di Seyed Mohammad MarandiTraduzione a cura di Islamshia.orgArticolo Originale: Islamshia » La fuga da Kabul e l’eredità del generale Soleimani (S.M. Marandi) L’Iran ha forti ragioni per credere che l’improvviso ritiro delle forze occidentali sia stato progettato per creare instabilità e caos in Afghanistan. Circa venti anni fa, dopo la schiacciante sconfitta dei Talebani in Afghanistan e il completo ritiro del sostegno del Pakistan e dell’Arabia Saudita sotto pressione degli Stati Uniti, la Forza Quds (dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, ndt) iniziò un dialogo con questa organizzazione apparentemente ridimensionata. A quel tempo molti pensavano che si trattasse di uno sforzo senza senso poiché il panorama politico in tutta la regione stava cambiando radicalmente. Il fatto che i Talebani avevano ucciso 11 diplomatici iraniani e un giornalista all’interno del Consolato iraniano a Mazar-i-Sharif avrebbe fatto sembrare questa nuova direzione, se pubblicizzata, grossolanamente inappropriata agli occhi di molti a Teheran. L’invasione statunitense dell’Afghanistan, e successivamente dell’Iraq, ha costretto gli americani a digerire la presenza e il ruolo dei potenti alleati iraniani in entrambi i Paesi. Le forze di occupazione guidate dagli Stati Uniti mancavano di alleati e di una strategia coerente a lungo termine, mentre importanti capi dell’opposizione e di organizzazioni militari e politiche avevano sede a Teheran. In Afghanistan gli Stati Uniti hanno dovuto rivolgersi a una coalizione di partiti politici – la cosiddetta Alleanza del Nord – che stava lottando sotto tremenda pressione nella loro resistenza contro i Talebani brutali e spietati sostenuti dall’estero. Pertanto, quando i Talebani furono sconfitti e le forze residue fuggirono dal Paese, gli alleati iraniani assunsero posizioni chiave nel governo afghano. Sembrava non esserci alcuna necessità o giustificazione per il dialogo con questa forza apparentemente esaurita. Tuttavia il Generale Qasem Soleimani riteneva che i Talebani continuassero ad avere un sostegno popolare tra un segmento significativo delle tribù e delle popolazioni pashtun nel sud dell’Afghanistan e in parti del Pakistan, e considerava che l’unico percorso verso la stabilità regionale a lungo termine fosse per tutte le parti di impegnarsi nel dialogo. Il Generale Soleimani credeva anche che in tali circostanze l’unica forza pronta a far aumentare in modo significativo il costo dell’occupazione guidata dagli Stati Uniti, un obiettivo strategico chiave iraniano, fossero i Talebani. Sapeva che in tali circostanze l’occupazione dell’Iraq e dell’Afghanistan sarebbe diventata gradualmente estremamente problematica e impopolare nei Paesi occidentali e che alla fine un così enorme fardello avrebbe colpito duramente le economie occidentali costringendole a ritirare le loro forze da entrambi i Paesi. L’obiettivo della Forza Quds era di creare comprensione reciproca e incoraggiare le fazioni più moderate all’interno dei frammentati Talebani a prendere il sopravvento. Il Generale Soleimani credeva che fosse inevitabile che le forze straniere a un certo punto sarebbero state costrette a lasciare il Paese e che, dopo la sua liberazione, fosse essenziale che l’Afghanistan non fosse spinto dalle forze di occupazione in ritirata in un’altra devastante guerra civile. Il 2011 è stato un punto di svolta significativo nelle relazioni, e delegazioni di alto rango hanno iniziato a visitare Teheran. Con il...
