18 Luglio 2026

Mese: Febbraio 2021

di Duman Ramazanovic Aitmagambetov, Università nazionale eurasiatica di LN Gumilyov Il mondo intero conosce il grande poeta kazako, il pensatore Abaj Kunanbaev. La sua eredità non ha prezzo, non solo per il popolo kazako, ma per tutta l’umanità. Nelle opere di Abaj si riflettono al massimo le tradizioni dell’arte popolare e la comprensione dei problemi della società. Abaj ha espresso il suo più alto ideale etico nella formula morale «Adam bol! – Sii umano!», con cui si rivolge, prima di tutto, ai giovani. Il senso etico della formula di Abaj «Sii umano!» consiste nell’apprezzare il ruolo della persona nel senso della vita umana. Secondo lui, una persona dovrebbe combinare ragione e umanità, duro lavoro ed educazione, amicizia e amore [2]. Il pensatore esorta attivamente il popolo kazako a non fermarsi, a svilupparsi costantemente, a migliorare, ad imparare le lingue, ad arricchire il proprio mondo spirituale. Ha scritto che conoscendo la lingua di un altro Paese e di un altro popolo, è possibile confrontarsi allo stesso livello [12].  Nel Kazakistan moderno, nel contesto della globalizzazione, è importante l’appello del grande Abaj ad imparare da tutti i popoli, mantenendo il proprio volto, la dignità nazionale e umana, moltiplicando il numero degli amici, rafforzando l’amicizia con il mondo intero. L’eredità del poeta kazako Abaj Kunanbaev, pensatore illuminato, personaggio pubblico e personalità eccezionale nella storia nazionale è preziosa, il suo contributo allo sviluppo intellettuale e spirituale delle persone e al progresso della società moderna è grandioso. Le dichiarazioni di Abaj sulla morale, sul mondo spirituale del popolo kazako, sull’educazione delle nuove generazioni al lavoro e alla ricerca del sapere sono tuttora attuali. La principale caratteristica del pensiero di Abaj è la sua attenzione ai rapporti generazionali. Abaj senza dubbio era stato profondamente influenzato dal padre Kunanbaj e dal nonno Uskenbaj, le persone più autorevoli dell’alleanza di tribù Tobykty. Nel 2019 l’editore «Molodaja gvardija» (Mosca) nella serie «Biografie di personalità famose» ha pubblicato il libro «Kunanbaj» dello storico Erlan Sydykov. Il libro «Kunanbaj» racconta la vita e il lavoro del padre di Abaj, il più grande esponente della letteratura kazaka; Kunanbaj Uskenbaev, alto sultano del distretto di Karkaralinsk, rappresentante dell’intellighenzia kazaka della fine del XIX secolo. Questo libro è stato pubblicato alla vigilia del 175° anniversario della nascita del grande poeta e pensatore kazako Abaj Kunanbaev. Attraverso la biografia di suo padre Kunanbaj è stato possibile avvicinare una vasta cerchia di lettori a fatti finora sconosciuti della biografia del poeta e del periodo in cui è vissuto. Kunanbaj fu un grande politico del suo tempo, un alto sultano giusto con il suo popolo. Proveniva dalla tribù dei Tobykty. Kunanbaj nacque vicino alle montagne della Piccola e Grande Akšoky. Qui si trovava il villaggio di Oskenbaj (sito di svernamento di Akšoky, Šyngystau, ex regione di Semipalatinsk) [10]. Lo stesso Kunanbaj, suo padre Uskenbaj, il nonno Irgizbaj, erano i bey (signori) della loro tribù. Secondo la legge della steppa kazaka (adat), venivano eletti bey i più degni rappresentanti della tribù, e la posizione non era ereditaria. Accadde...
