10 Luglio 2026

Mese: Novembre 2014

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Source: http://www.theguardian.com/world/2014/oct/28/eurasian-economic-union-russia-belarus-kazakhstan Until the last moment Alexander Lukashenko, the president of Belarus, held out for 7 October, to coincide with Vladimir Putin’s birthday. But in the end the parliament in Minsk ratified the treaty on Eurasian Economic Union on 9 October, the day before its first three members – Russia, Belarus and Kazakhstan – were due to meet. It would be simplistic to reduce the nascent EEU to a toy in the hands of the Russian president. When it comes into force, on 1 January 2015, it will be the most advanced organisation for regional cooperation the former Soviet bloc has seen, an achievement preceded by many false starts. In fact, the EEU already exists. It has a headquarters – a glass building near Paveletsky railway station in Moscow – and officials who would not look out of place in Brussels. Its member states have already lifted some internal customs barriers and harmonised others for the outside world. So much for the practical side, what analyst Nicu Popescu describes in an article for the European Union Institute of Security Studies as the “real” EEU, a trading alliance slated to guarantee free circulation of goods, services and assets, but not hydrocarbons. The other Eurasian Union is “imaginary”, the brainchild of Putin, first mentioned in October 2011. As he sees it, this organisation will be the equal of the EU and other major regional entities, a powerful bloc that will matter on the world stage. Its official formation is also intended to show the world that Russia has fully recovered, while crowning Putin’s efforts to pull together the states making up the post-Soviet sphere of influence. Those who deride the scheme see it as an attempt to restore the empire. This dream foundered last November in Kiev, when the Maidan protests started. They carried away President Viktor Yanukovych, guilty in the eyes of the demonstrators of refusing an association agreement with the EU. Ukraine, with its population of 45 million, was supposed to play a key role in the EEU, on account of its economic clout and the place it occupies in the Russian imagination and worldview. “Without Ukraine, Russia ceases to be a Eurasian empire,” the former US national security adviser Zbigniew Brzezinski wrote in The Grand Chessboard, in 1997. Ukraine had to be punished, for wanting to move closer to Europe but also for refusing to join the EEU, after Yanukovych’s demise. Moscow started by restricting trade with its neighbour, then annexed part of its territory (Crimea) and finally fomented war in its eastern extremity. Russia has also put pressure on Moldova and Georgia, both of which have so far shunned the EEU. Putin Nazarbayev Russian President Vladimir Putin, right, and Kazakhstan’s President Nursultan Nazarbayev. Both Belarus and Kazakhstan demanded subsidies in the form of gas or cash to join the EEU. Photograph: Dmitry Astakhov/AP Belarus and Kazakhstan have often voiced their concern at the treatment meted out to Ukraine. They have worked to limit the political weight of...
