di Manlio Dinucci FONTE ARTICOLO: ReseauVoltaire Siamo non al primo ma al nono anniversario della guerra in Ucraina, scatenata nel febbraio 2014 con il colpo di stato sotto regia USA-NATO. Parlando da Varsavia, il presidente Biden promette di “essere a fianco del presidente Zelensky qualunque cosa accada”. Gli fa eco la presidente Meloni che, capovolgendo la posizione assunta nel 2014, assicura a Zelensky che “l’Italia sarà con voi sino alla fine”. Dichiarazioni inquietanti, data la reale possibilità che il conflitto sfoci in una guerra nucleare, che costituirebbe la fine non solo dell’Europa ma del mondo. L’Ucraina è in grado di produrre armi nucleari e sicuramente, a Kiev, c’è chi persegue tale piano. Lo conferma il New York Times: “L’Ucraina ha rinunciato a un gigantesco arsenale nucleare 30 anni fa. Oggi ci sono rimpianti”. Con la disgregazione dell’URSS nel 1991, l’Ucraina si è trovata in possesso del terzo arsenale nucleare più grande del mondo: circa 5.000 armi strategiche e tattiche. Sono state rimosse negli anni Novanta in base ad accordi tra Stati Uniti, Russia e Ucraina. Non è stata però rimossa la capacità tecnologica acquisita dall’Ucraina nel campo nucleare militare durante il confronto USA-URSS. “L’Ucraina – avverte il presidente Putin – intende creare proprie armi nucleari, e non si tratta di un semplice vanto. L’acquisizione di armi nucleari sarà molto più facile per l’Ucraina rispetto ad altri Stati, che stanno conducendo tali ricerche, soprattutto se Kiev riceverà un supporto tecnologico straniero. Non possiamo escludere questo. Se l’Ucraina acquisisce armi di distruzione di massa, la situazione nel mondo e in Europa cambierà drasticamente”. In quali mani sarebbero le armi nucleari ucraine, lo conferma il fatto che Zelenskyy ha appena conferito alla 10ª Brigata d’assalto ucraina “il titolo d’onore Edelweiss”: lo stesso nome e simbolo di una delle più feroci Divisioni naziste; la 1ª Divisione Edelweiss, che nel 1943 massacrò a Cefalonia oltre 5 mila soldati italiani che si erano arresi.
Mese: Febbraio 2023
di Thierry Meyssan FONTE ARTICOLO: La sconfitta dell’Ucraina si va delineando, di Thierry Meyssan (voltairenet.org)TRADUZIONE di Rachele Marmetti È un segreto di pulcinella: il governo di Kiev sta perdendo militarmente di fronte alle forze armate russe, che avanzano senza fretta e costruiscono la difesa delle regioni in cui un referendum ha sancito l’adesione alla Federazione di Russia. Ma questa inesorabile realtà ne cela altre. Per esempio, che la Turchia, membro della Nato, sostiene la Russia e le fornisce componenti di armamenti. Non soltanto l’Alleanza Atlantica sta perdendo, ma mostra crepe al suo interno. Il futuro dell’Ucraina si sta delineando. Il conflitto oppone da un lato il governo di Kiev, che rifiuta di onorare la firma degli Accordi di Minsk, dall’altro la Russia, che intende far rispettare la risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza che li ha ratificati. Da una parte uno Stato che rifiuta il diritto internazionale ed è sostenuto dagli Occidentali, dall’altra uno Stato che rifiuta le regole occidentali ed è sostenuto da Cina e Turchia. Come è accaduto che il presidente Volodymyr Zelensky, eletto per applicare gli Accordi di Minsk, si sia trasformato in nazionalista integralista [1], in difensore di fanatici eredi dei peggiori criminali del XX secolo? È un mistero. L’ipotesi più probabile è finanziaria: con la pubblicazione dei Paradise Papers è emerso che Zelensky possiede conti off-shore, nonché proprietà in Inghilterra e Italia. In realtà Zelensky non ha molto in comune con i nazionalisti integralisti. È un codardo. All’inizio della guerra è rimasto per diverse settimane nascosto in un bunker, probabilmente nella periferia di Kiev. Ne è uscito solo dopo che il primo ministro israeliano, Naftali Bennet, gli ha garantito di aver ricevuto da Putin l’impegno a non uccidere il presidente ucraino [2]. Da allora Zelensky fa il gradasso in video a ogni vertice politico e festival artistico occidentali. Come è accaduto che la Turchia, membro della Nato, si sia impegnata dalla parte della Russia? È più facile capirlo per chi ha seguito i tentativi di uccisione del presidente Recep Tayyip Erdogan da parte della CIA. Agli inizi Erdogan non era che un teppista di strada. Successivamente si è identificato in una milizia islamica che l’ha condotto ad avvicinarsi sia agli insorti afghani sia agli jihadisti russi d’Ichkeria. Solo dopo questo percorso è entrato