Le amministrazioni di Trump e di Biden si sono affidate al lavoro di un estremista religioso di destra, Adrian Zenz, per la loro accusa di “genocidio” contro la Cina. Un attento esame della ricerca di Zenz rivela un flagrante abuso di dati e vere e proprie falsità. Sia il presidente Joe Biden che il suo segretario di Stato Anthony Blinken hanno appoggiato l’accusa dell’ultimo minuto dell’ex segretario di Stato Mike Pompeo di “genocidio” contro la popolazione uigura musulmana nella provincia cinese dello Xinjiang. Ma un’indagine sul lavoro pubblicato dal ricercatore Pompeo su cui ha fatto affidamento per livellare la sua accusa di genocidio rivela un modello di abuso di dati e affermazioni fraudolente che mina sostanzialmente l’accusa incendiaria. L’accusa di genocidio contro la Cina da parte del governo degli Stati Uniti deriva da un’unica fonte: un documento del giugno 2020 di Adrian Zenz, un ricercatore tedesco di destra, affiliato alla Victims of Communism Memorial Foundation e alla Jamestown Foundation neoconservatrice di Washington, DC. Anche gli articoli di Associated Press, CNN e BBC si sono basati sull’articolo di Zenz per affermare che il crollo dei tassi di natalità uiguri e l’applicazione di misure di controllo delle nascite nelle contee uiguri della regione dello Xinjiang sono la prova di una politica di “genocidio demografico”. Pochi giorni dopo la pubblicazione del documento di Zenz, Pompeo ha rilasciato una dichiarazione in cui denunciava la presunta politica cinese di “sterilizzazione forzata, aborto forzato e pianificazione familiare coercitiva”, accreditando personalmente “le rivelazioni scioccanti di Adrian Zenz”. Biden ha appoggiato l’accusa di genocidio lo scorso agosto quando è apparsa per la prima volta in una raffica di notizie dei media. Il portavoce della sua campagna ha detto a Politico: “L’indicibile oppressione che gli uiguri e altre minoranze etniche hanno subito per mano del governo autoritario cinese è un genocidio e Joe Biden vi si oppone con la massima fermezza”. Blinken, da parte sua, ha dichiarato alla sua prima conferenza stampa come segretario di Stato di essere d’accordo sul genocidio commesso contro gli uiguri. Mentre i datori di lavoro di Zenz lo descrivono come “uno dei principali studiosi mondiali sulle politiche del governo della Repubblica popolare cinese nei confronti delle regioni occidentali del paese, Tibet e Xinjiang”, questi è, in effetti, un fondamentalista cristiano di estrema destra che dice di essere “guidato da Dio” contro il governo cinese, deplora l’omosessualità e l’uguaglianza di genere e ha insegnato esclusivamente in istituzioni teologiche evangeliche. Lyle Goldstein, uno specialista in Cina e ricercatore presso il Dipartimento di ricerca strategica e operativa del Naval War College, ha detto a The Grayzone che l’etichettatura di Zenz dell’approccio cinese agli uiguri come “genocidio demografico” è “ridicolo al punto da essere offensivo per coloro che hanno perso i parenti durante l’Olocausto”. Goldstein ha detto che l’approccio cinese allo Xinjiang “è un atteggiamento più repressiva di quanto vorremmo, ma di certo non è genocidio”. Inoltre, un’attenta revisione della ricerca di Zenz mostra che la sua affermazione di genocidio è contraddetta da un flagrante abuso di...