Il sogno dell’Europa unita, il sogno idealista, di Spinelli e amici, è finito. Ciò che rimane e che va avanti, trattato dopo trattato, è un processo di trasformazione giuridica ed economico-finanziaria voluto e guidato dall’alto essenzialmente nell’interesse del capitale finanziario. D’altronde, quand’anche realizzata, un’Unione Europea federale non avrebbe prospettive vitali, poiché, storicamente, nessun paese composto da popoli molto diversi per storia, abitudini, sistemi socio-economici, ha avuto successo. Già in passato ci si era accorti che la principale attività dell’UE, ossia la politica agricola comune, che assorbe l’80% del bilancio, era fallimentare almeno per molti paesi, ma ciò non aveva suscitato dubbi generali sulla opportunità dell’Unione Europea in sé. E’ solo oggi che si diffonde l’aspirazione o all’uscita dalla costruzione europea o a una sua ristrutturazione, poiché ci si accorge sempre più chiaramente e dolorosamente che l’Euro, Maastricht, le ricette finanziarie hanno prodotto il contrario di ciò per cui erano stati decisi dall’alto, non senza consenso dal basso: hanno cioè arrecato insicurezza anziché stabilità, recessione diffusa anziché crescita stabile, disoccupazione e miseria per decine di milioni di europei, divergenza delle economie e, altresì, degli interessi tra euroforti ed eurodeboli, anziché convergenza. Eppure si insiste su quella via. Vuol dire che chi ha il potere reale da essa trae profitto. Vediamo all’opera gli egoismi nazionali anziché la solidarietà. Ma anche gerarchia di potenza interna all’UE: la Germania è il paese creditore, quindi ha l’iniziativa politica, tutto dipende dai suoi sì e dai suoi no, ha il potere di commissariare i paesi debitori. Bella unione! Questo potere le viene dalla sua maggior efficienza competitiva rispetto a paesi come l’Italia, dalle migliori infrastrutture, tecnologie etc., dalle maggiori dimensioni, ma anche dal fatto che l’Euro, essendo (non una moneta ma) un blocco dei fisiologici aggiustamenti dei cambi valutari tra i paesi aderenti, favorisce le esportazioni tedesche, soprattutto intracomunitarie, e ostacola quelle dei paesi che si rilanciavano mediante la svalutazione competitiva, Italia innanzi tutti. In tal modo la Germania ha accumulato un enorme attivo commerciale verso l’Italia e altri paesi eurodeboli. Colma di capitali immigrati, e gestendo nazionalisticamente, fuori dalla sorveglianza della BCE, gran parte del proprio sistema creditizio, essa può assicurare alla propria economia credito abbondante e a tassi frazionari rispetto a quelli italiani, il che le consente di essere ancora più competitiva sull’Italia e di aumentare progressivamente il distacco da essa. Per contro, i paesi eurodeboli vengono costretti dalla Germania a perseverare in un rigore contabile controproducente, che sta peggiorando strutturalmente il rapporto pil/debito pubblico. A perseverare anche dopo che si è visto che esso è controproducente e causa grave recessione e disoccupazione. Non è che la pratica dell’austerità ci aiuti ad avvicinarci alla Germania – ce lo rende impossibile, sempre di più. Rende il distacco incolmabile. Molti credevano che l’avvento di Hollande all’Eliseo e la partecipazione della SPD al nuovo governo Merkel avrebbe portato a un allentamento del rigore, ma così non è stato: la Germania, che impone agli altri regole diverse da quelle che applica al suo proprio interno, ora è...
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I. Dibattiti sulla cultura strategica dell’India I dibattiti sulla cultura strategica dell’India nascono dall’inchiesta “Pensiero strategico indiano”, abbozzato dalla Rand Corporation nel 1992. Dopo aver analizzato le influenze della geografia, della storia, della cultura e del dominio britannico (altrimenti conosciuto come il Raj) sul pensiero strategico indiano, il Dr. George K. Tanham, autore dell’inchiesta, ha concluso che l’India è stata a lungo afflitta dalla mancanza di un pensiero strategico. Tanham ha sostenuto anche che durante la maggior parte della sua storia, l’India è stata sulla difensiva strategica. La ricerca pioneristica e le conclusioni dell’inchiesta da parte della Rand ha scioccato le comunità strategiche e accademiche indiane e ha dato il via ad accesi dibattiti che permangono ancora oggi. Questi dibattiti, che ruotano intorno alla domanda in cui ci si chiede se l’India abbia una cultura strategica, possono essere riassunti come segue: 1. Rodney W. Jones e “cultura strategica composita” Da questa prospettiva accademica, la cultura strategica dell’India è come un mosaico, non monolitica. Eppure, in confronto alla maggior parte degli stati-nazione contemporanei, è più distinta e coerente di molte nazioni a lei simili. Questa coerenza è dovuta alla sua sostanziale continuità e al simbolismo contemporaneo dei sistemi statali indiani pre-moderni e alla civiltà vedica che ha ancora un impatto sulla società odierna, anche se tutto ciò risale a diversi millenni fa. La prospettiva culturale strategica è stata abbracciata dalla maggior parte delle elite sociali indiane. 