13 Agosto 2026

marco costa

Disponibile il libro Il Grande Rinascimento della Nazione Cinese, pubblicato per i tipi di Anteo Edizioni e scritto da tre Marco Costa, Andrea Turi e Stefano Vernole membri del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSE-M). Prefazione di Liu Kan, Console Generale della Repubblica Popolare Cinese a Milano. Per acquistare il libro Per beneficiare del 20% di sconto sui volumi del catalogo di Anteo Edizioni e di molti altri vantaggi, richiedi la tessera del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo Dalla quarta di copertina “Il 2022 ha rappresentato il 101° anniversario dalla fondazione del Partito Comunista Cinese (PCC) e il 73° anniversario della Repubblica Popolare Cinese. Nei suoi 73 anni di vita, la RPC ha conseguito formidabili successi, portando la nazione a diventare una grande potenza in campo internazionale. Questo risultato, tuttavia, non sarebbe stato possibile senza la costante e vigile guida del Partito Comunista Cinese, nervo politico del Paese e motore propulsivo del suo sviluppo.Il PCC ha una complessa struttura che abbraccia tutti i livelli, le categorie e i settori intellettuali e produttivi della società, dalla base degli iscritti fino al Segretario Generale. Per comprendere la Cina è necessario, in primis, comprenderne la struttura governativa e dunque la struttura organizzativa complessa del PCC. Il PCC segue i principi di leadership collettiva, centralismo democratico, disciplina di partito e Fronte Unito (cooperazione multipartitica), capisaldi che devono essere rispettati da tutti i membri del Partito, indistintamente dal livello a cui operano. Il 20° Congresso Nazionale del PCC, che si è recentemente svolto, ha dichiarato di “tenere alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi; aderire al marxismo-leninismo, al pensiero di Mao Zedong, alla teoria di Deng Xiaoping, alla Teoria delle Tre rappresentanze, al concetto di Sviluppo scientifico, e applicare pienamente il pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”.Questo libro, nei suoi diversi interventi, tenta di approfondire i temi organizzativi, ideologici, economici e di prospettiva politica in cui il PCC sarà impegnato nei prossimi anni.”
da Quotidiano del Popolo Online, lunedì 04 luglio 2022 (dall’articolo “La Struttura Organizzativa ed Istituzionale del PCC e dei suoi Alleati“, di Marco Costa, contenuto nella raccolta “Il Grande Rinascimento della Nazione Cinese“, a cura del Centro Studi “Eurasia-Mediterraneo”) Il 2022 rappresenta il 101° anniversario dalla fondazione del Partito Comunista Cinese (PCC) e il 73° anniversario della Repubblica Popolare Cinese. Nei suoi 73 anni di vita, la RPC ha ottenuto diversi sucessi, portando la nazione a diventare una grande potenza sul campo internazionale. Questo, tuttavia, non sarebbe stato possibile senza la costante e vigile guida del Partito Comunista Cinese, nervo politico del Paese e motore propulsivo del suo sviluppo. Il PCC ha una complessa struttura che abbraccia tutti i livelli, le categorie e i settori della società dalla base degli iscritti fino al Segretario Generale. Per comprendere la Cina, è necessario, in primis, comprenderne la struttura governativa e dunque la struttura organizzativa del PCC. A tal proposito, il 27 giugno, Marco Costa, analista del Centro Studi “Eurasia-Mediterraneo”, ha pubblicato un articolo nel quale introduce nel dettaglio il sistema politico e il modello democratico della Cina. “Conoscere la Cina significa necessariamente conoscere il ruolo del suo partito guida, il PCC”. L’articolo sottolinea che il Partito Comunista Cinese ha una struttura organizzativa complessa e completa, che copre tutti gli aspetti della società a tutti i livelli, e segue i principi di leadership collettiva, centralismo democratico, disciplina di partito e Fronte Unito (cooperazione multipartitica), capisaldi che devono eserte rispettati da tutti i membri del PCC, indistintamente dal livello a cui operano. L’articolo prosegue introducendo nel dettaglio il sistema dell’assemblea del popolo sotto gli aspetti della struttura organizzativa, del metodo elettorale e dei compiti