Mese: Agosto 2021
Originale: https://www.geopolitica.ru/it/article/la-talassocrazia-di-marco-ghisetti di Luciano Pisani Marco Ghisetti è un giovane e promettente collaboratore della rivista di geopolitica “Eurasia”, responsabile della collana “Classici” presso “Anteo Edizioni” e responsabile della “sezione anglosassone” al “Centro Studi Eurasia e Mediterraneo”. La monografia “Talassocrazia” è stata pubblicata, a detta dell’autore, dopo un anno di ricerche sull’evoluzione dottrinaria del pensiero del mondo anglosassone concernente le relazioni internazionali, e in particolare del Regno Unito e degli Stati Uniti, nell’ottica di individuare le fonti originarie dalle quali esso si è sviluppato e sulle quali esso è stato costruito. Il libro propone quindi un metodo di ricerca composto da un triangolo interpretativo che unisce le contingenze internazionali con i fatti geografici e, infine, l’elemento interpretativo e volitivo che caratterizzano l’attore politico. L’aggiunta dell’elemento interpretativo e volitivo (il terzo vertice del triangolo) costituisce un’originalità nella ricerca scientifica e si caratterizza per essere un pregio punto forza che accompagna tutto il libro; esso è un punto forza poiché riesce a sondare e rendere conto non solo delle motivazioni, ma anche dei desideri e delle paure che effettivamente influenzano le decisioni che l’attore politico prende di fronte ad un dilemma a cui deve dare risposta. Ad esempio, la rivoluzione spaziale avvenuta in seno all’Inghilterra all’inizio del cosiddetto periodo colombiano (XVI-XIX), descritta da Ghisetti usando una cospicua mole di letteratura scientifica, riesce, descrivendo abilmente il contesto storico-geografico e l’orizzonte di senso entro cui l’Inghilterra si muoveva ed interpretava il mondo, a spiegare per quale ragione l’Inghilterra decise di tagliare, per così dire, il cordone ombelicale che la legava all’Europa e di diventare un “pesce-balena” (Carl Schmitt), inserendosi quindi in una rete di significato che la portò a ritenersi un Paese “dell’Europa, eppure non in Europa” che, infine, le fece praticare la più che nota politica dell’isolazionismo-interventismo e dell’equilibrio di potenza nei confronti del continente europeo mentre si estendeva lungo gli oceani del mondo, costruendo così il proprio impero transoceanico. Così facendo, Ghisetti riesce a spiegare per quale ragione un altro Paese, per esempio il Giappone, anch’esso situato in una congiuntura spazio-temporale simile a quella inglese (il Giappone è, come l’Inghilterra, un impero isolano che, da una parte, dà dirimpetto ad una enorme massa terrestre e, dall’altra, ha il vasto oceano) decise invece di chiudersi a riccio nei confronti del mondo esterno con la politica del Sakoku. Nello specifico, il testo di Ghisetti pone particolare attenzione alla particolare “rappresentazione geopolitica” o “rete di significato” all’interno dei quali i vari attori internazionali sono situati, e per la quale scelgono di intraprendere certe scelte piuttosto che altre (ad esempio, chiudersi a riccio come il Giappone o estendersi sugli oceani come l’Inghilterra). Insomma, l’uomo è certamente un animale politico ma è anche un uomo geografico, poiché esso abita, vive ed interpreta lo spazio (o gli spazi); in poche parole, “geopoliticamente abita l’uomo”. In particolare, Ghisetti pone l’attenzione alla rappresentazione geopolitica che caratterizza gli attori che decidono di seguire una politica di dominio mondiale di tipo talassocratico, la quale, evidentemente, consiste in una particolare rete di significato. Tutto ciò...
