Nel contesto geopolitico attuale di un mondo sempre più protratto ad un contesto multipolare, l’Europa si trova ad un bivio storico senza precedenti che cambierà il futuro sotto vari aspetti, non ultimo quello energetico.
Europa
Il voto del 24 novembre ribalta le aspettative: il candidato indipendente di destra, Călin Georgescu, guida la corsa elettorale, superando i candidati dei partiti tradizionali. Una sfida decisiva all’orizzonte, tra richieste di cambiamento e nuovi equilibri geopolitici.
L'ammutinamento è sorto perché molti in Occidente vedono fin troppo chiaramente che la struttura di governo occidentale è un “sistema di controllo” meccanico illiberale.
Sin dall’inizio della guerra in Ucraina, l’Ungheria di Viktor Orbán ha mantenuto una posizione ambigua, cercando di equilibrare i rapporti con Mosca e l’asse Bruxelles-Washington, sollevando questioni sulla coerenza della sua politica estera.
di Stefano Orsi “Non sapevo di preciso cosa attendermi da un dialogo con Marco Rizzo. Temevo si trasformasse in una occasione per sentirmi ripetere stereotipi o slogan da politici. Sono rimasto colpito invece dalla grande affabilità di Marco, dalla spontanea risposta alle domande ed agli stimoli.
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: giuliochinappi.wordpress.com Come avevamo previsto lo scorso anno, il progetto egemonico statunitense sta spingendo per la riapertura di un nuovo fronte antirusso in Georgia, che già in passato fu protagonista di una “rivoluzione colorata”. La situazione ricorda quella vissuta in Ucraina tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014. Dopo l’Ucraina, la Georgia. Come avevamo previsto in un nostro articolo di circa un anno fa, la repubblica caucasica costituisce il nuovo fronte antirusso (ri)aperto dalla NATO (ovvero dagli Stati Uniti) con l’obiettivo di impegnare Mosca su più fronti. Negli ultimi anni, abbiamo assistito a destabilizzazioni di diverso tipo che hanno coinvolto ben otto ex repubbliche sovietiche (Ucraina, Bielorussia, Georgia, Azerbaigian, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan e Moldova), e che dimostrano come esista un vero progetto di accerchiamento della Federazione Russa con forze ostili. Non va nemmeno dimenticato che, già nel 2004, la Georgia fu protagonista della cosiddetta “rivoluzione delle rose”, che portò al colpo di Stato contro il presidente Eduard Ševardnadze, ex ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica, sostituito con il filo-occidentale Mikheil Saak’ashvili. Impossibilitato a partecipare alle elezioni per la terza volta nel 2013, Saak’ashvili si spostò successivamente in Ucraina, dove divenne uno dei sostenitori dell’Euromaidan, conclusosi anche in quel caso con il colpo di Stato contro il presidente in carica, il filorusso Viktor Janukovyč. L’ex presidente georgiano ha ricoperto un ruolo politico attivo di Petro Porošenko, fino a quando non è stato travolto da scandali politici sia in Ucraina che in Georgia, conclusisi con il suo arresto. Ora, le vicende che si stanno verificando in questo momento in Georgia, ricordano molto da vicino quelle dell’Euromaidan. Sebbene l’attuale governo non possa essere considerato come filorusso, evidentemente gli imperialisti nordamericani vorrebbero l’assoggettazione totale della repubblica caucasica, possibilmente attraverso il suo ingresso nell’Unione Europea e nella NATO, proprio lo stesso progetto che ha portato alla drammatica situazione ucraina. A sottolineare la similitudine tra l’Euromaidan kievano e le proteste georgiane e stato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, che ha ricordato come queste siano nate in relazione ad un disegno di legge sulla registrazione di quelle organizzazioni non governative che ricevono finanziamenti esteri pari al 20% del loro budget. Il capo della diplomazia russa ha sottolineato che la legge proposta dal governo georgiano è simile a quelle in vigore in molti Paesi occidentali, concludendo che questa non ha rappresentato che un pretesto per dare il via al movimento antigovernativo, tant’è che le proteste sono proseguite anche dopo che il governo ha ritirato la proposta di legge. Lavrov ha anche fatto notare come la stampa e i governi occidentali stiano applicando l’ennesimo doppio standard sostenendo le proteste georgiane, ma condannando quelle contro il governo filo-occidentale della Moldova, altro fronte caldo del confronto tra NATO e Russia: “L’opposizione georgiana non solo è autorizzata ma obbligata a fare ciò che vuole, ma in Moldova le proteste contro l’attuale governo sono condannate perché mentre l’opposizione georgiana riflette gli interessi occidentali, l’opposizione in Moldova riflette interessi diversi e gli interessi occidentali sono rappresentati dal governo e dal presidente“, ha sottolineato il ministro degli Esteri. La vera colpa del...