in politica, nel senso classico del termine. Quando sosteneva i gruppi mussulmani antirussi era un agente della CIA. Come accade spesso, arrivato al potere ha visto le cose sotto un altro aspetto. Si è progressivamente staccato da Langley e si è messo al servizio del popolo turco. Però la sua evoluzione personale ha coinciso con i numerosi cambiamenti di strategia del Paese. La Turchia, che non ha mai digerito la caduta dell’Impero Ottomano, si è cimentata in diverse strategie: è candidata dal 1987 a entrare nell’Unione Europea; nel 2009, con Ahmet Davutoglu, ha pensato di ripristinare l’influenza ottomana. Passo dopo passo, Ankara ha immaginato di poter fondere l’obiettivo nazionale e il percorso personale del presidente e diventare patria dei Fratelli Mussulmani, nonché ripristinare il Califfato,...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/27/moldova-e-ucraina-stringono-la-transnistria-in-una-morsa-mortale/ La Transnistria, la repubblica indipendente filorussa, si trova in una situazione molto difficile a causa dell’ostilità congiunta dei due Paesi che la accerchiano, la Moldova e l’Ucraina. La Transnistria, ufficialmente Repubblica Moldava di Pridnestrovie, è uno stato indipendente de facto non riconosciuto dalla maggioranza della comunità internazionale, che considera il suo territorio come parte integrante della Repubblica di Moldova. In effetti, ad oltre trent’anni dalla dichiarazione d’indipendenza del 2 settembre 1990, la Transnistria ha ottenuto il riconoscimento unicamente da parte di altri governi che ne condividono la condizione di stati non riconosciuti dall’ONU, ovvero l’Ossezia del Sud, l’Abkhazia e la Repubblica dell’Artsakh, con le quali nel 2006 ha costituito la Comunità per la democrazia e i diritti delle nazioni. In questo momento, la Transnistria si trova al centro dell’attenzione della comunità internazionale, dopo che la Russia ha denunciato la possibile invasione di quel territorio da parte dell’esercito ucraino. In particolare, il ministero della Difesa russo ha affermato che Kiev starebbe tramando per inscenare una provocazione contro la Transnistria usando le sue forze armate regolari e l’unità neonazista del battaglione Azov. Il ministero ha inoltre affermato di seguire da vicino la situazione al confine tra Ucraina e Transnistria, e di essere pronto a reagire a qualsiasi cambiamento della situazione. La Moldova, dal canto suo, che considera la Transnistria come parte integrante del proprio territorio, si trova attualmente in una situazione politicamente difficile, viste le recenti dimissioni del primo ministro Natalia Gavrilița. Maia Sandu, presidente dell’ex repubblica sovietica, ha provveduto a nominare Dorin Recean a capo dell’esecutivo, mantenendo inalterato l’orientamento filoeuropeista dello stesso. Presentando il programma del suo gabinetto al parlamento, Recean ha chiesto il ritiro delle truppe russe dalla repubblica non riconosciuta della Transnistria e l’eliminazione dei depositi di armi presenti in quel territorio, pur sottolineando che avrebbe utilizzato mezzi diplomatici per raggiungere questi obiettivi. Il nuovo primo ministro dimentica forse che le forze di pace russe furono dispiegate nella zona delle operazioni di combattimento in Transnistria alla fine di luglio 1992 in base a un accordo sulla risoluzione pacifica del conflitto armato firmato anche dalla Moldova, dopo che un breve conflitto tra le parti aveva causato oltre mille vittime. Vitalij Ignat’ev, ministro degli Esteri della Transnistria, ha denunciato le strategie utilizzate dal governo della Moldova per boicottare i negoziati tra le due parti e per isolare la repubblica indipendente: “Chișinău non risparmia sforzi per distruggere le strutture negoziali che abbiamo e per creare nuovi problemi per eludere l’attuazione delle sue responsabilità”, ha detto il diplomatico alla rete Rossija-24. Secondo Ignat’ev, la Moldova sta ostacolando le importazioni di cibo e medicinali nella repubblica non riconosciuta, mentre il governo ha approvato degli emendamenti al codice penale che prevedono pene detentive da due a sei anni per “azioni volte a separare parti della Repubblica di Moldova“, chiaramente volte a punire i separatisti della Transnistria. La versione di Ignat’ev trova conferma anche nelle parole del vice ministro degli Esteri russo, Michail Galuzin, che ha affermato che attualmente la Transnistria si trova isolata a causa del blocco operato congiuntamente da Ucraina e Moldova....
