Articolo originale pubblicato su http://www.opinione-pubblica.com/cina-la-nuova-via-della-seta-proposta-strategica-un-mondo-multipolare/ Pubblicato su Cese-M per cortesia dell’autore Fabrizio Massimo Parenti Intervento completo al IV Forum Cina e Ue. I nodi politici ed economici nell’orizzonte della “nuova via della seta” e di una “nuova mondializzazione”, Roma, 13 ottobre 2017. Modelli a confronto per una scelta strategica Nell’attuale contesto internazionale, i soggetti pubblici e privati di varie potenze statuali si trovano ancora una volta di fronte a scelte strategiche fondamentali almeno nella misura in cui si assuma l’effettivo dispiegarsi di un processo di transizione da un mondo unipolare ad uno multipolare. Qui esaminiamo un caso emblematico: il significato e l’influenza della Belt and Road Initiative (BRI) nella ridefinizione dei rapporti tra Europa ed Asia e quindi l’urgenza europea di decidere se e come ricollocarsi nella geopolitica mondiale. L’Europa, il Mediterraneo e l’Italia possono decidere di preservare la propria posizione geopolitica, rimanendo sotto prevalente influenza USA-Nato, oppure guardare ed agire a favore di un’integrazione eurasiatica. Con focus sulla Cina. Più precisamente, da una parte vi è ciò che conosciamo fin troppo bene, ovvero un modello politico centrato su finanza speculativa (al cuore della crisi economico-sociale che continuiamo a vivere) e sul militarismo (politiche economiche ed estere condizionate dall’interventismo statunitense) che presuppone una semi-autonomia dell’Europa, in quanto fortemente subordinata alle strategie di dominio statunitensi. Da un’altra parte, invece, emerge con chiarezza un modello di cooperazione commerciale, finanziaria e politica volto all’interconnessione, all’innovazione e, in ultima analisi, a creare condizioni materiali di sviluppo diffuso e di mutuo vantaggio. In altre parole: da un lato l’idea di conservare le istituzioni e i relativi rapporti di forza risalenti alla fine della seconda guerra mondiale, ovvero un ordine mondiale caratterizzato da “cambi di regime” e militarizzazione spinta del mondo; dall’altro la possibilità di percorrere una strada di riforma costante, caratterizzata da attività finanziarie al servizio dell’economia reale e da un ordine geopolitico multipolare e potenzialmente più pacifico… Si tratta di una scelta strategica tra la via delle armi e la via della seta, parafrasando il titolo di un recente dibattito livornese. In questo breve intervento cercherò di delineare la genealogia e le ragioni della BRI (perché?) e alcuni elementi che la caratterizzano (cos’è), per concludere infine con alcuni punti di sintesi su problemi e vantaggi inerenti a questa iniziativa. La concretezza della BRI sta nelle sue origini Le strategie cinesi degli ultimi 20 anni hanno creato le condizioni affinché la BRI fosse un progetto realistico ed appetibile. Mi riferisco alla go west e go abroad strategy, quasi simultanee, complementari, ma differenti… La prima si è dispiegata dalla fine degli anni Novanta a oggi, favorendo lo sviluppo della Cina interna e quindi la interconnessione nazionale e coi paesi vicini, mentre la seconda, dal 2000 a oggi, ha garantito il sostegno agli investimenti cinesi all’estero, operati dai campioni nazionali privati e da quelli statali. La BRI è dunque una conseguenza dei successi ottenuti negli anni passati e molti investimenti, che oggi potremmo definire legati alla BRI, sono in realtà avvenuti prima del suo lancio ufficiale nel 2013...