principali. Costa ha inoltre sottolineato che durante l’ultimo Congresso Nazionale del PCC del 2017 e in funzione dell’avvicinamento al 20°, che si terrà nella seconda metà di quest’anno, è stato dichiarato che “L’Ufficio Politico ha tenuto alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi; ha seguito la guida del marxismo-leninismo, del pensiero di Mao Zedong, della teoria di Deng Xiaoping, della teoria delle tre rappresentanze, del concetto di sviluppo scientifico, e il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”. Secondo l’autore italiano, Questo segna una svolta politica, poiché il pensiero dell’attuale Segretario Xi Jinping viene promosso ad indirizzo politico di importanza pari ai suoi due maggiori storici predecessori nella tradizione socialista cinese, ovvero Mao Zedong e Deng Xiaoping. Ciò rappresenta la tappa più recente nel processo di innovazione nella tradizione del partito. Con le incredibili conquiste nel campo della politica e dell’economia ottenute dal PCC, spiega l’autore, il XX Congresso Nazionale e i suoi delegati “avranno un ruolo tanto delicato quanto epocale: quello di emanare indirizzi politici capaci di coniugare per la Cina della Nuova Era stabilità politica e crescita economica in un contesto globale sempre più articolato e sempre più soggetto a crisi internazionali quali guerre regionali, crisi alimentare e ambientale, uscita dall’emergenza pandemica. Nonostante tali sfide, “alla luce degli indiscutibili...
di Marco Costa Scopo di questi primo capitolo sarà quello di analizzare per tappe e con gradualità un fenomeno di natura storico-religiosa tanto interessante quanto sconosciuto alla maggior parte degli analisti occidentali, ovvero quello della diffusione in terra cinese della religione e della cultura islamici. Questo primo passaggio, infatti, risulterà del tutto preliminare rispetto all’analisi della storia della Regione Autonoma dello Xinjiang, e crediamo che possa contribuire almeno in parte a demistificare molteplici informazioni errate, tendenziose e strumentali che vengono spesso ripetute dai mezzi di informazione nostrani. Intanto vanno chiariti alcuni aspetti, anche a costo di risultare banali. Lo Xinjiang è una Regione autonoma posta nel nordovest della Repubblica Popolare Cinese, di cui un 51% circa dei suoi abitanti è di etnia uigura e di religione musulmana. Essendo la maggioranza relativa dei cittadini presenti in quella regione di etnia turcofona e di una religione non tradizionalmente cinese, vale la pena soffermarsi su come questa religione monoteistica si sia diffusa in Asia orientale ed in particolare nel “Regno di Mezzo”. Risulta anzitutto evidente che lo Xinjiang non sia una regione interamente turcofona o interamente musulmana, per quanto l’etnia uigura sia – ripetiamo – la maggioranza relativa della popolazione di questo territorio. Questo territorio ospita infatti anche numerosi gruppi etnici, tra cui – oltre gli Uiguri – Han, Kazaki, Tibetani, Hui, Tagiki, Kirghizi, Mongoli, Russi e Xibe. In definitiva, per quanto largamente corrispondenti, il territorio dello Xinjiang, la popolazione uigura e la diffusione dell’Islam in Cina sono ampiamente sovrapponibili ma per nulla coincidenti. Fatta questa doverosa premessa, cercheremo di approfondire almeno due aspetti, ovvero quello degli albori della nascita di questa regione e, parallelamente, come e quando questa per la prima volta nella sua storia è entrata in contatto con popolazioni di origine araba o turcofona dal credo islamico. Ma prima di questo passaggio, andando cioè all’antichità quando non al limite della preistoria, è necessario scoprire il periodo precedente all’islamizzazione della regione, periodo tanto ricco quanto sconosciuto.1 Agli albori della storia, la presenza di ceramiche eneolitiche, databile al VI millennio a.C., ovvero nell’età del bronzo, indica stretti legami di questa regione con l’Asia Centrale e il Vicino Oriente. Nell’età del bronzo, attorno al III millennio a.C., le tribù ariane dedite all’allevamento di bovini della cultura Afanasyev penetrarono in questa porzione di territorio da ovest; questi seppellirono i loro antenati in