di Jin Xu Traduzione di Giulio Chinappi In questo articolo pubblicato dalla rivista cinese TI Observer, Jin Xu, accademico dell’Istituto Taihe, e Sven Biscop, professore dell’Università di Gent (Belgio), analizzano le relazioni tra Cina e Unione Europea alla luce dei recenti sviluppi. Di seguito la traduzione completa dell’articolo. Quando si tratta delle relazioni tra Cina ed Unione Europea, è difficile descriverle e riassumerle in una parola poiché si sono trasformate e modificate così notevolmente negli ultimi decenni. Da importante partner commerciale a principale fonte di importazioni nell’UE, a Paese indicato con diverse etichette, che vanno da partner, concorrente, a rivale sistemico dell’UE, la Cina ha chiaramente avuto una relazione intrigante con l’UE negli ultimi 30-40 anni. Qual è il ruolo della Cina in relazione all’UE? Come descriviamo le mutevoli dinamiche nelle relazioni Cina-UE alla luce degli eventi accaduti negli ultimi due anni? Guardando al futuro, cosa possiamo aspettarci dalla relazione? Data la dinamica delle relazioni complessive tra Cina e UE, potrebbe commentare quelle che ritiene essere le tendenze passate e in evoluzione della Cina, alla base delle relazioni sino-europee? Jin – Dal mio punto di vista, le relazioni commerciali e politiche sino-europee non sono male se le confrontiamo con le relazioni sino-americane. La Cina è da molti anni il principale partner commerciale dell’UE. Importiamo così tante cose dai Paesi europei e a nostra volta esportiamo così tante cose nei Paesi europei. Abbiamo molti investitori provenienti da Paesi europei, che hanno le loro fabbriche, aziende e prodotti qui. Si vedono molti prodotti e merci europei nelle grandi città come Pechino, Shanghai, Shenzhen, ma anche in molte aree remote. Ci auguriamo che le relazioni tra Cina ed Europa migliorino ulteriormente in futuro. Condividiamo accordi su molte cose. Condividiamo punti di vista comuni in un’ampia gamma di affari internazionali. Spero che avremo più uomini d’affari europei che verranno in Cina. Ci auguriamo che l’Unione Europea, nel suo insieme, possa essere più aperta al popolo cinese, compresi i turisti cinesi, soprattutto dopo il Covid. Biscop – Per riprendere il suo ultimo commento, in primo luogo, uno scambio meno aperto è sicuramente un grande peccato. Anche se non siamo tagliati fuori grazie a Internet, la profondità dello scambio non è proprio la stessa di quando avviene di persona. Di solito, in estate, trascorrevo due settimane all’anno per insegnare alla Renmin University of China a Pechino e visitare diversi think tank e università cinesi. Spero che lo scambio accademico possa riprendere molto presto, perché mi colpisce di più che, quando gli studenti cinesi possono trascorrere l’anno a Bruxelles e gli studenti belgi a Pechino, allora possiamo davvero iniziare a capire cosa sta facendo l’altro. E ora, la Cina è diventata una presenza globale. Le relazioni UE-Cina sono cambiate quando è cambiata la posizione internazionale della Cina. La Cina si è definitivamente riaffermata come una grande potenza, direi, al più tardi dal 2008 dopo la crisi finanziaria. Non c’è un Paese al mondo in cui la Cina non sia presente in termini politici ed economici e, quindi, sempre di più, la Cina...
