18 Luglio 2026

Mese: Ottobre 2021

G20-Roma
di Lorenzo Borghi All’atteso G20 di Roma che si terrà il 30-31 ottobre 2021 gli Stati dovranno dare delle risposte significative ed esaustive a tutte le tematiche inerenti all’attuale crisi socioeconomica dettata dalla pandemia COVID. Il focus centrale è orientato al ruolo che dovrà sostenere l’Unione Europea in questa serie d’incontri romani. Il 30-31 ottobre La Nuvola di Fuksas di Roma ospiterà un importante G20. L’Italia è attesa alla sua prima volta, in quanto mai in passato il G20 è stato organizzato nel territorio italiano. Nella capitale romana sono attesi i Capi di Stato, oltre ai relativi ministri dell’economia, dell’Argentina, Australia, Brasile, Arabia Saudita, Canada, Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Turchia, India, Repubblica di Corea, Russia (Putin sarà presente virtualmente), Sud Africa, Singapore, Olanda, Spagna e Unione Europea con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Invece, per quanto riguarda la Cina, Xi Jinping, come ormai sta accadendo dallo scoppio della pandemia COVID-19, ha deciso di non presiedere direttamente a Roma. Nella capitale italiana, i leader mondiali affronteranno le attuali questioni di politica internazionale, esaminando le dinamiche vaccinali, la crisi ambientale e la nuova crisi economica derivante dalla pandemia. Tutti questi tre macro-temi saranno incentrati attorno alle 3 P: Persone, Pianeta e Prosperità. L’obiettivo centrale del G20 romano è quello di affrontare, discutere e trovare soluzioni inerenti agli disequilibri economici e sociali globali, concentrandosi sui giovani, le donne e i lavoratori precari, oltre ad analizzare la miglior strategia per aumentare il numero di vaccinati anche nei Paesi meno sviluppati. La probabile posizione dell’UE: un Recovery Plan globale potrebbe essere una soluzione In sede dell’Unione Europea e di tutti i parlamenti europei, l’argomento più discusso non può che essere il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza, o più comunemente conosciuto come Recovery Plan. Il Dispositivo, adottato dal Consiglio europeo l’11 febbraio scorso, si incentra in sei cardini e requisiti essenziali: transizione verde, transizione digitale, occupazione e crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, coesione sociale e territoriale, salute e, infine, politiche per i giovani (istruzione e competenze). Il Piano di Ripresa è sostenuto da un’ingente quantità di risorse economiche pari a circa 672,5 miliardi di euro, ripartiti in 312,5 mld a fondo perduto e 360 mld in veri e propri prestiti. Nei propri PNRR gli Stati europei hanno l’onere di investire almeno il 37% nella transizione verde e il 20% in quella digitale e, inoltre, dovranno essere evidenziati gli obiettivi (elementi quantitativi, es. aumento valore delle borse di studio) e i traguardi (elementi quantitativi, es. riforma della giustizia o del fisco) che dovranno essere raggiunti entro il 31 agosto 2026. L’Unione Europea ha puntato tutto sul Recovery Plan, arrivando addirittura a porre come garanzia sui mercati il proprio bilancio e le proprie finanze. In risposta, gli Stati UE hanno dato un gran contributo alla garanzia posta dall’UE aumentando i propri versamenti nelle casse europee così da applicare la mutualizzazione del debito. Con quest’ultimo si intende garantire ai creditori sui...
