Convegno a Shanghai sull’opportunità di investimento delle imprese europee nel Distretto Guangling, un distretto della Cina, situato nella provincia di Jiangsu e amministrato dalla prefettura di Yangzhou. “Irrinunciabile, inseparabile”, così dicono le aziende europee riguardo l’investimento in Guangling. “Avendo sentito tutta la presentazione del distretto, ho avuto ora più conoscenza su Yangzhou e in particolare sul Distretto di Guangling. Non vedo l’ora di andare a visitare il distretto.” Così ha detto Giovanni Pisacane, titolare dello studio GWA in collegamento online al convegno sull’opportunità di investimento delle imprese europee nel Distretto di Guangling tenuto il 28 maggio scorso a Shanghai. Il briefing ha attirato l’attenzione di circa 80 società europee oltre ai rappresentanti del Consolato Italiano e del Consolato Britannico a Shanghai e non sono poche le note società europee che hanno espresso forte desiderio di andare a investire in Guangling. “Nonostante la pandemia in corso,” ha detto Emre Kinay il responsabile per il progetto del gruppo tedesco Mubea, “l’economia cinese è tra i primi a riprendersi ed è ora il motore trainante nel mantenere la crescita economica mondiale. Tutto ciò ci ha fatto consolidare la nostra volontà di mettere radici in Guangling e sviluppare ulteriormente il mercato cinese con una visione a lungo termine di crescita stabile e sana. Recentemente, il gruppo tedesco Mubea ha raggiunto un accordo con il Parco Industriale Guangling (GIP) per costruire uno stabilimento di fabbricazione e di ricerca dei prodotti automotive quali tubi di alta precisione, stabilizzatori e pannelli di radiatore per batterie. “Oggi, teniamo qui a Shanghai questo briefing con lo scopo di approfondire la collaborazione con le aziende dell’Unione Europea, in particolare per essere congiunti nello sviluppare ulteriormente il mercato dell’equipaggiamento high-end e di fabbricazione di alta precisione.” Così ha detto Dai Weibao, il segretario politico di standing committee di Guangling e del party committee di GIP. Già nel 2015, il Parco ha sviluppato una area industriale sino-europea di 280.000 mq con 100.000 mq coperti che ha coinvolto una serie di “hidden-champion” del settore industriale, così come il gruppo olandese Hyva che è leader mondiale dei sistemi oleodinamici di auto ribaltatori e delle attrezzature di environment e cleaning, avendo la base produttiva più grande nel mondo per la produzione dei cilindri telescopici. La società tedesca Argo-Hytos che produce valvole e unità motrici oleodinamiche. La società italiana Mevis che offre componenti metallici per automotive. La società tedesca Schramme che è forte nel settore di sistemi elettromagnetici e tecnologie sensoriali. La società tedesca Hella che si dedica nella produzione e ricerca delle batterie BMS. “Abbiamo investito in Yangzhou Guangling per molti anni e abbiamo percepito la vitalità dell’economia cinese sempre in crescita.” Ha detto il direttore generale di Mevis italiana. “Oggi, molte città cinesi stanno promuovendo upgrading dei loro settori industriali, il quale è proprio una grande opportunità per noi di accoglierla in un momento così importante dello sviluppo economico cinese. Infatti, il GIP sta sviluppando industrie di equipaggiamento high-end, nuove energie e tecnologie informatiche di nuova generazione che rappresentano la direzione di crescita...