A cura di Andrea Turi Charles “Chas” Freeman era uno dei componenti della delegazione statunitense che visitò per la prima volta la Repubblica Popolare Cinese.Era il 1972, un mondo fa. Esperto conoscitore di Cina e dell’arte diplomazia e delle dinamiche politiche del proprio Paese, ha risposto alle domande del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo relative alle attuali relazioni tra Washington e Pechino ma non solo. Signor Freeman buongiorno, nel ringraziarLa per la sua disponibilità a rispondere alle mie domande, le pongo la prima: nel 1972, Lei faceva parte della delegazione statunitense al seguito del Presidente Nixon che si recava per la prima volta a Pechino. Quale è stata l’importanza di quell’evento per il suo Paese, per la Repubblica Popolare Cinese e per il mondo intero? Ha cambiato il mondo geopoliticamente in una volta. Sul lungo periodo ha facilitato il ripristino della ricchezza e del potere della Cina, ha contribuito a far crollare l’Unione Sovietica e ha aperto la strada a un diverso ordine internazionale. Che tipo di uomini erano i due presidenti Richard Nixon e Mao Zedong, e che rapporto si è stabilito tra i due dopo che si sono stretti la mano? Entrambi erano politici che erano saliti al potere attraverso manovre ideologiche, ma entrambi erano anche statisti che avevano riflettuto a lungo sulla geopolitica. L’incontro tra loro ha esteso la protezione americana alla Cina contro un’URSS predatoria che minacciava di agire contro la Cina sotto la “dottrina Brezhnev”. Ciò rappresentava il riconoscimento americano dell’importanza della Cina nella geopolitica globale e, d’altro canto, il riconoscimento cinese della sua vulnerabilità all’attacco sovietico. Questo fu senza dubbio un incredibile successo diplomatico per entrambe le parti. Ciò fu dovuto più al coraggio di Nixon, alla lucida analisi politica di Kissinger o alla volontà della Repubblica popolare cinese di uscire dall’isolamento internazionale? L’iniziativa fu di Nixon, accolta dopo lo scetticismo iniziale da Kissinger. È stato molto controverso in Cina e sarebbe stato ampiamente osteggiato se fosse stato noto all’élite politica cinese. Per lo stesso motivo, Nixon lo tenne segreto negli Stati Uniti. Oggi i rapporti tra le due potenze sono sempre più tesi. C’è qualcosa in quell’evento storico che potrebbe insegnare qualcosa a chi oggi deve gestire una situazione sempre più calda? La lezione fondamentale dell’apertura di Nixon alla Cina è l’importanza sia della visione strategica che della comunicazione pragmatica anche con i presunti nemici. Ma le circostanze erano completamente diverse. Nel settimo decennio del XX secolo, gli Stati Uniti e la Cina hanno scoperto un interesse comune nell’opporsi a un nemico condiviso sufficiente a consentire loro di ridurre il principale ostacolo politico che li divide: la questione di Taiwan. La Cina allora, come oggi, considerava Taiwan alla stregua di un bastione della parte perdente e anticomunista sostenuto dagli americani in una guerra civile sospesa dall’intervento degli Stati Uniti ma non terminata. Oggi non esiste un nemico condiviso paragonabile all’URSS. Gli interessi comuni delle due parti sono meno ovvi e più astratti. Non c’è alcuna pressione strategica per mettere da parte le...
Autore: Andrew Korybko Traduttore: Marco Ghisetti C’è da aspettarsi che gli Stati Uniti gonfi la cosiddetta “minaccia cinese” per rassicurare l’India circa il suo impegno nel “Vecchio Quad”. L’Asia meridionale è emersa come il punto di convergenza degli interessi statunitensi, cinesi e russi in vista del ritiro militare degli Stati Uniti dall’Afghanistan previsto per il 31 di agosto, il che rende questa regione la geostrategicamente più importante del mondo. Queste tre grandi potenze stanno lavorando alacremente per plasmare la situazione ivi presente in collaborazione con le due parti interessate più influenti: India e Pakistan. Le numerose interazioni tra i membri di questo “quintetto” in Asia meridionale, considerando l’importanza della regione, influenzeranno notevolmente il futuro del supercontinente e quindi la Nuova Guerra Fredda che è in corso tra la superpotenza statunitense e la superpotenza cinese. La presente analisi mira a semplificare le complesse dinamiche a beneficio dell’osservatore medio e, quindi, di aiutare tutti a capire meglio l’importanza di ciò che in questo momento sta accadendo. La situazione sta cambiando rapidamente, ma è tuttavia possibile identificare alcune delle tendenze principali: la transizione della geopolitica alla geoeconomia, gli sforzi degli Stati Uniti e della Russia di bilanciare l’India e il Pakistan e la cauta accoglienza data nella comunità internazionale ai talebani da Stati Uniti, Cina e Russia. I più recenti e rilevanti sviluppi sono l’accordo di febbraio per costruire una ferrovia Pakistan-Afghanistan-Uzbekistan (PAKAFUZ), il soggiorno regionale del ministro degli esteri russo Sergey Lavrov all’inizio di aprile, la conferenza di Tashkent di metà luglio sulla interconnettività tra l’Asia