ChinaTaiwanUN
di Giulio Chinappi Articolo Originale Il 25 ottobre 1971 il seggio della Cina presso le Nazioni Unite veniva finalmente attribuito all’unico rappresentante legittimo del popolo cinese, il governo della Repubblica Popolare Cinese con sede a Pechino. Il 25 ottobre 1971, la Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite riconosceva la Repubblica Popolare Cinese come “l’unico rappresentante legittimo della Cina presso le Nazioni Unite“. In questo modo, l’ONU rimediava ad un’ingiustizia durata ventidue anni, nel corso dei quali il seggio cinese presso l’organizzazione è stato occupato illegittimamente dal governo nazionalista di Chiang Kai-shek, stabilitosi sull’isola di Taiwan dopo la sconfitta subita per mano dei comunisti di Mao Zedong nella guerra civile cinese. La Repubblica Popolare Cinese, fondata da Mao il 1° ottobre 1949, venne esclusa soprattutto a causa dell’ostilità e dell’ostruzionismo degli Stati Uniti, che sostenevano il governo nazionalista in funzione anticomunista. Inoltre, la Cina, potenza vincitrice della seconda guerra mondiale, aveva diritto anche ad un seggio permanente all’interno del Consiglio di sicurezza, con annesso potere di veto. Washington temeva dunque che l’ingresso di Pechino avrebbe modificato gli equilibri all’interno dell’organizzazione, andando ad affiancare il seggio permanente già a disposizione dell’Unione Sovietica. La Risoluzione 2758 rappresentò una grande vittoria diplomatica per la Cina e, più in generale, per l’antimperialismo e la diplomazia mondiale, mettendo termine alla contraddizione per la quale il Paese più popoloso del mondo non disponeva di un proprio seggio. Fortemente promosso dall’Unione Sovietica, che in precedenza aveva boicottato l’ONU proprio in segno di protesta per la questione riguardante l’assegnazione del seggio cinese, il documento fu approvato da 76 Paesi a fronte di 35 voti contrari, oltre a 17 astensioni. Nonostante il voto negativo degli Stati Uniti, che vi si opposero fino all’ultimo, i Paesi europei, compresa l’Italia, sostennero la Risoluzione, con la sola eccezione delle dittature di Spagna e Grecia, che si astennero. “Non ho mai visto un applauso così clamoroso in vita mia“, ha detto Iftikhar Ali, un giornalista pakistano che ha assistito al momento della votazione. L’ingresso della Repubblica Popolare Cinese all’ONU, tuttavia, fu reso possibile anche dai cambiamenti geopolitici che si verificarono nel corso degli anni ‘60, con l’emergere di numerosi nuovi Stati Indipendenti in Asia e Africa, e la nascita di un fronte dei Paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” all’interno del Movimento dei Paesi non allineati. L’ex presidente cileno Ricardo Lagos Escobar, che era membro della delegazione del suo Paese alla 26a sessione dell’Assemblea generale, ha affermato che il ripristino della sede legale della Cina ha rafforzato il ruolo dell’organismo mondiale e ha aumentato la sua rappresentanza a livello globale: “C’era la sensazione che avremmo avuto un’ONU più realistica, più in linea con ciò che è il mondo, e in questo senso, c’era la sensazione che l’ONU si stesse rafforzando come il vero luogo in cui le questioni internazionali devono essere risolte“. “Negli ultimi 50 anni, la Cina ha offerto pieno sostegno alla causa delle Nazioni Unite sostenendo gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, ha svolto un ruolo costruttivo e sempre più importante negli affari internazionali e ha dato un...
di Andrea Turi Alla memoria di André Vltchek La chiusa del precedente I Diritti Umani e lo Xinjiang: il cavallo di Troia occidentale per destabilizzare la Repubblica Popolare Cinese richiamava lo stralcio di un articolo redatto dal giornalista Shane Quinn in cui si affermava che “la scala dell’influenza americana negli affari interni della Cina è stata limitata nella migliore delle ipotesi, ma continua comunque a ritmo sostenuto. Washington ha attuato una serie di politiche nella speranza di destabilizzare e frammentare la Cina. Le strategie del Pentagono nei confronti della Cina hanno in qualche modo rispecchiato quelle che hanno diretto contro l’URSS: utilizzo di gruppi per procura, estremisti e minoranze etniche, insieme a Stati clienti1”. La conferma di quanto riportato nell’incipit di questo lungo articolo è nelle parole del ex diplomatico statunitense Charles “Chas” W. Freeman, Jr. (uno dei pochi che non condannò l’azione del Governo di Pechino nei fatti di Tienanmen) che nel corso di una trasmissione radio ha ricordato “che la Central Intelligence Agency, con l’assistenza di alcuni vicini della Cina, ha investito 30 milioni di dollari nella destabilizzazione del Tibet e sostanzialmente ha finanziato e addestrato i partecipanti alla ribellione di Khampa e alla fine ha cercato di rimuovere il Dalai Lama dal Tibet, cosa che fecero. Lo scortarono fuori dal Tibet a Dharamsala. Ci sono stati sforzi simili fatti con gli Uiguri durante la Guerra Fredda che non sono mai veramente decollati. In entrambi i casi ha fatto sventolare