Mese: Maggio 2021
Presentiamo il nuovo rapporto dal titolo Xinjiang. Capire la complessità, costruire la pace, promosso dal nostro centro studi (CeSEM) insieme ad EURISPES-Laboratorio BRICS e Istituto Diplomatico Internazionale (IDI). L’obiettivo di questo rapporto è quello di fornire un quadro più obiettivo e realistico della situazione attraverso analisi di esperti, studiosi e testimoni che hanno avuto modo di visitare la regione autonoma cinese, le sue città, i villaggi e i campi di formazione e reinserimento, di cui molto si parla in Occidente. ABSTRACT – IT Nel corso dell’ultimo anno, molti media occidentali hanno dato notevole risalto alla Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. Carta stampata, programmi televisivi e, soprattutto, social media si sono concentrati in particolare sulle presunte repressioni di cui sarebbe vittima la locale comunità uigura, un gruppo etnico di lingua uralo-altaica (turcofona) e di religione islamica che risiede da secoli nella regione, rappresentando poco più della metà della popolazione complessiva. In Europa, il tema, non inedito, ha suscitato scalpore e indignazione nell’opinione pubblica, sino ad influenzare la politica, convincendo i ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’Unione Europea ad approvare sanzioni contro alcuni funzionari cinesi ritenuti maggiormente esposti – secondo le accuse – alle responsabilità nel quadro del cosiddetto “genocidio uiguro”. Dalla Cina, tuttavia, così come da giornalisti, diplomatici, esperti, studenti o professionisti stranieri che hanno avuto o hanno tutt’ora modo di frequentare lo Xinjiang e le sue città e contee, giungono tesi e testimonianze completamente diverse, che smentiscono sostanzialmente le accuse occidentali. I campi di detenzione e rieducazione, infatti, sarebbero esclusivamente luoghi di reclusione e de-radicalizzazione per uomini e donne affiliati a gruppi terroristici che, come l’ETLO o l’ETIM, da molti anni organizzano e compiono attentati, non solo nello Xinjiang ma anche nel resto della Cina e all’estero, contro obiettivi cinesi (rappresentanze diplomatiche, comitive turistiche o aziende) o anche di altro genere, come dimostra la presenza, segnalata in anni recenti, tra le file dell’ISIS di combattenti di etnia uigura nei teatri di conflitto siriano e iracheno. Questo rapporto cerca così di fare chiarezza su un tema – quello della situazione sociale e politica nella Xinjiang – molto più vasto e complesso delle banali insinuazioni della stampa generalista occidentale, che però, confezionato e presentato all’interno di una cornice narrativa sensazionalistica, rischia di generare gravi tensioni diplomatiche, pregiudicare seriamente consolidate piattaforme di cooperazione bilaterale o multilaterale e, non ultimo, fornire a formazioni settarie, violente ed eversive una pericolosissima legittimazione politica o morale. ABSTRACT – EN Over the past year, many Western media gave considerable prominence to the Xinjiang Uyghur Autonomous Region. Print media, television programs and, above all, social media focused in particular on the alleged repressions of the local Uyghur community, an ethnic group of Uyghur-speaking (Turkic) and Islamic religion that has lived in the region for centuries, representing just over half of the total population. In Europe, the topic caused indignation in the public opinion influencing national and supranational politics, convincing the foreign ministers of the European Union countries to approve sanctions against some Chinese officials deemed most exposed –...