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Venerdì 13 ottobre dalle ore 8:30 alle 16:30 presso la Sala convegni Eurostars Roma Aeterna, piazza Pigneto 9 a Roma si terrà il IV Forum Europeo Cina e Ue – I NODI POLITICI ed ECONOMICI nell’ORIZZONTE della “NUOVA VIA DELLA SETA” e di una “NUOVA MONDIALIZZAZIONE”. L’evento è organizzato da Accademia cinese di marxismo (CASS) Associazione MARX XXI Fondazione GRAMSCI Edizioni MarxVentuno www.marx21.it Programma del Forum Il forum che si terrà a Roma il 13 ottobre su «Cina e Ue. I nodi politici ed economici nell’orizzonte della “nuova via della seta” e di una “nuova mondializzazione”», promosso dall’Accademia di marxismo cinese presso la CASS (Chinese Academy of Social Sciences) in collaborazione con l’associazione “Marx XXI”, il sito marx21.it e le edizioni MarxVentuno, nonché dalla Fondazione Gramsci, affronta i nodi fondamentali di un tornante della storia della nostra epoca. Si tratta infatti, come sottolinea Fabio Massimo Parenti (La nuova via della seta come proposta strategica di un mondo multipolare), di “una scelta strategica tra la via delle armi e la via della seta”, tra “un modello di cooperazione commerciale, finanziaria e politica volto all’interconnessione, all’innovazione e, in ultima analisi, a creare condizioni materiali di sviluppo diffuso e di mutuo vantaggio” e un ordine mondiale caratterizzato da cambi di regime (attraverso “rivoluzioni colorate” [1], che hanno segnato fortemente l’ultimo trentennio, dall’89 in poi) e militarizzazione spinta del mondo, di cui l’escalation dell’allargamento della NATO verso Est è uno degli aspetti più inquietanti. Continua a leggere dal sito Marx21.it
Articolo originale http://www.opinione-pubblica.com/ritorno-dal-tibet-regione-autonoma-cinese-alcune-osservazioni/ Reportage dalla Regione Autonoma del Tibet a cura del Prof. Fabio Massimo Parenti, autore di questo bellissimo articolo che infrange molti tabù. Sviluppo, alias “infrastrutture, integrazione ed istruzione” Agosto 2017: da Beijing a Xining, capitale del Qinghai e tappa della via della seta, per poi proseguire verso Lhasa. Queste le principali città visitate in un viaggio di studio attraverso l’altopiano tibetano, ad altitudini tra i 2200 e i 3700 metri. Tra incontri con autorità locali, tibetologi, esperti dell’Accademia di scienze sociali, visite museali e religiose le prime cose che saltano agli occhi sono lo sviluppo socioeconomico generalizzato – grazie ai risultati dei governi della provincia di Qinghai e della regione autonoma del Tibet-Xizang, nonché della strategia di sviluppo detta “go west” a partire dalla seconda metà anni Novanta – e il sostegno delle autorità centrali e locali alle minoranze etniche. Gli elementi direttamente visibili sono gli interventi infrastrutturali, la mobilità e i servizi di trasporto, l’ammodernamento abitativo e la vita sociale. Ad un’analisi più accurata, poi, parlano i numeri. Tutti gli insediamenti sono stati raggiunti da servizi essenziali, come acqua potabile, elettricità e telecomunicazioni (lo sviluppo di fibre ottiche e comunicazioni satellitari sta progredendo repentinamente); le questioni ecologiche sono oggetto di numerosi interventi (energie rinnovabili, riforestazione, riserve naturali); il bilinguismo è garantito e sostenuto da programmi governativi locali che godono anche di cospicui trasferimenti da Beijing; e il numero delle scuole è cresciuto in modo molto soddisfacente, con circa 1000 scuole nel solo Tibet. Si pensi che negli anni Cinquanta erano completamente assenti. Ecco dunque il chiaro passaggio dalla povertà allo sviluppo, dal nomadismo alla stanzialità. Qinghai-Tibet: il plateau tibetano Il plateau tibetano della Repubblica popolare cinese ospita le sorgenti dei tre grandi fiumi della civiltà cinese ed ha un’estensione geografica enorme: la provincia del Qinghai è più del doppio dell’Italia, mentre il Tibet raggiunge