la religione come vessillo a sostegno di un desiderio di indipendenza o autonomia che, ovviamente, è un anatema per qualsiasi Stato2”. Come sosteneva già nel 1987 Edward S. Herman, ordinario di scienze finanziarie alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, all’iniziodell’articolo U.S. Sponsorship of International Terrorism: An Overview, “per il cittadino dell’Occidente, l’idea che gli Stati Uniti possano essere uno sponsor del terrorismo internazionale – figuriamoci lo sponsor dominante – apparirebbe completamente incomprensibile. […] I media occidentali, comunque, non si riferiranno mai agli Stati Uniti o al Sudafrica come “Stati terroristi” anche se entrambi hanno ucciso un numero di persone di gran lunga maggiore di Gheddafi in Libia o delle Brigate Rosse in Italia. […] La ragione per la percezione distorta occidentale è che il più forte definisce il terrorismo, e i media occidentali fedelmente seguono l’agenda dei loro propri leaders. Il più potente naturalmente definisce il terrorismo in modo da escludere le sue azioni e quelle dei suoi amici e clienti. […] Con i mass media compiacenti, specialmente negli Stati Uniti ma anche tra i Paesi clienti, il terrore è ciò che il potente Governo statunitense dichiara che sia terrore3”. È così che succede che le gesta di chiara matrice terroristica compiute dai gruppi operanti sul territorio dello Xinjiang vengano raccontate come sporadici4 atti necessari alla conquista di un’indipendenza dal Governo centrale di Pechino piuttosto che presentati al pubblico mediatico per quello che nella realtà sono: atti terroristici in piena regola volti a destabilizzare la politica interna della Repubblica Popolare Cinese. D’altronde, non fu il Presidente Repubblicano...
di Andrea Turi Il concetto di diritti umani riguarda l’ordine del mondo, è una proposta per strutturarlo ed esprime una particolare concezione relazionale sia tra lo Stato e l’individuo che, in una prospettiva più allargata, tra gli Stati: “come le grandi potenze precedenti, noi, gli Stati Uniti, possiamo identificare il presunto dovere dei ricchi e dei potenti di aiutare gli altri con le nostre convinzioni su come un mondo migliore dovrebbe essere. L’Inghilterra ha affermato di portare il fardello dell’uomo bianco, la Francia parlava della sua missione moralizzatrice. Con spirito simile, noi diciamo che agiamo per fare e mantenere l’ordine mondiale. Per i Paesi al vertice, questo è un comportamento prevedibile”1. Nel 1986, gli studiosi Edward, Henkin e Nathan pubblicarono un lavoro dal titolo Human Rights in Contemporary China nel quale sentenziarono che “i diritti umani sono l’idea del nostro tempo, l’idea politica più magnetica della contemporaneità”per dirla, invece, con Brzezinski. Da quei giorni, si è registrato un rafforzamento delle forze egemoniche della globalizzazione e la teoria e la pratica dei diritti umani hanno cominciato ad acquisire sempre maggiore rilevanza nei risvolti più o meno palesi della politica internazionale, soprattutto quando si fa riferimento ai concetti di intervento e interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano; atti, questi, perpetrati quasi esclusivamente da un Occidente sempre più alle dipendenze degli interessi di Washington, che nel corso degli anni non si è fatta scrupoli nell’utilizzare la politica e la retorica – ma anche la pratica – dei diritti umani per alimentare la propria ambizione al dominio globale e consolidare le basi del proprio imperialismo. Non è in discussione il fatto che gli Stati Uniti utilizzino i diritti umani come mezzo di politica estera, pressione internazionale e leva di promozione di interessi, propri e di quelli delle forze del Capitalismo che rappresenta. Le politiche sui diritti umani furono adottare per la prima volta nel 1977 dal Presidente democratico Jimmy Carter; egli vi vedeva un tema che avrebbe permesso al Paese di restaurare il senso nazionale della missione che gli Stati Uniti si sentivano assegnati da un Destino manifesto e che gli spettri della guerra in Vietnam e gli scandali interni legati al Watergate rischiavano di interrompere. Lo scrittore cinese Gu Yan vide nell’utilizzo presidenziale dei diritti umani un mezzo atto a compensare la carenza nella forza militare – dovuta alla debacle vietnamita – con la forza morale. I diritti umani divennero, così, un cardine dell’azione estera statunitense. Nel 1982, in un discorso tenuto davanti al Parlamento inglese, Ronald Reagan vestì la sua retorica anticomunista con abiti umanitari (o viceversa) e lanciò “una campagna per la libertà”che avrebbe lasciato “il marxismo-leninismo su un mucchio di cenere della Storia così come ha lasciato altre tirannie che soffocano la libertà e mettono la museruola all’auto-espressione del popolo”2. Joe Biden, ultimo degli eletti alla Casa Bianca, ha rilanciato tramite il Segretario di Stato Antony Blinken l’idea che i diritti umani saranno una delle pietre angolari della politica estera statunitense del prossimo quadriennio: “dobbiamo partire con...