repubblica_centrafricana
Articolo tratto da Courrier Diplomatique PhotoSource Nel cuore della strategia militare russa in Repubblica Centrafricana, le azioni della società di mercenari, Wagner, avrebbe grandemente contribuito alla pacificazione in corso del Paese. Dopo aver formato e assicurato il coordinamento della fornitura di attrezzature delle Forze Armate Centrafricane (FACA), gli ausiliari della Wagner hanno avviato la fase operativa di stabilizzazione del Paese appoggiando l’offensiva militare contro i gruppi ribelli. Nel gennaio 2018 Mosca ha dispiegato più di 170 istruttori civili per formare i soldati centrafricani. “Ci sono delle persone che appartengono ad una società di sicurezza privata … Oggi è una dimensione importante delle guerre contemporanee e delle guerre contro il terrorismo”, ha spiegato Roland Marchal, ricercatore del Centro Studi e di Ricerche Internazionali (CERI). Nel momento in cui i gruppi armati hanno messo a rischio la tenuta delle elezioni presidenziali, il gruppo paramilitare russo ha moltiplicato le consegne di equipaggiamento alle Forze Armate centrafricane, mobilitando una pletora di tecnici specializzati in aeromobili di grandi dimensioni. Gli elementi della Wagner si sono egualmente impegnati nei combattimenti a fianco delle FCA, dell’esercito ruandese e dei soldati della MINUSCA, la Missione dell’ONU incaricata del mantenimento della pace nel Paese. Per combattere i ribelli della CPC, i soldati della MINUSCA cooperano sul terreno con le forze armate centrafricane e i loro alleati russi e ruandesi. “E’ davvero inedito vedere i soldati delle Nazioni Unite con così tante forze militari, tra cui un gruppo privato”, afferma Hans De Marie Heungoup, specialista del Centrafrica nell’International Crisis Group. Secondo lui, “è uno dei rari casi, tra le missioni di pace nel mondo, in cui si vede una forza dell’ONU combattere fianco a fianco con delle forze bilaterali, e allo stesso con delle forze private come quelle della società Wagner”. L’ascesa e il sostegno di Mosca Wagner o PMC Wagner è una società di mercenari russi creata da Dmitri Outkin, un ex ufficiale del GRU (Servizi Militari russi). Il gruppo paramilitare privato ha già fatto parlare di sé durante il suo intervento in Siria, sulla scia dell’esercito russo. La società Wagner è d’altronde citata dal Dipartimento del Tesoro USA per la sua implicazione nel conflitto in Ucraina. Nonostante le polemiche per l’azione dei suoi paramilitari sul campo, Wagner può contare sul sostegno di Mosca. Intervistato a dicembre 2018 sul gruppo Wagner, il Presidente Vladimir Putin ha difeso il “diritto al lavoro” delle compagnie militari private fintanto che rispettino la legge. Traduzione di Stefano Vernole per il CeSEM Un ringraziamento a Luc Michel
ciudadano de la evolution
Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo segnala l’uscita di un volume di filosofia politica “Cittadino dell’evoluzione“, scritto in lingua spagnola da Augusto Manzanal Ciancaglini ed edito da Editorial Tecnos, prestigioso editore spagnolo. Il libro percorre la storia romana ed italiana da una prospettiva filosofica che si immerge nell’identità dell’individuo e nella sua evoluzione; parlando addirittura del catenaccio. Per cui potrebbe essere un materiale per contribuire alla propria comprensione.  https://www.tecnos.es/ficha.php?id=5723237 Ciudadano de la evolución ci invita a fare un viaggio storico con maschere e uno scudo realistico sulla difesa come espansione: dalla sopravvivenza al potere e da Roma all’America per navigare correnti filosofiche e grandi strategie, attraverso la confusione del falso con il reale e l’io con l’Altro, fino al colle dove l’individuo prende coscienza politica della sua evoluzione, cioè del suo viaggio dall’evoluzione alla politica e da lì all’evoluzione.