centrale e l’Asia meridionale, il “Nuovo Quad” degli Stati Uniti con gli Stati della PAKAFUZ, il viaggio in India del segretario di Stato statunitense Antony Blinken, le recenti visite dei talebani in Cina, il viagglio del consigliere per la sicurezza nazionale pakistan Moeed Yusuf e ell direttore generale dell’ISI ten. gen. Faiz Hameed negli Stati Uniti. Nell’ordine in cui sono stati menzionati, il significato delle principali tendenze è che: le grandi potenze si stanno concentrando su un’amichevole competizione geo-economica nel cuore della terra eurasiatico, cosa che necessita che gli Stati Uniti e la Russia collaborino più strettamente con l’India e il Pakistan in questa ragione, cosa che è facilitata dalle relazioni pragmatiche che i primi due Stati hanno instaurato con la Cina e i talebani. Sono sviluppi importanti perchp: il PAKAFUZ è il mezzo atto a realizzare tutto questo; questa primavera la Russia ha ricalibrato con successo l’equilibrio della sua strategia per l’Asia meridionale; tutti, tranne l’India, sostengono tacitamente il PAKAFUZ; il “Nuovo Quad” è prova della serietà dell’impegno geo-economico preso dagli Stati Uniti; gli Stati Uniti vogliono tranquillizzare le preoccupazioni nutrite dall’India nel suddetto progetto; i talebani accoglieranno gli investimenti della Nuova Via della Seta cinese; e il Pakistan vuole rafforzare i propri legami con gli Stati Uniti. L’unico attore che può far precipitare questo scenario è l’India poiché essa si rifiuta di instaurare contatti ufficiali con i talebani, cosa che la porta ad escludersi dalla Troika Estesa di America, Cina, Pakistan e Russia...
di Stefano Vernole Tornano ad animarsi i rapporti tra la Federazione Russa e l’Occidente a seguito della scelta dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) di non inviare i propri osservatori internazionali alle elezioni parlamentari che si terranno in Russia tra il 17 e il 19 settembre per eleggere i 450 deputati della Duma di Stato. La decisione dell’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODHIR) e dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE è stata presa, secondo quanto riportato dall’organizzazione, a seguito della riduzione del numero di osservatori concessi dalle autorità russe dovute alla pandemia da Covid-19. Questa notizia non è una vera sorpresa, almeno per gli addetti ai lavori, se si considera che già nel 2007 l’OSCE aveva deciso di non inviare i propri osservatori alle elezioni russe e se si tiene conto del rapporto preliminare della missione di valutazione dei bisogni OSCE/ODIHR (redatto dopo che esperti dell’organizzazione avevano valutato la situazione della Federazione Russa con una missione in loco) in cui l’organizzazione aveva espresso giudizio negativo sull’impossibilità di elezione come deputati della Duma di persone con doppia cittadinanza, divieto esplicitato direttamente nella Costituzione aggiornata. Quanto accaduto sembra essere l’ennesima mossa volta a screditare la politica interna russa, un qualcosa già visto nel recente passato sia con il ‘caso Navalny’ che con il vaccino russo Sputnik V tanto osteggiato da Bruxelles anche in una situazione di estrema crisi come quella della pandemia. Eppure, secondo quanto si apprende dalle fonti locali russe, Mosca si era adoperata per favorire la presenza degli osservatori internazionali consentendo un numero dieci volte superiori a quello presente nelle ultime elezioni presidenziali statunitensi vinte da Joe Biden con un margine molto minimo e definite dal presidente uscente Donald Trump come irregolari. La Commissione Elettorale Centrale della Russia (CEC) e il Rospotrebnadzor (Servizio federale di sorveglianza sulla tutela dei diritti dei consumatori e sul benessere umano) avevano lavorato congiuntamente per creare le condizioni necessarie al soggiorno degli osservatori e garantire la loro presenza. Lo scontro con l’ODIHR sembrerebbe essere dovuto alla volontà dell’Ufficio dell’OSCE di giocare un ruolo di primo piano, o forse unico, nella missione degli osservatori internazionali con richieste sempre più pressanti che le Autorità russe hanno ritenuto non accettabili. Dall’atteggiamento dell’ODIHR si potrebbe ipotizzare che i suoi membri abbiano dimenticato che l’osservazione internazionale deve rispettare le regole di accreditamento vigenti nel Paese di osservazione (in questo caso la Russia) e che per un regolare svolgimento del monitoraggio delle votazioni sarebbe consigliabile che nessun organismo, neanche l’OSCE, cerchi di divenire il principale attore ledendo così i diritti di altre organizzazioni o enti. La giustificazione della limitazione degli osservatori da parte della Russia nei confronti dell’OSCE è stata ritenuta insoddisfacente in un periodo in cui la pandemia da Covid-19 continua a regolare la vita di tutti i giorni di molti Paesi. Non è affatto un mistero che in alcune parti del mondo si sia tornati alla chiusura totale a causa dell’aumento di casi di positivi da Covid-19. Nessuno si è ‘scandalizzato’ quando durante...