di Marco Costa Scopo di questi primo capitolo sarà quello di analizzare per tappe e con gradualità un fenomeno di natura storico-religiosa tanto interessante quanto sconosciuto alla maggior parte degli analisti occidentali, ovvero quello della diffusione in terra cinese della religione e della cultura islamici. Questo primo passaggio, infatti, risulterà del tutto preliminare rispetto all’analisi della storia della Regione Autonoma dello Xinjiang, e crediamo che possa contribuire almeno in parte a demistificare molteplici informazioni errate, tendenziose e strumentali che vengono spesso ripetute dai mezzi di informazione nostrani. Intanto vanno chiariti alcuni aspetti, anche a costo di risultare banali. Lo Xinjiang è una Regione autonoma posta nel nordovest della Repubblica Popolare Cinese, di cui un 51% circa dei suoi abitanti è di etnia uigura e di religione musulmana. Essendo la maggioranza relativa dei cittadini presenti in quella regione di etnia turcofona e di una religione non tradizionalmente cinese, vale la pena soffermarsi su come questa religione monoteistica si sia diffusa in Asia orientale ed in particolare nel “Regno di Mezzo”. Risulta anzitutto evidente che lo Xinjiang non sia una regione interamente turcofona o interamente musulmana, per quanto l’etnia uigura sia – ripetiamo – la maggioranza relativa della popolazione di questo territorio. Questo territorio ospita infatti anche numerosi gruppi etnici, tra cui – oltre gli Uiguri – Han, Kazaki, Tibetani, Hui, Tagiki, Kirghizi, Mongoli, Russi e Xibe. In definitiva, per quanto largamente corrispondenti, il territorio dello Xinjiang, la popolazione uigura e la diffusione dell’Islam in Cina sono ampiamente sovrapponibili ma per nulla coincidenti. Fatta questa doverosa premessa, cercheremo di approfondire almeno due aspetti, ovvero quello degli albori della nascita di questa regione e, parallelamente, come e quando questa per la prima volta nella sua storia è entrata in contatto con popolazioni di origine araba o turcofona dal credo islamico. Ma prima di questo passaggio, andando cioè all’antichità quando non al limite della preistoria, è necessario scoprire il periodo precedente all’islamizzazione della regione, periodo tanto ricco quanto sconosciuto.1 Agli albori della storia, la presenza di ceramiche eneolitiche, databile al VI millennio a.C., ovvero nell’età del bronzo, indica stretti legami di questa regione con l’Asia Centrale e il Vicino Oriente. Nell’età del bronzo, attorno al III millennio a.C., le tribù ariane dedite all’allevamento di bovini della cultura Afanasyev penetrarono in questa porzione di territorio da ovest; questi seppellirono i loro antenati in tumuli (conosciuti come mummie di Tarim, oppure come uomo di Cherchen). I loro discendenti divennero noti agli autori antichi come Tocari e ai Cinesi come Yuezhi, edificando le città di Kashgar, Turfan e Khotan. Dopo, l’assalto degli Unni fu respinto e i Tocari aiutarono i Cinesi ad aprire la Grande Via della Seta; entro il I secolo a.C. i Tocari si convertirono al buddhismo; va segnalato che la lingua di questa etnia sarebbe sopravvissuta in alcune oasi fino all’VIII secolo. Inoltre bisogna rammentare che lo Xinjiang è costituito da due sotto-regioni principali distinte geograficamente, storicamente ed etnicamente e conosciute con nomi storici diversi: la Dzungaria a nord dei monti Tianshan e...
di Andrew KorybkoTraduzione di Marco Ghisetti Articolo originale: http://oneworld.press/?module=articles&action=view&id=2054 Il dirottamento, assistito da un jet di combattimento bielorusso, di un volo Ryanair a Minsk in risposta ad una apparente presenza di bomba sull’aereo e il seguente arresto di un membro estremista del movimento di Rivoluzione Colorata bielorussa dopo l’atterraggio potrebbe aprire un Vaso di Pandora, creando così un precedente per cui i Paesi occidentali potrebbero seguirne le orme per motivi puramente politici e perseguire i russi o chicchessia che sanzionano unilateralmente. Questa domenica la Bielorussia ha ordinato ad un proprio jet di scortare a Minsk un volo Ryanair che stava transitando sul suo spazio aereo diretto verso Vilnius in seguito ad un allarme circa una bomba a bordo dell’aereo. All’atterraggio, un