H.J.-Mackinder
Un importante lavoro di traduzione di Giorgio Corona dall’inglese propone per la prima volta in italiano Ideali democratici e realtà, la principale opera di Harold John Mackinder, il padre della geopolitica, dopo 102 anni ancora inedita nella nostra lingua. Un libro estremamente attuale che, oltre ad analizzare i fatti storico-geografici della prima guerra mondiale, fornisce idee e soluzione concrete per un mondo più sereno e in pace; ideali localisti, nazioni equilibrate e fratellanza come apice del benessere tra di esse. Scarica un piccolo estratto di un’opera fondamentale per l’approccio alla geopolitica moderna. Acquistabile su Amazon
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di Andrea Turi Le storie giornalistiche non dovrebbero mai avere come protagonista un “bravo ragazzo” e un “cattivo ragazzo” perché, il mestiere del giornalista prevede semplicemente che nel raccontare un qualcosa – non importa cosa nello specifico – si dia spazio a tutte le parti in causa affinché le informazioni che formano la storia siano rese al lettore in modo imparziale. Questa la teoria. Ma, la realtà dei fatti vuole che quanto più ci si professa fieri sostenitori di una qualsiasi teoria validandone e difendendone i postulati, significa che non si ha la minima intenzione di metterla in pratica ed è così che media diventa sinonimo di cattivo giornalismo. Le vicende di Hong Kong non fanno eccezione. Aprire un elaborato giornalistico con una immagine non rientra, certo, nei canoni tradizionali della professione ma, talvolta (e questo è il caso), è scelta propedeutica allo sviluppo dell’argomento trattato nell’articolo: Fonte: With People In The Streets Worldwide, Media Focus Uniquely On Hong Kong – PopularResistance.Org Bernard Chan sulle pagine del South China Morning Post mette sul piatto due possibili spiegazioni di tale copertura dei media statunitensi (ma i confini del discorso possono essere tranquillamente allargati sino a comprendere i media mainstream a tutto tondo): uno tecnico, legato ai criteri di “notiziabilità”,l’altro che rimanda ad un uso strumentale del racconto mediatico, come se “questeorganizzazioni dei media avessero un ruolo diverso da svolgere”. I dati rappresentati nel grafico si riferiscono al 2019, anno che può essere annoverato come uno degli “anni di protesta” della “protesta globale”, visto che manifestazioni di ogni genere e portato hanno riempito le strade del mondo: da quelle organizzate dai Gilets Jaunes in Francia a quelle che si sono registrate in Libano, Gaza, Cile, Ecuador e Haiti, manifestazioni e movimenti popolari che hanno coperto le più disparate zone del globo. I media sono stati sproporzionatamente interessati ad una soltanto: “le proteste di Hong Kong”. In totale, ci sono state 737 storie sulle proteste di Hong Kong, 12 sull’Ecuador, 28 su Haiti e 36 sul Cile, con rapporti di copertura simili per le due testate prese in considerazione nello studio del portale online Fairness & Accuracy In Reporting (fair.org). Più che di copertura mediatica si può parlare piuttosto di una “ossessione”dei media d’oltre-atlantico per le vicende interne della Regione Amministrativa Speciale della Repubblica Popolare Cinese. Eppure, secondo il principio di prossimità geografica, negli Stati Uniti dovrebbero essere più interessati a coprire gli eventi che si registrano nel proprio “giardino di casa”, dove si sono verificati disordini di gran lunga peggiori. In Cile, ad esempio, considerata l’economia più sviluppata del Sud America, a ottobre del 2019 sono scoppiate grandi proteste a seguito dell’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici. Almeno 26 persone sono state uccise, diverse migliaia i feriti e oltre 25.000 gli arresti; nel vicino Ecuador, sempre nel mese di ottobre, sono scoppiate proteste contro le misure di austerità imposte dal Governo. Otto i decessi registrati durante le manifestazioni. Nei Caraibi, Haiti ha sofferto per oltre un anno di disordini diffusi a...
