21 Ottobre 2026

marco costa

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In molti conoscono le vicende della guerra del Vietnam; c’è da rallegrarsene, essendo quello uno degli episodi storici dell’epoca moderna che, probabilmente più di ogni altro, si è caratterizzato per audacia popolare, spirito patriottico, lotta intransigente alle velleità imperialiste statunitensi nell’area del sud-est asiatico. Decine di film sono stati prodotti in proposito, grandi cantautori ne hanno musicato l’epopea, un’intera generazione – anche nell’occidente “capitalista” – ha conosciuto ed incoraggiato le gesta di questo popolo indomito che, contestualmente, è riuscito inaspettatamente a rompere il giogo dell’accerchiamento e tramutare una lotta anticoloniale in una lotta rivoluzionaria. Purtroppo, anche a causa di una storiografia assai carente sul tema, pare quasi che la storia di questa importante nazione si sia arrestata alla metà degli anni ’70, allorquando all’inizio del 1975 il Vietnam del Nord, dopo alcune discussioni tra i vari dirigenti politico-militari sui tempi e la modalità dell’attacco e su sollecitazione soprattutto del comandante Tran Van Tra, intraprese l’offensiva finale e l’esercito collaborazionista sudvietnamita si disgregò, per capitolare di fronte alle superiori forze nordvietnamite comandante dal generale Van Tien Dung. Dopo un’avanzata trionfale e ormai scarsamente contrastata, l’esercito nordvietnamita circondò la capitale con un imponente schieramento di forze ed entrò a Saigon il 30 aprile 1975; i soldati di Hanoi issarono la bandiera Viet-Cong sul famoso palazzo presidenziale nel centro. Gli aggressori statunitensi ancora presenti nella capitale vennero evacuati con una disperata operazione di salvataggio con elicotteri, solo alcuni giorni dopo che il nuovo presidente Gerald Ford aveva pubblicamente dichiarato il pervenuto disinteresse statunitense per le nuove vicende belliche nell’area. La guerra del Vietnam si concluse quindi con la vittoria totale e schiacciante delle forze patriottiche in tutta la regione indocinese, e con il parallelo completo fallimento politico e militare americano. Sicché il Vietnam del Sud si ricongiunse al Vietnam del Nord il 2 luglio 1976, per formare l’attuale Repubblica Socialista del Vietnam; Saigon venne ribattezzata Città Ho Chi Minh, in onore dell’ex Presidente nordvietnamita. Pagine assai note, tanto conosciute quanto insufficienti a delineare un quadro del Vietnam a noi contemporaneo. In effetti, anzitutto alla luce della trionfale vittoria delle forze patriottiche vietnamite organizzate sotto le bandiere del Partito Comunista Vietnamita (che in realtà adottò questo nome al suo quarto Congresso nazionale, che si svolse nel 1976 dopo la fine della guerra del Vietnam con la riunificazione del paese, il nome del partito fu cambiato da Partito dei Lavoratori del Vietnam in Partito Comunista del Vietnam), l’influenza del modello sovietico negli anni post-bellici fu considerevole. Il nuovo governo insediatosi ad Hanoi, una volta riunificato il paese, decise di estendere anche al Sud il modello collettivista, caratterizzato dal privilegio verso l’industria pesante, la nazionalizzazione delle imprese, la collettivizzazione su larga scala dell’agricoltura, la statalizzazione delle attività commerciali anche famigliari, tanto che nel 1978 tramite decreto vennero dichiarate illegali le attività economiche e commerciali private. Tuttavia, il primo piano quinquennale (1976-1980) non ottenne particolari successi, ed anzi causò una innegabile crisi. Dopo approfondite riflessioni, la leadership vietnamita fu indotta ad apportare una serie di riforme...
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L’intervista di Notizie Geopolitiche a Marco Costa, uno dei responsabili del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSE-M) e massimo esperto di questioni relative alla Cina su cui ha scritto numerosi saggi e volumi. articolo originale: http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=46367 I recenti eventi che stanno coinvolgendo Hong Kong con le manifestazioni degli studenti capaci di attirare l’attenzione dei media internazionali ed i continui rapporti che intercorrono tra Pechino e Roma e tra Pechino e Bruxelles impongono un’analisi approfondita sul ruolo geopolitico ed economico che attualmente investe la Repubblica Popolare Cinese, potenza mondiale che spesso divide il parere dell’opinione pubblica tra coloro i quali ne supportano il modello di crescita e la forma di Governo istituita ed invece i detrattori che ne sottolineano gli aspetti negativi come ad esempio il problema dei diritti umani oppure la gestione delle minoranze etniche. Con l’obiettivo di studiare il sistema Cina e le relazioni che lo legano all’Italia e all’Unione Europea abbiamo intervistato Marco Costa*, responsabile dell’area euroasiatica del Centro Studi Eurasia Mediterraneo (CeSEM) e coautore de La Grande Muraglia. Pensiero politico, territorio e strategia della Cina Popolare e de La Via della Seta. Vecchie e Nuove Strategie Globali tra la Cina e il Bacino del Mediterraneo. – La Cina oramai è una potenza affermata a livello regionale e mondiale con cui sia le grandi potenze che i paesi emergenti devono rapportarsi. Parlando del nostro paese, quali sono ed in che modo si stanno sviluppando le relazioni italo-cinesi? “Nell’aprile di quest’anno, il Financial Times ha pubblicato uno studio della Banca Mondiale secondo il quale la Repubblica Popolare Cinese era salita al primo posto nella classifica delle economie mondiali. Questo risultato viene dato come combinato disposto di diversi fattori: la crescita costante cinese, la crisi finanziaria delle economie occidentali, il diverso sistema di calcolo degli indici, ovvero non più la produzione del PIL nazionale come valore assoluto ma rapportato alla capacità d’acquisto della singola moneta, detto fattore “purchasing power parity”. Dato questo elemento, ammessa la straordinaria forza economica della Cina, è naturale che derivino conseguenze su più piani. Da un punto di vista geopolitico, significa che in qualche decennio gli equilibri globali ed i rapporti di forza sono stati completamente riscritti. Dal punto di vista economico e diplomatico, anche l’Italia – e per fortuna anche le sue imprese – sono state investite dai benefici di questa straordinaria crescita. Basti pensare all’export delle eccellenze della manifattura italiana verso oriente: nel 2013 il primo settore del manifatturiero diretto in Cina è quello dei macchinari e apparecchiature, con una quota del 38,2%, in lieve aumento del 2,8% rispetto al 2012; in seconda posizione autoveicoli, rimorchi e semirimorchi, che pesano per il 7,1% e in forte crescita, con un +67,3% rispetto all’anno precedente. Gli articoli in pelle (escluso abbigliamento), con una quota del 7,1%, crescono del 18,4%, mentre i prodotti chimici, che valgono il 6,4% del totale, sono in aumento del 7,6%. Anche l’abbigliamento (che comprende pelli e pelliccia), che incide per il 4,9% sull’export verso la Cina, segna una crescita del 19,1%. Questi solo alcuni...
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Il giorno Sabato 25 ottobre, alle ore 16.00 presso il Centro di Documentazione Angiolo Mazzoni di Sabaudia, si terrà il Workshop Italia – Cina, opportunità per le imprese e per il turismo, patrocinato dall’Assessorato alla Cultura, Turismo e Spettacolo della città laziale e della Camera dei Deputati. Interverrà anche Marco Costa, uno dei responsabili del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSE-M) e massimo esperto di questioni relative alla Cina.