18 Luglio 2026

Mese: Aprile 2022

Nuclear-terrorism
di Evgeny Pashentsev Articolo originale in lingua inglese pubblicato sul sito MODERN DIPLOMACY Secondo le dichiarazioni ufficiali della Federazione Russa, l’operazione militare speciale cin Ucraina mira sia a “smilitarizzare” che a “denazificare” il Paese. Questa operazione viene eseguita in un grande Stato dotato di un’industria nucleare sviluppata, un esercito abbastanza potente (il più grande in Europa al di fuori di Russia e Turchia) e un’elevata potenza di fuoco (22° posto nel mondo secondo la classifica della forza militare del 2022 (Global Firepower, 2022)). Uno degli obiettivi primari dell’operazione è garantire la sicurezza delle strutture atomiche ucraine durante l’operazione militare. Ciò che aumenta significativamente il rischio, tuttavia, è il fatto che le vecchie centrali elettriche dell’Ucraina – piene di reattori, sistemi di raffreddamento, turbine ed altri componenti chiave – richiedono un’attenta manutenzione e monitoraggio, operazioni che, ovviamente, possono essere interrotte durante la guerra (Skibba e Barber, 2022).Oggi ci sono quattro centrali nucleari in funzione in Ucraina, con 15 unità di potenza e una capacità installata totale di 13.835 MW – il 26,3% della capacità totale di tutte le centrali in Ucraina (Uatom, 2021). Gli impianti nucleari ucraini sono stati progettati per avere una vita operativa di 30 anni. Sfortunatamente, questa durata è già stata superata da 12 unità; l’Ispettorato statale per la regolamentazione nucleare dell’Ucraina (Gosatomregulirovaniya) ne ha esteso la durata di 10-20 anni (My.Ua, 2021).Questa decisione ha sollevato interrogativi inquietanti da più parti. Il 25 gennaio, un mese prima dell’inizio delle ostilità, presso la centrale nucleare di Khmelnytsky, l’unità n. 1 è stata spenta a causa “dell’attivazione del trasformatore di blocco di protezione differenziale, seguita dall’attivazione della protezione del reattore“. L’unità è stata messa in funzione nel lontano 1988 e la sua vita operativa doveva terminare nel 2018. Lo stesso giorno, l’unità 4 della centrale nucleare di Zaporizhzhya – a cui prevista vita operativa di questa unità è terminata nel 2020 (Infox, 2022) – è stata spenta per poter procedere all’eliminazione delle “perdite di gas dal turbogeneratore“. Sembra evidente che le autorità ucraine abbiano ignorato i crescenti rischi derivanti dall’utilizzo di vecchie apparecchiature nelle centrali nucleari. Nel corso delle operazioni militari, ci sono anche rischi molto concreti che le strutture atomiche possano essere danneggiate da un missile vagante o da un proiettile di artiglieria. Mentre gli esperti occidentali ritengono che l’esercito russo non prenderebbe di mira deliberatamente una centrale nucleare, un errore accidentale potenzialmente disastroso – che potrebbe danneggiare milioni di ucraini e anche i vicini russi – non è da escludere. “Questo è certamente qualcosa per cui, penso, i russi farebbero uno sforzo per evitare che succeda, non solo perché non vogliono contaminare il Paese che stanno cercando di occupare, ma anche perché l’Ucraina ha bisogno dell’elettricità prodotta da quegli impianti”, afferma Ed Lyman , scienziato della sicurezza globale presso l’Union of Concerned Scientists e coautore del libro Fukushima: The Story of a Nuclear Disaster (Skibba and Barber, 2022). Senza ombra di dubbio, visto anche il perdurare delle ostilità, Ucraina e Russia non sono interessate al verificarsi di una nuova Chernobyl...