Europa
di Carlo Terracciano Articolo pubblicato dal blog NEMICI DEL SISTEMA In questo articolo datato 2005, Carlo Terracciano espone in maniera limpida e da un punto di vista europeo e moderato la visione eurasiatista. Questo tipo di analisi, senza tempo, aiuta a decifrare costantemente gli avvenimenti di attualità e orienta senza dubbio ad una visione chiara ed esatta. “L’idea eurasiatica rappresenta una fondamentale revisione della storia politica, ideologica, etnica e religiosa dell’umanità; essa offre un nuovo sistema di classificazione e categorie che sostituiranno gli schemi usuali. Così l’eurasiatismo in questo contesto può essere definito come un progetto dell’integrazione strategica, geopolitica ed economica del continente eurasiatico settentrionale, considerato come la culla della storia e la matrice delle nazioni europee.” Alexander Dugin Continenti e geopolitica L’Eurasia è un continente “orizzontale”, al contrario dell’America che è un continente “verticale”. Cercheremo di approfondire poi questa perentoria affermazione analizzando la storia e soprattutto la geografia, in particolare eurasiatica. Terremo ben presente che in geopolitica la suddivisione dei continenti non corrisponde a quella accademica, ancor oggi insegnata nelle nostre scuole fin dalle elementari, e che, comunque, se un continente è “una massa di terre emerse e abitate, circondata da mari e/o oceani”, è evidente che l’Europa, come continente a sé stante (assieme ad Asia, Africa, America e Australia), non risponde neanche ai requisiti della geografia scolastica. Ad est infatti essa è saldamente unita all’Asia propriamente detta. La linea verticale degli Urali, di modesta altezza e degradanti a sud, è stata posta ufficialmente come la demarcazione trai due continenti, prolungata fino al fiume Ural ed al Mar Caspio; ma non ha mai rappresentato un vero confine, un ostacolo riconosciuto rispetto all’immensa pianura che corre orizzontalmente dall’Atlantico al Pacifico. La nascita e l’espansione della Russia moderna verso est, fino ad occupare e popolare l’intera Siberia, non è altro che la naturale conseguenza militare e politica di un dato territoriale: la sostanziale unità geografica della parte settentrionale della massa eurasiatica, la grande pianura che corre dall’Atlantico al Pacifico, distinta a sud da deserti e catene montuose che segnano il vero confine con l’Asia profonda. Nel suo libro Pekino tra Washington e Mosca (Volpe, Roma, 1972) Guido Giannettini affermava: “Riassumendo, dunque, il confine tra il mondo occidentale e quello orientale non sta negli Urali ma sugli Altai”. Inseriva quindi anche la Russia con la Siberia in “occidente” e ne specificava di seguitole coordinate geografiche: “la penisola anatolica, i monti del Kurdistan, l’altopiano steppico del Khorassan, il Sinkiang, il Tchingai, la Mongolia, il Khingan, il Giappone”. Semplificando possiamo dire che il vero confine orizzontale tra le due grandi aree geopolitiche della massa continentale genericamente eurasiatica è quello che separa l’Europa (con la penisola di Anatolia) più la Federazione Russa, con tutta la Siberia fino a Vladivostok, dal resto dell’Asia “gialla” (Cina, Corea Giappone); nonché dalle altre aree geopoliticamente omogenee (omogenee per ambiente, storia, cultura, religione ed economia) dell’Asia (Vicino Oriente arabo-islamico, mondo turanico, Islam indoeuropeo dal Kurdistan all’Indo, subcontinente indiano, Sudest asiatico peninsulare e insulare fino all’Indonesia). Più che di un confine di tipo moderno si...