tumuli (conosciuti come mummie di Tarim, oppure come uomo di Cherchen). I loro discendenti divennero noti agli autori antichi come Tocari e ai Cinesi come Yuezhi, edificando le città di Kashgar, Turfan e Khotan. Dopo, l’assalto degli Unni fu respinto e i Tocari aiutarono i Cinesi ad aprire la Grande Via della Seta; entro il I secolo a.C. i Tocari si convertirono al buddhismo; va segnalato che la lingua di questa etnia sarebbe sopravvissuta in alcune oasi fino all’VIII secolo. Inoltre bisogna rammentare che lo Xinjiang è costituito da due sotto-regioni principali distinte geograficamente, storicamente ed etnicamente e conosciute con nomi storici diversi: la Dzungaria a nord dei monti Tianshan e...
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di Marco Costa Gli anni ’50 per la città di Hong Kong furono abbastanza tumultuosi: appena alcuni anni dopo la fine dell’occupazione giapponese ed il ripristino della sovranità britannica, nel 1949 anche nella città-Stato riecheggiarono gli epocali sconvolgimenti a cui era in preda la grande Cina, all’apice della guerra tra la fazione nazionalista di Chiang Kai-shek e quella comunista di Mao Zedong. Alla luce della guerra civile e della conseguente rivoluzione capeggiata vittoriosamente da Mao, che avrebbe posto fine ai decenni di interferenze straniere sulla Cina continentale nonché promosso la riunificazione di fatto della nazione sotto la bandiera di un nuovo modello socialista, Hong Kong divenne meta di afflusso di rifugiati dalla terraferma, provocando un enorme aumento della popolazione: dal 1945 al 1951, la popolazione crebbe infatti da 600.000 a 2,1 milioni. Inoltre, a seguito della fondazione della Repubblica Popolare Cinese e alla successiva chiusura dei confini tra la Cina e Hong Kong, il fenomeno dell’immigrazione andò accentuandosi fino a diventare ingestibile in diverse occasioni. Non fu solo la popolazione più povera ad essere colpita dalla migrazione, ma ne furono protagonisti anche i ceti più abbienti, desiderosi di preservare i loro patrimoni trasferendoli frettolosamente ed impunemente verso l’Isola. Infatti, mentre i comunisti si avvicinavano alla vittoria all’inizio del 1949, si temeva che Hong Kong sarebbe stata invasa dalle truppe maoiste. Il governo britannico rimase determinato a mantenere Hong Kong come avamposto capitalista all’interno di una sfera di influenza comunista, sebbene i ricordi del blocco di Berlino e l’antagonismo ideologico verso i governi socialisti rimanessero un caposaldo della loro politica estera. La guarnigione britannica fu rinforzata e vennero addirittura ipotizzati piani di evacuazione di emergenza verso l’Australia. Tuttavia, l’Esercito popolare di liberazione ricevette l’ordine di interrompere l’avanzata al confine tra il fiume Sham Chun e Hong Kong, sicchè l’Isola e i suoi territori collegati rimasero una colonia britannica. Peraltro – inutile nasconderlo – da entrambe le parti lo status coloniale dell’Isola avrebbe procurato benefici più o meno diretti dal punto di vista commerciale e diplomatico. Hong Kong era un prezioso centro commerciale alla foce della Cina e i britannici confidavano sul fatto che mantenendo questo legame sarebbe stato più agevole intessere affari con il nuovo Governo di Pechino. Inoltre, consegnare Hong Kong alla Cina continentale senza combattere sarebbe stato interpretato come una debolezza nazionale di fronte alla crescente minaccia comunista in Europa e in Asia, in particolare alla luce della contemporanea guerra di liberazione nazionale che si stava svolgendo in Malesia.1 Ciò che fa immediatamente riflettere, è l’analisi dei dati demografici e dei flussi migratori di quel decennio. Va preliminarmente chiarito il fatto che nel 1950 il governo coloniale adottò unilateralmente un sistema di quote di ingresso denominato Quota System per limitare l’afflusso incontrollato di migranti; tale misura prevedeva che ogni giorno il numero ammesso di persone entranti a Hong Kong dovesse essere pari al numero degli uscenti. Qualche anno dopo, nel 1956, il governo coloniale inglese ritirò tale sistema compensativo delle quote per un periodo di prova di sette...