di Stefano Vernole Nel XXI secolo sempre più geopoliticamente multipolare, le tradizionali vie di comunicazione tornano in auge a fianco di nuove rotte e destinazioni. Nel 138 A.C. l’Imperatore Wudi della dinastia Han inviò il generale e diplomatico Zhang Qian nel bacino del fiume Tarim, cuore dell’odierno Xinjiang, da cui poi raggiunse il Lago Balqash, nell’odierno Kazakhstan, la Valle del Fergana e la Battriana. Le conquiste della dinastia Han aprirono così la rotta della Via della Seta verso Ovest, negli stessi luoghi dove due secoli prima si era inoltrato, partendo dalla Macedonia, Alessandro Magno1. La catena dei Monti Tien Shan, il cui nome deriva dal cinese tian shan– letteralmente ‘montagne celesti’ – è una sequenza di vette e valli che segna il confine tra la Cina e l’Asia Centrale, attraversando Kazakhistan e Uzbekistan. La catena curva verso sud-ovest lungo il Kirghizistan, dove si incontra con il Pamir e l’Himalaya, e sale fino a raggiungere il punto più alto del pianeta. L’Antica Via della Seta attraversava le montagne Tien Shan nello Xinjiang e verso ovest in direzione del Mediterraneo. La capitale della regione, Urumqi, è situata alla base del settore centrale dei Monti Tien Shan, così come al margine meridionale del bacino del Junggar, che è un’oasi di pianura nel deserto e anche la città dell’entroterra più lontana dagli oceani del mondo. La Silk Road diviene oggi, ancora una volta, l’asse privilegiato per collegare la Cina al Mediterraneo e all’Europa; a livello marittimo si esplicita nella “Collana di Perle” e nel tracciato asiatico del Rimland. Negli anni Trenta del secolo scoso, Nicholas John Spykman riconobbe in tale “regione di frontiera” il perimetro difensivo dell’Hertland, il “centro del mondo” che Sir Halford Mackinder ad inizio Novecento aveva individuato nelle terre su cui si estendeva l’Impero zarista. Lungo tale linea di faglia che comprendeva la Russia europea, la Siberia e le immense steppe dell’Asia centrale, le potenze talassocratiche avevano posto il loro assedio al domino di Mosca (si trovasse sotto gli Zar o in epoca sovietica non faceva alcuna differenza). Ma proprio lungo un percorso così delicato, si era sviluppata la Via della Seta, luogo di transito, di merci, culture e idee che avrebbero condizionato i due estremi della rotta con suggestioni, sincretismi e confronti2. Un politologo statunitense contemporaneo molto influente, Zbigniew Brzezinski, nel 1998 delineò il concetto di “Balcani Eurasiatici”, un’area molto vasta che coinvolge l’Asia Centrale e il Medio Oriente sino a lambire alcuni territori dell’Europa Orientale, dell’Africa Orientale e dell’Asia Meridionale, all’interno della quale si concentrano la più vasta riserva di materie prime del pianeta ma anche i più i grandi conflitti interetnici ed interreligiosi. I “Balcani Eurasiatici” inglobano naturalmente il cuore dell’Antica Via della Seta, in particolare i reticolati terrestri che la definiscono. Come sottolineato anche da Samuel Huntington: “La polveriera non è il Medio Oriente. Il Medio Oriente è la seconda parte della miccia. La polveriera si trova in un punto imprecisato della cosiddetta area turanica (Iran, Afghanistan, Tagikistan, Azerbaigian, Uzbekistan, Pakistan), che da secoli rappresenta il...
