FOCUS RUSSIA articolo tratto da “Eurasia”, 2/2014, pp. 101-106. Per comprendere correttamente la propaganda omosessuale esercitata dall’America e dai suoi alleati contro la Russia, è necessaria una premessa che permetta d’inquadrare la questione nel più vasto contesto di quelli che vengono definiti i “valori occidentali”. Tra questi si contano senz’altro quelli della “libertà” e della “tolleranza”. Bisogna però intendersi bene su cosa s’intende con queste parole. Per l’occidentale medio moderno – ovvero colui che è il portato di almeno due secoli e mezzo di speculazione filosofica illuminista e laicista, delle “rivoluzioni” politica, industriale e tecnologica, oltre che di due guerre mondiali che ne hanno minato le preesistenti “certezze” – concetti come “libertà” e “tolleranza” trovano il loro fondamento nell’idea che ciascuno disponga di un inalienabile “diritto di scelta”. Un “diritto” che si esplica dall’acquisto di un prodotto all’abbigliamento preferito, dalla preferenza per il luogo in cui vivere a quella per una religione o un’altra, fino alla libertà di scelta del genere sessuale. Di pari passo, l’occidentale soddisfatto di essere “moderno” considera il “relativismo” quale la pietra angolare di ogni relazione sociale e culturale. Ogni “assoluto” è apertamente considerato un retaggio di una mentalità “barbara e retrograda”. Il “relativismo”, a sua volta, si sposa con l’individualismo e l’utilitarismo: l’essere umano, che si concepisce come mero “individuo” in grado di prescindere da ogni dimensione nazionale e comunitaria, opta per ciò che più gli fa comodo in un certo momento. Siccome tutti sono incoraggiati (dai “media” e dagli “intellettuali”) a pensare e a comportarsi in questo modo, ecco che l’Occidente postula un mondo senza più “confini”, fisici o mentali che siano. La nozione stessa di “limite” dà tremendamente fastidio. L’uomo moderno si considera di conseguenza come il più “aperto” tra tutti i suoi simili che lo hanno preceduto o che ancora si “attardano” su visioni del mondo “del passato”. Ma sebbene tutto ciò sembri preludere ad una radiosa “nuova era” dell’umanità, di cui l’Occidente coi suoi “valori” sarebbe l’avanguardia, c’è da considerare il fatto che vi è un Grande Assente. Il Grande Assente è Dio. Bisogna tuttavia intendersi. Anche nell’Occidente propriamente detto esistono uomini per i quali Dio ha un posto nella loro vita. Ma il più delle volte “l’idea di Dio” che si fanno è quanto mai distante da quella che tradizionalmente si sono fatti tutti i popoli e le civiltà precedenti. Il ‘dio occidentale’ – ovvero la maniera in cui i moderni s’immaginano il Principio, l’Origine di tutte le cose – è una proiezione delle loro predilezioni e dei loro desideri più o meno frustrati ed inconfessati. Un “dio” siffatto è l’anticamera del “mondo senza Dio”, poiché per tutte le tradizioni religiose che ci hanno preceduto Dio “ha parlato”, indicando chiaramente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per le Sue creature. Destinate alla beatitudine o alla dannazione. Per il “pensiero moderno”, detto “laico”, ciò è inconcepibile. Per esso è l’uomo a dover decidere, in prima persona, quel che è “bene” e quel che è “male” per lui....