Intervista condotta da Nicolas Gauthier – place-armes.fr Abbiamo già avuto modo di parlare della NATO, organizzazione che avrebbe dovuto logicamente essere sciolta contemporaneamente al Patto di Varsavia, poiché creata al solo scopo di resistere all’Unione Sovietica, oggi mancante. Ma non è stato così, poiché si è evoluta in una grande organizzazione di “difesa globale” che ora opera in tutto il mondo. Quali sono le sue priorità oggi? Come tutti sanno, i suoi nemici designati oggi sono la Federazione Russa prima e la Cina secondariamente. La notizia è che con l’elezione di Joseph (“Joe”) Robinette Biden, il partito della guerra è tornato. Gli Stati Uniti hanno già ricominciato a bombardare la Siria, Putin è stato definito un “killer” da Biden e nuove sanzioni sono state appena adottate contro la Cina. Allo stesso tempo, è in corso una vasta offensiva propagandistica per “cementare la centralità del legame transatlantico”, vale a dire per far credere agli europei che i nemici degli americani sono necessariamente i loro. Torniamo al ricatto di protezione dell’era della Guerra Fredda: agli europei viene ordinato di allinearsi alle posizioni di Washington in cambio della protezione americana, e quindi di giurare fedeltà al comandante supremo delle forze alleate in Europa. Che è, come sempre, un generale americano. In breve: protettorato contro la vassalizzazione. Questa è anche l’opinione dell’editoriale pubblicato recentemente sul mensile “Capital”, che è stata firmato da diversi alti ufficiali militari. Il minimo che si possa dire è che i suoi firmatari non usano mezzi termini, dal momento che affermano che la sovranità della Francia è direttamente minacciata dai piani della NATO … La lettera aperta inviata a Jens Stoltenberg, Segretario generale della NATO, dai membri del Cercle de réflexion interarmées è infatti un vero e proprio atto d’accusa contro il progetto “NATO 2030”, che definisce le missioni dell’Organizzazione per i prossimi dieci anni. Questo progetto è descritto come un “monumento di pacifica malafede”, che ha il merito di essere chiaro. Ma dobbiamo andare oltre se vogliamo capire qual è la posta in gioco. Il fatto importante è che la dottrina della NATO si è evoluta costantemente negli ultimi anni verso l’integrazione della guerra nucleare in tutte le fasi della battaglia. Nel 2008, la NATO aveva già rifiutato di firmare il Patto di sicurezza europeo proposto da Mosca. Nel 2010, al vertice di Lisbona, la difesa missilistica antibalistica americana istituita in Europa aveva assunto un carattere chiaramente diretto contro il “nemico russo”. Dal 2015, i primi sistemi antimissili americani in confezioni da 24 lanciatori Mk 41, impiantati nei pressi di tutta la Russia, non erano più progettati per consentire solo il fuoco difensivo, ma anche il fuoco offensivo. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno stracciato il Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF) firmato nel 1987 da Gorbaciov e Reagan. Proprio di recente, un gruppo di dieci esperti nominato da Stoltenberg, nel suo libro NATO 2030: United for a New Era, si è espresso a favore del dispiegamento in Europa di nuovi missili nucleari a medio raggio...
di Maria Alessandra Citro Il 12 agosto la nave turca Oruc Reis, durante un’esplorazione mineraria, si scontra a largo delle acqua dell’isola di Kastellorizo con una nave greca. L’incidente avviene nella zona economica esclusiva greca, non riconosciuta da Ankara. Questo incidente rappresenta soltanto la punta dell’iceberg delle tensioni tra i due governi, in quanto essi sono in conflitto dal 22 luglio scorso, a seguito di un navtex diramato dal governo turco per un’estensione delle operazioni di esplorazione in quelle acque contese. Per mitigare la situazione, si sono impegnati diplomaticamente i governi dei paesi membri dell’Unione Europea e Washington, così la Turchia ha deciso di riportare la Oruc Reis nel porto. La questione seppur mitigata non è per nulla risolta, l’intervento della comunità europea non è risultato sinergico e compatto, in quanto quest’ultima necessita ancora di mettere a punto un progetto di inclusione vero e proprio che coinvolga il governo turco in maniera consapevole e che che lo spinga ad intraprendere una strada di mediazione politica, lontano dalle tensioni militari a cui è avvezzo. Il vertice europeo di ottobre ha dimostrato che la mancanza di unanimità da parte degli stati membri incide fortemente su una de escalation effettiva della situazione. I governi di Ankara e di Atene sono invischiati da tempo in una serie di dispute che rendono i rapporti diplomatici instabili e critici e questa volta la partita si è giocata nelle acque del Mediterraneo orientale. Il casus belli è l’incidente avvenuto il 12 agosto a largo delle acque di Kastellorizo -un’isola situata a 80 miglia dall’isola Rodi, a 170 miglia a ovest di Cipro ed a un miglio dalla costa della Turchia- della nave turca Oruc Reis, che stava compiendo attività di ricerca di petrolio e gas naturali e che si è scontrata con una nave da guerra greca1. Questo avrebbe implicato l’intervento di una nave turca di scorta la Kemal Reis, che avrebbe urtato e danneggiato quella greca, vincolandola al rientro. Lo scontro è avvenuto nella zona economica esclusiva (ZEE) greca, non riconosciuta dal governo di Ankara, in quanto con quest’ultimo si contende il controllo sull’area, per le ingenti risorse di gas e minerali lì presenti2. L’incidente rappresenta soltanto il culmine delle escalation di tensioni tra i governi, risalenti ormai al 22 luglio scorso, a causa di un navtex, un avviso di restrizione alla navigazione, diramato dal governo turco per estendere le operazioni di esplorazione dal 2 al 12 agosto3. Le questioni tra i due governi si sono, tuttavia, acuite a partire dal 2015, quando ENI, una compagnia energetica impegnata nell’estrazione dei gas in Egitto, propendeva per la costruzione di East Med, un gasdotto sottomarino per collegare i giacimenti di Egitto, Cipro e Israele, e successivamente Grecia e Italia, riducendo così la dipendenza dei paesi coinvolti dalla Russia, ma escludendo dal progetto la Turchia4. Nel 2009, Ankara si è vista così costretta a firmare un accordo con il governo libico: avrebbe potuto sfruttare le sue risorse energetiche presenti nel Mediterraneo Orientale, offrendo in cambio protezione militare. L’accordo...
Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera. Vorrei condividere con voi una storia, purtroppo reale, di un aiuto umanitario arrivato in Kosovo e Metochia e che avrebbe potuto essere molto pericoloso per i destinatari se solo si fosse scoperto da chi era stato mandato. Ecco perché in questa breve, ma impressionante storia non farò nomi di persone che ne hanno fatto parte. Tutto comincia circa un mese fa. Un amico mi chiama e mi dice “C’è un associazione italiana di Verona che ha bisogno di una mano per spedire dei pacchi in Kosovo”. Gli dico di dare loro il mio contatto e che vedrò se si può fare qualcosa. Successivamente riesco a sentire l’associazione, di cui non farò nome per motivi che capirete, e mi rendo conto subito della gravità del problema: alcuni bambini di diverse famiglie albanesi del Kosovo necessitano urgentemente farmaci per il cuore. La situazione è grave e l’associazione non ha possibilità di spedire nulla a causa dei blocchi imposti per il corona virus. Gli dico che proverò ad informarmi, ma che non sarà facile. Nel frattempo contatto i consolati generali della Repubblica di Serbia a Milano e a Trieste che mi danno buone notizie: se trovo una persona che accetta di portare con sé i pacchi fino a Belgrado loro sbrigheranno la parte burocratica, i documenti e i permessi. Ottimo penso, ma chi potrebbe portarli fino a Belgrado? Decido di chiedere una mano ad una persona,il signor V.T., che ho aiutato con i documenti per l’evacuazione dall’Italia e anche a trovare il passaggio per andare in Serbia. Lui accetta, anche se perplesso, perché temeva che avrebbe avuto problemi con l’autista se avesse saputo il contenuto dei pacchi. Invece, anche questa volta , tutto è andato per il verso giusto. Avevamo trovato il modo per far arrivare i medicinali da Verona a Belgrado. Ma da Belgrado fino a Pristina, Djakovica, Klina e altri posti c’è ancora tanta strada da fare. Contatto la signora S.M dell’Ufficio governativo della Serbia per il Kosovo e Metochia, le spiego il problema e lei accetta di darmi una mano. Un trasporto sanitario in quei giorni partiva da Belgrado per il Kosovo, avrebbe aspettato! E allora, ci siamo? Problema risolto? No, per nulla! Il signor V.T. arriva a Belgrado, riesce a consegnare i medicinali alle persone che li avrebbe portati in Kosovo, ma qui adesso inizia il dramma. La persona che doveva prelevare i medicinali e consegnarli alle varie famiglie albanesi è albanese e il trasporto sanitario è serbo. Per lui prendere i medicinali significa che avrebbe potuto avere problemi con il cosiddetto “Governo della Repubblica del Kosovo”. Cosa fare? Beh, troviamo una volontaria serba vicino a Pristina per prelevare i farmaci e consegnarli direttamente al ragazzo albanese. Bene, fatta anche questa. E adesso? Dove è il prossimo inghippo? Chi conosce la situazione in Kosovo e Metochia lo avrà già capito: non possiamo farne parola, almeno non in maniera troppo dettagliata, perché chi ha ricevuto l’aiuto, i bambini albanesi e le loro famiglie...