di Aldo Braccio Fronteggiare l’imprevedibile. Pianificare e organizzare il prevedibile. Come ogni Paese soggetto a gravi rischi di eventi sismici la Turchia deve rispondere a questi due imperativi vitali dopo il disastroso terremoto del febbraio 2023 (anno del centenario della fondazione della Repubblica, iniziato così tragicamente). Una nuova fortissima (magnitudo 6,4) scossa registrata ad Antakya (Antiochia) il 20 febbraio ha purtroppo ricordato che lo sciame sismico è virulento e destinato a protrarsi, anche se sperabilmente in misura decrescente. Il terremoto del 6 febbraio si è manifestato in due diverse faglie, rendendo la situazione ancora più tragica e imprevista: la prima faglia orientata da nordest a sudovest, per effetto della spinta da sud della placca arabica, che ha determinato uno spostamento di oltre tre metri del blocco anatolico; la seconda orientata da est a ovest, con angolo acuto rispetto alla prima. La discussione si è comprensibilmente accesa su quanto poteva essere e non è stato fatto per scongiurare o almeno mitigare una tragedia di queste proporzioni (ricordiamo: circa 40.000 vittime solo in Turchia a fine febbraio, senza cioè tenere il conto della gravissima situazione siriana, con le sue migliaia di vittime). Le autorità turche, e anche il mondo scientifico turco e quello internazionale, pongono l’accento sull’assoluta eccezionalità degli eventi, sottolineando che a poche ore di distanza fra l’una e l’altra si sono verificate due scosse di immane potenza sulle due diverse linee di faglia: una cosa mai vista prima. Il professore di geofisica ed esperto di terremoti riconosciuto internazionalmente Övgün Ahmet Ercan afferma che “non c’è mai stato al mondo un terremoto di questo tipo”. Il professore Edwin Nissen, dell’Università di Victoria, in Canada, sostiene che si sia trattato di uno “tra i cinque più grandi terremoti mai verificatasi”. Sembra pertanto giusto riconoscere l’eccezionalità dell’evento di fronte alla quale probabilmente qualsiasi intervento umano sarebbe risultato inadeguato. Tuttavia resta da chiedersi se in Turchia opportune ed efficaci misure di prevenzione del rischio fossero state prese: parliamo qui di Turchia e non di Siria, in cui la situazione tragica determinata da anni di aggressione internazionale e di sanzioni contro quella martoriata nazione ha di fatto impedita ogni misura di protezione del territorio. Dopo il tragico terremoto del 1999 – quasi 20.000 in quell’occasione furono le vittime – in Turchia fu introdotta una normativa antisismica che è stata concretamente attuata solo in parte. L’arresto di diverse decine di costruttori edili subito dopo il terremoto del 6 febbraio lascia presagire la realtà di edificazioni costruite senza rispetto degli standard antisismici e senza efficaci controlli da parte degli enti pubblici preposti; al 25 febbraio risultano oltre 600 le persone indagate, di cui quasi 200 già in carcere. Molte case e palazzi edificati senza strutture portanti in cemento armato, cattiva qualità del calcestruzzo, tondini di acciaio troppo sottili, risparmio sui costi, queste le denunce provenienti da più parti che si sommano a quelle provenienti dall’Unione delle camere degli ingegneri e degli architetti turchi (Türk Mühendis ve Mimar Odaları Birliği) in merito alla costruzione dell’aeroporto di Hatay...