quasi la superficie dell’Europa occidentale. Tuttavia, in questi territori immensi risiedono pochi milioni di abitanti (6 milioni in Qinghai e 3 milioni in Tibet) proprio a causa dell’inospitabilità di alcuni territori. Questi ultimi sono caratterizzati da altitudini spesso proibitive o comunque ai limiti della vita antropica (si pensi che Lhasa si trova a 3670 metri, quasi la vetta del Gran Paradiso, e che l’altitudine media in Tibet è di 4600 metri). Ciò nonostante, grazie allo sviluppo degli ultimi decenni la popolazione in Tibet è raddoppiata e il tasso di mortalità si è dimezzato. Nella provincia del Qinghai e nella Regione autonoma del Tibet vivono, oltre ai tibetani, un gran numero di minoranze etniche: soprattutto nel Qinghai, mentre in Tibet, come noto, sono i tibetani a rappresentare più del 90% della popolazione. L’articolazione amministrativa del Qinghai garantisce autonomie locali ai livelli di prefetture e contee, dove i tibetani sono la maggioranza. Se in Tibet vi sono rappresentanti di circa 14 minoranze, in Qinghai se ne contano più di 50, benché di gruppi estremamente esigui. Geomorfologie imponenti degli altipiani del Qinghai Veduta panoramica del lago di Qinghai Libertà di culto, tutela delle minoranze e “privilegi” La libertà...
Il 21 luglio 2017 presso la Sala Borsa di Bologna si è tenuto un incontro tra alcuni rappresentanti del Comune di Bologna e un’importante delegazione della Provincia cinese di Shanxi. Hanno partecipato in particolare 6 politici cinesi del comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo della provincia di Shanxi, tra cui: Gaohong ZHANG, Jiemin WANG, Yongyi GUO,Tao HE, Rui FENG e Jinren ZHANG. Dalla parte del Comune di Bologna erano presenti: Dott.ssa Silvia SASSU International Relations and Projects Office Economic Development and City Promotion Department City of Bologna Dott.ssa Micaela Merli International Relations and Projects Office Economic Development and City Promotion Department City of Bologna Direttore Roberto Diolaiti Settore ambiente ed energia. La Dott.ssa Sassu ha fatto una presentazione generale di Bologna, sono quindi seguite alcune relazioni; il Direttore Roberto Diolaiti ha fatto una presentazione di Bio Habitat, mentre Gaohong ZHANG ha illustrato una presentazione della provincia di ShanXi. Inoltre sono state scambiate idee tra le due realtà istituzionali, affinché possa nascere una comunicazione molto profonda ed eventuali collaborazioni. Lo Shanxi è una provincia nella parte settentrionale della Repubblica Popolare Cinese e confina con lo Hebei a est, con lo Henan a sud, con lo Shaanxi a ovest e con la Mongolia Interna a nord. La sua capitale è Taiyuan. Le riserve accertate di carbone ammontano a 260 miliardi di tonnellate metriche, circa un terzo del totale in Cina. Di conseguenza lo Shanxi è un leader nella produzione di carbone in Cina, con una produzione annuale di oltre 300 milioni di tonnellate metriche. I principali bacini carboniferi sono quelli di Datong, Ningwu, Xishan, Hedong, Qinshui e Huoxi. Nella provincia vi sono anche 500 milioni di tonnellate di bauxite, circa un terzo del totale delle riserve cinesi. L’industria della provincia si centra sulle industrie pesanti come la produzione carbonifera e chimica, la produzione di energia e la raffinazione dei metalli; nel settore agricolo, risultano importanti i raccolti di grano, mais, miglio, legumi e patate. L’ambito culinario è sicuramente uno dei campi nei quali la cooperazione tra Bologna, l’Emilia Romagna e Shanxi potrebbe risultare maggiormente proficua, essendo presenti nella provincia cinese diversi tipi di pasta fatta a mano e una qualità di aceto molto pregiata e paragonabile sotto certi aspetti al balsamico dop di Modena. Un altro ambito interessante riguarda i possibili flussi turistici; in ambedue le direzioni il Grande Buddha (16 m) delle Grotte di Yungang a Datong, nello Shanxi, il Buddha della