2.Dibattiti sull’origine, sui processi e sugli attributi del pensiero strategico indiano Harjeet Singh sostiene la teoria del determinismo geografico secondo cui la geografia dell’India le ha causato la mancanza di un senso unitario di “Indianismo”. La straordinaria storia dell’India è intimamente legata alla sua geografia. Dal momento che si trova in un punto focale del continente asiatico, l’India è stata sempre sensibile a invasioni e saccheggi provenienti dall’esterno. Ma la sua insularità geografica le ha anche permesso di sopravvivere alle devastazioni e quindi di adattarsi e di assorbire molti dei popoli che sono arrivati nel subcontinente. Il vasto territorio, la struttura interna complicata e la forte tensione culturale l’hanno aiutata ad evitare dominazioni lunghe e continue di un unico impero. La geografia autointegrata del subcontinente e la diversità politica rimangono le sue caratteristiche di base. La storia culturale politica e strategica dell’India può essere sintetizzata dall’antica favola che racconta la storia di quattro ciechi che toccano un elefante. Gautam Das ha risposto al Dr. George K. Tanham in due punti principali. In primo luogo, secondo Das, un errore logico fondamentale nello studio di Tanham, il quale ritiene ingiustamente, che l’India sia un’entità politica monolitica, nega le conclusioni di Tanham. “Non importa quanto profonda sia l’interpretazione di Tanham, essa è in sè sbagliata e questo errore nega la maggior parte delle sue conclusioni […] L’India geografica, o parlando in senso lato il ‘subcontinente indiano,’ come è stato descritto, era una regione composta da vari regni in epoche diverse, e pochi imperi politici. A quei tempi c’era più di un impero in India, ognuno a capo...
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Il Cese-m segnala il seguente articolo e ne consiglia la lettura. Articolo originale: http://sputniknews.com/radio_red_line/20141115/1014828578.html   Despite all differences and stiff competition the participants agreed there is no alternative to regional integration which Chinese leader Xi Jinping coined as an Asia-Pacific dream. Studio guest Vladimir Sotnikov, Director of the East-West Strategic Studies Center in Moscow, independent think-tank, Alexander Lomanov, the Head Research Fellow at the Institute of Far East at the Russia’s Academy of Science, Brian Yeung, an independent contributor to Chinese and English media in Hong Kong, AsiaGamingBrief contributing editor, and Dato Zainel Abidin Omar, Ambassador of Malaysia to Russia, shared their opinions with Radio Sputnik. How different is this Asia-Pacific Economic Cooperation Summit this year compared to the others? Vladimir Sotnikov: Comparing with the other summits of Asia-Pacific, this summit was concentrated on the economic issues. The second thing is that beyond any doubt China has proved to be a leader of the Asia-Pacific community. And by the way, that was anyhow recognized by the US. Another thing is the role of Russia. I think that Russia played very well in this summit and also proved to be one of the Asian leading powers. Basically, the main difference between this forum and the forum of, say, last year is that the two Asian powers proved to be in the lead of what is actually called the Asia-Pacific policy. What was the agenda and did they achieve what they came for at the summit? Alexander Lomanov: I think that the best thing in these summits is the so-called face-saving. It is the traditional Chinese formula,which is based on the Chinese ethics that everyone should have a possibility to save face and to claim to be a winner. Now the most pleasant thing which makes Asia so different from Europe is that all the participants are claiming to be the winners and to be happy with it. So, China was of course able to express its huge economic potential, especially by pledging $40 billion for the development of infrastructure in the region. And it is an especially attractive and a lucrative deal for China’s neighbour. For Russia it was a breakthrough in the political and partly economical blockade imposed by Europe and the West, because the Russian leader Vladimir Putin was able to meet many leaders of the region in Beijing during the summit. And also, Barack Obama was able to claim that he is the winner, because he signed a climate protection deal, the greenhouse gases emission cutting bill with China. And the environmental protection problems are very sensitive in the West. And he also the document on diminishing the military rifts. It is the document targeted at exchanging the information on the military activities between China and the US. And also, what is the most important is that the Chinese are happy. I’m not saying that the one point something billion Chinese people are all happy, but every year about 2 million are applying for the American visas to visit the US. So, now it is the outcome of the summit that the Chinese can get a ten-year visa. And those Chinese who belong to the political, economic and intellectual elite who visit the US so often, they are very happy to get these ten-year visas. What is you take on the idea of Asia-Pacific dream? Is it just a metaphor or is this the reality of the 21st century? Alexander Lomanov: I...