di Giacomo Leccese Il recente accordo del 5 luglio 2021 sulla produzione del vaccino cinese antiCovid-19 in Marocco mette in luce una collaborazione tra i due Paesi sempre più stretta e articolata. Il legame tra i due Stati è, infatti, il frutto di varie strategie di natura politica ed economica in seno ai due paesi. Il recente avvicinamento Al momento del lancio della Belt and Road Initiative (BRI), nel settembre 2013, il Nord Africa era in larga parte escluso dal progetto. La regione, infatti, fino ad allora era sempre stata un’area piuttosto marginale nella politica estera cinese, nonostante alcuni primi segnali di cambiamento negli anni Duemila, come ad esempio il China-Arab States Cooperation Forum (CASCF) e il Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC). L’evoluzione della BRI negli ultimi anni e la conseguente espansione degli interessi cinesi, però, hanno portato ad una crescente attenzione del gigante asiatico verso l’area, come testimoniano gli accordi bilaterali siglati dal 2014 in poi con tutti gli Stati nordafricani.1 Infatti, come sottolineato da Liu Ming, la BRI verso la regione MENA si è evoluta verso un nuovo modello di cooperazione, costituito da 1+2+3 elementi: la cooperazione energetica in termini di idrocarburi; la costruzione di infrastrutture e l’investimento sul commercio; e l’industria del nucleare, i satelliti spaziali e le nuove fonti di energia.2 Questo ha portato ad un allargamento del focus cinese, che, dai Paesi del Golfo, interessanti per la loro appetibilità in termini di petrolio e gas, si è allargato anche sui Paesi nordafricani non esportatori di idrocarburi, come il Marocco. Le relazioni sino-marocchine, che risalgono al 1958, quando il Marocco fu il secondo Paese africano a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese, hanno, infatti, conosciuto una svolta significativa nel 2016 con la visita in Cina del re Mohammed VI. L’evento è stato l’occasione per stipulare molteplici accordi bilaterali in ambito economico, rafforzati nell’anno seguente con la firma del Memorandum of Understanding sulla realizzazione congiunta della Belt and Road Initiative. A testimoniare la repentina crescita dei rapporti economici tra i due stati c’è l’aumento degli investimenti diretti esteri cinesi verso il Marocco, passati dai 4,3 milioni di dollari del 2003 ai 318 milioni del 2017, più che raddoppiati tra il 2015 e il 2017. Il reciproco interesse, poi, si declina, anche in termini di soft power, come testimonia da un lato l’apertura di tre Istituti Confucio nel regno e dall’altro l’aumento del 300% dei turisti cinesi in Marocco tra il 2015 e il 2016 (frutto della decisione marocchina di eliminare la necessità del visto per questi ultimi). La vicinanza tra i due Stati si riflette, infine, anche politicamente nell’arena internazionale, dove entrambi i Paesi, nel rispetto del principio di non interferenza negli affari interni, evitano di prendere posizioni sfavorevoli all’altro riguardo a questioni al centro del dibattito globale: il Governo marocchino ha sempre evitato commenti sulle accuse di violazioni di diritti umani nei confronti delle minoranze islamiche nello Xinjiang (nonostante i riferimenti della stampa marocchina) e, allo stesso tempo, la Cina si è astenuta da qualsiasi intromissione nella...