Alexei_Navalny
di Stefano Vernole L’immagine in caduta libera, sostenitori sempre più tiepidi e restii a scendere in piazza a manifestare, isterie da meravigliare gli stessi suoi avvocati difensori durante il processo e l’Occidente che cerca di correre ai ripari tentando di salvare il salvabile. Navalny, la sua figura, quello che da anni rappresenta (soprattutto gli interessi che rappresenta) pare abbiano concretamente imboccato la parabola discendente. Al punto, che la Corte europea dei diritti umani (CEDU) ha stabilito che l’oppositore russo vada «scarcerato immediatamente», dato che in prigione «rischia la vita», afferma la legale dello stesso Navalny, sottolineando come la decisione della Cedu sia «senza precedenti». Un artificio di clamore mediatico pensato e creato quasi su misura per la sensibilità europea e occidentale. «La sentenza – ha tuonato il ministro della Giustizia Konstantin Chuychenko – è una chiara e palese interferenza nel potere giudiziario di uno Stato sovrano. Quanto alla richiesta è infondata e illegale, perché non contiene un solo fatto, una sola norma giuridica che permetta alla corte di emettere tale sentenza. Oltre al fatto che intrinsecamente impraticabile perché, secondo la legge russa, non ci sono motivi legali per il suo rilascio». Sulla base di queste dichiarazioni è utile ricordare che Mosca fa sì parte del Consiglio d’Europa ma la recente riforma della Costituzione russa prevede che la Corte Suprema abbia il potere di respingere le disposizioni del diritto internazionale se giudicate incompatibili con la legislazione russa. La richiesta di scarcerazione avanzata dalla CEDU attiene infatti alla sfera politica e non a quella legale. Di conseguenza risulta incompatibile. Il motivo reale della decisione però è da ricercarsi nei timori emersi tra i suoi sponsor occidentali a seguito del crollo dell’immagine di Navalny. Vanificando in questo modo la spinta del suo ritorno in Russia. Il Navalny “perseguitato” avrebbe dovuto assurgere a pretesto per le proteste, ma le manifestazioni del 23 e 31 gennaio hanno deluso le aspettative in termini di presenze. Peggio ancora quella del 2 febbraio, quando in piazza non è andato nessuno. Si aggiunga inoltre che Leonid Volkov ha dimostrato di non essere un organizzatore all’altezza. L’azione del 14 febbraio, su cui i sostenitori (occidentali) di Navalny puntavano, si è rivelata una farsa. Ma è soprattutto, l’immagine di Navalny che ha iniziato a sgretolarsi. Un conto, sono i video di propaganda posti sui propri canali web: artefatti, realizzati appositamente per apparire carismatico, arguto, ispirare fiducia e coraggio. Un conto, è la realtà del personaggio emersa in tribunale nel corso delle udienze, privo di telepromoter e monologhi senza contradditorio. Un Navalny completamente diverso dal… video! Urla isteriche, strilli, insulti, totale mancanza di rispetto nei confronti delle donne (il pubblico ministero e il giudice). Cosa di cui i diplomatici stranieri presenti non possono non essersene accorti. Invece di usare la corte come tribuna politica, aspetto su cui l’Occidente contava, Navalny, col suo comportamento ben poco accettabile anche dai suoi stessi sostenitori, ha iniziato a perdere favore e consenso. Ciò traspare dai commenti sui principali social media: chi abitualmente lo segue (o...
Lapis-Lazuli-Transit-Transport-Route
Articolo originale pubblicato in media partnership con Asrie Analytica Il recente incontro tra i rappresentanti del Governo turkmeno e i talebani sembra aver dato nuove speranze per la realizzazione del progetto del gasdotto TAPI, infrastruttura che all’interno dello scacchiere geopolitico euroasiatico vede scontrarsi gli interessi di attori internazionali (Stati Uniti, Russia, Cina) e regionali. Secondo recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri del Turkmenistan, Rashid Meredov, il 6 febbraio ad Ashgabat ha avuto luogo un incontro fra gli alti rappresentanti del Ministero degli Esteri turkmeno e una delegazione dell’ufficio politico del movimento talebano guidato dal mullah Abdul Ghani Baradar. Il motivo dell’incontro è stato la questione sicurezza in Afghanistan. Il Turkmenistan sembra intenzionato a portare avanti il progetto TAPI, ovvero un gasdotto che attraverserebbe Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India, sviluppato dalla Galkynysh – TAPI Pipeline Company Limited con la partecipazione della Banca di Sviluppo Asiatico (ADB) che vede l’appoggio anche di Washington. Sono stati proprio gli Stati Uniti recentemente a sostenere che il grado di violenza interna del paese è ancora troppo elevato e ad accusare i talebani di non tagliare i legami con al-Qaeda come concordato. Il rappresentante speciale degli Stati Uniti per la riconciliazione dell’Afghanistan, l’ambasciatore Zalmay Khalilzad, ha visitato ad inizio gennaio Afghanistan, Pakistan, Qatar (in Qatar vi è la sede diplomatica dei talebani) e Turkmenistan, ma il contenuto degli incontri ad oggi non è stato reso noto. La delegazione talebana