articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/39749/la-cina-nella-finanza-globale-ii parte prima: https://www.cese-m.eu/cesem/2016/03/la-cina-nella-finanza-globale/ GLI ERRORI DELLA FED – Con l’eccezione di Lehman Brothers, la Federal Reserve e il governo degli Stati Uniti hanno favorito Wall Street rispetto all’interesse generale. Hanno salvato tutte le maggiori istituzioni finanziarie quando erano in bancarotta, permettendogli peraltro di divenire ancor più pericolose da un punto di vista sistemico. Sotto la supervisione della Federal Reserve e le nuove regole del Dodd-Frank Act, l’attività speculativa è infatti cresciuta di sei volte dalla crisi del 2008. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS), i commerci di strumenti derivati, che superavano i 100 trilioni di dollari nel 2005, hanno superato i 661 trilioni di dollari nel 2014. Allo stesso tempo, il capitale minimo di riserva richiesto a queste istituzioni finanziarie è rimasto piuttosto basso, al 3%. Anche se maggiore del 1%, che era il livello pre-crisi, il margine per l’errore rimane quasi nullo quando il debito costituisce il 97% della struttura del capitale. Ancor peggio, la Federal Reserve ha approvvigionato le banche con denaro a interessi zero e senza particolari vincoli e/o indicazioni sull’utilizzo dello stesso. Invece di richiedere alle istituzioni bancarie di prestare alle piccole e medie imprese almeno il 50% dei fondi ottenuti dalla Federal Reserve, è stato concesso di continuare a prendere quanto più denaro possibile per speculare sui mercati finanziari al fine di comprare azioni, obbligazioni e derivati ed avere un ritorno veloce sugli investimenti. Nel 2007, i prestiti alle piccole e medie imprese negli Stati Uniti ammontavano a 19,18 miliardi di dollari, un valore che nel 2013 si è ridotto a soli 5,37 miliardi di dollari. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, il tasso di nascita/morte delle imprese è passato ad essere negativo, il che ha significato che sono state più le imprese che hanno chiuso di quelle che hanno iniziato ad operare. IL DECLINO DEL PETROLIO – Internazionalmente, gli effetti sono stati ancor peggiori. Quando è iniziata la crisi dell’Euro, tutti gli speculatori, prevalentemente di grandi banche e hedge funds, si misero d’accordo per svendere l’Euro nel tentativo di farlo fallire. Mentre questo obiettivo non è stato raggiunto, il costo umano e socioeconomico delle politiche intraprese dai politici dell’EU per respingere gli speculatori (austerity, salvataggi multipli, quantitative easing e altre misure estreme) è stato altissimo. Inoltre, gli speculatori hanno provocato caos anche in altri Paesi, specialmente nei mercati emergenti dove i prezzi delle materie prime sono saliti alle stelle per poi crollare. Per esempio, il rapido declino dei prezzi del petrolio è arrivato subito dopo la crisi ucraina (febbraio 2014). Mentre i media attribuivano le ragioni del drammatico calo del prezzo del petrolio all’abbondanza di shale gas e al rallentamento della crescita economica della Cina, essi non hanno saputo spiegare una possibile coincidenza della caduta dei prezzi con la crisi ucraina, dato che le notizie sullo shale gas erano uscite mesi prima e il consumo del petrolio da parte della Cina stava in realtà crescendo. Parte della spiegazione di quanto accaduto è venuta da Aaron Brown, che lavorava...