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di Carlo Terracciano Articolo pubblicato dal blog NEMICI DEL SISTEMA In questo articolo datato 2005, Carlo Terracciano espone in maniera limpida e da un punto di vista europeo e moderato la visione eurasiatista. Questo tipo di analisi, senza tempo, aiuta a decifrare costantemente gli avvenimenti di attualità e orienta senza dubbio ad una visione chiara ed esatta. “L’idea eurasiatica rappresenta una fondamentale revisione della storia politica, ideologica, etnica e religiosa dell’umanità; essa offre un nuovo sistema di classificazione e categorie che sostituiranno gli schemi usuali. Così l’eurasiatismo in questo contesto può essere definito come un progetto dell’integrazione strategica, geopolitica ed economica del continente eurasiatico settentrionale, considerato come la culla della storia e la matrice delle nazioni europee.” Alexander Dugin Continenti e geopolitica L’Eurasia è un continente “orizzontale”, al contrario dell’America che è un continente “verticale”. Cercheremo di approfondire poi questa perentoria affermazione analizzando la storia e soprattutto la geografia, in particolare eurasiatica. Terremo ben presente che in geopolitica la suddivisione dei continenti non corrisponde a quella accademica, ancor oggi insegnata nelle nostre scuole fin dalle elementari, e che, comunque, se un continente è “una massa di terre emerse e abitate, circondata da mari e/o oceani”, è evidente che l’Europa, come continente a sé stante (assieme ad Asia, Africa, America e Australia), non risponde neanche ai requisiti della geografia scolastica. Ad est infatti essa è saldamente unita all’Asia propriamente detta. La linea verticale degli Urali, di modesta altezza e degradanti a sud, è stata posta ufficialmente come la demarcazione trai due continenti, prolungata fino al fiume Ural ed al Mar Caspio; ma non ha mai rappresentato un vero confine, un ostacolo riconosciuto rispetto all’immensa pianura che corre orizzontalmente dall’Atlantico al Pacifico. La nascita e l’espansione della Russia moderna verso est, fino ad occupare e popolare l’intera Siberia, non è altro che la naturale conseguenza militare e politica di un dato territoriale: la sostanziale unità geografica della parte settentrionale della massa eurasiatica, la grande pianura che corre dall’Atlantico al Pacifico, distinta a sud da deserti e catene montuose che segnano il vero confine con l’Asia profonda. Nel suo libro Pekino tra Washington e Mosca (Volpe, Roma, 1972) Guido Giannettini affermava: “Riassumendo, dunque, il confine tra il mondo occidentale e quello orientale non sta negli Urali ma sugli Altai”. Inseriva quindi anche la Russia con la Siberia in “occidente” e ne specificava di seguitole coordinate geografiche: “la penisola anatolica, i monti del Kurdistan, l’altopiano steppico del Khorassan, il Sinkiang, il Tchingai, la Mongolia, il Khingan, il Giappone”. Semplificando possiamo dire che il vero confine orizzontale tra le due grandi aree geopolitiche della massa continentale genericamente eurasiatica è quello che separa l’Europa (con la penisola di Anatolia) più la Federazione Russa, con tutta la Siberia fino a Vladivostok, dal resto dell’Asia “gialla” (Cina, Corea Giappone); nonché dalle altre aree geopoliticamente omogenee (omogenee per ambiente, storia, cultura, religione ed economia) dell’Asia (Vicino Oriente arabo-islamico, mondo turanico, Islam indoeuropeo dal Kurdistan all’Indo, subcontinente indiano, Sudest asiatico peninsulare e insulare fino all’Indonesia). Più che di un confine di tipo moderno si...