Mese: Febbraio 2016
Riceviamo e pubblichiamo. Il giorno 7 marzo 2016, presso la Facoltà di Scienze politiche, economiche e sociali dell’Università degli Studi di Milano, in Via Conservatorio 7, nella Sala Lauree, si terrà la conferenza internazionale dal titolo THE EUROPEAN UNION AND THE EURASIAN ECONOMIC UNION: MOVING TOWARDS COOPERATION. Di seguito, il programma della giornata. locandina-conference-di-gregorio-7-marzo
FOCUS RUSSIA Con l’annessione del Kirghizistan nell’Unione Economica Eurasiatica (UEE), il processo di integrazione economica varato da Putin si accresce, benchè il quadro non sia completato dall’Ucraina che stava per aderire sotto la spinta di Yanukovich. I moti interni hanno poi condotto il paese verso scelte diverse dettate dal nuovo governo filoccidentale. L’UEE occupa il 14% della superficie mondiale, ed oltre alla Russia ed al Kirghizistan ne fanno parte Bielorussia, Armenia ed il Kazakhstan. Il futuro dell’Unione eurasiatica dipende molto proprio da quest’ultima con un interessante programma economico che si svilupperà sino al 2020. Il Governo di Nazarbayev ha accresciuto il suo ruolo nel settore finanziario congelando le privatizzazioni di alcune aziende nazionali ed ha rafforzato la tendenza a favorire beni, servizi e personale locale. L’ingresso di capitale straniero è limitato ad investimenti su joint ventures per implementare la produzione esclusivamente nella “terra dei Kazakhi”. Il progetto è stato battezzato “Sentiero Luminoso – La via del futuro” e principalmente rimane la risposta alle sanzioni occidentali, una sorta di effetto moltiplicatore che possa coinvolgere tutti i sistemi produttivi del Kazakhstan, dalle PMI, al settore bancario sino alle infrastrutture. La facilità di scambiare merci e servizi passa attraverso un efficiente sistema di collegamento, pertanto uno degli obiettivi di Nazarbayev è la realizzazione di una rete stradale centrata su Astana, che vale 200.000 posti di lavoro e l’assurgere della Capitale ad Hub logistico per il transito delle merci dall’interporto di Khorgos, al confine con la Cina, verso il porto di Aktau sul Mar Caspio. I fondi stanziati fino al 2020 sono pari a 24 miliardi di dollari, di cui 9 provenienti dal Fondo Nazionale, altrettanti verranno erogati dalla Banca Mondiale, dalla Banca di Sviluppo Islamica, dalla Banca di Sviluppo Asiatica ed i restanti 6 allocati dallo Stato. Per il 2015, i 3 miliardi già stanziati copriranno i lavori del nuovo terminal per l’aeroporto di Astana, per l’interporto di Khorgos, infrastrutture industriali, turistiche ed energetiche, ma anche per l’ExpoAstana 2017. Infatti per l’Esposizione Mondiale successiva a Milano è stato scelto proprio il Kazakhstan, un successo che dimostra l’attenzione globale verso il paese dell’ex Unione Sovietica. Proprio la Federazione Russa è il partner di punta, ma la Cina sta assumendo un ruolo decisivo nel sistema kazako, questo perché la politica estera del Kazakhstan è seconda solo all’economia stessa. Infatti la governance si fonda su tre interessi nazionali: la difesa, la sovranità e l’integrità territoriale. Senza un sistema economico efficace ed efficiente, queste priorità verrebbero meno. Dopo la caduta del bipolarismo, le Repubbliche ex sovietiche divennero entità autonome ed indipendenti, e questo ingenerò un marcato interesse da parte delle nazioni europee per poter allargare la loro influenza, ponendole come valida alternativa agli attori usuali nel panorama dei Paesi fornitori di materie prime. L’Italia è uno di questi, e molto probabilmente sarà uno dei maggiori competitori nel controllo degli oleodotti e gasdotti, un fattore rilevante per conseuire una maggiore influenza geopolitica nella regione transcaucasica. L’Italia è il secondo Paese esportatore in Kazakhstan dopo la Germania in...
Labores incorrupte vim an. Id augue populo alienum usu, has harum consectetuer ne, ne clita fuisset dignissim quo. Semper oportere assueverit eum eu. Ex facilisi dignissim vituperata mei, ad noluisse assueverit est. Nam no dico quas delectus.