Medicina al suo fianco, le Grotte di Yungang a Datong, dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, che consistono di 252 caverne famose per la loro raccolta di sculture e rilievi buddisti risalenti al V e VI sec. d.c. rappresentano una forte attrattiva, così come lo sviluppo turistico emiliano romagnolo sull’asse culturale Bologna-Modena potrebbe far convogliare numerosi turisti cinesi interessati a cibo, motori e bellezze culturali della nostra regione. Rui Wang Madrelingua cinese, Diploma Accademico di II Livello in Discipline musicali (canto), vive e lavora da diversi anni a Bologna come mediatore culturale e insegnante di lingua cinese
Lunedì 15 maggio si è tenuta presso l’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese a Roma una tavola rotonda tra alcuni studiosi tibetani, cinesi ed italiani che hanno discusso e confrontato le rispettive opinioni ed esperienze sullo sviluppo della Regione autonoma della Cina. Per il Centro Studi Eurasia Mediterraneo erano presenti il Presidente Lorenzo Salimbeni, Marco Costa e Stefano Vernole. Nell’occasione si è discusso dei recenti e sempre più evidenti progressi economici del Tibet/Xizang, della sua centralità all’interno della Nuova Via della Seta, del rispetto delle minoranze e dell’importanza attribuita alle politiche ecologiche ed ambientali. Temi che il CeSEM aveva affrontato in varie pubblicazioni sia on line che cartacee, grazie al contributo anche di collaboratori come Andrea Turi e Marco Scarinci (quest’ultimo anch’esso presente all’incontro di Roma). Pubblicazioni CeSEM sul Tibet https://www.cese-m.eu/cesem/2016/10/m-costa-s-vernole-a-turi-lo-xizang-tibet-e-la-nuova-via-della-seta-anteo-edizioni-2016/ https://www.cese-m.eu/cesem/2015/11/m-costa-s-vernole-a-turi-alla-scoperta-del-tibet-storie-paesaggi-e-prospettive-anteo-edizioni-2015/ https://www.cese-m.eu/cesem/2014/12/tibet-crocevia-tra-passato-e-futuro/
Uscito per i tipi di Anteo Edizioni il nuovo volume sul Tibet scritto da tre ricercatori del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo insieme a Matteo Scarinci. Il libro Lo Xizang (Tibet) e la nuova via della seta segue dopo un anno l’uscita di Alla scoperta del Tibet, edito sempre da Anteo Edizioni. Acquista il volume Il Tibet, più correttamente definito Xizang, è una regione al centro di una polemica ormai decennale. Dominio lamaista fino agli Anni Cinquanta, è in seguito divenuta una regione autonoma in seno alla Repubblica Popolare Cinese. Da allora ha compiuto un delicato percorso volto a garantirle un pieno e robusto sviluppo che tuttavia ne salvaguardi anche le peculiarità culturali e religiose. Oggi si può dire che l’obiettivo sia stato raggiunto: il Tibet è infatti una regione chiave a livello euroasiatico per implementare e portare avanti anche il cosiddetto progetto di “Nuova Via della Seta” proposto dal Presidente cinese Xi Jinping. Ma qual è stato il cammino che il Tibet ha dovuto affrontare per raggiungere questo traguardo? E soprattutto quali sono state le insidie che di volta in volta si è trovato ad affrontare? Dalla controversia sul “culto proibito” di Dorje Shugden da parte del Dalai Lama, che ha messo fortemente in crisi l’autorità e la credibilità di quest’ultimo e quindi anche la sua influenza sul Tibet, al delicato compito di mantenere vive ed intatte le antiche tradizioni immortalate dall’epica tibetana, si può tranquillamente dire che quello del Tibet verso lo sviluppo e la modernità sia stato un cammino contrassegnato da infinite asperità. CAPITOLI 1 La controversia del Dorje Shugden, Marco Costa – pag. 23 2 Giuseppe Tucci e le religioni del Tibet, Marco Costa – pag. 43 3 Alexandra David-Néel tra antico Tibet e nuova Cina, Marco Costa – pag. 57 4 Il mito della Shambala rossa e la diffusione del Buddhismo tibetano in Asia centrale, Marco Costa – pag. 67 5 Il generale Li Fen-Tsu e la liberazione del Tibet, Marco Costa – pag. 89 