unseen in a century and the global coronavirus pandemic, while China has faced extremely arduous tasks in Covid-19 prevention and control as well as economic and social development at home. The Political Bureau has held high the great banner of socialism with Chinese characteristics; followed the guidance of Marxism-Leninism, Mao Zedong Thought, Deng Xiaoping Theory, the Theory of Three Represents, the Scientific Outlook on Development, and Xi Jinping Thought on Socialism with Chinese Characteristics for a New Era; and fully implemented the guiding principles of the 19th National Party Congress and the second, third, fourth, and fifth plenary sessions of the 19th Central Committee. The Political Bureau has given full consideration to both domestic and international imperatives, coordinated the Covid-19 response with economic and social development, and placed equal emphasis on development and security. It has continued to follow the general principle of pursuing progress while ensuring stability, fully applied the new development philosophy, and accelerated efforts to foster a new pattern of development. The economy has maintained good momentum, positive advances have been made in building up China’s scientific and technological self-reliance, and further progress has...
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di Martin Sieff | China Daily | 22 novembre 2021 L’Ufficio Politico del Comitato Centrale del PCC presiede la sesta sessione plenaria del 19° Comitato Centrale del PCC a Pechino. La retorica politica e le dichiarazioni audaci di politica e di principio, come il denaro, devono essere credibili. Devono essere supportati dai fatti. La crescente posizione della Cina nel mondo, indipendentemente dalla retorica e dagli sforzi diplomatici dell’Amministrazione statunitense e dalla costruzione di alleanze contro di essa, è sostenuta da azioni reali e risultati notevoli. Il tono ostile di alcuni funzionari dell’attuale Amministrazione statunitense, come i loro predecessori, verso Pechino deve ancora superare quel test, anche se l’incontro tra il presidente Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, via collegamento video, il 16 novembre dovrebbe portare a dialogo più aperto e sincero tra le due parti per migliorare la comprensione reciproca. L’ascesa della Cina non rappresenta necessariamente una minaccia per gli Stati Uniti. Ma i leader e i politici statunitensi rimangono ciechi alle lezioni della storia. Dimenticano come la Germania prima della Prima Guerra Mondiale pensasse di aver bisogno di distruggere una Russia in rapida industrializzazione quando avrebbe potuto rinnovare l’amicizia reciprocamente vantaggiosa forgiata tra lo zar Alessandro II e il padre fondatore del Secondo Reich Otto von Bismarck. Sembra che i leader statunitensi abbiano persino dimenticato come quasi 250 anni fa, re Giorgio III di Gran Bretagna e i suoi ministri abbiano fatto orecchie da mercante alle richieste di maggiore indipendenza e autogoverno da parte del popolo americano e invece abbiano cercato di sopprimerle. Il Governo britannico ha inviato eserciti e flotte per migliaia di miglia attraverso l’oceano nel tentativo di prima costringere e poi schiacciare gli americani, la cui popolazione totale era solo di circa 1 milione all’epoca. Hanno fallito disastrosamente. Quei politici statunitensi che stanno cercando di intimidire e infastidire la Cina, un Paese con una popolazione di 1,4 miliardi di persone e la più grande concentrazione di industrie sulla Terra, dovrebbero guardare alla propria storia e trarne le lezioni appropriate. Invece di fulminare con retorica vuota e senza valore e accuse false e isteriche contro il Governo e le politiche della Cina, i leader e i diplomatici statunitensi farebbero meglio a leggere la risoluzione recentemente pubblicata della sesta sessione plenaria del 19° Comitato centrale del Partito comunista cinese. La risoluzione afferma infatti che la sua visione globale è uno dei 10 fattori che l’hanno aiutata a raggiungere i successi nell’ultimo secolo. Come si è espressa questa visione globale? Nell’ultimo mezzo secolo, la Cina ha contribuito incommensurabilmente alla causa della pace mondiale e ha contribuito a migliorare gli standard di vita della sua stessa gente e di altri popoli in tutto il mondo. La Cina non ha mai cercato di invadere o colonizzare altri Paesi. Invece, ha investito enormi risorse nello sviluppo della produzione alimentare e dei raccolti in Africa e America Latina. In effetti, gli investimenti infrastrutturali della Cina in Africa hanno superato quelli degli Stati Uniti o dei principali Paesi dell’Unione...