di Fabio Massimo Parenti (La nostra) decisione non dovrebbe essere né filorussa né filo-ucraina, ma deve essere capace di riconoscere le realtà storiche, geografiche ed economiche coinvolte e cercare per gli ucraini un posto dignitoso e accettabile nella famiglia del tradizionale impero russo, di cui formano una parte inestricabile. George F. Kennan, 1948 Le “chiacchiere” più recenti sulla guerra in Ucraina sono tutte incentrate su nomi di armamenti: ogni santo giorno si pubblicano articoli su Himars, Javelin, Leopard, F16, missili, razzi, carri, aerei, sistemi di difesa ecc. Ciò fa tornare alla mente le “chiacchiere” mediatiche ai tempi della crisi 2007-2008, in cui proliferavano gli acronimi dei mille derivati: MBS, ABC, CDS, CDO ecc. Nell’uno come nell’altro caso, una coltre di tecnicismo veniva e viene messa in circolazione col fine ultimo, sembrerebbe, di non far capire alcunché ai lettori, sull’origine dei fenomeni e sui processi che determinano gli eventi. Ma c’è di più. Questo chiacchiericcio mediatico è utile invero a nascondere le responsabilità, a deresponsabilizzare gli esecutori di tutti gli errori che ci hanno portato fin qui. Slogan vuoti e censura All’epoca della grande crisi finanziaria, i media raccontavano gli eventi con la poetica della complessità finanziaria, gettando fumo tecnicistico sulla reale comprensione del contesto, del processo e delle cause reali. Tutto liquidato con qualche accenno alle distorsioni e ai fallimenti di mercato, attribuendo la responsabilità alla complessità del sistema finanziario, dei prodotti derivati e delle strategie di investimento. In tal modo il discorso pubblico non faceva altro che allontanare il riconoscimento delle cause reali (in primis la deregolamentazione pluridecennale dei mercati) e delle responsabilità politiche. Anche oggi, in questa fase di grande incertezza geopolitico-economica, in Europa ed Asia Pacifico, il discorso pubblico e le scelte politiche sembrano totalmente irrazionali e miopi. Ciò che ci interessa evidenziare è la logica politica sottostante il funzionamento dei grandi media: liquidando da subito la contestualizzazione dei processi storico-geografici, ovverosia quelli che hanno portato a “stringere” ulteriormente il “nodo” storico rappresentato dallo spazio ucraino, la tanto ridondante quanto inaccurata e onnipresente formula (o meglio “empty slogan”) “dell’aggredito e dell’aggressore” ha sancito la banalizzazione del presente, l’evaporazione dei processi diacronici, la censura delle analisi e delle spiegazioni critiche, impedendo di fatto qualsiasi dibattito realmente costruttivo per lavorare alacremente su compromessi e negoziati. Il primo accordo raggiunto dalle parti nel marzo 2022 fu affossato da UK-US, mentre la posizione della Cina, riproposta ieri, sulla soluzione politica della crisi Ucraina troverà purtroppo l’opposizione di quelle entità, appena citate, che vogliono continuare ad ampliare il conflitto. La costruzione del mostro I media veicolano continuamente paure e supposte “minacce” provenienti dall’esterno del nostro “giardino”, prestandosi alla vecchia tecnica di costante fabbricazione del pericolo esterno – rappresentato da sedicenti “mostri” da sconfiggere o contenere. E chi sarebbero questi “mostri”? Paesi, interi paesi, stati-civiltà, trattati alla stregua di popoli inferiori, che coincidono guarda caso proprio con quei paesi che stanno legittimamente riorganizzando l’economia e la politica mondiale secondo canali e modalità relazionali di tipo cooperativo (si pensi all’allargamento della SCO e...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/25/russia-turchia-importante-colloquio-tra-putin-ed-erdogan/ In un colloquio telefonico, i due leader hanno parlato della crisi ucraina, dell’assistenza alle vittime del terremoto e dell’approvvigionamento energetico e alimentare del continente europeo e dell’intero pianeta. Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ed il presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, hanno tenuto venerdì un colloquio telefonico nel quale hanno affrontato i più importanti temi del momento, come la crisi ucraina, l’assistenza alle vittime del terremoto che ha colpito la Turchia, e le strategie per garantire l’approvvigionamento energetico e alimentare del continente europeo attraverso l’applicazione degli accordi di Istanbul. “I leader hanno avuto uno scambio di opinioni sulla situazione dell’Ucraina nel contesto delle valutazioni di principio messe a nudo dal presidente russo nel suo recente discorso sullo stato della nazione. Particolare attenzione è stata rivolta all’attuazione degli accordi di Istanbul sull’esportazione di