di Marco Costa Come già si è intuito nei precedenti capitoli, la regione dello Xinjiang per tutto il corso della sua storia ha rappresentato un crocevia multiculturale unico, fatto di migrazioni, conflitti, riappacificazioni tra le popolazioni dell’Asia centrale, ponendosi al centro di due diversi poli culturali e politici, ovvero quello cinese ad oriente e quello turco e arabo ad occidente. Va ricordato che attorno all’anno 840, un gran numero di Uiguri entrò nello Xinjiang per stabilirvisi. Gli Uiguri, originariamente chiamati Uyghur, discendevano dall’antica tribù Teli.1 Furono prima presenti nei bacini dei fiumi Selenga e Orkhon, per poi trasferirsi a nord del fiume Tura. Nel 744, gli Uiguri fondarono un khanato a Mobei e in seguito inviarono ripetutamente le loro truppe a sostegno delle autorità centrali Tang a reprimere la ribellione di An Lushan-Shi Siming. Il khanato uiguro crollò nell’840 per diversi fattori concomitanti, quali disastri naturali, conflitti interni e attacchi subiti dall’antica tribù Jiegasi. Di conseguenza, la maggior parte degli Uiguri emigrò verso ovest. Peraltro, alcuni loro sottogruppi si trasferirono nelle moderne regioni di Jimsar e Turpan, dove fondarono il regno di Gaochang Uighur. Un altro sottogruppo minoritario si trasferì nelle praterie desertiche, vivendo in condizione di semi-nomadismo in diverse aree disseminate nell’Asia centrale a Kashi2, e si unì ai popoli Karluk e Yagma nella fondazione del regno di Karahan. Successivamente, il bacino del Tarim e le aree circostanti caddero sotto il dominio del regno di Gaochang Uighur e del regno di Karahan.3 I residenti locali si amalgamarono con gli Uiguri che si erano trasferiti ad ovest, gettando così le basi per la successiva formazione del gruppo etnico uiguro. Nel 1124, Yollig Taxin, membro della casa regnante della dinastia Liao (916-1125), guidò il suo popolo, la tribù Khitan, verso ovest e conquistò lo Xinjiang, dove stabilì il regno del Liao occidentale. All’inizio del XIII secolo, Gengis Khan avrebbe poi capeggiato una spedizione con il suo esercito verso lo Xinjiang, dove concesse i territori che aveva conquistato ai suoi figli e nipoti. Gli Uiguri, a questo punto, assimilarono ulteriormente una parte delle popolazioni Khitan e dei Mongoli.4 Inoltre le influenze mongole in questo periodo furono ancora più significative, dovute all’influenza degli Oirat (o Zungari); in particolare quelli dell’area di Moxi (l’area a ovest dei vasti deserti dello sterminato altopiano mongolo) durante la dinastia Ming (1368-1644). Oirat che prima vivevano in aree sparse lungo il corso superiore del fiume Yenisaey, diffondendosi gradualmente nel corso medio dei bacini dei fiumi Ertix e Ili. Con l’inizio del XVII secolo si assistette poi all’ascesa delle tribù Junggar, Dorbüt, Huxut e Turgut. Nel 1670, gli Junggar occuparono il bacino del fiume Ili, ponendosi al comando delle quattro tribù, e posero lo Xinjiang meridionale sotto il loro controllo. Dal 1760 in poi, il Governo della dinastia Qing (1644-1911) inviò truppe Manchu, Xibe e Suolun (Daur) dal nord-est della Cina nello Xinjiang per rafforzare la difesa di frontiera della regione, che andarono ulteriormente ad arricchire il panorama etnico dello Xinjiang. Successivamente, anche russi e tartari migrarono nello...