6 Lo sviluppo e il progresso in Tibet rappresentano il risultato inevitabile della storia, Stefano Vernole – pag. 103 7 Le perle della contea di Maizhokungaar, Andrea Turi – pag. 117 8 Treni, tè e cavalli sulla Via della Seta meridionale, Andrea Turi – pag. 133 9 Tè, Thangka, concili e forum, Andrea Turi – pag. 147 10 Zhang Qian, il diplomatico che divenne esploratore, Andrea Turi – pag. 159 11 L’epopea di Gesar di Ling, Andrea Turi – pag. 177 12 Il Panchen Lama concede l’iniziazione di Kalachakra: evento storico del Tibet moderno, Marco Scarinci – pag. 185 13 Nuovi conflitti tra il lignaggio Karma Kagyu e il Dalai Lama, Marco Scarinci – pag. 191 14 Monache femministe a Larung Gar. Il problema dell’ordinazione monastica femminile, Marco Scarinci – pag. 197 15 Il futuro del Tibet e il progetto One Belt One Road, Stefano Vernole – pag. 205 16 Via della Seta terrestre: una storia di civiltà e progresso, Stefano Vernole – pag. 197 17 Nuova Via della Seta terrestre: tra Europa...
La figura di Trijiang Rinpoche è molto interessante nel variegato complesso dei maestri tibetani. Il precedente Trijiang, morto nel 1981, fu il principale guru del Dalai Lama e maestro della stragrande maggioranza dei più importanti Lama tibetani di lignaggio Gelug, come Lama Zopa, Geshe Rabten, Lama Yeshe. Era probabilmente il maestro più influente del lignaggio Gelug, più dello stesso Dalai Lama che, infatti, riceveva istruzioni e suggerimenti da lui. Per di più, secondo la tradizione (spesso molto fantasiosa) le sue vite precedenti erano particolarmente illustri, comprendendo personaggi come Chandrakirti, Shantarakshita, Atisha, Ra Lotsawa e addirittura l’ottavo Karmapa. Trijiang era discepolo del famoso maestro Pabhongka Rinpoche, autore del testo «Liberazione nel Palmo della tua Mano», un importante manuale di pratica della scuola Gelug secondo lo stile del Lam-Rim (ovvero del percorso graduale). Pabhongka fu colui che rivitalizzò il culto di Dorje Shugden, ed è la controversa figura di questo protettore che segnerà il destino dei Trijiang Tulku. Trijiang infatti dette l’iniziazione di Dorje Shugden alla maggioranza degli altri Lama Gelug, Dalai Lama incluso, intimandoli di fare la pratica; egli considerava Shugden come un protettore mondano e molto feroce, ma emanato da Manjushri a beneficio della purezza del lignaggio Gelug. Scrisse inoltre un testo dedicato solo a questo argomento, chiamato «Musica che Delizia un Oceano di Protettori». Tuttavia, dato che secondo Trijiang questo protettore si vendicava contro i maestri gelug che volevano ricevere insegnamenti dalle altre scuole, questo causò dei problemi nella comunità in esilio e l’allontanamento del Dalai Lama da questo culto (annunciato pubblicamente, infatti, solamente dopo la morte di Trijiang). Il fatto che il Dalai Lama abbia abbandonato (e poi vietato agli altri) la pratica di Shugden rappresenta – per i sostenitori di questo culto – una grave violazione dei voti che questi ha preso con il suo guru radice, cosa confermata dall’epilogo della storia con la nuova incarnazione di Trijiang Rinpoche. Infatti, nel 1985 il Dalai Lama riconobbe la nuova incarnazione di Trijiang, ma quest’ultimo studiò con dei maestri che, successivamente, non si associarono alla proibizione del Dalai Lama. Quindi, per una strana ironia della sorte che qualcuno chiama «karma», il presente Trijiang continua a praticare il culto di cui nella vita precedente fu il maggior propagatore, causando però un allontanamento irrimediabile con quello che nella vita precedente era il suo discepolo, ovvero il Dalai Lama. In altri termini, il Dalai Lama si trova nella situazione paradossale di non poter sviluppare alcun rapporto genuino con la reincarnazione – confermata da lui e pertanto non sostituibile – del suo principale maestro, cosa che secondo i detrattori del Dalai Lama costituisce una gravissima rottura dei samaya (ovvero dei voti tantrici) di quest’ultimo. A rendere ancora più controverse le cose, per un certo periodo il Dalai Lama ha pubblicamente annunciato di aver permesso a Trijiang di fare la pratica in via eccezionale, anche se a questo periodo è seguita la separazione totale tra i due. Dal 16 al 26 Settembre il giovane Trijiang – che ormai abita stabilmente in America dove...