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di Paolo Marcenaro L’Assemblea del Popolo del Kazakistan è un’istituzione unica creata su iniziativa del Primo Presidente – Elbasy Nursultan Nazarbayev.  L’Assemblea del popolo del Kazakistan (APK) è stata istituita con decreto del Capo dello Stato il 1° marzo 1995. Il Presidente dell’APK è il presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev.  Il Presidente dell’APK ha tre vice: il capo del segretariato dell’APK, che fa parte dell’amministrazione presidenziale e anche il vicepresidente dell’APK, Azilkhanov Marat Almasovich.  Due (pubblici) vicepresidenti dell’APK delle associazioni etno-culturali sono nominati annualmente dall’ordinanza del Presidente a rotazione su raccomandazione del Consiglio dell’APK: attualmente sonoMaya Tolegenovna Bekbayeva e Zakirjan Pirmukhamedovich Kuziev.  I Vice Presidenti dell’APK rappresentano l’Assemblea negli organi statali e nelle organizzazioni internazionali, eseguono le istruzioni del Presidente dell’APK sull’attuazione delle decisioni della Sessione dell’APK e del Consiglio dell’APK, informano il Presidente dell’APK sullo stato delle cose e sull’implementazione dei documenti del programma APK, se necessario.  L’APK è composto da 526 persone, i suoi membri includono autorevoli personaggi pubblici, politici, membri del Parlamento e maslikhat regionali, uomini d’affari, giornalisti, intellighenzia creativa e scientifica, anziani, ecc.  Gli APK regionali sono stati istituiti nelle città di Nur-Sultan, Almaty, Shymkent e nelle regioni.  Sono guidati dai rispettivi akim (governatori) delle regioni. L’organo supremo di governo dell’APK è la Sessione dell’APK, che si tiene ogni anno con la partecipazione del Presidente dell’APK.  Nell’aprile 2021, la XXIX sessione dell’APK ha deciso di trasferire i poteri del Presidente dell’APK al Presidente del Paese e di conferire a Elbasy lo status di Presidente Onorario dell’APK.  La sessione dell’APK è convocata dal Presidente del Kazakistan con l’ordine di convocare una sessione regolare con uno schema della data, luogo e ordine del giorno.  Una Sessione straordinaria può essere convocata su iniziativa del Presidente dell’APK, del Consiglio dell’APK o su richiesta dei membri dell’APK.  L’obbligo esclusivo della Sessione dell’APK è l’elezione di 5 deputati del Senato del Parlamento del Kazakistan, lo sviluppo di approcci concettuali nel determinare lo sviluppo dell’APK e sottoporli al Presidente, ascoltando le relazioni dei membri dell’APK. La decisione della Sessione è approvata dal Presidente dell’APK, le raccomandazioni e le proposte sulla politica statale nel campo del consenso pubblico e dell’unità nazionale per gli organi statali sono soggette a considerazione obbligatoria.  Il Consiglio repubblicano dell’APK lavora tra le sessioni, che comprende rappresentanti delle associazioni etno-culturali repubblicane, personaggi pubblici, membri del Parlamento, ministri, akim delle regioni.  75 persone compongono il Consiglio Repubblicano dell’APK. I consigli operano anche nelle regioni in cui si tengono le sessioni APK. 2 Il Consiglio APK è un organo collegiale.  Le riunioni del Consiglio APK sono convocate dal Presidente del Consiglio APK o dai Vicepresidenti dell’APK una volta ogni sei mesi. I poteri del Consiglio APK includono la nomina di candidati a deputati del Senato del Parlamento del Kazakistan eletti dall’APK, l’esame dei candidati a membri dell’APK, la presentazione di proposte al Presidente del Kazakistan sulla convocazione e l’ordine del giorno della Sessione regolare, istituzione di premi pubblici e approvazione di regolamenti su di essi, ecc.  Negli anni dell’indipendenza, l’APK ha dimostrato di essere un’istituzione unica di dialogo...