grano ucraino e l’esportazione di prodotti agricoli e fertilizzanti russi. I presidenti hanno sottolineato la necessità di un’attuazione in buona fede della seconda parte del “pacchetto”, riguardante la rimozione degli ostacoli per le corrispondenti forniture dalla Russia ai Paesi più poveri“, si legge nella nota stampa rilasciata dal Cremlino. A tal proposito, è bene ricordare cosa prevedono gli accordi di Istanbul. Lo scorso 22 luglio, è stato firmato dalle parti in causa un pacchetto di documenti per risolvere il problema dell’approvvigionamento di cibo e fertilizzanti sui mercati europei e globali per una durata di 120 giorni. In particolare, la Russia e l’Ucraina si sono impegnate a garantire e esportazioni di grano dai porti di Odessa, Čornomors’k e Južne, attualmente sotto il controllo delle truppe di Kiev. In vista della scadenza degli accordi, prevista per il 19 novembre, il 17 novembre gli stessi sono stati prorogati per ulteriori 120 giorni. Secondo il ministero degli Esteri russo, l’accordo verrà automaticamente prorogato alla sua nuova scadenza se nel frattempo non vi saranno state obiezioni da parte di nessuna delle parti (Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite). Inoltre, la Russia e le Nazioni Unite hanno firmato un memorandum in cui si prevede che le Nazioni Unite adotteranno misure per revocare varie restrizioni sulle esportazioni di prodotti agricoli e fertilizzanti russi sul mercato globale. Nonostante gli accordi, la Russia ha ripetutamente sottolineato la mancata attuazione di diverse disposizioni previste dagli stessi, comprese quelle che prevedono l’esportazione di grano, fertilizzanti e prodotti alimentari in generale verso i Paesi più poveri. Nel caso in cui questa situazione dovesse permanere, la Russia potrebbe obiettare contro il rinnovo degli accordi, che scadranno a marzo, in quanto la parte ucraina non sta garantendo l’esportazione dei prodotti russi, mettendo ulteriormente a repentaglio l’approvvigionamento alimentare di molti Paesi. In seconda battuta, “i leader hanno discusso degli aspetti pratici di ulteriori forniture di fonti energetiche russe e della costruzione della centrale nucleare di Akkuyu“, secondo quanto affermato dal servizio stampa del Cremlino. La centrale nucleare di Akkuyu, la prima centrale nucleare in Turchia, è in costruzione sulla base dell’accordo intergovernativo russo-turco del 12 maggio 2010. Secondo le previsioni, la centrale nucleare soddisferà fino al 10% della domanda di elettricità della Turchia, e...
di Alexey Dzermant FONTE ARTICOLO: ideeazione.com A mio avviso, l’operazione speciale che la Russia sta attualmente conducendo in Ucraina è paragonabile a quegli eventi epocali che diversi ricercatori chiamano breakthrough, ossia conquiste rivoluzionarie che segnano svolte epocali nella storia russa. Ognuna di queste svolte ha un nome proprio. L’emergere dell’Antico Stato russo, il periodo precedente e successivo all’invasione mongola è chiamato periodo della Santa Russia. È allora che si formano i principali ideologemi associati all’adozione dell’Ortodossia, alla diffusione dell’identità russa e alla sua comprensione da parte di scribi, autorità e altri. Poi arriva l’epoca di Mosca come Terza Roma. In questo periodo Mosca si sente un vero regno ortodosso, un’arca in un mondo ostile. Quando intorno ci sono cattolici e Stati islamici, Mosca diventa la stella guida per tutti gli ortodossi. Con l’inizio dell’era di Pietro il Grande e la fondazione di San Pietroburgo, emerge una sorta di forma occidentalizzata di Stato russo, nota come Impero russo. Nel 1917 la Russia si trovò ad affrontare la fase successiva, la prossima svolta o rottura. Si trattava dell’Unione Sovietica, un progetto messianico rosso che si sarebbe diffuso in tutto il pianeta. Il culmine di questo progetto è l’estensione della Russia oltre il pianeta, cioè la realizzazione delle idee del cosmismo portate nella filosofia russa nel XIX secolo da Nikolai Fedorov e sono state realizzate solo nella seconda metà del XX secolo dallo Stato sovietico. A mio avviso, il 24 febbraio 2022 segnerà la stessa pietra miliare nella formazione dello Stato russo. Non so come si chiamerà quest’epoca. Non sarà l’Unione Sovietica. Saranno richiesti altri termini e parole. Dobbiamo capire che non si tratta solo di ripristinare le terre perdute. È una richiesta di riorganizzazione globale. Una riorganizzazione che né la Russia, né i suoi alleati, né il mondo in generale saranno in grado di affrontare senza una trasformazione fondamentale. Che l’establishment politico e la maggioranza della popolazione russa lo capiscano o meno, io credo che sia vero. È compito