Al confine tra Grecia e Turchia un’emergenza che l’Europa non saprà né vorrà affrontare, quella dei profughi e migranti che spingono ai confini greci per poter accedere al Vecchio Continente. I motivi sono da cercarsi negli interessi e nelle necessità di politica estera e interna di Ankara? Le tensioni tra Grecia e Turchia non sono certo un fattore di novità nella storia delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi; e non lo è neppure il fatto che queste si siano accese nuovamente nell’ultimo periodo da quando migliaia di persone si sono accampate sul confine greco per cercare di entrare in Europa. Una crisi di tale portata è uno di quegli eventi che possono essere trattati su vari livelli; spesso, soprattutto i media mainstream hanno optato per una narrazione che prendesse la pancia dei fruitori parlando di diritti umani stracciati, bambini morti nel tentativo di varcare il confine per vivere un futuro sotto la bandiera europea, condizioni disumane in cui versano i migranti nei campi allestiti in prossimità della frontiera. Questo, un esempio tra i tanti: “Molti uomini e donne, bambini, intere famiglie che dopo esser sopravvissute alle bombe lanciate sulle loro abitazioni in Siria, hanno tentato di raggiungere l’Europa per una vita migliore e si sono ritrovati a vivere al freddo, tra il fango, le pozzanghere, in condizioni igieniche inimmaginabili. Esseri umani, soprattutto bambini, che dopo aver assistito alla guerra, alla morte dei propri cari e alle violenze dei campi, in preda alla disperazione, mettono in atto gesti di autolesionismo o tentano di suicidarsi. A tale situazione si unisce la decisione presa da parte della Grecia di militarizzare le frontiere sospendendo il diritto di asilo per un mese e le continue immagini dei coraggiosi fotoreporter che continuano a documentare le violenze inaudite e disumane rivolte ai rifugiati. Soltanto ieri un giovane siriano di 22 anni proveniente da Aleppo è stato ucciso dalla polizia e un bambino di 6 anni ha perso la vita annegando mentre, nel tentativo di sbarcare sull’isola di Lesbo, l’imbarcazione sulla quale si trovava è stata colpita dalla guardia costiera greca. E ancora gli attacchi ai centri di accoglienza che hanno spinto operatori e attivisti a sospendere le proprie attività con conseguenze devastanti all’interno dei campi e con violenze rivolte ai singoli migranti, oggetto di violenza da parte di alcuni gruppi estremisti che soffiano sul vento dell’odio. Nel tentativo di creare delle barriere sia mare che in terra per arginare l’arrivo di queste persone che cercano di scappare dalla guerra che, nei prossimi giorni potrebbero diventare sempre più numerose, scompare ancora una volta l’umanità dell’Europa.” (http://www.vita.it/it/article/2020/03/05/cosi-scompare-lumanita-delleuropa-al-confine-grecia-turchia/154282/). Lo storytelling umanitario – caritatevole nasconde, però, uno scenario che ha tutt’altri risvolti afferenti piuttosto al cinismo politico degli attori impegnati nel gioco di forza tra Stati: i profughi ammassati al confine greco-turco che spingono per entrare in Europa non sono altro che un’arma di ricatto politico che la Turchia ha puntato verso la comunità internazionale nell’estremo tentativo di ottenere nel più breve tempo possibile un nuovo accordo sui migranti e un...
Si terrà il giorno lunedì 25 marzo 2019, dalle ore 15 alle ore 17 presso la Sala Consiliare del Municipio I di Roma (Circonvallazione Trionfale 19) la conferenza commemorativa Serbia; la memoria 20 dopo le bombe della NATO.