Marco Costa, analista del CeSEM, nonchè autore di numerosi articoli e libri sulla Cina e la questione del Tibet, viene citato sui siti web di diversi quotidiani nazionali, riguardo la sciagurata scelta del Comune di Milano di conferire la cittadinanza al Dalai Lama. http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_ottobre_19/milano-cittadinanza-dalai-lama-4e27adce-9568-11e6-8f55-24146b53eddf.shtml Nota: contrariamente a quanto sostiene il Corriere della Sera ricordiamo che l’accordo del 1951 fu firmato dallo stesso Dalai Lama. Come afferma lo stesso Costa in ” Conoscere il Tibet” http://www.agichina.it/sguardo-sul-tibet/notizie/tibet-crocevia-tra-passato-e-futuro http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/dalai-lama-1.2602140 Di seguito pubblichiamo l’articolo Conoscere il Tibet di Marco Costa CONOSCERE IL TIBET – Marco Costa Il Tibet – regione chiamata dai cinesi Xizang – è quella regione appartenente alla Repubblica Popolare cinese a cui è stato riconosciuto lo stato di autonomia nel 1965. Molte parole, articoli, film si sono spesi a proposito (e a sproposito) del Tibet, ma spesso con una scarsa e superficiale – quando non strumentale – conoscenza della storia, della cultura e della specificità religiosa di questa regione. Una “questione tibetana” propriamente detta esiste più che altro in Occidente, ed è promossa da diversi centri di potere che sono interessati ad attuare azioni di disturbo nei confronti della “pacifica ascesa” condotta dal governo cinese. Se la Cina, come abbiamo accennato prima, risulta essere un ineludibile partner economico-finanziario per le economie di Europa e Stati Uniti, rimane pur sempre un antagonista dal punto di vista della Nato e di coloro che rimangono ancorati ad una visione egemonica ed unilaterale dei rapporti geopolitici. Sul Tibet, davvero, sui media occidentali siamo stati bombardati per decenni da falsità imbarazzanti, strumentalizzazioni ipocrite e perfino di goffe ricostruzioni storiche. E nell’opinione pubblica, purtroppo, questo accanimento ha avuto una certa presa, in un surreale clima hollywoodiano in cui il racconto immaginifico della realtà ha finito per soppiantare la realtà stessa. Basta esaminare punto per punto gli argomenti solitamente prodotti a supporto di questa paradossale tesi della presunta indipendenza tibetana. Il Tibet era stato parte dell’Impero Cinese per circa 700 anni, dal (1270-1370) Yuan che comprende Cina, Mongolia, Tibet, dal 1368 al 1644 il Tibet era uno Stato vassallo della dinastia cinese Ming, alla fine dinastia cinese manciù, Qing (1644-1911). Il governo nazionalista del Kuomintang continuò a considerarlo come tale, e nel 1951 Mao Zedong e le sue truppe completarono il percorso rivoluzionario rientrando pacificamente nella regione. Tanto è vero nello stesso anno lo stesso Dalai Lama e le autorità locali tibetana firmarono il cosiddetto “accordo dei 17 punti”, in cui riconoscevano la sovranità cinese sul Tibet. Il Dalai Lama scapò volontariamente dal Tibet solamente nel 1959, per un motivo ben preciso: in quell’anno sarebbero entrate in vigore le prime riforme economiche del nuovo corso, che si concretizzarono in una vasta riforma agraria mirante alla ridistribuzione della terra ai contadini, intaccando così il quasi millenario sistema di servaggio attuato dai ricchi lama locali che – ben distanti dall’ascetismo che qualcuno immagina – avevano sempre retto il loro potere temporale sulla servitù della gleba. Qui si apre infatti un’altra questione; spesso il lamaismo è rappresentato dalla propaganda...