GERD
di Giacomo Leccese Con il presidential statement del 15 settembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha esortato Egitto, Etiopia e Sudan a riprendere i colloqui, mediati dall’Unione Africana (UA), riguardo il riempimento e il funzionamento della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), la diga etiope in costruzione sul Nilo Azzurro, che da dieci anni ormai alimenta una controversia tra i tre paesi africani sullo sfruttamento delle acque del Nilo. Le ragioni dietro la controversia Etiopia Il progetto di costruzione della GERD, dal costo di circa 4,6 miliardi di dollari e che al termine dei lavori sarà il più grande sistema idroelettrico africano, è stato lanciato nel 2011 e risponde a diverse esigenze di politica interna ed estera dell’Etiopia. La volontà principale è quella di sfruttare maggiormente le acque del Nilo: infatti, queste derivano per l’86% dalle alture etiopi, ma nel 2014 l’Etiopia aveva sviluppato meno del 3% della sua potenziale forza idrica e circa l’80% della popolazione non aveva accesso all’elettricità.i La GERD risponde proprio a questa necessità perché produrrà circa 6000 megawatt di elettricità e questo da un lato permetterà di soddisfare il fabbisogno etiope, con il National Electrification Program che punta al 100% di elettrificazione entro il 2025, e dall’altro consentirà di esportare energia all’estero, con entrate annuali previste per circa 2 miliardi di dollari.ii Questa produzione di energia a basso costo, inoltre, è strettamente legata alle strategie di sviluppo economico del paese e, secondo i piani iniziali, avrebbe dovuto sostenere il processo d’industrializzazione interno, così da trasformare l’Etiopia in una realtà a medio reddito entro il 2025.iii Lo stesso ex Primo Ministro Meles Zenawi, al tempo della cerimonia di inizio dei lavori, dichiarò che la diga avrebbe giocato un ruolo decisivo nello sradicamento della povertà nel paese.iv La costruzione della diga, infine, veste un’importanza cruciale anche in politica estera: infatti, l’Etiopia ha sempre visto gli svantaggiosi trattati sulla gestione delle acque del Nilo, siglati con le potenze coloniali e con l’Egitto, come l’espressione di una subordinazione del Paese agli attori esterni e, dunque, la costruzione della GERD costituisce per il popolo etiope una sorta di riscatto nazionale. Inoltre, il progetto idroelettrico alimenta le ambizioni etiopi di acquisire sempre più influenza regionale e porsi come potenza egemone del Corno d’Africa. Non è un caso, infatti, che il progetto sia stato lanciato proprio nel 2011, quando la principale protagonista dell’idro-politica regionale, l’Egitto, era indebolita dai risvolti interni successivi alle Primavere Arabe.v Egitto Proprio l’Egitto è stato l’attore maggiormente coinvolto dalla decisione etiope di costruire la diga sul Nilo Azzurro. Questo non è dovuto soltanto a un discorso di influenza regionale, ma più che altro alle caratteristiche geografiche egiziane. L’Egitto è dipendente al 98% dalle acque provenienti dall’esterovi e, dunque, essendo a valle rispetto all’Etiopia, verrebbe fortemente impattato dalla costruzione della GERD. Il fiume, infatti, riveste e ha sempre rivestito un’importanza cruciale nella vita economica e sociale egiziana tanto che lo storico greco Erodoto, nel V secolo a.C., definì l’Egitto un “dono del Nilo”, che inonda e rende...
Korybko
di Andrew Korybko Originale: http://oneworld.press/?module=articles&action=view&id=2261 Traduzione di: Marco Ghisetti Lungi dallo sfruttare l’energia come un’arma per far congelare l’Europa in seguito ad un presunto rancore geopolitico, la Russia ha sfruttato le proprie esportazioni di energia in questo periodo di crisi per risanare le relazioni bilaterali e migliorare il modo in cui i popoli dei propri vicini la percepiscono. La falsa narrazione, usata come arma, degli Stati Uniti, che sostiene che la Russia starebbe usando le sue esportazioni di energia in Europa come se fossero un’arma, sono state zittite nel momento in cui la Grande Potenza Eurasiatica ha promesso di venire in aiuto dei propri vicini e aiutarli a sopravvivere alla crisi energetica in corso. Infatti, nonostante la paura che avevano fomentato sul gasdotto Nord Stream II appena completato, erano gli stessi Stati Uniti ad aver aumentato le loro importazioni di petrolio dalla Russia, tanto da spingere Bloomberg (che certamente non può essere considerato un emittente a favore della Russia, né tantomeno uno che fa “propaganda filo-Russia”) a riportare ad agosto che “la Russia ottiene la seconda posizione tra i fornitori stranieri di petrolio agli Stati Uniti”. Questo fatto sorprendente è stato confermato dalle statistiche pubblicate sul sito dalla US Energy Information Amministration. L’uscente cancelliere tedesco Merkel, che è ritenuta essere la forza più potente ed influente dell’UE, ha detto che la Russia sta rispettando tutti i contratti stipulati e che non va biasimata per la crisi energetica europea. Il Presidente