Il Pakistan è ritenuto il vero vincitore del rocambolesco ritiro statunitense dall’Afghanistan, vittoria che si aggiunge al sempre più solido legame di Islamabad con la Cina e all’aperto sostegno fornito alla Russia nei riguardi della guerra in Ucraina, oltre alla collocazione geograficamente strategica tra Medio ed Estremo Oriente e al fatto di essere l’unico Paese islamico dotato di armamento nucleare. È forse per questa ragione che si spiega la ragione dell’attuale crisi politica pakistana, con la quale sembra sia in corso un tentativo di cambio di regime (e quindi di rotta) all’interno della Terra dei puri. Ne parliamo con Daniele Perra, brillante e prolifico studioso di geopolitica che recentemente ha dato alle stampe il libro “La terra dei puri. Geopolitica ed ideologia del Pakistan” (scopri come acquistare il volume con il 20% di sconto), col quale fornisce un importante contributo alla comprensione di un Paese fin troppo ignorato e mal compreso nel panorama italiano. Il dott. Perra darà anche una lezione proprio sul Pakistan nel nostro corso l’Asia vista da Mosca e Pechino. Dottor Perra, il primo ministro pakistano Imran Khan ha recentemente denunciato quello che ritiene essere un tentativo di cambio di regime da parte di forze estere. Per quanto per ora Khan sia rimasto al potere, vi sono segni di forte tensioni interne, fomentate anche dai numerosi interessi che le grandi potenze nutrono nei confronti di questo Paese strategico. Come si stanno muovendo gli Stati mondiali nei confronti del Pakistan, e chi potrebbe essere interessato ad attuare un cambio di regime? Innanzitutto è bene chiarire che la situazione è ancora in evoluzione. Imran Khan è riuscito inizialmente ad evitare il voto di sfiducia grazie ad una prima dichiarazione di incostituzionalità da parte del Presidente dell’Assemblea, ma, in un secondo momento, è stato messo in minoranza dal parlamento. Oggi, il nuovo Primo Ministro pakistano è il politico e uomo d’affari Shehbaz Sharif, fratello del più noto Nawaz Sharif, e presidente del Pakistan Muslim League (Nawaz): Partito fondato dallo stesso Nawaz nel 1993 dopo la dissoluzione dell’Islamic Democratic Alliance. Dunque, in qualche modo (per mezzo di una manovra parlamentare di compravendita di seggi, qualcosa a cui siamo abituati anche in Italia), il cambio di regime si è già concretizzato. A questo proposito, si rende necessaria un breve digressione per meglio capire il panorama politico pakistano. Ad oggi, sono tre i principali Partiti politici in Pakistan: il già citato PML(N), il Partito del Popolo Pakistano (PPP), facente riferimento alla famiglia Bhutto-Zardari, ed il Pakistan Tehreek-e-Insaf (il Movimento pakistano per la giustizia legato alla figura dell’ex campione di cricket Imran Khan). I primi due Partiti hanno in qualche modo segnato la storia politica del Pakistan degli ultimi cinquanta anni, alternandosi al potere con periodi di dittatura militare. Il PPP venne fondato da Zulfiqar Ali Bhutto (padre di Benazir) sul finire degli anni ’60 del secolo scorso. Questo, inizialmente, aveva un orientamento di tipo socialista-nazionale. Bhutto nazionalizzò l’industria dell’acciaio pakistana e cercò di attuare una politica di bilanciamento tra Stati Uniti ed...
Xi
di Giulio Chinappi Tra il 20 e il 22 aprile si è tenuto il tradizionale appuntamento con il Forum di Boao per l’Asia, nella provincia cinese dello Hainan. Di seguito vi proponiamo la traduzione del messaggio video inviato dal presidente Xi Jinping per la cerimonia di apertura dell’evento. Eccellenze Capi di Stato e di Governo,Eccellenze Capi delle Organizzazioni Internazionali,Eccellenze Membri del Consiglio di Amministrazione del Forum di Boao per l’Asia,Illustri ospiti,Signore e signori,Cari amici, È per me un grande piacere unirmi ancora una volta ad amici vecchi e nuovi online per la Conferenza annuale del Forum di Boao per l’Asia 2022. Voglio iniziare porgendo, a nome del governo e del popolo cinese e anche a mio nome, un cordiale benvenuto a tutti ospiti partecipanti e calorose congratulazioni per la convocazione della Conferenza annuale. In questo momento, i cambiamenti del mondo, dei nostri tempi e della storia si stanno svolgendo in modi mai visti