repubblica popolare cinese
articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/39431/la-cina-nella-finanza-globale Comprendere la Cina – Con questo articolo si apre una serie di interventi finalizzati ad analizzare il nuovo ruolo della Cina nella finanza globale. Cominciamo parlando del ruolo dello yuan/renminbi, moneta sempre più importante nelle transazioni globali. LO YUAN/RENMINBI, NUOVA MONETA INTERNAZIONALE? – Nel 2016 il dollaro statunitense rimane la moneta di riserva dominante a livello mondiale, alla guida della finanza globale; tuttavia, con l’introduzione dell’Euro a partire dal 2001 e, più recentemente, l’ascesa dello yuan cinese al rango di moneta di riserva internazionale, il dollaro ha cominciato a perdere quote di mercato. Alcuni esperti hanno pronosticato che in tempi non troppo lunghi lo yuan rimpiazzerà il dollaro come principale moneta di riserva mondiale. E’ allora lecito chiedersi quali condizioni debbano realizzarsi perché ciò avvenga e che impatto potrebbe avere sulla configurazione del potere politico ed economico. Prima di provare a rispondere a queste domande, spieghiamo brevemente cosa è successo, in modo da poter prevedere con maggiore accuratezza i possibili sviluppi. LE RAGIONI CINESI PER INTERNAZIONALIZZARE LO YUAN – A seguito della crisi europea, pochi anni dopo la crisi finanziaria statunitense del 2008, l’Euro ha cominciato a perdere la sua iniziale forza attrattiva. In una situazione caratterizzata da crescita stagnante e salvataggi pubblici, l’opinione pubblica ha cominciato a considerare seriamente la possibilità del disfacimento dell’Euro. I cinesi, possessori di grandi quantità di debito denominato in dollari ed euro, sono divenuti sempre più preoccupati di possedere valute potenzialmente fragili, soprattutto a causa della natura delle politiche a supporto dell’Euro, nonché dell’incompetenza percepita e i conflitti di interessi che pervadono le politiche monetarie degli Stati Uniti. Con più di 3 trilioni di riserve, la Cina soffrirebbe un’enorme perdita finanziaria se l’Euro si dissolvesse e/o se la Federal Reserve decidesse di dichiarare il fallimento su tutti i suoi debiti pendenti. Negli anni della crisi entrambi gli scenari sembravano spaventosamente reali. In risposta a ciò e per salvaguardarsi, i politici cinesi hanno deciso di fare un ulteriore sforzo per aumentare l’uso dello yuan tra i maggiori partner commerciali al livello internazionale. In termini logici, questi sforzi erano più che ragionevoli. In primo luogo la Cina è la prima potenza commerciale al mondo, ma poiché non aveva, almeno fino a poco tempo fa, una moneta di riserva, era costretta a condurre il suo commercio usando il dollaro statunitense o l’Euro, anche se gli Stati Uniti o un membro dell’Euro non erano parte dello scambio. Tale situazione creava costi elevati. Per esempio: quando la Cina comprava petrolio dalla Russia e vendeva manufatti, le transazioni erano prezzate in dollari statunitensi. Sia la Cina che la Russia dovevano pagare commissioni per la transazione in valuta estera al fine di convertire yuan in dollari e poi in rubli e viceversa. Poiché la Cina pagava queste commissioni a soggetti terzi, tali commissioni crescevano in maniera consistente. Sarebbe stato molto più sensato se la Cina avesse potuto convincere i suoi partner commerciali ad usare lo yuan cinese, cosa che sta puntualmente avvenendo, per ridurre i costi delle transazioni...
Articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/39079/le-isole-contese-tra-cina-e-giappone-ii Seconda parte della nostra analisi sulle isole Senkaku-Diaoyu. Una questione controversa, che fa da cartina di tornasole allo status delle relazioni bilaterali tra Cina e Giappone, ancora complesse. Parte Prima IL RAPPORTO CON GLI USA – Il confronto arrivato al primo livello USA-Cina innesca un periodo di sostanziale riduzione di atti dimostrativi che si limitano agli sconfinamenti di pescherecci cinesi, più o meno involontari o sollecitati da Pechino. Il 5 febbraio 2014 una nave militare cinese usa il radar di puntamento dell’armamento verso un cacciatorpediniere giapponese che comunque era in vista ravvicinata. Lo sviluppo dei sistemi di puntamento elettronico di missili e armi sofisticate in genere è diventato uno strumento sistematico di provocazione dimostrativa; basti pensare che già in Iraq, negli anni ’90, dopo la sconfitta del 1991, le batterie contraeree di Saddam Hussein “puntavano” i caccia statunitensi e inglesi come gesto dimostrativo pur sapendo che per questo sarebbero stati bombardati senza poter rispondere con le armi. Comunque il 9 novembre 2014, al summit dell’APEC, il primo ministro giapponese Shinzo Abe e il presidente cinese Xi Jinping si stringevano la mano sotto i flash dei media mondiali. Questo però non ha contribuito a nuovi sviluppi sulla questione perché le rispettive rivendicazioni di sovranità non vengono modificate e il procedere della politica più assertiva di Abe nel senso dell’orgoglio nazionale e di un maggiore attivismo internazionale anche militare non favoriscono certo l’allentamento della tensione. Il Giappone rinnova e firma il trattato di reciproca difesa con gli USA (azione al primo livello) e fa approvare dal parlamento dei criteri di interpretazione del superpacifista articolo 9 della Costituzione per consentire al Giappone di inviare truppe all’estero secondo un concetto “difensivo” più attivo e proiettato all’estero (azione di secondo livello). GLI ULTIMI SCONTRI – Gli “scontri” tra pescherecci cinesi e motovedette giapponesi vengono risolti a colpi di cannoni d’acqua che i giapponesi hanno da tempo imparato ad usare per “difendersi” dai gommoni di Greenpeace che cercano di impedire la caccia alle balene. Per le Diaoyu/Senkaku il confronto segue percorsi ed eventi non lineari e talvolta di difficile interpretazione per osservatori occidentali. In ogni caso la continuità dell’azione cinese di spostare sempre più verso i “mari lontani” l’area di “difesa” strategica sembra essere la chiave interpretativa del recente atto dimostrativo (26 dicembre 2015) per cui tre navi militari cinesi (per la prima volta) si avvicinano alle Diaoyu/Senkaku (a 29 km e per 70 minuti, da fonte giapponese). La distanza “dell’intrusione” può essere significativa: 29 km significa al di fuori delle acque territoriali (12 miglia marine), ma dentro le acque della cosiddetta Zona contigua (altre 12 miglia) nelle cui acque (12 + 12) la Cina può appellarsi al cosiddetto “passaggio inoffensivo”; definito come l’attraversamento di aree marine in modo continuo e spedito che non pregiudichi la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato costiero. La pesca, lo scarico di rifiuti, le attività armate e lo spionaggio non sono considerate azioni inoffensive; sottomarini e sommergibili devono inoltre navigare in emersione mostrando la...
Articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/38555/le-isole-contese-tra-cina-e-giappone (pubblichiamo su gentile concessione dell’autore) La questione delle isole contese tra Pechino e Tokyo è annosa e complessa. In questo articolo in due puntate, spieghiamo con chiarezza e completezza che cosa c’è veramente sotto. IN COSA CONSISTE LA QUESTIONE – Ma … rischiare la guerra per qualche isola disabitata? C’è senz’altro qualcosa “sotto”. E su questo sotto (ma anche sul “sopra”) le ipotesi o le certezze dei commenti giornalistici si sono sbizzarriti. Stiamo parlando del confronto tra Cina e Giappone per la cosiddetta sovranità sulle isole Diaoyu (in cinese) o Senkaku (in giapponese), ma con implicazioni anche sulla contesa per le isole Paracel (Xisha in cinese) e Spratly (Nansha in cinese) nel Mar Cinese Meridionale, come lo definiscono i nostri atlanti in italiano, con grande soddisfazione dei cinesi che ne rivendicano la totale sovranità. Ma parliamo di isole o atolli o reef (scogliera corallina)? Le Diaoyu/Senkaku sono isole, non grandi e ora disabitate, circa 7kmq. Le Paracel (Paracelso le chiamiamo in italiano) sono un misto di isole e atolli (5,9kmq), le Spratly, sono prevalentemente atolli, reef e banchi, e meno isole (5kmq). La definizione è significativa perché la rivendicazione di sovranità su qualche cosa che emerge dal mare può essere fatta solo se la “terra” emersa è stabilmente o prevalentemente sopra le acque al livello massimo dell’alta marea. Le Paracel, rivendicate anche da Vietnam e Taiwan, sono state occupate dalla Cina (ancora nel periodo maoista) nel 1974, quando la guerra USA-Vietnam non era ancora