a cura de Il Vaso di Pandora In questi giorni, commentando la distruzione del Nord Stream, il ministro degli esteri russo ha affermato che “La Germania non è stata semplicemente umiliata, è stata messa al suo posto, nel posto del satellite degli Stati Uniti, che decide se la Germania possa svilupparsi economicamente e soddisfare i bisogni sociali dei suoi cittadini… lo scopo del sabotaggio è stato il fatto che l’amicizia russo-tedesca è diventata un problema perché minacciava la loro egemonia nel mondo”. Lo stesso Putin pochi giorni fa aveva detto che le truppe americane dislocate in Germania sono ufficialmente delle truppe di occupazione ma che non ha dubbi sul fatto che la sovranità verrà restituita all’Europa, anche se ci vorrà un po’ di tempo. Per quale ragione il ministro degli Esteri Lavrov utilizza dei termini così duri nei confronti dell’Europa? La politica estera russa nei confronti dell’Europa e della multipolarità. Nella Germania che, insieme agli altri Stati continentali europei è sempre più isolata, vi è un filo rosso nell’Europa centrale che collega le guerre mondiali del XX secolo. Ospite oggi in trasmissione MARCO GHISETTI Redattore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, responsabile dell’ “Area anglosassone” presso il “Centro Studi Eurasia e Mediterraneo” e direttore della collana “I classici della geopolitica” presso Anteo Edizioni.
di Thorsten Hinz FONTE ARTICOLO: https://www.geopolitika.ru/fr/article/guerre-dukraine-les-strategies-nefastes-des-etats-unis I politologi Ulrike Guérot e Hauke Ritz denunciano una massiccia influenza degli Stati Uniti nell’Europa orientale come un impulso decisivo della guerra in Ucraina. Secondo la loro opinione, Washington non può più essere considerata il guardiano del Graal dei “valori occidentali”. Secondo loro, infatti, gli Stati Uniti sono oggi “socialmente fatiscenti e culturalmente sfiniti”. La politologa Ulrike Guérot ha osato fare ciò che ha portato in modo prevedibile e logico al suo bando dal pubblico: con Hauke Ritz, dottore in filosofia e specialista in questioni riguardanti la Russia, ha scritto un libro che assume una visione opposta rispetto alla lettura che è stata data della guerra in Ucraina. Vi riconosce, infatti, una manipolazione dell’opinione pubblica degna di quella messa in piedi nel 1914: “Ovunque si guardi, c’è un’esuberante presa di posizione a favore dell’Ucraina, una demonizzazione totale dell’avversario, una riduzione del nemico a una sola persona (Putin), assenza di contestualizzazione, una netta divisione tra bene e male, un rifiuto sdegnato della corresponsabilità, moralità a vantaggio della geostrategia“. Guérot e Ritz hanno collegato due serie di motivazioni: in primo luogo, la consapevolezza “che l’UE ha fallito come progetto politico”; in secondo luogo, “che l’immagine della Russia in Occidente è falsa o comunque insufficiente”. I due concetti sono dialetticamente legati: il suo fallimento rende l’UE incapace di assumere una posizione autonoma nella guerra in Ucraina e di esercitare un’influenza pacificatrice sul conflitto. La continuazione della guerra, a sua volta, rende perfetto il suo fallimento. Il conflitto geopolitico diventa così un “gioco finale” per l’Europa, con la prospettiva di degenerare definitivamente in un giardino e una massa a disposizione degli Stati Uniti. L’obiezione che l’Europa e l’UE non sono identiche non dovrebbe essere presa in considerazione qui. Una “guerra per procura americana” Quella che i media chiamano coerentemente “la guerra di aggressione di Putin” è per Guérot e Ritz “una guerra per procura americana preparata da tempo“, le cui radici risalgono ai primi anni 90. Hanno recensito libri, articoli e dichiarazioni di pensatori e strateghi americani e, da questi, hanno preso estratti. Citano Zbigniew Brzeziński, George Friedman, Robert Kagan, Charles Krauthammer e Paul Wolfowitz. Quest’ultimo era vice segretario alla Difesa sotto George W. Bush e era deciso a “impedire a qualsiasi potenza ostile di dominare una regione le cui risorse, sotto un controllo consolidato, sarebbero sufficienti per generare potenza mondiale“. Chiunque cerchi di