membro estremista del movimento della Rivoluzione Colorata bielorussa, Roman Protasevich, è stato arrestato dalle autorità. L’aereo è stato poi autorizzato a proseguire verso Vilnius dopo che nessuno bomba fu trovata a bordo. La reazione occidentale è stata rapida ed un numero crescente di Paesi si è allineato per condannare all’unisono la Bielorussia per quello che, secondo loro, costituisce un’operazione di intelligence volta ad arrestare Protasevich; operazione che avrebbe messo in pericolo vite innocenti. Minsk ha ignorato le accuse e Mosca ha sottolineato i doppi standard dell’Occidente. Ci sono diverse prospettive da cui analizzare quest’evento. La prima è di fidarsi della parola delle autorità bielorusse, cioè ritenere che sia solo una coincidenza che esse siano state informate della presenza di una bomba a bordo del volo in cui vi era anche Protasevich proprio mentre l’aereo sorvolava lo spazio aereo bielorusso. La seconda è di complimentarsi con Lukashenko per l’operazione con la quale il suo governo ha consegnato alla giustizia un estremista del movimento della Rivoluzione Colorata bielorussa. La terza è di condannarlo per aver presumibilmente simulato il pericolo al fine di arrestare il suddetto estremista politico. Quale sia la prospettiva corretta, l’evento potrebbe segnare un punto di svolta perché potrebbe aprire un Vaso di Pandora, creando un precedente per cui altri Paesi potrebbero, per motivi puramente politici, seguirne le sue orme. Per esempio, ci sono alcuni russi che sono sotto sanzioni statunitensi, per cui gli Stati Uniti potrebbero fare qualcosa di simile, cioè inventarsi un falso allarme al fine di arrestarli nello stesso modo in cui è stato arrestato Protasevich. Gli Stati Uniti sono noti per sostenere il loro diritto alla “giurisdizione extraterritoriale”, per cui potrebbero almeno in teoria posizionare alcuni agenti segreti nei vari aeroporti europei di modo da arrestare i loro obiettivi, fermo restando l’autorizzazione del Paese ospitante. Ma potrebbero anche farlo senza chiederne l’autorizzazione. Tecnicamente parlando, sono stati proprio gli Stati Uniti ad aprire per primi questo Vaso di Pandora. Tempo fa l’aereo dell’ex Presidente boliviano Evo Morales venne dirottato e costretto ad atterrare in Austria poiché si sospettava che Edward Snowden fosse a bordo con lui. Non lo era, ma l’incidente ha mostrato che gli Stati Uniti non hanno problemi a fare queste cose per le proprie ragioni politiche. Tenendo questo a mente, Lukashenko ha...
di Juan J. Paz y Miño Cepeda Articolo pubblicato su https://reseauinternational.net/le-neoliberalisme-explose-en-colombie/ L’America Latina non riesce a trovare pace. Dalla fine del nostro processo di indipendenza nei primi decenni del XIX secolo, abbiamo già conosciuto duecento anni di mobilitazioni, proteste, lotte e ribellioni in delle Repubbliche costruite sulle basi economiche e politiche dell’esclusione sociale, povertà generalizzata, sfruttamento del lavoro, la concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani delle minoranze. La democrazia resta un sogno da conquistare. E negli ultimi decenni del ventesimo secolo, alle eredità irrisolte del passato si è aggiunta l’ascesa del neoliberismo come modello di economia statale in tutti i paesi della regione. Ci sono abbastanza dati, studi e ricerche che mostrano quanto sia stato disastroso il neoliberismo latinoamericano ed è ben noto che le economie del libero mercato e delle imprese private, sebbene abbiano portato la modernizzazione capitalista, lo hanno fatto su una concentrazione di ricchezza sempre più polarizzata nella storia del regione, mentre all’altro polo le condizioni di vita della maggioranza sociale e le sue condizioni di lavoro sono peggiorate. Il neoliberismo ha esacerbato i conflitti sociali, alimentato la “cultura del privilegio” e ostacolato la pace, la democrazia, la libertà sociale e il benessere. L’insorgenza del coronavirus ha incontrato non solo una grande maggioranza di paesi dominati da governi conservatori che riproducono economie neoliberiste, ma anche Stati disarmati dalla mancanza di risorse per affrontare un problema di salute universale, perché, sotto slogan di “ridimensionamento” e “contrazione” da parte dello Stato, si sono ridotti gli investimenti in medicina, infrastrutture e servizi pubblici. In questo quadro storico generale, la riforma fiscale che la Colombia voleva imporre alla fine di aprile 2021, mirava a raccogliere circa 6.800 milioni di dollari come risorse per lo Stato, ma aumentando l’IVA al 19% per i prodotti di base, benzina, elettricità e il gas, oltre all’estensione dell’imposta sul reddito per classi medie e lavoratori. Dall’altro lato, dal 2019, le tasse sono state ridotte o addirittura eliminate per le grandi aziende che a loro volta hanno accumulato milioni di dollari di profitti lo scorso anno. Non sono mancate le spese per armamenti e attrezzature destinate alle forze armate e alla polizia, in un Paese strategico per gli interessi continentali di sicurezza degli Stati Uniti che hanno stabilito diverse basi militari in questo territorio. La violenza storica in Colombia – che ha caratteristiche uniche in America Latina, e che causa l’assassinio quotidiano di almeno un attivista o di leader sociale nonché una serie di violazioni degli accordi di pace con le FARC (2016) – accoppiate con le politiche del neoliberismo mantenute per decenni e la cattiva gestione della Covid, hanno aumentato i dati strutturali della disuguaglianza: 14,2% di disoccupazione, 47% di sottoccupazione, 42,5% della popolazione in povertà e 15,1% in estrema povertà, mentre il 54% delle famiglie è insicuro alimentare . La Colombia è uno dei paesi più disuguali dell’America Latina, che è la regione più disuguale del mondo. La cosiddetta riforma fiscale è stata solo l’innesco perché l’esplosione sociale che si è immediatamente...
di Andrew KorybkoTraduzione di Marco Ghisetti Articolo Origiinale: https://oneworld.press/?module=articles&action=view&id=2044 Il concetto di “nazionalismo negativo” (cioè di basare il proprio nazionalismo su ciò che non si è) è un potente mezzo di mobilitazione politica nell’Europa centrale e orientale, come dimostrano alcuni Paesi, tra cui l’Ucraina, ossessionati dalle differenze di identità – reali, immaginarie o esagerate – che hanno con la Russia. L’Ucraina sta diventando l’“anti-Russia”? Verso la fine della settimana scorsa il Presidente Putin ha affermato, mentre parlava con i membri del proprio Consiglio di Sicurezza Nazionale, che “Apparentemente – e purtroppo – si sta cerando di trasformare lentamente ma inesorabilmente l’Ucraina in una sorta di opposto antitetico della Russia, un’anti-Russia da dove probabilmente succederanno cose che richiederanno un’attenzione speciale per la nostra sicurezza nazionale”. In passato questo punto era stato già dibattuto da molti esperti e più recentemente da Glenn Disen di RT nel servizio, trasmesso lo scorso mese, intitolato “Brosch & Bulgakov nostri, Brezhnev & Bolscevichi loro: la propaganda statunitense sta guidando la ridicola guerra culturale ucraina contro la Russia”. L’osservazione dell’accademico norvegese è che le differenze tra i due Paesi fraterni non sono mai state davvero significative, ma forze esterne tra le quali gli Stati Uniti le stanno esacerbando artificiosamente in un’ottica di costruzione-nazionale per scopi geostrategici anti-russi”. Rianimare lo spirito del nazismo Ciò non costituisce una novità, poiché tale fenomeno ha caratterizzato molti nazionalismi post-comunisti dei Paesi dell’Europa centro-orientale (ECO). Ho criticato questo approccio in una recente analisi su come “La Russia ha messo in guardia l’Occidente dal rianimare l’idea di superiorità del nazismo” e in cui ho sottolineato come le variegate interpretazioni degli interventi dell’Unione Sovietica in Ungheria e Cecoslovacchia non devono diventare le basi su cui costruire i nazionalismi anti-russi. Si dà per scontato che ci siano alcune forze interne che credono sinceramente che quegli eventi e altre controversie su certi problemi culturali, tra cui l’appartenenza etnica di alcune figure artistiche o l’origine di alcune piatti culinari distinguano il proprio popolo dalla Russia, ma c’è certamente una differenza tra l’esprimere tali opinioni in modo cordiale e l’esprimerle in modo polemico. Purtroppo, quest’ultimo approccio è diventato di moda negli ultimi