L’affresco nella caverna 123 di Mogao: Zhang Qian saluta l’Imperatore Wu prima di partire in direzione dei territori occidentali Il fiume Han – uno degli affluenti più importanti dello Yangtze – ha le proprie sorgenti sui monti Shenqiong, una suddivisione dei monti Micang che si erge nella provincia dello Shaanxi. Nel suo corso superiore assume sequenzialmente vari nomi – Yudai, Yang e, a valle di Mianxian, Mian – sino a diventare Han in prossimità di Hanzhong, una città-prefettura che sorge nel cuore della Repubblica Popolare Cinese e che dal fiume Han trae il nome; situata nell’angolo sud-occidentale della provincia di Shaanxi, questa città di quasi 4.000.000 di abitanti si adagia in un bacino chiusa a nord dai monti Daba e a sud dai monti Qinling. Durante il periodo degli Stati Combattenti1, la Dinastia Qin vi stabilì una provincia ma Hanzhong è nota per essere la culla della dinastia Han e del suo popolo, la cornucopia della cultura cinese. Oggi come allora, il fiume Han scorre attraverso la città, modellandone il bacino mentre zone montuose e collinari costituiscono la topografia principale della zona2. Oggi, a differenza di allora, La città di Hanzhong consiste di un distretto, Hantai, e dieci contee. Spostandosi verso nordest lungo la strada nazionale 108 (108国道) in direzione di Pechino – distante poco più di 1600 chilometri – si raggiunge una di queste suddivisioni territoriali, Chenggu, circa 30 chilometri da Hanzhong, 212 da Xi’an, la capitale della provincia di Shaanxi.3 Capitale dell’Impero Celeste per oltre 1.000 anni, da qui partivano i 6400 Km della via della seta che si dirigeva verso est raggiungendo la costa orientale del Mediterraneo, passando attraverso il Shaanxi, il Gansu e il Xinjiang, l’altopiano del Pamir, l’Asia Centrale e Occidentale, strada soprattutto una strada commerciale che collegando Cina e Occidente permise lo scambio di merci e di conoscenze tra due grandi civiltà, quella cinese e quella romana. È qui che punta la nostra introduzione, qui il suo punto di arrivo; qui il nostro punto di partenza perché è qui che riposa Zhang Qian, il diplomatico della corte dell’imperatore Wu, inviato speciale in missione nelle regioni occidentali che ha dato il suo straordinario contributo all’apertura e sviluppo dei rapporti tra la Cina antica e le regioni occidentali limitrofe; Zhang Qian può essere debitamente considerato il pioniere, il padre della Via della Seta. Il giornalista nipponico Kiyota Higa ha scritto a proposito del personaggio sulle pagine dello Yomiuri Shimbun: conosciuto ai cinesi come un esploratore al pari di Colombo, Zhang Qian aprì la Via della Seta – la maggior via che connetteva l’oriente all’occidente dell’Asia durante il tempo della Dinastia Han nell’antica Cina. La determinazione che gli permise di attraversare il deserto e superare numerose difficoltà è stata sviluppata in Hanzhong, provincia di Shaanxi, località strategica di importanza militare sin dall’antichità.4 Per gli storici cinesi i rapporti diplomatici, economici e commerciali con i popoli e i Paesi che si estendevano ad ovest dei confini dell’antica Cina cominciarono nei II secolo a.C.; gli esploratori cinesi, dunque,...