prima. Questi cambiamenti pongono sfide che devono essere prese sul serio dall’umanità. Dobbiamo ancora uscire dall’ombra di una pandemia che capita una volta ogni secolo, ma stanno già emergendo nuovi tradizionali rischi per la sicurezza. La debole e vacillante ripresa economica mondiale è aggravata da un crescente divario di sviluppo. Sebbene il deficit di governance in aree come il cambiamento climatico sia stato a malapena affrontato, anche nuove questioni come la governance digitale sono in lizza per l’attenzione. Visto in un tale contesto, il tema della conferenza annuale di quest’anno “Il mondo nel COVID-19 e oltre: lavorare insieme per lo sviluppo globale e il futuro condiviso” non può essere più rilevante. Come recita un antico adagio cinese, “Non si deve cambiare il proprio impegno o rinunciare alla propria ricerca anche di fronte al pericolo e al rischio“. Una rassegna della storia umana ci insegna che più le cose diventano difficili, maggiore è il bisogno di mantenere la fiducia. I problemi non devono incutere paura, poiché è un problema dopo l’altro che ha guidato il progresso della società umana. Nessuna difficoltà potrà mai fermare la ruota della storia. Di fronte alle tante sfide, non dobbiamo perdere la fiducia, esitare o sussultare. Invece, dobbiamo rafforzare la fiducia e andare avanti contro ogni previsione. Signore e signori,Amici, Affinché noi possiamo superare la nebbia e abbracciare un futuro luminoso, la forza più grande viene dalla cooperazione e il modo più efficace è attraverso la solidarietà. Negli ultimi due anni e più, la comunità internazionale ha lavorato duramente per rispondere alla sfida del COVID-19 e promuovere la ripresa e lo sviluppo globali. Le difficoltà e le sfide sono ancora un altro promemoria del fatto che l’umanità è una comunità con un futuro condiviso in cui tutti i popoli si levano in piedi o cadono insieme, e che tutti i Paesi devono seguire la tendenza dei tempi caratterizzati da pace, sviluppo e cooperazione vantaggiosa per tutti, muoversi nel direzione di costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità e affrontare le sfide e costruire un futuro luminoso attraverso la cooperazione. Dobbiamo lavorare insieme per difendere la vita...
mariupol-ceceni
di Giulio Chinappi Secondo le autorità russe, sarebbero oltre 5,8 milioni le fake news prodotte in funzione antirussa circa l’operazione speciale attualmente in corso in Ucraina. Proprio in queste ore, il leader ceceno Kadyrov ha annunciato che i russi hanno il controllo di Mariupol’ e dell’acciaieria Azovstal’. Il conflitto ucraino si sta svolgendo non solo sui campi di battaglia, ma anche attraverso i mezzi di comunicazione e la propaganda mediatica che invade quotidianamente tutto il mondo. La propaganda, è bene chiarirlo, esiste ovunque ed è uno strumento che i governi utilizzano per influenzare l’opinione pubblica e convincere i cittadini di ciò che più gli fa comodo. Tuttavia, nei Paesi occidentali che si autodefiniscono “democratici”, la parola “propaganda” viene generalmente intesa con accezione dispregiativa, facendo finta che riguardi solamente quelle che gli stessi Paesi occidentali descrivono come “dittature”. La realtà, invece, ci dice ben altro, ovvero che nessuna soi-disant democrazia è esente dal meccanismo della propaganda. Anzi, la propaganda non dichiarata, che si ammanta di libertà di stampa, risulta spesso essere più pericolosa. Invero, anche lo stesso sbandierare una presunta libertà di stampa da contrapporre all’altrui repressione fa parte della stessa propaganda di cui sopra. Venendo all’attualità, mentre i media occidentali lanciano anatemi contro la propaganda russa, essi stessi inondano i loro lettori e ascoltatori con propaganda antirussa. Come denunciato da Ekaterina Mizulina, direttrice della Safe Internet League, le fake news prodotte dalla propaganda occidentale contro la Russia sono milioni, e non sono certamente cominciate con l’inizio dell’operazione speciale russa in Ucraina. Ad esempio, la stessa Safe Internet League aveva segnalato quasi 3.000 fake news circa i tumulti che si sono verificati in Kazakistan negli scorsi mesi, ma questa attività si è ulteriormente intensificata in queste settimane, raggiungendo