ha assicurato che il gasdotto TAPI non subirà attacchi, ma al contrario, come dichiara il membro del team di negoziazione Suhail Shaheen, si impegneranno a garantirne la sicurezza. Il gasdotto prevede una sezione di 700 km nell’area afgana dove attraverserà le città di Herat e Kandahar, portando più di 30 miliardi di metri cubi di gas naturale dal giacimento turkmeno di Galkynysh verso il Pakistan (attraverso le città di Quetta e Multan) e l’India (raggiungerà la città di Fazilka). La lunghezza del tratto turkmeno del gasdotto TAPI, la cui costruzione è stata avviata a dicembre 2015, sarà di 205 chilometri. La volontà congiunta dei governi turkmeno e afghano di sottolineare la fattibilità del progetto in termini di sicurezza nasce probabilmente dal tentativo di attirare investimenti stranieri in un’opera che fino ad oggi sembrava irrealizzabile. Il 7 gennaio hanno avuto luogo colloqui fra la Banca Mondiale e i funzionari del Ministero delle Finanze e dell’Economia del Turkmenistan per discutere le opzioni per un prestito agevolato a lungo termine. Il 6 gennaio il Viceministro degli Esteri turkmeno Vepa Khadzhiyev ha parlato al telefono con l’inviato speciale della Germania in Afghanistan e Pakistan, Markus Potzel, per discutere degli sforzi previsti per aiutare la rinascita dell’Afghanistan. L’8 gennaio è stato il turno della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Il governo turkmeno è da diverso tempo in cerca di sovvenzioni statunitensi per supportare le piccole e medie imprese locali del settore industriale. Inoltre, il Pakistan, che collabora già con il Turkmenistan nel settore petrolifero e del gas, ha iniziato a sviluppare una strategia per includere Ashgabat nella cooperazione commerciale dei cinque paesi dell’Asia centrale. Islamabad ha comunque manifestato il...
cina_trap_debt
Articolo pubblicato su THE ATLANTIC China, we are told, inveigles poorer countries into taking out loan after loan to build expensive infrastructure that they can’t afford and that will yield few benefits, all with the end goal of Beijing eventually taking control of these assets from its struggling borrowers. As states around the world pile on debt to combat the coronavirus pandemic and bolster flagging economies, fears of such possible seizures have only amplified. Seen this way, China’s internationalization—as laid out in programs such as the Belt and Road Initiative—is not simply a pursuit of geopolitical influence but also, in some tellings, a weapon. Once a country is weighed down by Chinese loans, like a hapless gambler who borrows from the Mafia, it is Beijing’s puppet and in danger of losing a limb. The prime example of this is the Sri Lankan port of Hambantota. As the story goes, Beijing pushed Sri Lanka into borrowing money from Chinese banks to pay for the project, which had no prospect of commercial success. Onerous terms and feeble revenues eventually pushed Sri Lanka into default, at which point Beijing demanded the port as collateral, forcing the Sri Lankan government to surrender control to a Chinese firm. The Trump administration pointed to Hambantota to warn of China’s strategic use of debt: In 2018, former Vice President Mike Pence called it “debt-trap diplomacy”—a phrase he used through the last days of the administration—and evidence of China’s military ambitions. Last year, erstwhile Attorney General William Barr raised the case to argue that Beijing is “loading poor countries up with debt, refusing to renegotiate terms, and then taking control of the infrastructure itself.” As Michael Ondaatje, one of Sri Lanka’s greatest chroniclers, once said, “In Sri Lanka a well-told lie is worth a thousand facts.” And the debt-trap narrative is just that: a lie, and a powerful one. Our research shows that Chinese banks are willing to restructure the terms of existing loans and have never actually seized an asset from any country, much less the port of Hambantota. A Chinese company’s acquisition of a majority stake in the port was a cautionary tale, but it’s not the one we’ve often heard. With a new administration in Washington, the truth about the widely, perhaps willfully, misunderstood case of Hambantota Port is long overdue. The city of Hambantota lies at the southern tip of Sri Lanka, a few nautical miles from the busy Indian Ocean shipping lane that accounts for nearly all of the ocean-borne trade between Asia and Europe, and more than 80 percent of ocean-borne global trade. When a Chinese firm snagged the contract to build the city’s port, it was stepping into an ongoing Western competition, though one the United States had largely abandoned. It was the Canadian International Development Agency—not China—that financed Canada’s leading engineering and construction firm, SNC-Lavalin, to carry out a feasibility study for the port. We obtained more than 1,000 pages of documents detailing this effort through a Freedom of Information Act request. The study, concluded in 2003, confirmed that building the port...