La precisazione storica che dobbiamo assolutamente ribadire prima ancora di addentrarci in ulteriori disquisizioni, è che in Tibet non c’è stata nessuna invasione cinese. Il termine “invasione” è assolutamente improprio, in quanto non si è trattato di un’invasione, perché si parla di invasione quando uno Stato sovrano ne invade un altro. Il Tibet, nel 1949, non era uno Stato a sé, ma era già parte della Cina continuativamente da almeno il 1720, per quanto i legami tra cinesi e tibetani affondassero le loro radici agli albori del V secolo d.c. Quindi, se proprio si vuole dare una definizione all’avvenimento, dobbiamo casomai affermare che si sia trattato di un cambio di Governo e di amministrazione locale. Infatti, l’ingresso in Tibet e nella capitale Lhasa delle truppe di Mao Zedong fu assolutamente pacifico, datosi che non c’era – perché non poteva esserci almeno nelle masse di contadini poveri – alcuna ragione politica per la quale i tibetani avrebbero dovuto ribellarsi all’esercito della nazione alla quale già appartenevano. Il conflitto di cui si parla sempre, infatti, fu la conseguenza di un’insurrezione che potremmo definire “privata e limitata” avvenuta nel 1959, cioè dieci anni dopo. Per spiegare meglio, partiamo dunque da un dato che non ha bisogno di interpretazioni, né di dimostrazione alcuna, giacché è semplicemente storia: la regione dello XiZang Zizhi Qu (meglio conosciuta in occidente come Tibet) è sempre stata cinese, mongola o manciù, salvo due periodi assolutamente fugaci e assolutamente insignificanti dal punto di vista storico (1682-1720 e 1914-1949), anche se potremmo addirittura escludere il periodo 1914-1949. Durante quei trentacinque anni, infatti, il Tibet è stato comunque parte della Cina Repubblicana del Kuomintang (dal 1911 al 1949). Quello che accadde, in verità, è che il Tibet, essendo stato, in quel periodo, una regione cinese a statuto speciale, godette di un’indipendenza meramente di fatto, nel senso che le autorità cinesi nazionaliste non interferirono nella gestione del paese, tollerando che l’esercizio del potere fosse nelle mani del clero lamaista e della nobiltà latifondista anche se, politicamente, il Tibet era, in tutto e per tutto, una provincia cinese. Questa non è un’opinione, ma una certezza storica, confortata dalle cartine geografiche dell’epoca e dagli stessi Stati Uniti che riconoscevano il Tibet come parte del territorio cinese. Nel 1949, infatti, il Dipartimento di Stato americano pubblicò un libro sulle relazioni USA-Cina con una mappa che mostrava tutta la Cina, Tibet compreso.1 Non solo. Durante il periodo della seconda guerra mondiale, era il governo della Repubblica di Cina a Nanjing a rilasciare i permessi di sorvolo del Tibet agli aerei alleati. Notoriamente, il permesso al sorvolo di un territorio lo rilascia l’autorità alla quale quel territorio appartiene. Ad ulteriore riprova di questa asserzione, oltre alle già menzionate mappe, c’è la stessa Costituzione della Repubblica di Cina. Nel documento, il Tibet viene citato cinque volte e, più precisamente, agli artt. 26, 64, 91 (due volte) e 120, come provincia parte integrante del territorio cinese. Quindi, benché il Tibet fosse assolutamente parte della Cina, sino al 1949 vi...