tempi. Le radici psicologiche del “nazionalismo negativo” Invece che essere orgogliosi di ciò che sono, alcune di queste persone sono più orgogliose di ciò che non sono: in questo caso, che non sono russe. Tali sentimenti “nazionalisti negativi” sono attraenti poiché si fondano in gran parte su basi emotive concernenti le dolorose memorie storiche dell’ECO ed è per questa ragione che coloro che ne aderiscono si aggrappano strettamente ad esse: è un modo per far fronte al presunto “complesso di inferiorità” che tali eventi storici hanno provocato nelle rispettive culture. È certamente spiacevole che certe cose siano accadute in passato, ma coloro che provano certe emozioni dovrebbero, per diventar più forti, girar pagina e non avvitarsi su di esse o sposare forme estreme di nazionalismo dirette contro una Russia moderna che non è responsabile della sofferenza dei loro antenati. Inoltre e allo stesso tempo, i...
di Pepe Escobar Articolo originale The mask of “liberal democracy” falls with a bang | The Vineyard of the Saker Traduzione dal francese Le masque de la “démocratie libérale” tombe avec fracas (reseauinternational.net) Nakba, 15 maggio 2021. Gli storici del futuro segneranno il giorno in cui la “democrazia liberale” occidentale ha emesso un chiaro proclama: Stiamo bombardando gli uffici dei media e distruggendo la “libertà di stampa” in un campo di concentramento all’aperto, mentre vietiamo pacifici proteste in stato d’assedio nel cuore dell’Europa. E se ti ribelli, ti annulliamo. Gaza incontra Parigi. Il bombardamento della torre di al-Jalaa – un importante edificio residenziale che ospitava anche gli uffici di al-Jazeera e dell’Associated Press, tra gli altri – da parte “dell’unica democrazia del Medio Oriente” è direttamente collegato all’ordine “verboten”, proibito, eseguito dal Ministro degli Interni di Macron. Parigi ha approvato a tutti gli effetti le provocazioni del potere occupante a Gerusalemme est: l’invasione della moschea di al-Aqsa – con gas lacrimogeni e granate assordanti; le bande razziste sioniste che molestano e gridano “morte agli arabi“; coloni armati che assalivano famiglie palestinesi minacciati di sfratto dalle loro case a Sheikh Jarrah e Silwan; una campagna di bombardamenti in cui le vittime mortali – in media – sono per il 30% bambini. Le folle parigine non si sono lasciate intimidire. Da Barbes alla Republique, hanno marciato per le strade – il loro grido di battaglia era “Israele Assassino, Macron un Complice“. Istintivamente hanno capito che il Piccolo Re – un piccolo impiegato Rothschild – aveva appena dato fuoco all’eredità storica della nazione che ha inventato la Dichiarazione universale dei diritti umani. La maschera della “democrazia liberale” continua a cadere ancora e ancora – con la Big Tech imperiale che sopprime diligentemente e in massa le voci dei palestinesi e dei difensori della Palestina, in tandem con un kabuki diplomatico che inganna solo il popolo, già senza cervello. Il 16 maggio, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha presieduto tramite collegamento video un dibattito del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) che era stato bloccato da Washington, senza interruzione, per tutta la settimana. La Cina presiede il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per tutto il mese di maggio. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non poteva nemmeno concordare una semplice dichiarazione congiunta. Ancora una volta perché il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è stato bloccato dal codardo Impero del Caos. Spetta a Hua Liming, ex ambasciatore cinese in Iran, svelare tutto questo in una frase: “Gli Stati Uniti non vogliono dare alla Cina il merito di aver mediato il conflitto israelo-palestinese, soprattutto quando è presidente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite“. La solita procedura imperiale è “parlare“, “fare un’offerta che non si può rifiutare” in stile mafioso, alle due parti sotto il tavolo – come la combo dietro il Manichino dei Crash Test (Joe Biden, ndr), un sionista dichiarato, che aveva ammesso in precedenza in uno sconcertante tweet dalla Casa Bianca “riaffermando” il suo “fermo sostegno...