Marx
di Li Haiqing e Hang Shanshan | China Daily | 22 novembre 2021 Nel suo discorso in occasione del 100° anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese il 1° luglio, Xi Jinping, segretario generale del Comitato Centrale del PCC, ha affermato: “A livello fondamentale, le capacità del nostro Partito e le forze del socialismo con caratteristiche cinesi sono attribuibili al fatto che il marxismo funziona”. Il marxismo è il pensiero guida fondamentale che ha portato alla fondazione del PCC nel 1921 e della Nuova Cina nel 1949. È l’anima e la bandiera del PCC. E la storia centenaria del PCC, è la storia di come il marxismo è stato localizzato in Cina, la storia di come il popolo cinese ha sviluppato e praticato il marxismo. Il mondo sta attraversando profondi cambiamenti con la situazione internazionale che diventa sempre più complicata, l’economia mondiale in rallentamento, il protezionismo commerciale in aumento e la globalizzazione economica che affronta sfide ancora più gravi. All’interno, la principale contraddizione della Cina si è evoluta da quella tra i sempre crescenti bisogni materiali e culturali delle persone e la produzione sociale arretrata, a quella tra “sviluppo squilibrato e inadeguato e le sempre crescenti esigenze del popolo per una vita migliore”, mentre il popolo cinese andava verso la realizzazione del ringiovanimento nazionale. In questa importante congiuntura di opportunità strategiche, il Partito ha bisogno di gestire efficacemente gli imperativi sia interni che internazionali. Dovrebbe iniziare adottando misure per risolvere la principale contraddizione della società cinese e promuovendo la sinizzazione del marxismo con una chiara comprensione del complicato e mutevole ambiente internazionale. Primo, il Partito dovrebbe adattare i principi fondamentali del marxismo alla realtà cinese. Il marxismo è il sistema del socialismo con una visione scientifica del mondo. È una filosofia pratica e aperta, che è stata sinizzata e meticolosamente messa in pratica in Cina. “Sparare la freccia al bersaglio” è il modo in cui il presidente Mao Zedong ha descritto il processo per localizzare il marxismo. La Cina non avrebbe potuto vincere la nuova rivoluzione democratica senza l’adattamento del marxismo al contesto cinese. Quanto a Deng Xiaoping, ha sottolineato che: “Crediamo fermamente nel marxismo, ma il marxismo deve essere combinato con le realtà cinesi. Solo il marxismo integrato con le realtà cinesi è il vero marxismo di cui abbiamo bisogno”. Dal lancio della riforma e dell’apertura alla fine degli anni ’70, la teoria di Deng Xiaoping è stata il principio guida dell’integrazione del marxismo con le condizioni pratiche della Cina. Per sinizzare il marxismo nella nuova era, come ha detto Xi Jinping, dovremmo continuare a prendere il marxismo come guida per studiare i principali problemi teorici e pratici che hanno dovuto affrontare la Cina nello sviluppo e il PCC nella governance, e proporre il corretto corso di pensiero e metodi efficaci per superare le sfide. La comprensione del PCC delle condizioni reali deve essere basata sulle circostanze specifiche della Cina e dovrebbe sempre cercare la verità dai fatti. Solo in questo modo i principi fondamentali del marxismo possono...
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di Giulio Chinappi Articolo Originale Il 25 ottobre 1971 il seggio della Cina presso le Nazioni Unite veniva finalmente attribuito all’unico rappresentante legittimo del popolo cinese, il governo della Repubblica Popolare Cinese con sede a Pechino. Il 25 ottobre 1971, la Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite riconosceva la Repubblica Popolare Cinese come “l’unico rappresentante legittimo della Cina presso le Nazioni Unite“. In questo modo, l’ONU rimediava ad un’ingiustizia durata ventidue anni, nel corso dei quali il seggio cinese presso l’organizzazione è stato occupato illegittimamente dal governo nazionalista di Chiang Kai-shek, stabilitosi sull’isola di Taiwan dopo la sconfitta subita per mano dei comunisti di Mao Zedong nella guerra civile cinese. La Repubblica Popolare Cinese, fondata da Mao il 1° ottobre 1949, venne esclusa soprattutto a causa dell’ostilità e dell’ostruzionismo degli Stati Uniti, che sostenevano il governo nazionalista in funzione anticomunista. Inoltre, la Cina, potenza vincitrice della seconda guerra mondiale, aveva diritto anche ad un seggio permanente all’interno del Consiglio di sicurezza, con annesso potere di veto. Washington temeva dunque che l’ingresso di Pechino avrebbe modificato gli equilibri all’interno dell’organizzazione, andando ad affiancare il seggio permanente già a disposizione dell’Unione Sovietica. La Risoluzione 2758 rappresentò una grande vittoria diplomatica per la Cina e, più in generale, per l’antimperialismo e la diplomazia mondiale, mettendo termine alla contraddizione per la quale il Paese più popoloso del mondo non disponeva di un proprio seggio. Fortemente promosso dall’Unione Sovietica, che in precedenza aveva boicottato