russo Putin aveva precedentemente attribuito l’impennata dei costi energetici a un’isteria e al disordine presenti sul mercato energetico causati dalla cattiva gestione della transizione carbonifera di molti Paesi. Ha anche detto che la Commissione Europea ha fatto un errore a passare dal stipulare contratti a lungo termine sul gas al commercio ad una gestione di mercato. Il Presidente russo ha poi riaffermato che Gazprom non ha mai rifiutato di aumentare le forniture di gas ogniqualvolta fosse richiesto ed ha incaricato il suo ministro dell’energia di garantire il transito attraverso l’Ucraina non venga interrotto. Tutti questi sviluppi dimostrano che la Russia è il partner energetico più affidabile dell’UE. Il gasdotto Nord Stream II, recentemente completato, e il Turkish Stream contribuiranno alla sicurezza energetica dell’Unione, in particolar modo per quanto riguarda la possibilità di sopravvivere alla crisi energetica in corso. L’opposizione statunitense ad entrambi i progetti era dettata dall’egoismo e mirava a spingere gli alleati statunitensi ad affidarsi alla esportazioni di GNL statunitense, che sono molto più costose e relativamente meno affidabili. Il mondo intero può ora vedere che sarebbe stato controproducente se l’UE si fosse pienamente conformata ai voleri del proprio patrono. È una fortuna che ci siano ancora degli alleati degli Stati Uniti che conservano una parvenza di sovranità strategica e che hanno saggiamente approfondito i propri legami energetici con la Russia nonostante le pressioni statunitensi volte a tagliarli. Tutto questo dimostra l’importanza di alcuni punti. In primo luogo, sono gli Stati Uniti ad essere il partner inaffidabile, in tutti gli aspetti, dell’Europa – non la Russia. La Grande...
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Intervista alla rivista online “Initiative communiste” di BRUNO GUIGUE Traduzione di Stefano Vernole IC: La Cina è oggi al centro di tutti i commenti, ma anche di tutte le fantasie. Come si spiega questo rinnovato interesse, di cui il minimo che si può dire è che non è molto oggettivo? Anche se la stampa occidentale brilla per la sua mancanza di cultura e la sua parzialità, questo interesse per la Cina è perfettamente giustificato. Perché il grande evento del nostro tempo è l’ascesa al potere di una formazione sociale sui generis, dalle dimensioni straordinarie, le cui caratteristiche sfidano le consuete categorie di analisi. Non solo il successo della Cina ha vanificato tutte le aspettative, ma se allunghiamo le curve, è ancora più sorprendente: la Cina è già la seconda potenza economica mondiale in termini di parità di potere d’acquisto, ma entro dieci anni sarà probabilmente la più grande economia mondiale in PIL nominale. IC: Ma questo successo economico ha il suo rovescio della medaglia, giusto? Sì, naturalmente. Il cambio di paradigma negli anni ’90 ha messo alla prova il popolo cinese. La scelta dell’apertura e della riforma è stata una scelta difficile, irta di contraddizioni, che ha destabilizzato una società plasmata dal 1949 dall’ideologia maoista. Ma l’economia in cambiamento ha gettato le basi industriali per una crescita senza precedenti. Da popolo di contadini che vive in campagna, ha creato un popolo di salariati urbani. Attraverso la crescita, il circolo virtuoso dello sviluppo ha interessato l’intera società. IC: I dipendenti cinesi ne hanno beneficiato? Con continui aumenti salariali, il potere d’acquisto è letteralmente decollato. Da dieci anni il salario minimo registra notevoli incrementi, talvolta pari al 10 o al 20% annuo. Il Governo assicura che i guadagni di produttività vengano ridistribuiti in salari e, poiché il tasso di crescita è elevato, il potere d’acquisto aumenta rapidamente. In Francia è impensabile un aumento annuo del 22% del salario minimo. In Cina, non solo questo aumento è possibile, ma è avvenuto nel 2011. Negli ultimi vent’anni, il reddito lordo pro-capite è aumentato di otto volte. I principali indicatori sociali parlano da soli. Nel 2020, l’aspettativa di vita dei cinesi ha superato quella degli americani. Oggi il 95% della popolazione cinese ha un’assicurazione sanitaria, mentre il 50% della popolazione mondiale no. Il sistema educativo cinese è il migliore al mondo, alla pari di Singapore, secondo l’ultimo sondaggio dell’OCSE. La Cina è il più grande investitore al mondo in energia verde e sta guidando la più grande operazione di riforestazione della storia. Questi sono fatti, e sono testardi. IC: Sì, ma alcuni dicono che questo potere porti la Cina ad essere troppo avida, e a riprodurre il comportamento imperialista dei Paesi occidentali? È evidente che il peso dell’economia cinese nella sfera commerciale ha indotto un rapporto asimmetrico con alcuni Paesi. Ma l’asimmetria commerciale non è sinonimo di sfruttamento. L’URSS ha avuto scambi asimmetrici con Cuba, ma ha aiutato questo Paese a stabilire la sua indipendenza,non l’ha sfruttata. Oggi la Cina sfrutta la Cambogia, l’Etiopia...