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In molti conoscono le vicende della guerra del Vietnam; c’è da rallegrarsene, essendo quello uno degli episodi storici dell’epoca moderna che, probabilmente più di ogni altro, si è caratterizzato per audacia popolare, spirito patriottico, lotta intransigente alle velleità imperialiste statunitensi nell’area del sud-est asiatico. Decine di film sono stati prodotti in proposito, grandi cantautori ne hanno musicato l’epopea, un’intera generazione – anche nell’occidente “capitalista” – ha conosciuto ed incoraggiato le gesta di questo popolo indomito che, contestualmente, è riuscito inaspettatamente a rompere il giogo dell’accerchiamento e tramutare una lotta anticoloniale in una lotta rivoluzionaria. Purtroppo, anche a causa di una storiografia assai carente sul tema, pare quasi che la storia di questa importante nazione si sia arrestata alla metà degli anni ’70, allorquando all’inizio del 1975 il Vietnam del Nord, dopo alcune discussioni tra i vari dirigenti politico-militari sui tempi e la modalità dell’attacco e su sollecitazione soprattutto del comandante Tran Van Tra, intraprese l’offensiva finale e l’esercito collaborazionista sudvietnamita si disgregò, per capitolare di fronte alle superiori forze nordvietnamite comandante dal generale Van Tien Dung. Dopo un’avanzata trionfale e ormai scarsamente contrastata, l’esercito nordvietnamita circondò la capitale con un imponente schieramento di forze ed entrò a Saigon il 30 aprile 1975; i soldati di Hanoi issarono la bandiera Viet-Cong sul famoso palazzo presidenziale nel centro. Gli aggressori statunitensi ancora presenti nella capitale vennero evacuati con una disperata operazione di salvataggio con elicotteri, solo alcuni giorni dopo che il nuovo presidente Gerald Ford aveva pubblicamente dichiarato il pervenuto disinteresse statunitense per le nuove vicende belliche nell’area. La guerra del Vietnam si concluse quindi con la vittoria totale e schiacciante delle forze patriottiche in tutta la regione indocinese, e con il parallelo completo fallimento politico e militare americano. Sicché il Vietnam del Sud si ricongiunse al Vietnam del Nord il 2 luglio 1976, per formare l’attuale Repubblica Socialista del Vietnam; Saigon venne ribattezzata Città Ho Chi Minh, in onore dell’ex Presidente nordvietnamita. Pagine assai note, tanto conosciute quanto insufficienti a delineare un quadro del Vietnam a noi contemporaneo. In effetti, anzitutto alla luce della trionfale vittoria delle forze patriottiche vietnamite organizzate sotto le bandiere del Partito Comunista Vietnamita (che in realtà adottò questo nome al suo quarto Congresso nazionale, che si svolse nel 1976 dopo la fine della guerra del Vietnam con la riunificazione del paese, il nome del partito fu cambiato da Partito dei Lavoratori del Vietnam in Partito Comunista del Vietnam), l’influenza del modello sovietico negli anni post-bellici fu considerevole. Il nuovo governo insediatosi ad Hanoi, una volta riunificato il paese, decise di estendere anche al Sud il modello collettivista, caratterizzato dal privilegio verso l’industria pesante, la nazionalizzazione delle imprese, la collettivizzazione su larga scala dell’agricoltura, la statalizzazione delle attività commerciali anche famigliari, tanto che nel 1978 tramite decreto vennero dichiarate illegali le attività economiche e commerciali private. Tuttavia, il primo piano quinquennale (1976-1980) non ottenne particolari successi, ed anzi causò una innegabile crisi. Dopo approfondite riflessioni, la leadership vietnamita fu indotta ad apportare una serie di riforme...