FOCUS RUSSIA L’analisi del rapporto tra Russia e Organizzazioni internazionali (come la Comunità degli Stati Indipendenti, l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione e l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) e sovrannazionali (l’Unione Eurasiatica) deve essere fatto non dal punto di vista giuridico / formale o semplicemente politico-internazionale ma scendendo invece nel dettaglio geopolitico e strategico. Se ci è concesso un minimo di polemica, notiamo che quando si parla di Unione Europea la discussione di politici ed analisti verte quasi sempre sui trattati, sulle leggi, parole su carta e parole al vento. L’aspetto geopolitico e geoeconomico sono sistematicamente ignorati e messi da parte: è solo superficialità o è reticenza ad ammettere che i rapporti tra Stati e nazioni sono rapporti di potenza e non irenici idilli liberaldemocratici? Le organizzazioni cui partecipa la Federazione Russa: una classificazione geopolitica La Federazione Russa è attualmente membro o osservatore di una serie molto vasta di organizzazioni internazionali multilaterali: dall’ONU al WTO, dall’OSCE all’ASEAN. Non è però in queste organizzazioni che si estrinseca il progetto strategico della Russia di Vladimir Putin. Si tratta di organizzazioni a carattere commerciale e politico-diplomatico nelle quali sono coinvolti paesi non necessariamente confinanti geograficamente o affini politicamente alla Federazione Russa. Vi è un livello di organizzazioni come quella del Trattato di Shanghai (SCO) in cui la Russia sviluppa un dialogo non solo economico e politico ma anche strategico e di sicurezza con paesi vicini geograficamente, amici e affini politicamente nel contrastare disegni egemonici “altri” o addirittura con paesi coinvolti in un’alleanza militare sul piano operativo. Al più alto livello in una sorta di logica dei cerchi concentrici troviamo le organizzazioni nell’ambito delle quali la Russia promuove vere e proprie forme di integrazione economico-politica e non solo di cooperazione ed alleanza: la – se non defunta de facto – assai depotenziata Confederazione degli Stati Indipendenti, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e l’Unione Eurasiatica. La prima avrebbe dovuto essere il tutore della stabilità e della sicurezza nonché il garante della libertà di circolazione e scambio nei paesi ex Sovietici. Formalmente ancora attiva, è in realtà una scatola vuota, abbandonata dai paesi avversi alla Russia (i tre stati baltici. La Georgia e l’Ucraina) e superata proprio dall’Unione Eurasiatica, vero motore dell’integrazione politico-economica tra Russia, Bielorussia (paesi tra i quali vige ancora un’ “Unione Statale” finalizzata, con propri organi istituzionali dedicati, a catalizzare l’integrazione tra i due paesi) nonché Kazakhstan, Kirghizistan, Armenia e a tendere il Tazhikistan. L’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva è un’alleanza militare, di intelligence e di strutture di sicurezza rivolta ai paesi ex-sovietici. Federazione Russa ed Unione Eurasiatica: teoria geopolitica La metafora dei cerchi concentrici è quella che spiega meglio il livello geopolitico della strategia della Federazione. Più l’organizzazione di cui la Russia è membro – e, si badi bene, promotore – ha finalità sovrannazionali e di integrazione politica, più essa tende a coinvolgere Stati confinanti con la Russia, ex membri dell’URSS e accomunati ad essa da un retroterra politico, economico, culturale e militare. Più l’organizzazione include...
FOCUS RUSSIA Grazie al suo intervento militare in Siria a fianco del Governo di Bashar Al Assad e grazie al suo centro di comando a Baghdad che coordina gli sforzi congiunti di Iraq, Iran, Libano ed Egitto, Mosca ottiene il primo successo in una partita geopolitica che si preannuncia lunga e complessa. La Russia assurge nuovamente a potenza mondiale capace di determinare non solo la vittoria sul terreno delle truppe di Damasco ma anche il gioco diplomatico mediorientale coinvolgendo l’opposizione siriana e i curdi nel piano di stabilizzazione strategica della regione. E’ stato anche raggiunto un accordo con i Paesi produttori dell’Opec quali Venezuela, Qatar ed Arabia Saudita per un rialzo del prezzo del petrolio, mentre proseguono le trattative con l’Iran; quest’ultimo è pronto a rimettere sul mercato del greggio buona parte di quei barili bloccati in precedenza dalle sanzioni statunitensi a patto che vengano venduti non più in dollari ma in euro. La