finita e il Vietnam era ancora diviso in due. Vista la scarsa sopraelevazione la Cina ha provveduto negli anni a interrare parti di alcuni atolli per approntare attracchi portuali e piste di atterraggio lunghe (più di 2,8km), utili per aerei a largo raggio in grado di raggiungere Filippine e isole Spratly. La stessa procedura è stata messa in pratica anche per alcuni degli atolli di quest’ultimo arcipelago in tempi più recenti. Le Spratly sono molto a sud rispetto alla grande isola di Hainan, massa di terra consistente cinese più vicina, e infatti sono rivendicate come sovranità da tutti i Paesi le cui coste sono fisicamente più vicine: Vietnam, Malaysia, Filippine, Taiwan, inizialmente anche il Brunei, poi chiamatosi fuori. C’è una spartizione de facto che vede Filippine e Vietnam con il possesso di più isole rispetto agli altri concorrenti che hanno meno isole o solo atolli (come la Cina) o prevalentemente “banchi”. CHI HA RAGIONE? – L’elemento fisico (dimensioni della terra emersa e sua consistenza, vicinanza alle coste), la permanenza stabile di residenti, le rivendicazioni storiche (in genere basate su carte, documenti ed eventi del passato) sono le argomentazioni riconosciute a livello internazionale per la rivendicazione di sovranità. Riprese dalla Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS) del 1982 firmata a Montego Bay, Giamaica. Per inciso gli USA non l’hanno firmata. Ma nonostante i tentativi di definire precisamente i criteri per l’attribuzione/rivendicazione di sovranità (che ci sono nella convenzione), la pratica internazionale è largamente basata sulla legge del più forte e delle più...
Articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/37948/gli-usa-il-pivot-anticinese-e-i-pericoli-di-guerra La Cina rappresenta davvero una minaccia a livello geopolitico per gli Stati Uniti e i Paesi ad essa confinanti nella regione del Pacifico? Vi presentiamo un estratto del Prof. Domenico Losurdo che analizza alcune questioni relative alla cosiddetta “minaccia cinese” IL PIVOT ASIATICO – Il “pivot” viene spesso presentato in Occidente come una risposta alla “minaccia“proveniente da Pechino. Non c’è dubbio che con l’ascesa o, più esattamente, col ritorno della Cina, dopo la fine del “secolo delle umiliazioni“, e con l’avanzare del processo di maturazione della Repubblica popolare, il quadro internazionale sta cambiando in modo radicale. Nel marzo 1949 il generale statunitense MacArthur poteva constatare compiaciuto: «Ora il Pacifico è diventato un lago Anglo-Sassone» (in Kissinger 2011, p. 125). Dati i rapporti di forza esistenti, gli USA potevano sperare di bloccare con il loro intervento l’ascesa al potere del partito comunista e di Mao Zedong; la speranza andava rapidamente delusa e a Washington, tra polemiche furibonde, si scatenava la caccia al responsabile della “perdita” del grande Paese asiatico. Il Pacifico non era più in senso stretto “un lago Anglo-Sassone” ma, come sappiamo, ancora alla fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti violavano indisturbati lo spazio aereo e marittimo cinese. Erano gli anni in cui la superpotenza ormai solitaria cercava di consolidare e rendere permanente e incolmabile la sua già netta superiorità militare mediante la Revolution in Military Affairs. Questa conosceva il suo trionfale battesimo del fuoco nel corso della prima guerra del Golfo: pur armato in misura non trascurabile, l’Irak di Saddam Hussein subiva una disfatta rapida e irreparabile. Suonava un campanello d’allarme soprattutto per i paesi che da poco si erano scossi di dosso il giogo coloniale. A Pechino, nel giugno 1991 Jiang Zemin (2010, pp. 134, 136 e 591) esprimeva la sua preoccupazione: «Se anche una guerra mondiale non è imminente, il mondo è ben lungi dall’essere pacifico»; «particolarmente preoccupante è la Guerra del golfo». «Il ruolo della tecnologia militare è diventato una questione importante»: per quanto riguarda la Cina, in certi settori dell’apparato militare «il gap si sta aggravando». È un concetto precisato e ribadito cinque anni dopo: «L’applicazione su larga scala di tecnologie nuove e sofisticate sta cambiando il mondo in profondità sul piano non solo sociale ed economico ma anche militare e sta introducendo mutamenti rivoluzionari nella sfera militare». Il mancato appuntamento con la prima rivoluzione industriale e tecnologica aveva segnato l’inizio del «secolo delle umiliazioni»; il mancato appuntamento con la rivoluzione industriale tecnologica e militare in corso avrebbe comportato il ripetersi della tragedia forse su scala più larga. In questo quadro vanno inseriti gli sforzi in questi ultimi anni dispiegati dalla Cina per ridurre il suo ritardo sul piano militare. MINACCIA CINESE? – Argomento di fantapolitica anche nel passato più recente, la «minaccia cinese» ha assunto improvvisa realtà e concretezza ai giorni nostri? Diamo la parola a uno studioso statunitense di origine cinese, autore di un libro pubblicato da un’istituzione in qualche modo ufficiale del Paese-guida dell’Occidente (Strategic Studies Institute, U....