l’ONU proprio in segno di protesta per la questione riguardante l’assegnazione del seggio cinese, il documento fu approvato da 76 Paesi a fronte di 35 voti contrari, oltre a 17 astensioni. Nonostante il voto negativo degli Stati Uniti, che vi si opposero fino all’ultimo, i Paesi europei, compresa l’Italia, sostennero la Risoluzione, con la sola eccezione delle dittature di Spagna e Grecia, che si astennero. “Non ho mai visto un applauso così clamoroso in vita mia“, ha detto Iftikhar Ali, un giornalista pakistano che ha assistito al momento della votazione. L’ingresso della Repubblica Popolare Cinese all’ONU, tuttavia, fu reso possibile anche dai cambiamenti geopolitici che si verificarono nel corso degli anni ‘60, con l’emergere di numerosi nuovi Stati Indipendenti in Asia e Africa, e la nascita di un fronte dei Paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” all’interno del Movimento dei Paesi non allineati. L’ex presidente cileno Ricardo Lagos Escobar, che era membro della delegazione del suo Paese alla 26a sessione dell’Assemblea generale, ha affermato che il ripristino della sede legale della Cina ha rafforzato il ruolo dell’organismo mondiale e ha aumentato la sua rappresentanza a livello globale: “C’era la sensazione che avremmo avuto un’ONU più realistica, più in linea con ciò che è il mondo, e in questo senso, c’era la sensazione che l’ONU si stesse rafforzando come il vero luogo in cui le questioni internazionali devono essere risolte“. “Negli ultimi 50 anni, la Cina ha offerto pieno sostegno alla causa delle Nazioni Unite sostenendo gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, ha svolto un ruolo costruttivo e sempre più importante negli affari internazionali e ha dato un...
di Andrea Turi Alla memoria di André Vltchek La chiusa del precedente I Diritti Umani e lo Xinjiang: il cavallo di Troia occidentale per destabilizzare la Repubblica Popolare Cinese richiamava lo stralcio di un articolo redatto dal giornalista Shane Quinn in cui si affermava che “la scala dell’influenza americana negli affari interni della Cina è stata limitata nella migliore delle ipotesi, ma continua comunque a ritmo sostenuto. Washington ha attuato una serie di politiche nella speranza di destabilizzare e frammentare la Cina. Le strategie del Pentagono nei confronti della Cina hanno in qualche modo rispecchiato quelle che hanno diretto contro l’URSS: utilizzo di gruppi per procura, estremisti e minoranze etniche, insieme a Stati clienti1”. La conferma di quanto riportato nell’incipit di questo lungo articolo è nelle parole del ex diplomatico statunitense Charles “Chas” W. Freeman, Jr. (uno dei pochi che non condannò l’azione del Governo di Pechino nei fatti di Tienanmen) che nel corso di una trasmissione radio ha ricordato “che la Central Intelligence Agency, con l’assistenza di alcuni vicini della Cina, ha investito 30 milioni di dollari nella destabilizzazione del Tibet e sostanzialmente ha finanziato e addestrato i partecipanti alla ribellione di Khampa e alla fine ha cercato di rimuovere il Dalai Lama dal Tibet, cosa che fecero. Lo scortarono fuori dal Tibet a Dharamsala. Ci sono stati sforzi simili fatti con gli Uiguri durante la Guerra Fredda che non sono mai veramente decollati. In entrambi i casi ha fatto sventolare la religione come vessillo a sostegno di un desiderio di indipendenza o autonomia che, ovviamente, è un anatema per qualsiasi Stato2”. Come sosteneva già nel 1987 Edward S. Herman, ordinario di scienze finanziarie alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, all’iniziodell’articolo U.S. Sponsorship of International Terrorism: An Overview, “per il cittadino dell’Occidente, l’idea che gli Stati Uniti possano essere uno sponsor del terrorismo internazionale – figuriamoci lo sponsor dominante – apparirebbe completamente incomprensibile. […] I media occidentali, comunque, non si riferiranno mai agli Stati Uniti o al Sudafrica come “Stati terroristi” anche se entrambi hanno ucciso un numero di persone di gran lunga maggiore di Gheddafi in Libia o delle Brigate Rosse in Italia. […] La ragione per la percezione distorta occidentale è che il più forte definisce il terrorismo, e i media occidentali fedelmente seguono l’agenda dei loro propri leaders. Il più potente naturalmente definisce il terrorismo in modo da escludere le sue azioni e quelle dei suoi amici e clienti. […] Con i mass media compiacenti, specialmente negli Stati Uniti ma anche tra i Paesi clienti, il terrore è ciò che il potente Governo statunitense dichiara che sia terrore3”. È così che succede che le gesta di chiara matrice terroristica compiute dai gruppi operanti sul territorio dello Xinjiang vengano raccontate come sporadici4 atti necessari alla conquista di un’indipendenza dal Governo centrale di Pechino piuttosto che presentati al pubblico mediatico per quello che nella realtà sono: atti terroristici in piena regola volti a destabilizzare la politica interna della Repubblica Popolare Cinese. D’altronde, non fu il Presidente Repubblicano...