san_marino
di StefanoVernole Un interessante evento è stato organizzato il 7 ottobre da Libera – San Marino sui rapporti economico-commerciali tra San Marino e la Federazione Russa. Durante il workshop intitolato “San Marino-Russia: un’occasione da saper cogliere”, sono state affrontate diverse tematiche incentrate sulla volontà e la necessità di migliorare l’interazione economica russo-sammarinese attraverso la conoscenza del tessuto imprenditoriale del Titano, attività già iniziata dalla Segreteria Industria Artigianato Commercio, in modo da favorire un consistente ingresso delle imprese sammarinesi nel mercato russo e contemporaneamente attirare gli interessi e gli investimenti russi a San Marino. L’evento è stato aperto dal saluto inviato ai partecipanti dalla Rappresentanza Commerciale della Federazione Russa in Italia, che ha ricordato i rapporti già consolidati tra Mosca e San Marino in seguito alle visite reciproche. Giuliano Bifolchi, moderatore dell’evento per “Special Eurasia”, ha sottolineato le opportunità fiscali e di joint ventures offerte dalle zone economiche speciali (divise in 4 settori: industriale, tecnologico, turistico e logistico) della Federazione Russa e dall’apertura al mercato dell’Unione Economica Eurasiatica (che comprende anche Bielorussia, Kazakhstan, Armenia e Kirghizistan). Fabio Righi, Segretario di Stato all’Industria, Artigianato e Commercio, Innovazione Tecnologica e Semplificazione, ha dichiarato che la prudenza nel cercare partner internazionali non deve minare la possibilità di avere rapporti con imprese di alto profilo. Ciò che la Repubblica di San Marino cerca sono rapporti all’insegna della trasparenza e della lealtà reciproca. A questo riguardo è stata attivata una collaborazione con Confindustria Russia. Se la pandemia ha rallentato ovviamente le attività, ci sono ora tutte le potenzialità per ripartire con sinergie strutturate ed affidabili. Il protocollo turistico è già operativo ma si può allargare al settore delle infrastrutture e dell’agroalimentare. Alessandro Bevitori, consigliere di Libera e coordinatore del Gruppo di Amicizia Interparlamentare San Marino-Russia, nel suo intervento ha spiegato come San Marino si sia distinta nel corso della sua storia per avere stabilito rapporti di pari livello con tutti gli interlocutori internazionali. Aprire alla Russia non significa perseguire politiche di frattura con l’Europa, ma esercitare il proprio diritto di scegliere le collaborazioni ed i mercati in linea con le proprie politiche. La campagna vaccinale ne è un esempio; vista l’emergenza sanitaria, San Marino ha stipulato un accordo con la Russia per “Sputnik V” rivelatosi assolutamente vantaggioso ed efficace. Molte azioni di cooperazione con la Russia possono comunque essere intraprese anche insieme all’Italia nonostante le sanzioni. Andrej Ceccoli, Presidente dell’Associazione San Marino-Russia, ha evidenziato come per San Marino la Russia, che geograficamente rientra per metà in Europa per metà in Asia, può essere un ponte tra differenti culture oltre ad essere un Paese culturalmente molto ricco, caratterizzato da una società multietnica e multiconfessionale. I rapporti con Mosca rappresentano nella sua opinione una opportunità enorme non ancora sviluppata e la simpatia tra le due parti è evidente. In conclusione, San Marino possiede un know how imprenditoriale elevatissimo che ha sfornato brevetti e componenti tecnologiche assolutamente notevoli; vi è adesso la possibilità di far nascere un Ente di Accreditamento e di Normazione nell’interesse delle aziende del territorio.