di Leonid Savin A metà luglio, il Ministero della Difesa giapponese ha pubblicato un Libro bianco che ha attirato l’attenzione di funzionari ed esperti dei Paesi vicini e degli Stati Uniti. Il documento contiene una serie di caratteristiche che indicano cambiamenti dinamici nella pianificazione militare e politica del Paese, che, assieme all’incitamento di Washington e all’impegno del Paese in progetti regionali come il Quadrilateral Security Dialog, indica il ruolo del Giappone come Stato cliente americano e una continua politica di escalation con i suoi immediati vicini. Guardando l’introduzione al Libro bianco, sembra che il Giappone abbia ora due minacce principali: Cina e Corea del Nord. Vi si dichiara: “Guardando alla situazione attorno al Giappone, la Cina ha continuato i suoi tentativi unilaterali di cambiare lo status quo nel Mar Cinese Orientale e Meridionale. Le navi della Guardia Costiera Cinese (CCG) vengono avvistate quasi quotidianamente nella zona contigua che circonda le Isole Senkaku, una parte intrinseca del territorio del Giappone e ripetutamente si introducono nelle acque territoriali del Giappone. Inoltre, ci sono stati anche incidenti di navi CCG che si avvicinavano a pescherecci giapponesi mentre si introducevano nelle acque territoriali giapponesi, aggravando ulteriormente la situazione. In questo contesto, nel febbraio 2021, in Cina è entrata in vigore la legge sulla guardia costiera cinese. La legge CCG include disposizioni problematiche in termini di incoerenza con il diritto internazionale. Tra le fonti di incoerenza vi sono, tra le altre, l’ambiguità sulle aree geografiche di applicazione della legge CCG e sulle modalità di attuazione delle norme che disciplinano l’uso delle armi. La legge CCG non deve essere autorizzata a violare gli interessi legittimi dei Paesi interessati, incluso il Giappone. Inoltre, l’aumento delle tensioni nel Mar Cinese Orientale e in altre aree marittime è del tutto inaccettabile. In aggiunta, la Corea del Nord sta procedendo con lo sviluppo di missili balistici a un ritmo estremamente rapido. Ha lanciato missili balistici di un nuovo tipo nel 2021 e tali tendenze militari, compreso lo sviluppo nucleare e missilistico, rappresentano minacce gravi e imminenti alla sicurezza del Giappone.” Più avanti, viene utilizzato il termine “regione indo-pacifica”, coniato negli Stati Uniti, e si afferma che il Giappone sarebbe impegnato in una regione “indo-pacifica libera e aperta”. Gli alleati del Giappone sono elencati come Stati Uniti, Australia, India, Canada e Nuova Zelanda, nonché Paesi europei tra cui Regno Unito, Francia e Germania. Alcune pagine sono dedicate ai disastri e alle operazioni di soccorso in caso di terremoti e altri disastri naturali e una sezione separata descrive l’importanza dei domini spaziale, cibernetico e dello spettro elettromagnetico. Un giornale taiwanese ha anche attirato l’attenzione sul fatto che il Ministero della Difesa giapponese ha rimosso per la prima volta Taiwan dalla mappa della Cina. [Continua su geopolitica.ru] https://www.geopolitica.ru/it/article/il-libro-bianco-della-difesa-giapponese
Nei giorni scorsi, il Centro Studi Eurasia Mediterraneo è stato oggetto di alcuni vergognosi e ridicoli attacchi condotti a mezzo stampa tramite media nazionali e internazionali, basati su affermazioni e ricostruzioni menzognere, diffamatrici e senza alcun profilo scientifico (a partire da quello personale dei loro estensori) con l’unico obiettivo di infangare l’inattaccabile rapporto “Xinjiang: caprie la complessità, costruire la pace” (pubblicato sul nostro sito internet in collaborazione con altri centri studi). Senza addentrarsi nel tedioso gioco delle precisazioni, visto che in questo caso gli attacchi esulano da qualsiasi riscontro reale e riportano fatti e avvenimenti semplicemente falsi, il Centro Studi Eurasia Mediterraneo si limita a chiarire che il Prof. Claudio Mutti, direttore della Rivista di studi geopolitici “Eurasia”, non ha alcun legame diretto o indiretto con il Centro Studi Eurasia Mediterraneo associazione culturale e di promozione sociale, non facendo il prof. Mutti parte né dei fondatori del CeSEM né del suo organigramma né dei suoi collaboratori. Quanto alle gravi e menzognere affermazioni/ricostruzioni riportate in tali articoli, il Centro Studi Eurasia Mediterraneo, al fine di tutelare l’onorabilità dei propri iscritti, ha dato mandato ai suoi legali di verificare la sussistenza di eventuali reati e di procedere legalmente contro gli estensori degli articoli e contro chiunque, direttamente o indirettamente venga ritenuto responsabile della diffusione di tali calunnie.