L’affresco nella caverna 123 di Mogao: Zhang Qian saluta l’Imperatore Wu prima di partire in direzione dei territori occidentali Il fiume Han – uno degli affluenti più importanti dello Yangtze – ha le proprie sorgenti sui monti Shenqiong, una suddivisione dei monti Micang che si erge nella provincia dello Shaanxi. Nel suo corso superiore assume sequenzialmente vari nomi – Yudai, Yang e, a valle di Mianxian, Mian – sino a diventare Han in prossimità di Hanzhong, una città-prefettura che sorge nel cuore della Repubblica Popolare Cinese e che dal fiume Han trae il nome; situata nell’angolo sud-occidentale della provincia di Shaanxi, questa città di quasi 4.000.000 di abitanti si adagia in un bacino chiusa a nord dai monti Daba e a sud dai monti Qinling. Durante il periodo degli Stati Combattenti1, la Dinastia Qin vi stabilì una provincia ma Hanzhong è nota per essere la culla della dinastia Han e del suo popolo, la cornucopia della cultura cinese. Oggi come allora, il fiume Han scorre attraverso la città, modellandone il bacino mentre zone montuose e collinari costituiscono la topografia principale della zona2. Oggi, a differenza di allora, La città di Hanzhong consiste di un distretto, Hantai, e dieci contee. Spostandosi verso nordest lungo la strada nazionale 108 (108国道) in direzione di Pechino – distante poco più di 1600 chilometri – si raggiunge una di queste suddivisioni territoriali, Chenggu, circa 30 chilometri da Hanzhong, 212 da Xi’an, la capitale della provincia di Shaanxi.3 Capitale dell’Impero Celeste per oltre 1.000 anni, da qui partivano i 6400 Km della via della seta che si dirigeva verso est raggiungendo la costa orientale del Mediterraneo, passando attraverso il Shaanxi, il Gansu e il Xinjiang, l’altopiano del Pamir, l’Asia Centrale e Occidentale, strada soprattutto una strada commerciale che collegando Cina e Occidente permise lo scambio di merci e di conoscenze tra due grandi civiltà, quella cinese e quella romana. È qui che punta la nostra introduzione, qui il suo punto di arrivo; qui il nostro punto di partenza perché è qui che riposa Zhang Qian, il diplomatico della corte dell’imperatore Wu, inviato speciale in missione nelle regioni occidentali che ha dato il suo straordinario contributo all’apertura e sviluppo dei rapporti tra la Cina antica e le regioni occidentali limitrofe; Zhang Qian può essere debitamente considerato il pioniere, il padre della Via della Seta. Il giornalista nipponico Kiyota Higa ha scritto a proposito del personaggio sulle pagine dello Yomiuri Shimbun: conosciuto ai cinesi come un esploratore al pari di Colombo, Zhang Qian aprì la Via della Seta – la maggior via che connetteva l’oriente all’occidente dell’Asia durante il tempo della Dinastia Han nell’antica Cina. La determinazione che gli permise di attraversare il deserto e superare numerose difficoltà è stata sviluppata in Hanzhong, provincia di Shaanxi, località strategica di importanza militare sin dall’antichità.4 Per gli storici cinesi i rapporti diplomatici, economici e commerciali con i popoli e i Paesi che si estendevano ad ovest dei confini dell’antica Cina cominciarono nei II secolo a.C.; gli esploratori cinesi, dunque,...