nuova via della seta
Probabilmente nella storia recente nessuna profezia geopolitica si è rivelata più erronea de la fine della storia prospettata da Fukuyama all’indomani della caduta dei sistemi socialisti dell’Europa orientalei. Quello che si profilava come il secolo americanoii si sta rivelando invece come il secolo multilaterale, se non addirittura il secolo cinese.iii Quello che è certo, è che l’accelerazione dei processi di globalizzazione economica presenta oggi aspetti meno scontati del previsto. In questo contesto, capire il progetto della Nuova Via della Seta significa capire in larga parte i nuovi equilibri geopolitici planetari e, per il nostro paese, sapere affrontare nuove questioni nonché scorgere nuove opportunità. D’altra parte già nel 2006 Christopher Pehrson intuì il progetto della Nuova via della Seta definendolo come “strategia del filo di perle”; con questo concetto, l’alto ufficiale statunitense anticipava la strategia cinese di realizzare nei paesi esteri infrastrutture autonome in aree geostrategiche del pianeta, avvalendosi della compartecipazione di capitali o aziende cinesi secondo un rapporto di costi e benefici.iv Risulta infatti evidente che la Nuova Via della Seta rappresenta un ambizioso progetto economico, culturale e politico, una manovra strategica epocale che viene proposta per connettere i paesi coinvolti in modo da ampliare gli scambi commerciali e culturali tra i popoli. Questo perché, contrariamente al modello di globalizzazione predatoria proposto – anzi imposto – da parte statunitense e Occidentale, che ha ricalcato e ricalca ancora tutti i crismi dell’imperialismo novecentesco, le élite cinesi non sono orientate a logiche di puro profitto ma tendono principalmente ad assicurare l’ordine sociale, attraverso un pensiero che subordina l’istinto egoistico individualista a quello dell’interesse collettivo. E questa è stata l’impostazione che ha guidato finanche lo sviluppo delle multinazionali cinesi che, in gran parte di proprietà pubblica, hanno acquisito molti asset fondamentali dell’Occidente. Protagonisti di queste azioni sono, per esempio, la ChemChina gigante mondiale della chimica, o la Cosco Shipping Line, la più grande compagnia di navigazione del pianeta. Ma cos’è esattamente la Belt and Road Initiative (Bri), il programma cinese di investimenti infrastrutturali che riuscirebbe ad oscurare il Piano Marshall, mettendo sul piatto mille miliardi di dollari, ovvero sette volte tanto quanto stanziato dagli americani alla fine della Seconda guerra mondiale? C’è subito da chiarire che non esiste una definizione ufficiale. La Bri è stata lanciata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, ma molto spesso vengono fatti rientrare al suo interno progetti che sono partiti anche diversi anni prima. Basti ricordare che al settembre del 2018 erano stati finanziati 173 progetti nominalmente collegati alla Bri in 45 Paesi. Secondo i funzionari cinesi, la Nuova via della Seta dovrebbe reggersi su sei grandi corridoi internazionali. Il primo è quello con il Pakistan (la sigla ufficiale è Cpec), poi c’è quello che attraversa Bangladesh, India e Myanmar (Bcimec). Il terzo prevede la partecipazione di Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turchia, Turkmenistan e Uzbekistan (Ccwaec). Il progetto che coinvolge Cambogia, Laos, Malesia, Thailandia, Myanmar e Vietnam è il Cicpec. Il quinto asse è con Russia e Mongolia (Cmrec), mentre la sesta colonna è quella che...