Pubblichiamo il focus a firma di Stefano Bellagarda sull’Europa come modello di crescita, innovazione e sostenibilità. Si legge nell’introduzione: In questo libro voglio dare una spiegazione di come l’Europa, se segue una serie di criteri e si trasforma, può essere un motore per la crescita e impattare positivamente sull’individuo, sulla comunità intesa come gruppo di individui e un esempio per il mondo intero. Per me l’Unione Europea è un’istituzione democratica fondata su diversi principi come: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto e diritti umani, che dovrebbe promuovere la pace, i valori e il benessere dei suoi cittadini. Inoltre dovrebbe garantire sicurezza e giustizia senza frontiere interne ed equilibrare quelle esterne senza pregiudicare i rapporti di vicinato e con i paesi esteri. Favorire lo sviluppo sostenibile basato su un’economia equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia altamente competitiva, garantendo a tutti l’occupazione, il progresso sociale e la protezione dell’ambiente. Lottare contro l’esclusione sociale e la discriminazione, promuovere il progresso scientifico e tecnologico, rafforzando la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra gli Stati membri. Rispettare la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica ed istituire un’Unione economica e monetaria con l’euro come moneta unica. Nei vari capitoli si analizzano alcuni punti che ritengo personalmente fondamentali perché l’Europa funzioni veramente bene e descrivo come l’Europa dovrebbe trasformarsi al fine di garantire un equilibrio di pace e prosperità non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto sociale. SCARICA IL FOCUS “EUROPA COME MODELLO DI CRESCITA, INNOVAZIONE E SOSTENIBILITA'”
L’aggressione militare della NATO alla Jamahiriya libica guidata da Gheddafi, spacciata per continuazione del processo destabilizzatore denominato “rivolte arabe”, ha provocato come conseguenza più evidente e immediata l’impennata degli sbarchi dei migranti in Europa (specie in Italia) attraverso il Mar Mediterraneo. L’attuale guerra alla Siria baathista del Presidente Assad rappresenta oggi l’altro spartiacque che, almeno agli occhi dei mass media occidentali, favorisce inevitabilmente il processo migratorio dal Vicino Oriente all’Italia. Ma le cose stanno davvero così? Esiste un nesso diretto tra guerra e migrazione, oppure il fenomeno di sradicamento degli esseri umani nasconde interessi geopolitici particolari? L’area mediterranea può essere suddivisa in tre differenti zone: il Maghreb, il Vicino Oriente e i Balcani che si distinguono in diverse tipologie migratorie (dovute a lavoro, riunificazione familiare, solidarietà etnica e religiosa, interessi criminali …) ma anche per una forte interdipendenza economica. Lampedusa, nell’estremo sud della Sicilia, è a soli 100 km dalla Tunisia, molte isole del Dodecaneso in Grecia si trovano a meno di 5 km dalle coste della Turchia; diverse nazioni interessate dal fenomeno migratorio sono firmatarie della Convenzione Internazionale sui rifugiati, sugli apolidi e sui diritti dei bambini. Il primo effetto collaterale di questa prossimità geografica si ebbe nel 2011, quando oltre 60.000 migranti (in gran parte provenienti dalla Tunisia) sbarcarono in Italia dopo lo scoppio della “primavera araba”. La guerra illegale alla Libia – ricordiamo che la Risoluzione dell’ONU 1973/2011 prevedeva l’instaurazione di una no fly zone non solo per i velivoli della Jamahiriya ma anche per gli aerei dell’Alleanza Atlantica – ha ulteriormente intensificato questo fenomeno migratorio, finendo per saldarsi con la “crisi siriana” e alimentando il confronto geopolitico occulto che si sta consumando in Africa tra le ambizioni neocolonialiste occidentali e l’alternativa economica offerta dagli investimenti cinesi e russi. Fino al 2014 il flusso dei richiedenti asilo in Europa si aggirava sui 200.000 all’anno ma questo dato si è ulteriormente impennato nel 2015 raggiungendo la cifra di 1,2 milioni di persone; lo stesso può dirsi per il numero dei morti che è stato di circa 3.000 nel 2015 e di 3.740 da gennaio ad ottobre 2016. Secondo i dati dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, nel 2015 almeno 1.015.078 persone avevano attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa (856.000 in Grecia e 153.000 in Italia), nel 2016 invece sono state “solo” 361.678 persone, di cui 181.405 in Italia e 173.447 in Grecia. Ad essere aumentato è quindi il tasso dei decessi: nel 2016 una persona ogni 88 (3.740 tra morti e dispersi) che hanno tentato la traversata ha perso la vita, un dato in netta crescita rispetto al parametro di 1 ogni 269 dello scorso anno. Significativa la provenienza di quanti sono sbarcati nelle isole greche: Siria (50%), Afghanistan (25-30%) e Iraq (tra il 10 e il 20% secondo le stime più recenti), mentre le nazionalità maggiormente richiedenti asilo in Italia giungono da Nigeria (21%), Eritrea (12%), Senegal (6%), Mali e Sudan (5%), Guinea, Gambia e Costa D’Avorio (7% in media ciascuna). Il primo piano...