generare un potere paragonabile a quello degli Stati Uniti è considerato un nemico. Mentre dopo il 1989 gli Stati Uniti hanno immediatamente identificato l’Europa come un potenziale concorrente, gli europei hanno avuto una visione “taglia unica” della cosiddetta comunità di valori occidentale. La strategia di Washington di separare l’Europa dalle risorse russe mediante un cordone sanitario non ha suscitato alcuna riflessione strategica. L’Ucraina diventerà totalmente dipendente dagli Stati Uniti Le “rivoluzioni colorate” e i “cambi di regime” nelle ex repubbliche sovietiche facevano parte della strategia americana. Nei paesi dell’Europa centrale e orientale, “giovani élite americanizzate con legami con Harvard e Washington” occupavano posizioni...
di Eric Zuesse ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO IN LINGUA INGLESE SUL SITO GLOBAL RESARCH L’imperialismo è sempre stato — ed è sempre – il controllo dei governi stranieri. In particolare il controllo della politica estera, del commercio internazionale, della politica militare, della politica diplomatico, ecc., da parte di quei Governi e non semplicemente (se non affatto) il controllo delle politiche interne (che sono sempre molto meno preoccupanti per i governanti della nazione imperiale — in questo caso, America ). Il presente articolo è denso (contiene, infatti, tante informazioni quante, forse, un normale articolo cinque volte più lungo) e quindi deve essere letto lentamente, ma l’argomento è di fondamentale importanza per tutti gli europei; ed è essenziale per gli europei comprendere affinché qualsiasi democrazia possa continuare ad esistere in Europa (poiché la democrazia è impossibile se il pubblico è ignorante o ingannato, come accade, invece, comunemente): Prima della fine del 1991, con la caduta dell’Unione Sovietica, l’imperialismo statunitense ha usato le sue colonie europee (chiamati “alleati” – le colonie o le nazioni vassalle di qualsiasi impero lo saranno necessariamente, poiché le politiche estere delle colonie sono sempre controllate dalla nazione imperiale) come fornitura di basi militari (posizioni per posizionare truppe e armi imperiali al fine di un’ulteriore espansione dell’impero) e come mercati per i prodotti fabbricati negli Stati Uniti, non come terre da cui estrarre risorse (la tradizionale repubblica delle banane, “vassal-nations”). Le basi militari hanno continuato a essere la massima priorità, nonostante il venire meno della minaccia sovietica e dopo che la Russia si era dotata di una costituzione democratica – una costituzione molto più democratica che in altri Paesi europei – e continuando con la NATO, l’alleanza militare europea degli USA, Washington ha dimostrato, in realtà, che l’America era imperialista e, dopo la fine dell’Unione Sovietica, era diventata l’impero dominante del mondo. Tuttavia, sempre più dopo quel periodo (1991), la seconda priorità, quella di utilizzare l’Europa come il più grande mercato per beni e servizi statunitensi, è diminuita. Il 9 ottobre 2018, la St. Louis Federal Reserve Bank ha pubblicato “Capire le radici del deficit commerciale degli Stati Uniti” riportando tre concetti chiave da tenere a mente: 1. Profondi cambiamenti economici sono alla base sia del deficit commerciale degli Stati Uniti sia del calo dell’occupazione manifatturiera. 2. Il ruolo del dollaro USA come valuta di riserva internazionale ha contribuito a finanziare il consumo interno di beni importati. 3. La produttività del lavoro e lo spostamento del vantaggio comparato verso le nazioni in via di sviluppo spiegano la perdita di posti di lavoro manifatturieri. La produzione e i posti di lavoro del settore manifatturiero negli Stati Uniti venivano trasferiti in posti come la Cina, non in posti come la Germania. La riduzione del costo del lavoro, dovuta alla produzione delocalizzata nei paesi sottosviluppati, si aggiungeva alla ricchezza dei proprietari delle corporations internazionali statunitensi (essendo questi gli individui che finanziano le carriere di politici nazionali di successo – membri del Congresso e Presidenti – e quindi controllano, di fatto, le scelte e le tendenze in...