Martedì 1 dicembre 2015, dalle ore 11.00 alle ore 12, presso la Sala Nassirya del Senato della Repubblica, Piazza Madama 11, Roma, il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo è intervenuto con Stefano Vernole e Marco Costa all’iniziativa promossa e organizzata dall’Associazione Parlamentare di amicizia Italia – Cina. Di seguito le foto dell’evento
“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”, progetto di ricerca del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo l’introduzione di Lorenzo Salimbeni, Presidente del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo, al volume, fresco di stampa, curato del CeSE-M Alla scoperta del Tibet. Storia, paesaggi e prospettive (Anteo Edizioni, Cavriago 2015), contenente contributi di Marco Costa, Andrea Turi e Stefano Vernole. Un’impervia regione di montagna che a distanza di mezzo secolo continua a godere dei benefici di una riforma agraria capace di sradicare i privilegi di una teocrazia che aveva fra l’altro perso gran parte della propria spiritualità e si era impastoiata nei meandri secolari. Un tessuto produttivo che in cinquant’anni ha incrementato il proprio PIL di 300 volte e beneficia di consistenti sovvenzioni e investimenti da parte del governo centrale, il quale ha investito in una robusta infrastrutturazione innervata su autostrade e tratte ferroviarie ad alta velocità. Una regione autonoma che, in virtù delle proprie specificità culturali ed etniche, gode del bilinguismo, ma anche dell’istruzione gratuita e di un servizio sanitario capillare. Il suo capoluogo primeggia da tempo nelle graduatorie nazionali riguardanti la qualità della vita, con particolare riferimento agli indici di sicurezza e di funzionalità dei servizi pubblici urbani. Tutto questo caratterizza la Regione autonoma cinese dello Xizang (nome che significa “dimora del tesoro occidentale”), la quale potrebbe pertanto ben esemplificare l’ennesimo miracolo economico che la Repubblica Popolare Cinese ha compiuto in questi ultimi decenni. Il nome di per sé tuttavia dice poco, né aiuta il lettore occidentale medio sapere che tale area racchiude alcune di quelle prefetture dell’ovest della Cina che finora sono rimaste al di fuori dell’ancor più vorticoso sviluppo che ha interessato la fascia costiera e le metropoli immediatamente adiacenti. Se, invece, si usa il nome tradizionale “Tibet”, la percezione cambia completamente ed entra in gioco quella costruzione retorica e propagandistica che i media mainstream congiuntamente ai think-tank statunitensi hanno intessuto attorno alla figura di Tenzin Gyatso, meglio noto come “il Dalai Lama”, Premio Nobel per la Pace 1989. Riconoscimento invero singolare per colui il quale trent’anni prima aveva scatenato una cruenta rivolta armata e negli anni seguenti, sostenuto dalla CIA e dall’India, contrapposta a Pechino da vertenze confinarie attinenti in parte proprio il Tibet, aveva fomentato richieste d’indipendenza inducendo alcuni suoi seguaci a gesti eclatanti come ad esempio immolarsi dandosi fuoco, compiendo così un gesto contrario all’etica buddhista tibetana. Ricordato come tale leader politico appaia discutibile anche nei panni di guru spirituale, in quanto avversato dai tibetani afferenti alla scuola buddhista Shugdenpa, per meglio delineare questo controverso personaggio rimandiamo tuttavia all’opera di Maxime Vivas “Dietro il sorriso. Il lato nascosto del Dalai Lama”, recentemente tradotto da Anteo Edizioni. La presente opera collettanea si pone, invece, in continuità con un’altra pubblicazione della dinamica casa editrice di Cavriago, vale a dire “Tibet, crocevia tra passato e futuro. Storia, sviluppo e potenzialità della regione autonoma cinese” di Marco Costa. Quest’ultimo fa parte, assieme a Stefano Vernole e Andrea Turi, del gruppo di lavoro del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo...