Mese: Giugno 2016
La precisazione storica che dobbiamo assolutamente ribadire prima ancora di addentrarci in ulteriori disquisizioni, è che in Tibet non c’è stata nessuna invasione cinese. Il termine “invasione” è assolutamente improprio, in quanto non si è trattato di un’invasione, perché si parla di invasione quando uno Stato sovrano ne invade un altro. Il Tibet, nel 1949, non era uno Stato a sé, ma era già parte della Cina continuativamente da almeno il 1720, per quanto i legami tra cinesi e tibetani affondassero le loro radici agli albori del V secolo d.c. Quindi, se proprio si vuole dare una definizione all’avvenimento, dobbiamo casomai affermare che si sia trattato di un cambio di Governo e di amministrazione locale. Infatti, l’ingresso in Tibet e nella capitale Lhasa delle truppe di Mao Zedong fu assolutamente pacifico, datosi che non c’era – perché non poteva esserci almeno nelle masse di contadini poveri – alcuna ragione politica per la quale i tibetani avrebbero dovuto ribellarsi all’esercito della nazione alla quale già appartenevano. Il conflitto di cui si parla sempre, infatti, fu la conseguenza di un’insurrezione che potremmo definire “privata e limitata” avvenuta nel 1959, cioè dieci anni dopo. Per spiegare meglio, partiamo dunque da un dato che non ha bisogno di interpretazioni, né di dimostrazione alcuna, giacché è semplicemente storia: la regione dello XiZang Zizhi Qu (meglio conosciuta in occidente come Tibet) è sempre stata cinese, mongola o manciù, salvo due periodi assolutamente fugaci e assolutamente insignificanti dal punto di vista storico (1682-1720 e 1914-1949), anche se potremmo addirittura escludere il periodo 1914-1949. Durante quei trentacinque anni, infatti, il Tibet è stato comunque parte della Cina Repubblicana del Kuomintang (dal 1911 al 1949). Quello che accadde, in verità, è che il Tibet, essendo stato, in quel periodo, una regione cinese a statuto speciale, godette di un’indipendenza meramente di fatto, nel senso che le autorità cinesi nazionaliste non interferirono nella gestione del paese, tollerando che l’esercizio del potere fosse nelle mani del clero lamaista e della nobiltà latifondista anche se, politicamente, il Tibet era, in tutto e per tutto, una provincia cinese. Questa non è un’opinione, ma una certezza storica, confortata dalle cartine geografiche dell’epoca e dagli stessi Stati Uniti che riconoscevano il Tibet come parte del territorio cinese. Nel 1949, infatti, il Dipartimento di Stato americano pubblicò un libro sulle relazioni USA-Cina con una mappa che mostrava tutta la Cina, Tibet compreso.1 Non solo. Durante il periodo della seconda guerra mondiale, era il governo della Repubblica di Cina a Nanjing a rilasciare i permessi di sorvolo del Tibet agli aerei alleati. Notoriamente, il permesso al sorvolo di un territorio lo rilascia l’autorità alla quale quel territorio appartiene. Ad ulteriore riprova di questa asserzione, oltre alle già menzionate mappe, c’è la stessa Costituzione della Repubblica di Cina. Nel documento, il Tibet viene citato cinque volte e, più precisamente, agli artt. 26, 64, 91 (due volte) e 120, come provincia parte integrante del territorio cinese. Quindi, benché il Tibet fosse assolutamente parte della Cina, sino al 1949 vi...
Le potenzialità economiche della Nuova Via della Seta Il Deserto del Taklimakan, che si estende su un’area di 330.000 chilometri quadrati, è il più largo della Cina e il secondo deserto di sabbia più ampio al mondo. Dopo essere stato il centro dell’antica Via della Seta, oggi viene attraversato da due autostrade rispettivamente lunghe 562 e 436 km, da Xiaotang a Minfeng, che caratterizzano il poderoso sviluppo della Regione Autonoma dello Xinjiang. Questa zona occidentale della Repubblica Popolare Cinese viene definita la “testa di ponte” della Nuova Via della Seta terrestre, grazie allo sfrenato e quotidiano passaggio di merci e imprenditori verso il Kazakhstan, il Kirghizistan, il Tagikistan, il Pakistan e la Mongolia. Tonnellate di prodotti vengono da qui condotte ogni giorno verso più di 100 città dell’Asia centrale, occidentale e meridionale e verso l’Europa; in senso inverso, attraverso lo Xinjang, sono indirizzate all’interno della Cina. Il primo ponte terrestre eurasiatico, a Nord, congiunge la città Vladivostok al porto di Rotterdam attraverso la Siberia, la Russia e la Bretagna: Khabarovsk, Chita, Novosibirsk, Petropavlovsk, Mosca, Brest e Berlino ne sono le tappe intermedie. Il corridoio commerciale internazionale di 8.445 km che dal Celeste