di Michael Hudson ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO IN INGLESE La reazione al sabotaggio di tre dei quattro gasdotti Nord Stream 1 e 2 in quattro punti – avvenuto lunedì 26 settembre – si è concentrata su speculazioni su chi fosse stato e se la NATO avrebbe fatto un serio tentativo di dare una risposta al quesito. Eppure, invece del panico, c’è stato un grande sospiro di sollievo diplomatico, persino calma. La disattivazione di questi gasdotti pone fine all’incertezza e alle preoccupazioni da parte dei diplomatici USA/NATO – che hanno quasi raggiunto una proporzione di crisi la settimana precedente quando si sono svolte grandi manifestazioni in Germania che chiedevano la fine delle sanzioni, incaricando il Nord Stream 2 di risolvere la carenza di energia. L’opinione pubblica tedesca, infatti, stava arrivando a capire cosa avrebbe significato se le loro aziende siderurgiche, le società di fertilizzanti, le società del vetro e le società di carta igienica fossero state chiuse. Queste società stavano prevedendo che avrebbero dovuto cessare completamente l’attività – o spostare le operazioni negli Stati Uniti – se la Germania non si fosse ritirata dalle sanzioni commerciali e valutarie contro la Russia e non avesse consentito la ripresa delle importazioni russe di gas e petrolio – e presumibilmente tornare indietro dal loro astronomico aumento di prezzo da otto a dieci volte. Eppure il falco del Dipartimento di Stato Victoria Nuland aveva già dichiarato a gennaio che “in un modo o nell’altro il Nord Stream 2 non andrà avanti” se la Russia avesse risposto all’accelerazione degli attacchi militari ucraini contro le oblast‘ orientali di lingua russa. Il 7 febbraio il presidente Biden aveva ribadito ad un giornalista l’insistenza degli Stati Uniti sull’argomento, promettendo che “non ci sarà più un Nord Stream 2. Porremo fine a tutto questo…Ti prometto che saremo in grado di farlo“. La maggior parte degli osservatori presumeva semplicemente che queste affermazioni riflettessero il fatto – ovvio – che i politici tedeschi fossero pienamente in mano degli Stati Uniti e della NATO: i politici tedeschi hanno tenuto duro nel rifiutarsi di autorizzare il Nord Stream 2 e il Canada ha presto sequestrato le turbine Siemens necessarie per inviare il gas attraverso il Nord Stream 1. Ciò sembrava risolvere le cose, fino a quando l’industria tedesca – e un numero crescente di elettori – ha finalmente iniziato a calcolare esattamente cosa il blocco del gas russo avrebbe significato per il comparto industriale tedesco e quindi per l’occupazione interna. La volontà della Germania di autoimporsi una depressione economica vacillava, anche se non i suoi politici o la burocrazia europea. Se i responsabili politici mettessero al primo posto gli interessi economici e il tenore di vita tedeschi, le sanzioni comuni della NATO e il nuovo fronte della Guerra Fredda sarebbero infranti. Italia e Francia potrebbero seguire l’esempio. Tale prospettiva rendeva urgente togliere le gestione delle sanzioni anti-russe dalle mani della politica democratica. Nonostante sia stato un atto di violenza, il sabotaggio degli oleodotti ha riportato la calma nelle relazioni diplomatiche USA/NATO. Non c’è più incertezza sul fatto che l’Europa...