Il testo completo del discorso del vice premier cinese Zhang Gaoli al China-ASEAN Expo, Business and Investment Summit. NANNING, 19 settembre (Xinhua) – Di seguito il testo completo del discorso del vice premier cinese Zhang Gaoli pronunciato venerdì al dodicesimo Summit China-ASEAN Expo and China-ASEAN Business and Investment nella città cinese sud-occidentale di Nanning, tradotto da Xinhua. Unire le forze per costruire una più stretta Comunità tra la Cina e l’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) di destini condivisi, caratterizzata dalla pace e dalla cooperazione, di apertura e integrazione, di beneficio reciproco, e di relazioni win-win Discorso di Zhang Gaoli, vice premier del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, alla cerimonia di apertura del dodicesimo China-ASEAN Expo and China-ASEAN Business and Investment Summit Nanning, Guangxi, 18 settembre 2015 Distinti ospiti, signore e signori, amici, Sono lietissimo di unirmi a voi nell’autunno dorato di Nanning, la bella città verde della Cina, per il dodicesimo China-ASEAN Expo and China-ASEAN Business and Investment Summit. Prima di tutto permettetemi di estendere, in nome del Presidente Xi Jinping, del premier Li Keqiang e del governo e del popolo cinese, il nostro caloroso benvenuto a tutti i distinti ospiti e le nostre congratulazioni per l’apertura del dodicesimo Expo e del Summit. La Cina e l’ASEAN sono amichevoli vicini collegati dalla terra e dal mare e sono partner naturali di cooperazione. Più di 2000 anni fa i nostri antenati crearono l’antica Via della Seta marittima, che è diventata una rotta di scambi pacifici, così come di scambi economici, commerciali e culturali tra le popolazioni della Cina e quelle dei Paesi del Sud-est asiatico. Nella lunga storia dopo di ciò, numerosi ministri, mercanti, eruditi e artigiani dalla Cina e dalle nazioni dell’ASEAN hanno navigato lungo la rotta e hanno promosso la civilizzazione umana. Oggi, con l’intensificarsi della multi-polarizzazione, della globalizzazione economica, della diversità culturale e dell’informatizzazione sociale nel mondo, la Cina e l’ASEAN dovrebbero afferrare le tendenze dei tempi, confermare i principi di assistenza reciproca e di benefici reciproci per favorire ulteriormente la nostra cooperazione amichevole, per diventare la principale forza nel mantenimento della pace e della stabilità e per promuovere lo sviluppo regionale e la prosperità. La nostra fiducia reciproca è cresciuta. Il Presidente Xi Jinping ha proposto di costruire la Via della Seta marittima del ventunesimo secolo e una più stretta Comunità tra la Cina e i Paesi dell’ASEAN di destini condivisi tramite i rispettivi sforzi congiunti. La sua proposta ha ricevuto un’ampia approvazione e un ampio supporto dalle nazioni dell’ASEAN perché si tratta di una grande causa che stimolerà la cooperazione economica regionale e porterà benefici a tutte le popolazioni del mondo. Il premier Li Keqiang ha avanzato una “programma di cooperazione 2+7”. Con gli sforzi congiunti da entrambe le parti, l’iniziativa della “Cintura economica e della Via della Seta” è connessa con la costruzione di una comunità dell’ASEAN e con le strategie di sviluppo dei Paesi dell’ASEAN. La nostra integrazione economica è stata intensificata. La Cina è il più grande partner...