Impero deve dipanarsi verso il Vecchio Continente parte invece dalla città di Lianyungang, in Cina, raggiunge Alma Ata dopo aver attraversato Zhengzhou, Lanzhou, Urumqi e Port Khorgos per arrivare ad Orenburg e San Pietroburgo in Russia; rimanendo collegato con le reti autostradali europee, questo secondo ponte terrestre eurasiatico prevede di giungere fino a Rotterdam, via Bielorussia, Polonia e Germania. Attualmente sono già state completate le sezioni cinesi e russe del corridoio, mentre quelle kazake risultano in fase di costruzione. Poche settimane fa il primo treno merci di un operatore cinese è partito da Wuhan e, dopo aver attraversato Cina, Kazakhstan, Russia, Bielorussia, Polonia, Germania e Francia è arrivato a Lione (11.300 km di viaggio) in 15 giorni, quasi un mese in meno in meno di quanto è necessario per il trasporto via mare. Una volta completata l’alta velocità ferroviaria, con la possibilità di attraversare le Alpi, il percorso più vantaggioso dall’Italia permetterà un risparmio di 1500 chilometri. Nel nostro Paese è stato inaugurato nel maggio 2016 il Forum della Nuova Via della Seta ferroviaria, che segue agli impegni sottoscritti a Torino nel novembre 2015 fra le città aderenti alla New Railway Silk Road: il patto, sottoscritto da esponenti politici, imprenditori e amministratori prevede di collegare 223 città-stazione per un totale di 87.700 km. Si tratta del percorso decisamente più conveniente per collegare l’occidente e l’oriente dell’Eurasia. Partendo dalla Cina attraverso l’Alataw Pass esso si divide in tre direzioni principali: la strada settentrionale corre da Aktau in Kazakhstan e connette per mezzo delle ferrovie siberiane Europa occidentale e settentrionale dopo aver superato Russia, Polonia ed Olanda. La strada mediana si estende dal Kazakhstan a Russia, Ucraina, Slovacchia, Ungheria, Austria, Svizzera, Germania, Francia, per poi rafforzare la catena di porti strategica nel trasporto delle merci del Mar Caspio e del Mar Nero che coinvolge Azerbaijan, Georgia, Bulgaria, Romania ed...
Introduzione allo Sciamanesimo Il termine «sciamano» fa la sua prima apparizione alla fine del XVII secolo, quando l’arcivescovo russo ortodosso Avvakum, esiliato in Siberia, definisce così un suo oppositore religioso, alleato del diavolo anziché di Dio, di cui testimonia gli stravaganti riti caratterizzati dal movimento incontrollabile del corpo e da una forte gestualità1. All’interpretazione demonologica del fenomeno, propria dei missionari e dei sacerdoti cristiani, si è affiancata nel corso dell’Ottocento e della prima metà del Novecento una interpretazione fortemente condizionata dall’Evoluzionismo e dal Positivismo. A questa si sposavano motivazioni politiche di tipo coloniale: lo Sciamanesimo, caratteristico di culture e religioni considerate arretrate, andava sconfitto in nome della civiltà e del progresso, e questo era funzionale all’annessione di ampie zone geografiche entro i confini di un impero2. Tuttavia mancava ancora una chiara definizione di Sciamanesimo, associato indiscriminatamente ad ogni forma di magismo e di stregoneria tipico delle culture cosiddette primitive3. E’ in questo contesto che vanno ad inserirsi una serie di studi miranti a correlare lo Sciamanesimo alla psicopatologia, e in particolare alla sintomatologia isterica. Ohlmarks distingue addirittura uno sciamanesimo artico da uno sub-artico in base al grado di patologia che vi si può riconoscere4. Questi studi si sono dimostrati in gran parte privi di fondamento, ma hanno avuto un certo peso almeno fino a Claude Levi-Strauss, nel cui pensiero la figura dello sciamano viene ribaltata: da malato mentale diviene una sorta di psicoterapeuta ante-litteram5. A riabilitare il fenomeno dello Sciamanesimo, pesantemente gravato da pregiudizi evoluzionistici, è stato lo storico delle religioni Mircea Eliade, autore in una prima edizione dell’opera monumentale Le Chamanisme et les techniques archaïques de l’extase del 1951. E’ stato Eliade ad inaugurare gli studi moderni sull’argomento, ed è sulla sua opera che gli studiosi contemporanei sono costretti a partire. Profondo conoscitore delle tradizioni arcaiche e delle religioni orientali, ha fondato il suo lavoro sul primato antropologico riconosciuto alla categoria del sacro, a suo dire essenziale per la comprensione della struttura della coscienza umana6. Eliade ha fatto dello Sciamanesimo una categoria del pensiero e dell’esperienza religiosa dell’essere umano in quanto tale; questo approccio lo ha portato, però, ad