i 5,8 milioni di fake news sull’operazione speciale. “In questo momento ci troviamo nel bel mezzo di una guerra dell’informazione. Sono stati rilevati oltre 5,8 milioni di falsi“, ha affermato Mizulina, aggiungendo che l’organizzazione da lei diretta monitora oltre 240 milioni di varie fonti online, inclusi social network russi e stranieri, nonché oltre 40.000 media in Russia e in tutto il mondo. Secondo lka stessa Mizulina, “una seria campagna di informazione contro la Russia e i russi” è ora in corso a livello globale. Secondo la direttrice dalla Safe Internet League, l’attuale propaganda ha il duplice obiettivo di diffondere notizie negative sulla Russia e allo stesso tempo di coprire i crimini commessi dagli ucraini dal 2014 ad oggi, soprattutto per quanto riguarda l’uccisione di civili nel Donbass. A tal proposito, Christelle Néant ha pubblicato un interessante reportage sul sito Donbass-Insider, nel quale porta le testimonianze di numerosi abitanti di Mariupol’ che da otto anni subiscono le angherie del governo ucraino e del suo braccio armato. “Il martirio della città di Mariupol’ non è iniziato nel 2022, ma otto anni prima, con la strage del 9 maggio 2014”, ricorda la giornalista francese. Il 9 maggio 2014 rappresenta una data molto importante per i cittadini delle ex repubbliche sovietiche, in quanto si ricorda la presa di Berlino da parte dell’Armata Rossa e la vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista. “Il 9 maggio 2014, mentre le cerimonie del Giorno della Vittoria erano...
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di Giulio Chinappi Il primo ministro destituito del Pakistan, Imran Khan, ha denunciato ingerenze straniere, in particolare degli Stati Uniti, al fine di destabilizzare il Paese dell’Asia meridionale. Grossi problemi anche nello Sri Lanka, che dichiara il default. Lo scorso 10 aprile, il parlamento di Islāmābād ha votato la sfiducia al primo ministro Imran Khan, in carica dal 2018 e leader del Movimento per la Giustizia del Pakistan (Pakistan Tehreek-e-Insaf). Il 69enne ha immediatamente accusato ingerenze straniere, in particolare da parte di Washington, volte a far cadere il suo governo per via delle posizioni assunte dal Pakistan in politica estera. Nel corso di tre anni e mezzo al governo, l’ex campione di cricket ha portato avanti una politica di stretti legami tanto con la Russia quanto con la Cina, mentre nell’agosto del 2021 ha festeggiato il ritiro statunitense dall’Afghanistan affermano che gli afghani si erano finalmente “liberati dalle catene della schiavitù”. Infine, ha destato non poche polemiche l’incontro ufficiale tra Imran Khan e Vladimir Putin il 24 febbraio, proprio nel giorno dell’inizio dell’operazione speciale russa in Ucraina. Secondo i sostenitori del Movimento per la Giustizia, gli Stati Uniti si sarebbero particolarmente indispettiti dopo che Khan ha espresso il suo netto rifiuto all’installazione di basi militari nordamericane nel Paese. Nonostante le smentite, l’ex ministro dell’Informazione, Fawad Chaudhry, ha chiesto l’istituzione di una commissione giudiziaria per indagare sull’accusa che gli Stati Uniti abbiano cospirato per rovesciare Khan. Secondo altre versioni, la destituzione del primo ministro sarebbe dovuta a questioni interne, ed in particolare al disaccordo tra l’ormai ex capo del governo ed il potente reparto militare, che lo aveva sostenuto nella sua elezione del 2018. Gli alti gradi dell’esercito non avrebbero infatti approvato l’uomo designato da Khan per ricoprire l’incarico di capo dei servizi segreti pakistani. La sfiducia nei confronti di Khan ha portato alla nomina di un nuovo primo ministro, il settantenne Shehbaz Sharif, che in precedenza ricopriva l’incarico di leader dell’opposizione. Questo ha riportato al potere la Lega Musulmana del Pakistan (Pakistan Muslim League), che aveva governato il Paese fino alle elezioni del 2018 con Nawaz Sharif, fratello di Shehbaz, ma che era stata bocciata proprio dalle urne. Sharif ha potuto ottenere la maggioranza grazie al voto favorevole degli ex alleati di Khan, dando adito alle accuse di tradimento da parte dell’ex premier. Anche la stampa cinese ha prestato particolare attenzione alla situazione