Il giorno 29 settembre 2015 si sono tenutai a Roma, presso l’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese i festeggiamenti per la Festa Nazionale. Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo era presente con Marco Costa, uno dei responsabili, che ha incontrato l’Ambasciatore cinese in Italia Li Ruiyi.
Dall’8 al 17 settembre si è svolta la seconda edizione del meeting internazionale China-Us-Europe Young Leaders Exchange Program, al quale ha partecipato Marco Costa in qualità di responsabile area euroasiatica del CESEM, nonché di redattore della rivista Scenari Internazionali. L’organizzazione promotrice dell’evento, la Chinese Association for International Understanding, è un’associazione fondata nel 1981 con sede a Pechino, composta da esponenti del Partito Comunista Cinese, da organizzazioni non governative a sfondo sociale, da rappresentanti delle differenti comunità etniche e religiose e da esponenti del mondo accademico, con lo scopo di promuovere a livello internazionale una conoscenza approfondita del modello socio-economico della Repubblica Popolare Cinese. L’intenso programma di incontri, visite e conferenze si è svolto nella capitale Pechino e nella città di Xining, capoluogo della regione interna dello Qinghai. Il gruppo di studio vede tra gli invitati stranieri diversi esponenti del mondo politico dalle diverse appartenenze ideologiche, ma che soddisfano il requisito dell’età – nessuno aveva infatti oltre i 40 anni – e della particolare competenza rispetto al tema delle relazioni internazionali del sistema politico ed economico cinese attuale. Hanno partecipato Daniel Fost, Segretario del Partito Liberaldemocratico di Baviera (Germania), Holger Man, Deputato del Parlamento federale della Sassonia del Partito Socialdemocratico (Germania), Erik Stohn, Deputato del Parlamento federale del Brandeburgo del Partito Socialdemocratico (Germania), Alastair Crooks, coordinatore del gruppo parlamentare conservatore a Westminster, (Regno Unito), Benjamin Kieckhefer, Senatore nel Nevada del Partito Repubblicano (Stati Uniti), Charles Schneider, Senatore nell’Iowa del Partito Repubblicano (Stati Uniti). Da parte cinese, presenti Zhai Kun, Professore della Scuola di Studi Internazionali presso l’Università di Pechino, Mr. Lacan, Segretario del Comitato per gli Affari Religiosi, Guo Wei, Vicesindaco della città di Kaiyang del Guizhou e Professore di economia presso la scuola del Comitato Centrale del PCC, e Yang Xu, editore e componente della redazione del People’s Daily (organo ufficiale del PCC). Le prime giornate sono state dedicate ai seminari, impostati secondo le modalità del workshop in cui dopo una prima parte di relazione dei singoli delegati vi era un dibattito sulle questioni in discussione. In particolare, i titoli dei seminari erano i seguenti: China’s Latest Development and Challenges, The “Belt and Road” Initiative: Opportunities and Challenges, Reform, Governance and Cooperation, Reform: Powered by Cooperation and Led by Innovation, Rule of Law and Modern Governance. Sempre nella capitale Pechino, si è avuta l’occasione di visitare siti di straordinario interesse dal punto di vista istituzionale ed economico. Anzitutto la Zhongguancun Innovvation Way, ribattezzata la Silicon Valley cinese, in cui vengono sviluppati progetti d’impresa all’avanguardia prevalentemente nel settore informatico. In questo polo di ricerca ed innovazione, sostenuto dalle autorità locali, dall’Accademia della Scienza ed in collaborazione con l’Università di Pechino, ai giovani è offerta la possibilità di avviare delle start-up per quelle che saranno le imprese del futuro, o di sviluppare progetti e brevetti di interesse per le imprese del settore tecnologico e informatico. Sempre a proposito del mondo giovanile cinese, è stata offerta l’opportunità di visitare lo Youth Center del quartiere Chaowai; queste strutture, analogamente ad altre centinaia nella...