Giordania, Paese che fungeva da base per l’addestramento dei vari gruppi islamisti funzionali alla caduta di Bashar al Assad, è stata messa in un angolo dopo la liberazione della città di Shayq Misqin, sul confine meridionale siriano ma a solo un’ora di automobile da Damasco. Turchia ed Arabia Saudita, che tanto hanno sbraitato per trattative diplomatiche che escludessero l’attuale Presidente siriano, si sono arrese alla preponderanza militare della coalizione guidata da Mosca evidenziando come la minaccia di un loro intervento terrestre diretto fosse solo un bluff; Ryad paga a caro prezzo il fallimento della sua guerra allo Yemen, Ankara è caduta nel tranello curdo e ora rischia addirittura l’implosione interna. Svanito il sogno di creare un protettorato atlantico filoturco nel Nord Est della Siria in previsione della vittoria curda ad Azaz, polverizzata l’ipotesi di una cintura di sicurezza lungo il Golan occupato dagli israeliani dopo la riconquista da parte di Damasco di buona parte della provincia di Qunaytra, le potenze occidentali si trovano ormai alle corde: se, come pare, la coalizione coordinata da Mosca arriverà presto a Raqqa, anche l’ultima ipotesi ventilata dal Sottosegretario alla Difesa Ash Carter, di una tutela atlantista sulla zona che si estende da Mosul all’attuale “capitale” dello Stato islamico, appare quantomeno irrealizzabile. La riunione a Monaco di Baviera del Gruppo internazionale di sostegno alla Siria, ai sensi della Risoluzione ONU 2254, ha fornito perciò il via libera all’aviazione russa per bombardare i gruppi ribelli sostenuti da Turchia, Qatar ed Arabia Saudita; Ankara viene accusata dall’Occidente di “paranoia”, Erdogan risponde che le armi destinate da Washington ai curdi “sono finite per metà in mano all’ISIS”, la NATO fa capire chiaramente di non voler rischiare la Terza Guerra Mondiale (che perderebbe …) per Damasco. A Monaco è stato anche concesso il via libera agli aiuti umanitari a patto che stavolta vengano indirizzati alle popolazioni sofferenti e non ai ribelli islamisti appoggiati dall’Occidente, mentre la cessazione delle ostilità avverrà solo quando l’intero territorio siriano sarà stato liberato dall’esercito fedele ad Assad. Vladimir Putin completa così la terza parte del programma che aveva delineato...
Articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/38555/le-isole-contese-tra-cina-e-giappone (pubblichiamo su gentile concessione dell’autore) La questione delle isole contese tra Pechino e Tokyo è annosa e complessa. In questo articolo in due puntate, spieghiamo con chiarezza e completezza che cosa c’è veramente sotto. IN COSA CONSISTE LA QUESTIONE – Ma … rischiare la guerra per qualche isola disabitata? C’è senz’altro qualcosa “sotto”. E su questo sotto (ma anche sul “sopra”) le ipotesi o le certezze dei commenti giornalistici si sono sbizzarriti. Stiamo parlando del confronto tra Cina e Giappone per la cosiddetta sovranità sulle isole Diaoyu (in cinese) o Senkaku (in giapponese), ma con implicazioni anche sulla contesa per le isole Paracel (Xisha in cinese) e Spratly (Nansha in cinese) nel Mar Cinese Meridionale, come lo definiscono i nostri atlanti in italiano, con grande soddisfazione dei cinesi che ne rivendicano la totale sovranità. Ma parliamo di isole o atolli o reef (scogliera corallina)? Le Diaoyu/Senkaku sono isole, non grandi e ora disabitate, circa 7kmq. Le Paracel (Paracelso le chiamiamo in italiano) sono un misto di isole e atolli (5,9kmq), le Spratly, sono prevalentemente atolli, reef e banchi, e meno isole (5kmq). La definizione è significativa perché la rivendicazione di sovranità su qualche cosa che emerge dal mare può essere fatta solo se la “terra” emersa è stabilmente o prevalentemente sopra le acque al livello massimo dell’alta marea. Le Paracel, rivendicate anche da Vietnam e Taiwan, sono state occupate dalla Cina (ancora nel periodo maoista) nel 1974, quando la guerra USA-Vietnam non era ancora finita e il Vietnam era ancora diviso in due. Vista la scarsa sopraelevazione la Cina ha provveduto negli anni a interrare parti di alcuni atolli per approntare attracchi portuali e piste di atterraggio lunghe (più di 2,8km), utili per aerei a largo raggio in grado di raggiungere Filippine e isole Spratly. La stessa procedura è stata messa in pratica anche per alcuni degli atolli di quest’ultimo arcipelago in tempi più recenti. Le Spratly sono molto a sud rispetto alla grande isola di Hainan, massa di terra consistente cinese più