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Martedì 1 dicembre 2015, dalle ore 11.00 alle ore 12, presso la Sala Nassirya del Senato della Repubblica, Piazza Madama 11, Roma, Marco Costa interverrà in rappresentanza del Cesem all’iniziativa promossa e organizzata dall’Associazione Parlamentare di amicizia Italia – Cina. Il programma, nelle sue linee di indirizzo prevede: Saluto di apertura del consigliere Tang Youjing a nome dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese Saluto dell’on. Peluffo, presidente dell’Associazione parlamentare Amici della Cina Saluto dell’Onorevole A Wang, vice presidente della Conferenza Consultiva Politica della Regione Autonoma del Tibet Illustrazione del rapporto sintetico dell’ultimo viaggio dei parlamentari italiani nella Regione Autonoma del Tibet Introduzione del libro “Alla Scoperta Tibet” – ed. Anteo, 2015. Conclusione.
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Dall’8 al 17 settembre si è svolta la seconda edizione del meeting internazionale China-Us-Europe Young Leaders Exchange Program, al quale ha partecipato Marco Costa in qualità di responsabile area euroasiatica del CESEM, nonché di redattore della rivista Scenari Internazionali. L’organizzazione promotrice dell’evento, la Chinese Association for International Understanding, è un’associazione fondata nel 1981 con sede a Pechino, composta da esponenti del Partito Comunista Cinese, da organizzazioni non governative a sfondo sociale, da rappresentanti delle differenti comunità etniche e religiose e da esponenti del mondo accademico, con lo scopo di promuovere a livello internazionale una conoscenza approfondita del modello socio-economico della Repubblica Popolare Cinese. L’intenso programma di incontri, visite e conferenze si è svolto nella capitale Pechino e nella città di Xining, capoluogo della regione interna dello Qinghai. Il gruppo di studio vede tra gli invitati stranieri diversi esponenti del mondo politico dalle diverse appartenenze ideologiche, ma che soddisfano il requisito dell’età – nessuno aveva infatti oltre i 40 anni – e della particolare competenza rispetto al tema delle relazioni internazionali del sistema politico ed economico cinese attuale. Hanno partecipato Daniel Fost, Segretario del Partito Liberaldemocratico di Baviera (Germania), Holger Man, Deputato del Parlamento federale della Sassonia del Partito Socialdemocratico (Germania), Erik Stohn, Deputato del Parlamento federale del Brandeburgo del Partito Socialdemocratico (Germania), Alastair Crooks, coordinatore del gruppo parlamentare conservatore a Westminster, (Regno Unito), Benjamin Kieckhefer, Senatore nel Nevada del Partito Repubblicano (Stati Uniti), Charles Schneider, Senatore nell’Iowa del Partito Repubblicano (Stati Uniti). Da parte cinese, presenti Zhai Kun, Professore della Scuola di Studi Internazionali presso l’Università di Pechino, Mr. Lacan, Segretario del Comitato per gli Affari Religiosi, Guo Wei, Vicesindaco della città di Kaiyang del Guizhou e Professore di economia presso la scuola del Comitato Centrale del PCC, e Yang Xu, editore e componente della redazione del People’s Daily (organo ufficiale del PCC). Le prime giornate sono state dedicate ai seminari, impostati secondo le modalità del workshop in cui dopo una prima parte di relazione dei singoli delegati vi era un dibattito sulle questioni in discussione. In particolare, i titoli dei seminari erano i seguenti: China’s Latest Development and Challenges, The “Belt and Road” Initiative: Opportunities and Challenges, Reform, Governance and Cooperation, Reform: Powered by Cooperation and Led by Innovation, Rule of Law and Modern Governance. Sempre nella capitale Pechino, si è avuta l’occasione di visitare siti di straordinario interesse dal punto di vista istituzionale ed economico. Anzitutto la Zhongguancun Innovvation Way, ribattezzata la Silicon Valley cinese, in cui vengono sviluppati progetti d’impresa all’avanguardia prevalentemente nel settore informatico. In questo polo di ricerca ed innovazione, sostenuto dalle autorità locali, dall’Accademia della Scienza ed in collaborazione con l’Università di Pechino, ai giovani è offerta la possibilità di avviare delle start-up per quelle che saranno le imprese del futuro, o di sviluppare progetti e brevetti di interesse per le imprese del settore tecnologico e informatico. Sempre a proposito del mondo giovanile cinese, è stata offerta l’opportunità di visitare lo Youth Center del quartiere Chaowai; queste strutture, analogamente ad altre centinaia nella...