di Cristiano Procentese Le manifestazioni dello scorso 28 aprile per protestare contro la riforma fiscale annunciata dal governo del presidente colombiano di centrodestra Iván Duque in realtà erano cominciate già nel novembre 2019. Duque ha fatto marcia indietro annunciando il ritiro del progetto, che secondo i critici avrebbe colpito soprattutto la classe media e le fasce più povere della popolazione già provate da una grave crisi economica. Poi si è dimesso il ministro dell’economia, Alberto Carrasquilla, ma le proteste invece di fermarsi si sono allargate trasformandosi in una critica radicale al governo e alla sua gestione della pandemia di covid-19. La Colombia è nel pieno della terza ondata , con le terapie intensive degli ospedali di quasi tutto il Paese al collasso. L’Unione europea ha condannato la violenza delle forze di sicurezza colombiane avvenute lo scorso martedì 4 maggio contro i manifestanti e ha chiesto che i responsabili della repressione siano assicurati alla giustizia. Anche L’ufficio delle Nazioni Unite in Colombia afferma che le proteste hanno già ucciso 18 civili e un agente di polizia, oltre a 800 feriti. Nonostante il presidente abbia ritirato il progetto di riforma, che ha portato alle dimissioni del ministro delle Finanze Alberto Carrasquilla, le proteste di piazza continuano. La maggior parte dei decessi sono avvenuti nella città di Cali, ma secondo l’ufficio delle Nazioni Unite ci sono stati morti anche in altre zone del Paese come Ibagué, Tolima, Pereira, Risaralda, Soacha o Cundinamarca. La comunità internazionale condanna l’uso repressivo della forza da parte della polizia contro i manifestanti in Colombia. L’Unione europea e le Nazioni Unite si uniscono all’avvertimento sulla violenza perpetrata nei confronti delle organizzazioni umanitarie e da diverse ONG martedì. “L’UE stigmatizza gli atti di violenza contro il diritto a manifestare, la libertà di riunione e di espressione. È molto importante che questi diritti siano rispettati “, ha detto il portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna Peter Stano, il quale ha chiesto la fine dell’escalation di violenza e ha espresso la “fiducia” dell’UE nelle istituzioni colombiane per “indagare e incarcerare i responsabili di qualsiasi abuso e violazione dei diritti umani”. L’Onu denuncia attacchi e sparatorie contro la missione a Cali “Siamo profondamente allarmati per gli eventi accaduti nella città di Cali in Colombia la scorsa notte, quando la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti che protestavano contro la riforma fiscale, uccidendo e ferendo diverse persone, secondo le informazioni ricevute”, ha dichiarato a Ginevra Marta Hurtado, portavoce dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Hurtado ha anche lanciato un appello alla calma prima di un nuovo giorno di manifestazioni, previsto per mercoledì. “Il nostro ufficio in Colombia sta lavorando per verificare il numero esatto delle vittime e stabilire le circostanze di questi terribili incidenti a Cali”, ha affermato Hurtado. Gran parte delle manifestazioni che si sono svolte nella zona sono state pacifiche. In questo momento vengono segnalati scontri con le autorità. Sciopero nazionale a Bogotà: 12 milioni si sono conclusi con manifestazioni sul Portale delle Americhe Gli...