dei filosofi comprendere la portata epocale e globale di ciò che sta accadendo. La Russia storica, grande e multiforme emergerà da tutto questo in una qualità completamente nuova. Ciò che sta accadendo ora sul territorio dell’ex Ucraina è una lotta per l’acquisizione di questa qualità. Le acquisizioni territoriali cambieranno la geopolitica della Russia. Le aree meridionali e costiere aggiungeranno un certo potere. Lo stesso accadrà dal punto di vista demografico. Circa dieci o quindici milioni di persone che condividono la cultura russa e parlano la lingua russa, anche se saranno un po’ stordite, costituiranno comunque un aumento significativo della popolazione. Nella sfera intellettuale, nuovi pensatori emergeranno da questa guerra globale e da questa operazione speciale per trovare nuovi termini per questa epoca, un nuovo linguaggio per il futuro. L’impulso che la Russia trarrà dalla conclusione positiva dell’operazione speciale è quello di trasformare il Paese. La Russia non solo si occuperà dei suoi confini occidentali, dell’Ucraina e di alcuni conflitti locali in Occidente, ma segnerà il suo ritorno trionfale come grande potenza in Eurasia....
a cura di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/24/la-cina-propone-dodici-punti-per-la-pace-in-ucraina/ Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato un documento in dodici punti intitolato “La posizione della Cina sulla soluzione politica della crisi ucraina“, in cui vengono proposti dodici punti necessari per garantire la pace. Di seguito la traduzione integrale. Rispettare la sovranità di tutti i Paesi. Il diritto internazionale universalmente riconosciuto, compresi gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, deve essere rigorosamente osservato. La sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale di tutti i Paesi devono essere efficacemente sostenute. Tutti i Paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, ricchi o poveri, sono membri uguali della comunità internazionale. Tutte le parti dovrebbero sostenere congiuntamente le norme fondamentali che regolano le relazioni internazionali e difendere l’equità e la giustizia internazionali. Dovrebbe essere promossa un’applicazione paritaria e uniforme del diritto internazionale, mentre i doppi standard devono essere respinti. 2. Abbandonare la mentalità della guerra fredda. La sicurezza di un Paese non dovrebbe essere perseguita a spese di altri. La sicurezza di una regione non dovrebbe essere raggiunta rafforzando o espandendo i blocchi militari. I legittimi interessi e preoccupazioni di sicurezza di tutti i Paesi devono essere presi sul serio e affrontati adeguatamente. Non esiste una soluzione semplice a un problema complesso. Tutte le parti dovrebbero, seguendo la visione di una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile, e tenendo presente la pace e la stabilità a lungo termine del mondo, contribuire a creare un’architettura di sicurezza europea equilibrata, efficace e sostenibile. Tutte le parti dovrebbero opporsi al perseguimento della propria sicurezza a scapito della sicurezza altrui, prevenire il confronto tra blocchi e lavorare insieme per la pace e la stabilità nel continente eurasiatico. 3. Cessare le ostilità. Il conflitto e la guerra non giovano a nessuno. Tutte le parti devono rimanere razionali ed esercitare moderazione, evitare di alimentare il fuoco e aggravare le tensioni e impedire che la crisi si deteriori ulteriormente o addirittura sfugga al controllo. Tutte le parti dovrebbero sostenere la Russia e l’Ucraina nel lavorare nella stessa direzione e riprendere il dialogo diretto il più rapidamente possibile, in modo da ridurre gradualmente la situazione e raggiungere infine un cessate il fuoco globale. 4. Riprendere i colloqui di pace. Dialogo e negoziazione sono l’unica soluzione praticabile alla crisi ucraina. Tutti gli sforzi volti a una soluzione pacifica della crisi devono essere incoraggiati e sostenuti. La comunità internazionale dovrebbe rimanere impegnata nel giusto approccio per promuovere i colloqui per la pace, aiutare le parti in conflitto ad aprire la porta a una soluzione politica il prima possibile e creare le condizioni e le piattaforme per la ripresa dei negoziati. La Cina continuerà a svolgere un ruolo costruttivo in questo senso. 5. Risolvere la crisi umanitaria. Tutte le misure atte ad alleviare la crisi umanitaria devono essere incoraggiate e sostenute. Le operazioni umanitarie dovrebbero seguire i principi di neutralità e imparzialità e le questioni umanitarie non dovrebbero essere politicizzate. La sicurezza dei civili deve essere efficacemente tutelata e devono essere...