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Marco Costa, responsabile area eurasiatica del Cesem, è intervenuto a Pechino al Convegno sulle opportunità e le sfide rappresentate dalla Nuova Via della Seta. 2° CHINA-US-EUROPE YOUNG LEADERS EXCHANGE PROGRAM Si sta svolgendo in questi giorni la seconda edizione del meeting internazionale China-Us-Europe Young Leaders Exchange Program, al quale partecipa Marco Costa in qualità di responsabile area euroasiatica del CESEM, nonché redattore della rivista Scenari Internazionali. L’organizzazione promotrice dell’evento, la Chinese Association for International Understanding, è un’associazione fondata nel 1981 con sede a Pechino, composta da esponenti del Partito Comunista Cinese, da organizzazioni non governative a sfondo sociale, da rappresentanti delle differenti comunità etniche e religiose e da esponenti del mondo accademico, con lo scopo di promuovere a livello internazionale una conoscenza approfondita del modello socio-economico della Repubblica Popolare Cinese. Il programma si articola nei giorni dal 7 al 17 settembre nella capitale Pechino e nella città di Xining, capoluogo della regione interna dello Qinghai. Il gruppo di studio vede tra gli invitati stranieri diversi esponenti del mondo politico dalle diverse appartenenze ideologiche, ma che soddisfano il requisito dell’età – nessuno ha infatti oltre i 40 anni – e della particolare competenza rispetto al tema delle relazioni internazionali del sistema politico ed economico cinese attuale. Sono presenti Sylvain Mackaya, Direttore della finanziaria Idinvest Partners (Francia), Daniel Fost, Segretario del Partito Liberaldemocratico di Baviera (Germania), Holger Man, Deputato del Parlamento federale della Sassonia del Partito Socialdemocratico (Germania), Erik Stohn, Deputato del Parlamento federale del Brandeburgo del Partito Socialdemocratico (Germania), Alastair Crooks, coordinatore del gruppo parlamentare conservatore a Westminster, (Regno Unito), Benjamin Kieckhefer, Senatore nel Nevada del Partito Repubblicano (Stati Uniti), Charles Schneider, Senatore nell’Iowa del Partito Repubblicano (Stati Uniti). Da parte cinese, presenti Zhai Kun, Professore della Scuola di Studi Internazionali presso l’Università di Pechino, Mr. Lacan, Segretario del Comitato per gli Affari Religiosi, Guo Wei, Vicesindaco della città di Kaiyang del Guizhou e Professore di economia presso la scuola del Comitato Centrale del PCC, e Yang Xu, editore e componente della redazione del People’s Daily (organo ufficiale del PCC). Davvero moltissimi i momenti di assoluto interesse; tra gli altri vanno segnalati i seminari-workshop incentrati sui seguenti temi: China’s Latest Development and Challenges; The “Belt and Road Initiative”: Opportunities and Challenges; Reform, Governance and Cooperation – Reform: Powered by Cooperation and Led by Innovation – Rule of Law and Modern Governance. Da segnalare, infine, l’incontro ufficiale avvenuto presso il Dipartimento Affari Internazionali del PCC tra tutti i delegati e Mr. Liu Hongcai, Viceministro del Dipartimento Affari Internazionali del Comitato Centrale del PCC. Itinerary in China