La violenza provocata da “Israele” è già di per sé deplorevole poiché dovuta alle aggressive ambizioni coloniali dello Stato ebraico ai danni del popolo palestinese, popolo che “Israele” ha invaso in piena violazione del diritto internazionale. Inoltre, tale violenza è ancora più deplorevole poiché si registrata appena prima della festa musulmana di Eid al-Fitr, che commemora la fine del Ramadan. Quella che le tre religioni del Libro considerano la Terra Santa è ancora una volta stretta nella morsa della violenza ingiustificabile di “Israele”. L’autoproclamato Stato ebraico ha cercato di sfrattare i palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, quartiere occupato illegalmente da “Israele” sin dal 1967 nell’ottica di creare nuovi insediamenti coloniali. “Israele” ha inoltre proibito ai palestinesi di riunirsi vicino alla Porta di Damasco, luogo dove spesso si incontrano durante il mese del Ramadan, che è sacro per i musulmani. Inoltre, “Israele” ha limitato il numero dei fedeli che possono visitare la Moschea di Al-Aqsa, uno dei luoghi più sacri dell’Islam. Tutte queste imposizioni hanno spinto i palestinesi a protestare. Alcuni di essi lo hanno fatto all’interno della Moschea di Al-Aqsa lanciando bottiglie e sassi contro i servizi di sicurezza “israeliani”, cosa che di rimando ha portato questi ultimi ad assediare con proiettili di gomma e granate stordenti il luogo di culto. L’ibrido movimento politico-militare di Hamas ha in risposta inviato un ultimatum ad “Israele”, intimandogli di ritirare le proprie forze di sicurezza dalla Moschea di Al-Aqsa e dal quartiere di Sheikh Jarrah e di rilasciare tutti i palestinesi che aveva arrestato. L’avvertimento è rimasto inascoltato per cui Hamas ha lanciato dei razzi da Gaza verso “Israele”, innescando attacchi aerei di rappresaglia. La violenza provocata da “Israele” è già di per sé abbastanza deplorevole poiché nata dalle aggressive ambizioni coloniali dello Stato ebraico ai danni del popolo palestinese le cui terre ha occupato in piena violazione del diritto internazionale; la cosa è inoltre peggiorata dal fatto che le azioni violente sono avvenute appena prima della festa musulmana di Eid al-Fitr, che commemora la fine del Ramadan. I musulmani di tutto il mondo sono naturalmente furibondi per quanto in questo momento sta accadendo ai propri compagni di fede in Terra Santa ed è per questo che molte delle loro guide, tra cui il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, hanno condannato con parole molto forti gli attacchi “israeliani”. “Israele” dipinge tutte le proprie azioni come se fossero parte dei propri diritti sovrani oltre che a sostenere che la comunità internazionale sia prevenuta nei suoi confronti – talvolta accusandola apertamente di antisemitismo – ma le sue accuse sono infondate. L’occupazione israeliana post 1967 dell’ex territorio giordano e abitato dai palestinesi è illegale secondo il diritto internazionale, proprio come è illegale anche la rete di insediamenti coloniali, in continua espansione, israeliani. “Israele” ha spinto i palestinesi a resistere perché essi sentivano di non aver nessuna alternativa per attirare l’attenzione globale alla propria legittima causa. Purtroppo, “Israele” continua a violare impunemente il diritto internazionale. Alcuni osservatori hanno sottolineato che è davvero...
Cooperazione istituzionale, di business e cultura, nelle storie di successo e collaborazione di mutuo vantaggio tra italiani e cinesi e le nuove opportunità in vista del 2022 Anno della Cultura e del Turismo Italia-Cina Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo parteciperà all’evento Cina: una realtà differente promosso da China Communication Academy DoveL’evento sarà visibile in diretta live su i profili social Instagram e Facebook di China Communication e sul profilo YouTube di ICLA – Italy China Link Association. QuandoL’evento si svolgerà online martedì 18 maggio 2021 in live dalle ore 10.00 fino alle 12.00 Perché?Si vuole dare spazio alla presentazione delle best practices e sul metodo di cooperazione di mutuo vantaggio fra Italia-Cina spiegate da esperti di settore. Per visionare contenuti e relatori, visita la pagina Cina: una realtà differente.