una decontestualizzazione e ad una generalizzazione dello Sciamanesimo che è stato criticato dalla maggior parte dei ricercatori successivi. Eliade pone l’estasi al centro della sua riflessione sullo Sciamanesimo; un’estasi che nella sua visione metafisica riattualizza l’«illud tempus» mitico, in cui gli uomini potevano comunicare in concreto con il Cielo7. Sono precisamente le caratteristiche che Eliade riconosce all’estasi a non trovare il consenso degli studiosi: per Eliade, infatti, l’estasi sciamanica è caratterizzata esclusivamente dall’uscita extra-corporea che lo sciamano compie spiritualmente per viaggiare nei Mondi Celesti o Inferi8. Abbandonando volontariamente il proprio corpo, lo sciamano sarebbe in grado di visitare gli altri mondi e quivi interagire con gli Dèi, recuperare un’anima perduta o combattere contro gli spiriti nocivi. Questa concezione dell’estasi esclude però la possessione, che secondo Eliade costituisce una innovazione recente e pertanto non connaturata all’estasi sciamanica propriamente detta9. Per di più, Eliade affermava che la forma primitiva di viaggio...
articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/43339/la-cina-lanticolonialismo-e-lo-spettro-del-comunismo Comprendere la Cina – Vi proponiamo un estratto dell’ultimo libro del Professor Domenico Losurdo, “Un mondo senza guerre. L’idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente”, Carocci, Roma, maggio 2016. La storia della RPC può essere vista anche alla luce del complesso rapporto con gli Stati Uniti. L’INIZIO COMPLICATO DELLA RPC – Per quanto riguarda la Cina, già prima della fondazione della Repubblica popolare, gli USA intervenivano per impedire che la più grande rivoluzione anticoloniale della storia giungesse alla sua naturale conclusione, e cioè alla ricostituzione dell’unità nazionale e territoriale del grande Paese asiatico, compromessa e distrutta a partire dalle guerre dell’oppio e dall’aggressione colonialista. E, invece, dispiegando la loro forza militare e agitando in più occasioni la minaccia del ricorso all’arma nucleare, gli USA imponevano la separazione de facto della Repubblica di Cina (Taiwan) dalla Repubblica popolare di Cina. Erano gli anni in cui la superpotenza apparentemente invincibile era lacerata da un dibattito rivelatore: «who lost China?» Chi era responsabile della perdita di un Paese di enorme importanza strategica e di un mercato potenzialmente illimitato? E in che modo si poteva porre rimedio alla situazione disgraziatamente venutasi a creare? Per oltre due decenni la Repubblica popolare di Cina è stata esclusa dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dalla stessa Organizzazione delle Nazioni Unite. Al tempo stesso, essa subiva un embargo che mirava a condannarla alla fame e all’inedia o comunque al sottosviluppo e all’arretratezza. A quella economica s’intrecciavano altre forme di guerra: l’amministrazione Eisenhower assicurava l’«appoggio ai raid di Taiwan contro la Cina continentale e contro ‘il commercio per via marittima con la Cina comunista’»; al tempo stesso la CIA garantiva «armi, addestramento e supporto logistico» ai «guerriglieri» tibetani (Friedberg 2011, p. 67), e alimentava in tutti i modi ogni forma di opposizione e «dissidenza» nei confronti del governo di Pechino. IL CAMBIAMENTO POST-GUERRA FREDDA – È vero, nella fase finale della guerra fredda, la Cina diveniva di fatto alleata degli Stati Uniti, i quali però non per questo rinunciavano alle loro mire egemoniche. Con il varo delle riforme di Deng Xiaoping, riemergevano a Washington le speranze di riconquista del Paese «perso» trent’anni prima: «Alcuni analisti predissero perfino che le Zone economiche speciali sarebbero diventate una sorta di colonia americana in Asia orientale […] Gli americani credevano che la Cina sarebbe diventata una gigantesca succursale economica degli Stati Uniti» (Ferguson 2008, pp. 585-86). Terminata la guerra fredda, la superpotenza solitaria, come ha tranquillamente riconosciuto uno studioso che è stato consigliere del vice-presidente Dick Cheney, con le sue forze navali e aeree violava con impunità e senza scrupoli «lo spazio aereo e le acque territoriali della Cina». Il grande Paese asiatico era impotente. Oggi, la situazione è cambiata sensibilmente. E, tuttavia, gli USA sono ancora in grado di controllare le vie di comunicazione marittima. E dunque: «La Cina è sempre vulnerabile agli effetti di un blocco navale o lo diventerà ancora di più man mano che la sua economia cresce»; di fatto «il suo...
articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/42719/la-cina-nella-finanza-globale-vii Comprendere la Cina – E se lo yuan diventasse la valuta dominante? Per il momento è solo un’ipotesi, ma nell’ultima puntata del nostro speciale proviamo a tracciare qualche scenario sul sistema finanziario globale del futuro UNA POSSIBILITÀ REMOTA, MA… – La possibilità che la moneta cinese sorpassi il dollaro statunitense rimane remota. Tuttavia, se un simile scenario si presentasse, cosa accadrebbe alla geografia della finanza globale? Dato lo sforzo sostanziale nella lotta alla corruzione e nelle politiche per alleviare l’ineguaglianza, è poco probabile che le regole finanziarie cinesi si adeguino a quelle di Wall Street. Lo scenario più verosimile sarebbe il seguente: un mondo caratterizzato da una dimensione del settore dei servizi finanziari molto più contenuta (in percentuale del PIL) rispetto a oggi, simile a quando gli Stati Uniti emersero come potenza egemone verso la fine della seconda guerra mondiale. Negli anni Cinquanta i servizi finanziari erano pari a circa l’1% del PIL statunitense, mentre nel 2007 contavano più dell’8%. CINA: COSTRUIRE E INVESTIRE PER LO SVILUPPO – Se la Cina dettasse le regole della finanza globale è possibile ipotizzare un mondo meno dipendente dall’ingegneria finanziaria e dai profitti veloci, che tanto hanno inibito lo sviluppo e l’innovazione reale. Si allargherebbe l’uso del capitale azionario, più che di debito, per finanziare gli affari, e i fondi di capitale di rischio non sarebbero appannaggio di pochi privilegiati. Diversamente da oggi, più Paesi potrebbero seguire un modello basato sul finanziamento governativo di innovazioni e compagnie, per poi garantire una maggiore distribuzione dei benefici (come nel caso dei sistemi di welfare). Sicuramente la Cina non è l’unico Paese a fornire capitali ai suoi imprenditori. Gli Stati Uniti e Israele, ad esempio, finanziano anch’essi imprese produttive, ma i loro fondi sono spesso diretti verso quei progetti che hanno potenziali applicazioni militari (o comunque a settori estremamente limitati), mentre la Cina ha sostenuto progetti in energia solare, biotecnologia ed altri settori secondo modalità completamente scollegate dal suo apparato militare.Un mondo globale finanziato dai cinesi vedrebbe verosimilmente un’esplosione di lavori pubblici. Non solo la Cina ha costituito uno dei primi imperi nella storia dell’umanità, proprio attraverso la realizzazione di dighe, ponti, canali e altre strutture a uso civile (si veda Joseph Needham[1]), ma anche negli ultimi decenni ha dimostrato di saper trasformare il proprio Paese e le sue relazioni materiali con il resto del mondo. L’aumento delle infrastrutture nel mondo, come sta avvenendo, creerebbe, se adeguatamente progettate, più opportunità di lavoro ed accrescerebbe il numero e la qualità delle attività economiche, garantendo così uno sviluppo economico diffuso a seguito di un incremento dell’accesso al credito e ai mercati. US: I LIMITI DEL QE – Notoriamente, politiche come quelle di quantitative easing hanno beneficiato prevalentemente alcune (poche) istituzioni finanziarie, permettono ai banchieri di accedere al denaro senza sottostare a particolari vincoli. La maggior parte del denaro creato dalle banche e dai finanzieri è stato creato semplicemente prendendo a prestito direttamente dalla FED a tasso zero e poi investendolo nelle azioni, obbligazioni e strumenti derivati...