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“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem Nei percorsi antropologico-culturali di risalita verso le origini delle differenti civiltà, accade assai frequentemente di trovare percorsi storici e percorsi mitologici strettamente vicini quando non direttamente sovrapponibili. Questa considerazione, questo indissolubile intreccio di storia e leggenda, vale particolarmente per l’origine della civiltà tibetana, laddove alle origini della storia dell’attuale Tibet-Xizang l’elemento mitologico si costituisce quale vero e proprio archetipo fondativo di questa millenaria cultura. L’origine del popolo tibetano viene solitamente fatta risalire alle tribù nomadi Ch’iang, le quali erano dedite all’allevamento di pecore e bestiame nei territori dell’Asia centro-orientale, spingendosi verso i confini nord-occidentali della Cina, diversi secoli prima dell’era cristiana. Questo popolo nomade si caratterizzava appunto per l’allevamento di animali oltreché per un’elevata propensione alla mobilità tra gli altipiani dell’Asia centrale, e in una apparentemente innata abilità nell’allevamento dei cavalli e degli yak, oltreché ad un individualismo di fondo. Ma la caratteristica principale di questa sparuta popolazione la si poteva scorgere nella propensione al nomadismo, dato da spostamenti continui con al seguito le greggi di pecore, capre e yak. Questi nuclei si spostavano durante tutto l’arco dell’anno entro vasti e sfumati confini, vivendo nelle tende e, praticamente fino ad un secolo fa, alcuni di loro hanno conservato uno stile di vita quasi uguale a quello dei duemila anni precedenti, laddove tra i tibetani dediti al nomadismo anche il ceppo razziale risultava molto meno alterato che tra i tibetani sedentari delle valli meridionali. Pare un dato abbastanza consolidato quello secondo cui, all’incirca all’inizio dell’era cristiana, il popolo di lingua tibetana abbia compiuto uno spostamento verso ovest attraverso la parte meridionale degli altipiani tibetani; questo fatto sarebbe confermato da alcuni esami eseguiti sulle prime produzioni letterarie immediatamente posteriori, che ci permettono ancora oggi di rintracciare e tracciare abbastanza precisamente i movimenti di alcuni clan del nord-est del Tibet verso il centro del paese. La prima avanzata dei popoli di lingua tibetana in direzione ovest e sud attraverso l’Himalaya, ovvero all’interno di quello che è oggi il Nepal centrale, risulta anche confermato dalla sopravvivenza in queste zone di antichi dialetti provenienti dallo stesso ceppo linguistico. Tuttavia, pare che ci sia stato un costante movimento di clan rivali dal nucleo comune di tribù nel nord-est del Tibet, alcune delle quali si spostarono gradualmente verso le più fertili vallate del Tibet centrale e meridionale, dove adottarono uno stile di vita più sedentario e parzialmente agricolo. Tuttavia, risulta ancora oggi abbastanza improbo avere una maggiore precisione a riguardo, così come risulta abbastanza vago il concetto stesso di clan, ma verosimilmente dovevano essere organizzati su base gerarchica, essendo costituiti da un capo famiglia e i suoi dipendenti e servitori ereditari. Quando essi divennero più stabili e sedentari, la famiglia del capo si costituì gradualmente in una sorta di aristocrazia, che probabilmente non differiva molto, almeno nelle sue caratteristiche essenziali, dal tipo di signori locali ereditari che hanno continuato ad esistere in Tibet fino al 1959. Ma procediamo con ordine. Tra le leggende fondative...