Dopo i fatti di Parigi del 13 novembre siamo stati inondati da una montagna di fesserie sulla politica internazionale. La scarsa competenza, la fretta, o la malafede di molti commentatori, si è unita al basso interesse per i fatti del Medio Oriente della stragrande maggioranza del pubblico. Interesse ravvivato tardivamente solo da una minaccia vera e concreta manifestatasi nel cuore dell’Europa. Il risultato? Un concentrato di pericolosissima disinformazione, destinata a riverberarsi sulle scelte politiche ed elettorali. Una sequela di appelli alla “crociata” contro il nemico islamico, affrettati e impulsivi, privi di ogni vera aderenza alla realtà. Cosa sappiamo, ma soprattutto cosa ci è stato raccontato della guerra civile siriana? E quanto sappiamo degli interessi che il mondo occidentale, spalleggiato da alleati di alto rilievo, come l’Arabia Saudita e la Turchia, e altre grandi potenze avversarie, come la Russia e l’Iran, detengono nella fondamentale regione mediorientale? Privo di un’adeguata esposizione mediatica, questo conflitto inizialmente locale e ristretto, nato nel 2011 sulla scia della Primavera Araba, è divenuto in realtà una mini guerra mondiale dove da tempo sono schierate una contro l’altra, seppur velatamente, le maggiori potenze. La posta in gioco? Semplicemente, ma non banalmente, il controllo di importanti risorse naturali, come il gas, e dei loro canali di trasporto, e il presidio geopolitico nella zona, da difendere o da preservare. In particolare non ci è stato spiegato chiaramente che, oltre che una guerra politica fra il governo di Bashar al-Assad e ribelli dissidenti, questa è anche una guerra settaria fra gruppi islamici di correnti diverse. Fra una minoranza di tendenza sciita, alla quale appartiene il partito del Presidente (che ufficialmente si definisce secolarista), e numerosissimi gruppi vagamente “rivoluzionari”, di fede sunnita, fra i quali ora è prominente, ma non lo era neppure due anni fa, quello chiamato Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL), precedentemente ISIS (Islamic State of Iraq and Syria), in arabo Daesh, che tanto terrore oggi suscita in Europa. È il nostro continente infatti, oltre ai milioni di siriani direttamente coinvolti nelle devastazioni, la maggior vittima del caos siriano. Le milizie appartenenti all’ISIS si sono dimostrate aggressive ed espansioniste, diffondendo morte e distruzione su tutti i fronti, sia contro gli occidentali, che gli hanno mosso guerra riconoscendone la elevata pericolosità, sia contro i sostenitori di Assad e gli sciiti presenti nell’area. Alcuni, ma non tutti, dei gruppi “rivoluzionari” sunniti, comparsi come funghi, pur possedendo una evidente componente terroristica, hanno ricevuto quasi da subito supporto tecnico e/o economico da parte di alcuni paesi occidentali, in primis Usa, Francia e Regno Unito, e stati del Golfo come Kuwait e Qatar, miranti ad indebolire il vero nemico dell’Occidente e dei suoi alleati, ovvero il signor Assad, e il suo più saldo appoggio nella regione, l’Iran. In questa guerra la Francia, che ora piange i suoi morti, ha già preso posizione a fianco di Washington e del Regno Unito, appoggiata dall’Onu, e ha effettuato bombardamenti aerei contro campi di addestramento dello Stato Islamico prima in Iraq e poi, a settembre,...