politica pakistana, visti gli stretti legami che intercorrono tra i due Paesi, raccogliendo elementi secondo i quali la teoria dell’ingerenza statunitense sarebbe piuttosto plausibile. Zhao Gancheng, ricercatore presso l’Istituto di Studi Internazionali di Shanghai, ha detto al Global Times che gli USA hanno fallito nei loro tentativi di legare Khan, quindi è possibile che si siano intromessi nella politica pakistana per rovesciare il suo governo. Zhang ha affermato che quanto avvenuto in Pakistan è in linea con ciò che gli Stati Uniti hanno fatto ad altri Paesi in casi simili, quando non sono soddisfatti del governo in carica: “Quando gli Stati Uniti sono insoddisfatti di un certo governo, si legheranno alle opposizioni offrendo promesse o denaro, usando queste misure simili a colpi di stato per incitare...
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di Alessio Tosco Ogni guerra ha bisogno di una giustificazione, è infatti innegabile come l’opinione pubblica, di tutti i Paesi del mondo, democratici o meno, è per sua natura restia a giustificare l’intervento armato del proprio Paese. Vuoi per mero egoismo, il fatto di poter essere chiamati alle armi e rischiare la propria vita, vuoi per una sorta di empatia nei confronti del popolo attaccato, vuoi per una sincera opposizione alle decisioni del proprio governo. C’è quindi il bisogno per i governanti di fare leva sui sentimenti più profondi del proprio popolo per convincerlo a intraprendere un’operazione militare che il più delle volte non prevede una chiara data di conclusione, un conflitto di una durata indeterminata e dai costi non quantificabili preventivamente. Il casus belli deve quindi provocare nella popolazione un vero sdegno, una condizione davanti alla quale è impossibile tirarsi indietro, e soprattutto deve creare un nemico disumano; una disumanizzazione dell’avversario per la quale il suo annientamento è giustificato dal fatto di essere dalla parte giusta della barricata, dalla parte dei buoni. E questo è vero soprattutto nell’epoca contemporanea, a partire dalle guerre successive alla Seconda Guerra Mondiale, e in particolar modo a quelle degli ultimi tre decenni in cui l’utilizzo dei mass-media è diventato centrale nell’influenzare l’opinione pubblica. Va da sè che la manipolazione delle informazioni è divenuta centrale in questo periodo. Dall’11 settembre in poi nel nome della “sicurezza collettiva”, del “bene comune” e degli “interessi di tutti” si sono potute giustificare azioni estreme in contrasto con ideali e cultura dominanti, «azioni che in altri tempi sarebbero state inammissibili, ma che nel clima prodotto dalla “guerra al terrorismo” diventano quasi ordinarie, rientrano in una routine accettata dall’opinione pubblica in quanto necessaria» (Chiais M., Menzogna e propaganda. Armi di disinformazione di massa, Lupett-Editori di comunicazione, Milano, 2007, p.17) Se è vero che un fatto esiste solo nel momento in cui viene comunicato, amplificato e “distribuito” alla popolazione, la sua negazione e inesistenza si ha con il suo occultamento, che ne nega l’effetto. In quest’ottica allora possiamo interpretare l’estromissione dei giornalisti dai territori in cui è in atto un’operazione bellica, non avere notizie da comunicare nega l’esistenza stessa dell’evento bellico; e in questo furono maestri gli USA che già nel 1983 a Grenada e nel 1989 a Panama negarono l’accesso ai giornalisti nei teatri operativi, per neutralizzare effetti negativi sul «piano della legittimità e dell’approvazione internazionale» (Chiais M. 2007:23) Durante la prima Guerra del Golfo invece la manipolazione delle informazioni da parte del governo americano si avvalse di un metodo che potremmo dire opposto a quello utilizzato per le operazioni a Grenada e Panama. In questo caso infatti si ebbe quella che viene definita “manipolazione per inondazione di notizie”, i giornalisti infatti furono sommersi da documenti filmati e fotografici «ed ebbero la netta sensazione, almeno per i primi tempi, di essere veramente di fronte ad una struttura impegnata a fornire massima collaborazione», quando in realtà questa collaborazione di facciata non era altro che «un meccanismo di gestione dell’informazione...