Sabato 11 febbraio si è tenuta presso i locali de “Il Fuligno” a Firenze la presentazione pubblica del libro “Il Grande rinascimento della nazione cinese“, edito da Anteo Edizioni. Sono intervenuti due degli autori del libro, Andrea Turi – presidente del Centro Studi Eurasia Mediterraneo e Stefano Vernole – vicepresidente e responsabile delle relazioni esterne della medesima associazione. L’evento è stato introdotto da un intervento di Guan Zhongqi, Vice Console del Consolato generale della Repubblica Popolare Cinese in Firenze. In allegato alcune foto dell’incontro.
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: giuliochinappi.wordpress.com La sospensione del New START, annunciata da Vladimir Putin, viene considerata in Russia come una strategia di legittima difesa di fronte ai crescenti attacchi dell’Occidente, e non come una strategia offensiva. Nel discorso tenuto il 21 febbraio, il presidente Vladimir Putin ha annunciato la sospensione della partecipazione della Federazione Russa al New START, l’ultimo importante trattato sul controllo delle armi nucleari che vede impegnati sia Mosca che Washington. L’annuncio di Putin ha suscitato la reazione dei media e dei governi occidentali, che vedono in questa mossa della Russia una strategia offensiva, volta all’utilizzo dell’arma nucleare in Ucraina. Tuttavia, questa non è affatto la percezione prevalente a Mosca, dove la sospensione del New START è chiaramente vista come una strategia difensiva. In effetti, Putin ha esplicitamente detto che la Russia non si ritira dal trattato, ma sospende la sua attuazione sulla scia delle dichiarazioni dei vertici NATO, e in attesa che anche le altre potenze nucleari dell’Alleanza Atlantica, ovvero Francia e Regno Unito, aderiscano all’accordo. Dal punto di vista di Mosca, le élite occidentali stanno cercando di infliggere una sconfitta strategica alla Russia e “progettano di trasformare un conflitto locale in una fase di confronto globale” e Mosca “reagirà di conseguenza”. L’Occidente non può non rendersi conto che “è impossibile sconfiggere la Russia sul campo di battaglia“, ha detto il leader russo. L’Occidente sta combattendo la Russia “sul fronte economico” per far soffrire i cittadini russi, “ma non ha raggiunto i suoi obiettivi da nessun punto di vista e non riuscirà a farlo“, ha aggiunto Putin. Al contrario, “gli autori delle sanzioni si stanno punendo da soli“. Non dovrebbe sorgere alcun dubbio, dunque, sul fatto che la Russia abbia preso in considerazione la sospensione del New START come strategia difensiva, e non offensiva. Secondo quanto riportato dalla stampa russa, la Commissione per gli affari internazionali della Duma di Stato ha raccomandato alla camera bassa l’adozione di un disegno di legge che sospenda la partecipazione della Russia alle misure per l’ulteriore riduzione e limitazione delle armi strategiche offensive. Secondo il disegno di legge, il trattato New START sarà sospeso e la decisione sulla ripresa della partecipazione della Russia al trattato sarà presa dal presidente. La legge entrerà in vigore il giorno della sua pubblicazione ufficiale. Da parte sua, il ministero degli Esteri russo ha osservato nella sua dichiarazione che la decisione della Russia di sospendere la sua partecipazione a New START è reversibile e ha invitato Washington “a mostrare volontà politica e compiere sforzi in buona fede per una generale de-escalation e la creazione di condizioni per la ripresa del pieno funzionamento del trattato“. Il ministero ha anche affermato che, nonostante la decisione di sospendere New START, la Russia continuerà a rispettare i suoi limiti quantitativi per tutta la durata della validità del trattato. Inoltre, la parte russa continuerà a partecipare allo scambio di notifiche con Washington sul lancio di missili balistici intercontinentali e missili balistici lanciati da sottomarini sulla base dell’accordo del 1988 tra URSS e Stati Uniti. Il ministero degli Esteri ha anche aggiunto...