vicina, e infatti sono rivendicate come sovranità da tutti i Paesi le cui coste sono fisicamente più vicine: Vietnam, Malaysia, Filippine, Taiwan, inizialmente anche il Brunei, poi chiamatosi fuori. C’è una spartizione de facto che vede Filippine e Vietnam con il possesso di più isole rispetto agli altri concorrenti che hanno meno isole o solo atolli (come la Cina) o prevalentemente “banchi”. CHI HA RAGIONE? – L’elemento fisico (dimensioni della terra emersa e sua consistenza, vicinanza alle coste), la permanenza stabile di residenti, le rivendicazioni storiche (in genere basate su carte, documenti ed eventi del passato) sono le argomentazioni riconosciute a livello internazionale per la rivendicazione di sovranità. Riprese dalla Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS) del 1982 firmata a Montego Bay, Giamaica. Per inciso gli USA non l’hanno firmata. Ma nonostante i tentativi di definire precisamente i criteri per l’attribuzione/rivendicazione di sovranità (che ci sono nella convenzione), la pratica internazionale è largamente basata sulla legge del più forte e delle più...
articolo originale: http://www.asrie.org/asrie/2016/02/19/la-nuova-via-della-seta-potrebbe-aiutare-leconomia-dellazerbaigian/ onsiderata una delle economie emergenti nel panorama delle Repubbliche ex Sovietiche e nella regione euroasiatica, l’Azerbaigian sta attraversando un periodo di crisi economica dovuto principalmente al crollo dei prezzi del petrolio che è andato ad incidere su uno Stato che ha basato il suo recente sviluppo economico sulle esportazioni energetiche. Il periodo di crisi però, secondo quanto affermato recentemente dal Presidente Ilham Aliyev, sarà arginato nei prossimi 2-3 anni grazie ad un nuovo modello di sviluppo economico previsto dal Governo che incentrerà maggiormente i propri sforzi sul settore non petrolifero, in special modo agricoltura ed ITC. In aggiunta, il paese potrà giocare un ruolo di primo piano a livello logistico grazie alla sua posizione sul Caspio per quello che riguarda il progetto Silk Road Economic Belt il quale permetterà il collegamento con l’intera regione asiatica e con un buyer di primo livello come la Repubblica Popolare Cinese. La crisi economica e la svalutazione del manat Lo scorso anno per ben due volte il Governo di Baku si è visto costretto a svalutare la moneta nazionale, il manat: nel mese di febbraio le autorità azerbaigiane avevano dichiarato che la caduta del prezzo del petrolio era da considerarsi un primo allarme per l’economia nazionale la quale, però, conscia del proprio potenziale, aveva innescato da tempo un processo di diversificazione economico volto ad interessare i settori dell’agricoltura, dell’ITC, del turismo e dei servizi. Secondo quando dichiarato dal Governo, la diversificazione aveva dato ottimi esiti nel 2014 con il PIL nazionale generato per la maggior parte proprio dal settore non petrolifero riuscendo a mantenere il rating positivo della tripla B espresso dai più noti istituti internazionali. Le autorità azerbaigiane sottolineavano, inoltre, che la svalutazione del manat non si doveva considerare un segnale di allarme perché in realtà era stata una scelta sistematica del Governo con l’obiettivo di mantenere stabile l’economia ed i finanziamenti ai progetti sociali; in sintesi la reale riduzione delle spese aveva interessato alcuni settori considerati meno importanti e strategici per lo sviluppo del paese. Dichiarazioni in merito alla crisi petrolifera ed alla prima svalutazione della moneta nazionale erano pervenute direttamente dal Ministro delle Finanze Samir Sharifov il quale, durante il 48° incontro annuale del Consiglio dei Dirigenti della Banca di Sviluppo Asiatico avvenuto lo scorso 6 maggio 2015, aveva affermato che il paese necessitava di dotarsi di un nuovo modello ed approccio economico in modo da renderlo sicuro in caso di ulteriori shock nel mercato energetico. Sharifov aveva parlato di un “modello inclusivo” che avrebbe protetto maggiormente il paese e perseguito il progetto di diversificazione, promosso già da anni dal Presidente Ilham Aliyev, dando la priorità ad agricoltura, turismo ed IT. Nel giugno dello scorso anno l’Azerbaigian aveva ospitato i primi European Games nella capitale Baku e l’obiettivo del Governo era stato quello di mostrare al mondo ed ai media i progressi che il paese aveva ottenuto dal punto di vista economico e sociale e l’importanza per la sua posizione geografica che lo rendeva un hub logistico...