di Stefano Vernole Nel XXI secolo sempre più geopoliticamente multipolare, le tradizionali vie di comunicazione tornano in auge a fianco di nuove rotte e destinazioni. Nel 138 A.C. l’Imperatore Wudi della dinastia Han inviò il generale e diplomatico Zhang Qian nel bacino del fiume Tarim, cuore dell’odierno Xinjiang, da cui poi raggiunse il Lago Balqash, nell’odierno Kazakhstan, la Valle del Fergana e la Battriana. Le conquiste della dinastia Han aprirono così la rotta della Via della Seta verso Ovest, negli stessi luoghi dove due secoli prima si era inoltrato, partendo dalla Macedonia, Alessandro Magno1. La catena dei Monti Tien Shan, il cui nome deriva dal cinese tian shan– letteralmente ‘montagne celesti’ – è una sequenza di vette e valli che segna il confine tra la Cina e l’Asia Centrale, attraversando Kazakhistan e Uzbekistan. La catena curva verso sud-ovest lungo il Kirghizistan, dove si incontra con il Pamir e l’Himalaya, e sale fino a raggiungere il punto più alto del pianeta. L’Antica Via della Seta attraversava le montagne Tien Shan nello Xinjiang e verso ovest in direzione del Mediterraneo. La capitale della regione, Urumqi, è situata alla base del settore centrale dei Monti Tien Shan, così come al margine meridionale del bacino del Junggar, che è un’oasi di pianura nel deserto e anche la città dell’entroterra più lontana dagli oceani del mondo. La Silk Road diviene oggi, ancora una volta, l’asse privilegiato per collegare la Cina al Mediterraneo e all’Europa; a livello marittimo si esplicita nella “Collana di Perle” e nel tracciato asiatico del Rimland. Negli anni Trenta del secolo scoso, Nicholas John Spykman riconobbe in tale “regione di frontiera” il perimetro difensivo dell’Hertland, il “centro del mondo” che Sir Halford Mackinder ad inizio Novecento aveva individuato nelle terre su cui si estendeva l’Impero zarista. Lungo tale linea di faglia che comprendeva la Russia europea, la Siberia e le immense steppe dell’Asia centrale, le potenze talassocratiche avevano posto il loro assedio al domino di Mosca (si trovasse sotto gli Zar o in epoca sovietica non faceva alcuna differenza). Ma proprio lungo un percorso così delicato, si era sviluppata la Via della Seta, luogo di transito, di merci, culture e idee che avrebbero condizionato i due estremi della rotta con suggestioni, sincretismi e confronti2. Un politologo statunitense contemporaneo molto influente, Zbigniew Brzezinski, nel 1998 delineò il concetto di “Balcani Eurasiatici”, un’area molto vasta che coinvolge l’Asia Centrale e il Medio Oriente sino a lambire alcuni territori dell’Europa Orientale, dell’Africa Orientale e dell’Asia Meridionale, all’interno della quale si concentrano la più vasta riserva di materie prime del pianeta ma anche i più i grandi conflitti interetnici ed interreligiosi. I “Balcani Eurasiatici” inglobano naturalmente il cuore dell’Antica Via della Seta, in particolare i reticolati terrestri che la definiscono. Come sottolineato anche da Samuel Huntington: “La polveriera non è il Medio Oriente. Il Medio Oriente è la seconda parte della miccia. La polveriera si trova in un punto imprecisato della cosiddetta area turanica (Iran, Afghanistan, Tagikistan, Azerbaigian, Uzbekistan, Pakistan), che da secoli rappresenta il...