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L’intervista di Notizie Geopolitiche a Marco Costa, uno dei responsabili del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSE-M) e massimo esperto di questioni relative alla Cina su cui ha scritto numerosi saggi e volumi. articolo originale: http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=46367 I recenti eventi che stanno coinvolgendo Hong Kong con le manifestazioni degli studenti capaci di attirare l’attenzione dei media internazionali ed i continui rapporti che intercorrono tra Pechino e Roma e tra Pechino e Bruxelles impongono un’analisi approfondita sul ruolo geopolitico ed economico che attualmente investe la Repubblica Popolare Cinese, potenza mondiale che spesso divide il parere dell’opinione pubblica tra coloro i quali ne supportano il modello di crescita e la forma di Governo istituita ed invece i detrattori che ne sottolineano gli aspetti negativi come ad esempio il problema dei diritti umani oppure la gestione delle minoranze etniche. Con l’obiettivo di studiare il sistema Cina e le relazioni che lo legano all’Italia e all’Unione Europea abbiamo intervistato Marco Costa*, responsabile dell’area euroasiatica del Centro Studi Eurasia Mediterraneo (CeSEM) e coautore de La Grande Muraglia. Pensiero politico, territorio e strategia della Cina Popolare e de La Via della Seta. Vecchie e Nuove Strategie Globali tra la Cina e il Bacino del Mediterraneo. – La Cina oramai è una potenza affermata a livello regionale e mondiale con cui sia le grandi potenze che i paesi emergenti devono rapportarsi. Parlando del nostro paese, quali sono ed in che modo si stanno sviluppando le relazioni italo-cinesi? “Nell’aprile di quest’anno, il Financial Times ha pubblicato uno studio della Banca Mondiale secondo il quale la Repubblica Popolare Cinese era salita al primo posto nella classifica delle economie mondiali. Questo risultato viene dato come combinato disposto di diversi fattori: la crescita costante cinese, la crisi finanziaria delle economie occidentali, il diverso sistema di calcolo degli indici, ovvero non più la produzione del PIL nazionale come valore assoluto ma rapportato alla capacità d’acquisto della singola moneta, detto fattore “purchasing power parity”. Dato questo elemento, ammessa la straordinaria forza economica della Cina, è naturale che derivino conseguenze su più piani. Da un punto di vista geopolitico, significa che in qualche decennio gli equilibri globali ed i rapporti di forza sono stati completamente riscritti. Dal punto di vista economico e diplomatico, anche l’Italia – e per fortuna anche le sue imprese – sono state investite dai benefici di questa straordinaria crescita. Basti pensare all’export delle eccellenze della manifattura italiana verso oriente: nel 2013 il primo settore del manifatturiero diretto in Cina è quello dei macchinari e apparecchiature, con una quota del 38,2%, in lieve aumento del 2,8% rispetto al 2012; in seconda posizione autoveicoli, rimorchi e semirimorchi, che pesano per il 7,1% e in forte crescita, con un +67,3% rispetto all’anno precedente. Gli articoli in pelle (escluso abbigliamento), con una quota del 7,1%, crescono del 18,4%, mentre i prodotti chimici, che valgono il 6,4% del totale, sono in aumento del 7,6%. Anche l’abbigliamento (che comprende pelli e pelliccia), che incide per il 4,9% sull’export verso la Cina, segna una crescita del 19,1%. Questi solo alcuni...