LukashenkoAssemblea
Traduzione di Guido Benni Le decisioni della Grande Assemblea Popolare GAP non saranno spontanee e inaspettate, poiché molto lavoro preparatorio è stato svolto prima dell’inizio del forum, anche nel formato delle piattaforme di dialogo. Lo ha detto oggi il presidente della Bielorussia Aleksandr Lukashenko, parlando all’apertura della sesta Assemblea Popolare pan-bielorussa, ha appreso BelTA. Il capo dello stato ha osservato che per la sesta volta nella storia sovrana del paese, ci si rivolge direttamente al popolo per discutere insieme e prendere una decisione consolidata sull’ulteriore sviluppo del nostro paese e della società. “Oggi si sono riuniti qui i delegati provenienti da tutta la Bielorussia, rappresentanti di varie professioni e di gruppi sociali. Dietro ognuno di loro ci sono i vostri elettori – i collettivi di lavoro, le organizzazioni pubbliche. Questi sono milioni di persone che vi danno fiducia perché siate la loro voce nel discutere e prendere decisioni globali nella vita della nostra Bielorussia. Decisioni che, come sapete, non saranno spontanee e inaspettate per noi e per la società”, ha affermato il Presidente. Ha ricordato che i preparativi per la GAP erano in corso da diversi mesi, le opinioni delle persone, le questioni più urgenti e impellenti erano state raccolte, le piattaforme di dialogo stavano lavorando attivamente nelle regioni. “Non stavamo nascondendo nulla, abbiamo qualcosa da discutere con voi oggi”, ha dichiarato Aleksandr Lukashenko. Il presidente ha indicato il primo argomento di discussione nella situazione economica, nei risultati e nelle possibili carenze. “E la cosa principale è dove ci sono riserve e proposte specifiche per un ulteriore sviluppo”, ha osservato il capo dello Stato. “Come possiamo continuare a vivere in mezzo a una pandemia e a delle pressioni esterne? Quali misure dovrebbero essere prese per garantire la crescita economica e un tenore di vita dignitoso per le persone con il sostegno sociale della popolazione?”, Ha continuato. “Questa è la base del nostro modello, l’essenza dello stato sociale bielorusso, le idee possono essere diverse. Non necessariamente solo quelle su cui focalizziamo l’attenzione, nella leadership e nel governo del paese. Ho un requisito, e voi lo sapete bene. Ripeto: tutto dovrebbe essere aperto e reale, non abbiamo nessuno da temere”. Il secondo importante argomento di discussione al forum sono i temi dello sviluppo sociale e politico, il ruolo dei cittadini nella vita politica del Paese e la possibilità di adeguare la legge di base. “Un altro argomento è la distribuzione dei poteri, il rafforzamento del ruolo del governo locale e dell’autogoverno. Dobbiamo avvicinare i centri decisionali il più possibile alle persone, fornire un feedback costante ed efficace tra le autorità e la popolazione. Questo deve venire dalla vita e dalla nostra gente, e non dovrà esserci nulla di non credibile, perché avrebbe l’effetto opposto per una tale ristrutturazione”, è convinto il leader bielorusso. Il presidente ha indicato la situazione economica, i risultati e le possibili carenze come primo argomento di discussione. “E la cosa principale è dove ci sono riserve e proposte specifiche per un ulteriore sviluppo”, ha osservato il capo...