di Lorenzo Borghi Potenzialmente determinanti per il futuro dell’Unione Europea e della Nato, con l’Ucraina come spettatrice. Questo è quello che accadrà il 24 aprile 2022, la giornata del ballottaggio tra il presidente uscente Macron (europeista) e la solita Le Pen (sovranista). Nella giornata del 24 aprile 2022 i francesi si recheranno alle urne per la seconda volta in un mese per votare il loro futuro Presidente della Repubblica. Alla prima tornata elettorale, il presidente uscente Emmanuel Macron ha conquistato il 28,4%, posizionandosi davanti alla solita Marine Le Pen (23,4%). Fuori da ogni discorso, anche se per pochi punti percentuali (20%), il candidato radicale di La France Insoumise Jean-Luc Mélenchon1. Di conseguenza, Macron e Le Pen, dopo il primo turno, si sfideranno al ballottaggio del 24 aprile, al termine del quale si potrà parlare di una volontà del popolo francese di confermare Macron per un secondo mandato consecutivo o l’intenzione di affidare le redini della presidenza francese all’”immortal sconfitta” famiglia Le Pen, guidata da Marine. Le conseguenze in Ucraina nel caso di un Macron-bis Come ormai evidenziato dallo scoppio della guerra in Ucraina, Macron ha cercato di porsi da principale intermediario tra la Russia, l’Unione Europea e la Nato. I tentativi non sono mai andati a buon fine da diversi mesi a questa parte e, dopo gli avvenimenti di Bucha, Macron ha dichiarato a France 5 di voler interrompere il suo dialogo personale con Putin sino a data da destinarsi2. Di conseguenza ci si trova innanzi a una forte impasse diplomatica caratterizzata dalla netta convinzione francese di continuare con le sanzioni antirusse, forte anche del proprio approvvigionamento interno di energia tramite le centrali nucleari. Questa fermezza e convinzione delle proprie azioni di politica estera sono state ulteriormente evidenziate dalla dura risposta di Macron a Biden sostenendo che l’epiteto “macellaio” utilizzato dal presidente statunitense per descrivere Putin sia esagerato e che lui stesso non lo utilizzerebbe, così come la parola “escalation”. Messaggi chiari di chi è intenzionato a trovare una soluzione pacifica del conflitto, facendo valere la propria posizione anche innanzi al proprio major partner (USA) nella Nato. Quindi, come impatterebbe questo scenario sulle vicende ucraine? Sostanzialmente non si evidenzierebbero repentini cambiamenti nella politica estera francese, eccezion fatta in caso di un netto peggioramento o miglioramento del conflitto ucraino. Sicuramente, a differenza di quanto si evidenzierà successivamente con la Le Pen, lo status quo rimarrebbe pressoché invariato, soprattutto in sede comunitaria. Le conseguenze in Ucraina nel caso della vittoria della Le Pen Diametralmente opposta la visione di politica estera della candidata del Rassemblement National (RN) Marine Le Pen. Dall’alto del suo sovranismo, vede un ruolo diverso per la Francia. Tra i suoi proclami di campagna elettore, infatti, è emerso come la Francia debba fungere da mediatore per il riavvicinamento tra Nato e Russia, al termine del conflitto in Ucraina e alla firma di un eventuale trattato di pace. Conta di poter utilizzare il suo legame ideologico e personale con Putin. Infatti, la famiglia Le Pen, nel corso della sua storia...