The pledge of allegiance of Boko Haram to the Islamic State increases the possibility of international joint attacks that could destabilize North Africa and the Sahel, putting the EU in front of a worsened immigration problem that reflects its own crisis. There is a solution but only if catch up in timeor the consequences would be catastrophic. Boko Haram has changed its tactic into strategic withdrawals: the militants leave the Sambisa forest to move towards rural areas attacking villages, and when they find themselves facing regular military forces they fall back and put into effect suicide attacks in or nearby Maiduguri. This is possible due to the presence of secondary bases and strategic supply points in Cameroon (at the border with Nigeria),and also thanks to the help of “distracted and half-interested” armed forces. The tactical change performed by the jihadist organization represents a real act of resilience that has induced the Nigerian military apparatus to divert its own resources to carry out operations of counter-guerrilla and post-attacks intelligence, allowing BH militants to reorganize and plan further operations. This factual tactic can be inferred by the (combined) strategic analysis of the attacks perpetrated on December 28 in Maiduguri and Madagali (at 150 southeast km from Maiduguri), on 13 and 26 January in Kolofata and Bodo and on January 30 in Dalori (at 5 km from Maiduguri). Such strategy, in conjunction with the transformation of the organization in a wilaya of the Islamic State, could conduct Boko Haram to carry out international operationsby means of attacks and abductions towardswestern citizens or targets related to them. Furthermore Shekau’s group would have the pragmatic opportunity to aggregate itself with ISIS in Northern Africa logistically supported by AQIM for its greater logistic connections in North Africa (particularly in Tunisia due to the presence of Ansar al-Sharia). This possible joining link could between Boko Haram and ISIS could be Tunisia, where the government is facing “the great exodus” of foreign fighters. As a matter of fact this bond would worsen the immigration and securityissues for the EU, augmenting racism and xenophobia all over the continent. That’s why the organization should create a coalition acting first of all in Libya to secure a fundamental country in North Africa, weighing down the arm trafficking in the Sahel and the sailing of Nigerian refugees to Europe. The coalition ought to beled by Italy for its economic interests in Libya corroborated by bilateral treaties between the two countries. In addition, the EU force should also count on the support of: Great Britain and France due to their historical presence in North Africa and Sahel, as well as their good relations and connections with Egypt, Mali and Algeria; Germany, as economical and political leader of the organization at the moment; Spain and Greece, for their geographical closeness to North Africa and for being directly affected by its relentless migration; lastly United States, not because Nigeria could generate direct consequences for them but as a matter of contiguity with its anti-ISIS...
Riceviamo e pubblichiamo. Associazione Culturale Russia Emilia Romagna è lieta di invitarvi all’incontro che si terrà a Bologna giovedì 25 febbraio alle ore 10 presso l’Aula Magna della Regione Emilia Romagna – Viale Aldo Moro 30 dal titolo “Sanzioni alla Russia: quali conseguenze per l’economia regionale”? Intervengono: Francesco Rutelli – Associazione culturale Russia Emilia Romagna Igor Pellicciari – Console onorario della Federazione Russa in Emilia Romagna Stefano Bargi – Consigliere regionale Lega Nord Emilia e Romagna Giovanni Gorzanelli – Presidente Confimi Emilia Eugenia Bergamaschi – Presidente Confagricoltura Modena Parteciperà Palma Costi – Assessore alle Attività Produttive Regione Emilia Romagna L’incontro è aperto al pubblico e alla stampa: vi preghiamo di inviare una mail di conferma al nostro indirizzo. acrussiaemiliaromagna@gmail.com